Il bambino che sognava i cavalli 779 giorni ostaggio dei corleonesi di Pino Nazio

Foto inviata dai rapitori alla famiglia

Edizioni Sovera

Giuseppe Di Matteo era un bambino come gli altri, sorrideva speranzoso alla vita e amava i cavalli. Troppo piccolo per avere qualche colpa. Il suo peccato originale: essere il figlio di Santino Di Matteo che, dopo le bombe che costarono la vita a Falcone e Borsellino, cominciò a collaborare con lo Stato.
In libreria dal 26 ottobre, la docu-fiction racconta per la prima volta tutta la vicenda del piccolo Giuseppe Di Matteo, rimasto nelle mani dei mafiosi per più di due anni. La storia di Giuseppe, la sua tragica fine – ucciso e “cancellato” in una vasca di acido – quella della sua famiglia, i ricordi della madre, Franca, il racconto di suo padre, Santino, l’organigramma mafioso, i meccanismi che muovono l’esercito della mafia costituiscono i tasselli principali del lavoro di Pino Nazio, giornalista, autore del programma di Raitre “Chi l’ha visto?”, nel suo romanzo-verità: “Il bambino che sognava i cavalli”.
Una verità crudele tant’è che l’autore ha scelto di lasciare chiuse le pagine di un capitolo: quello che racconta l’assassinio del bambino e la raccapricciante distruzione del corpicino. Un capitolo chiuso che il lettore potrà sfogliare, se sarà in animo di farlo, o lasciare intonso, passando al capitolo successivo senza che il pathos della narrazione ne risenta.
Il romanzo-verità di Pino Nazio, realizzato in oltre due anni, nasce non solo da una lunga serie di incontri con il pentito Santino Di Matteo, ma anche da colloqui con i magistrati che si sono occupati del caso, degli avvocati che sono stati a contatto con gli assassini, da minuziose ricerche tra carte processuali che sembravano dimenticate e che oggi rivelano nuovi indizi per ricostruire quel periodo e fare luce su aspetti misteriosi degli attentati di Capaci e via D’Amelio.
Giuseppe Di Matteo è il simbolo della fine della mafia stragista e più sanguinaria, che ha contribuito a infliggere agli uomini del disonore decine e decine di ergastoli, a rompere il fronte dell’omertà che proteggeva Cosa Nostra, a infondere nella gente rabbia, indignazione e voglia di spezzare antiche, invisibili, catene.
Se la lotta per la legalità in Sicilia oggi è più incisiva, lo si deve al lavoro di coraggiosi magistrati e appartenenti alle forze dell’ordine, di giornalisti e testimoni, ma anche al piccolo Giuseppe Di Matteo, giustamente definito “il bambino che ha sconfitto la mafia”.
Nota di: panorami.info

 

Fonte: noidonne.org
Articolo del 10 febbraio 2011
Il bambino che sognava i cavalli
Il romanzo-verità di Pino Nazio sulla storia di Giuseppe Di Matteo, prigioniero dei corleonesi per 779 giorni e poi ucciso, restituisce la storia dalla parte del bambino, dandogli cittadinanza nel mondo immortale della letteratura
di Mirella Mascellino

Il bambino che sognava i cavalli 779 giorni ostaggio dei corleonesi, di Pino Nazio, Sovera edizioni, racconta il destino terribile, al di sopra di ogni fantasia, di un bambino che aveva la sola colpa di essere figlio di un pentito e di una terra mafiosa. Il pentito è Santo Di Matteo. Uomo d’onore di Altofonte, pluriassassino, partecipò anche all’organizzazione della strage di Capaci e rifugiò nella sua casa di campagna Giovanni Brusca, detto scannacristiani che da compagno di giochi del figlio diventa suo carnefice, per fare ritrattare Santino dal pentimento. È una storia alla quale non si vorrebbe credere, che risulta inverosimile, inaccettabile, ma purtroppo vissuta. Il romanzo-verità percorre il calvario di Giuseppe Di Matteo all’interno della storia della famiglia mafiosa più potente, i corleonesi. Nel destino di Giuseppe, l’organizzazione mafiosa troverà la sua disfatta. Non a caso Giuseppe fu definito il bambino che sconfisse la mafia. È anche l’ennesima smentita dei miti sulla mafia, ovvero che non ammazzava donne e bambini. Già nel 1976, a Catania, ci fu un fatto che ancora molti ignorano: la sparizione di quattro bambini che avevano osato scippare la madre del boss Nitto Santapaola. Furono rapiti, strangolati e gettati in un pozzo. Nessuno denunciò la sparizione, neanche le madri. Solo il pentimento di Antonino Calderone, dieci anni dopo, restituì la verità di questo atroce fatto e la penna del giornalista Salvatore Scalia, lo immortalò nel suo romanzo La punizione, per Marsilio editore. La mafia ha ucciso sia donne che innocenti bambini in nome del delirio della violenza per affermare la cieca onnipotenza. Il lettore viene rapito, trascinato nel vortice dell’efferatezza, il magone e il pianto incombono. Le parole serene di Nazio sono come macigni, pugni allo stomaco. Conflittuale risulta a volte il proseguirne la lettura. Il rifiuto nasce dall’inaccettabilità della vicenda. In quegli anni che vanno dal 23 novembre 1993 all’11 gennaio 1996, degli assassini feroci hanno percorso strade ignare e insospettabili, hanno occupato casolari inosservati, in posti tranquilli di campagna o in bunker invisibili. L’indifferenza ingenua, metropolitana o provinciale ha coperto la spietatezza di uomini-mostro. L’inconsapevolezza del nonno, devoto a una fede indiscutibile per lui e di una povera madre priva di mezzi per combattere una logica criminale, hanno schiacciato la possibilità di infrangere la legge dell’omertà per seguire speranze cieche e fallimentari di uomini senza qualità e senza coscienza! Ci si chiede come Nazio abbia fatto a scrivere in modo sobrio e lineare una storia così. Una scrittura intrisa di umanità e pietà che ci restituisce un bambino di cui pochi parlarono all’epoca, che dentro le squallide prigioni che attraversò per la Sicilia, dalle Madonie, all’agrigentino, al trapanese, fino allo Jato, dietro casa sua, continuò a sognare i suoi cavalli, la sua famiglia, le sue cose. La sua fine inchioderà per sempre i suoi assassini e la mostruosità della mafia e dell’uomo. All’interno del libro, proprio laddove l’efferatezza è totale, vi è un capitolo chiuso, ovvero si lascia al lettore la libertà di aprirlo o no e leggere la descrizione dell’ultimo atto mostruoso di annientamento di un bambino innocente. Lì l’uomo è finito. Lì la mafia è sconfitta. Lì ci si chiede come possano esistere certi uomini e come certe donne possano stargli accanto. Ci si indigna profondamente di fronte all’orrore e alla mostruosità della mafia e lì molti mafiosi hanno detto: ora basta! L’autore, Sociologo, giornalista inviato del programma Chi l’ha visto?, dopo un incontro col pentito Di Matteo, padre del bambino, decide di scrivere questa storia, che era stata raccontata solo dai carnefici. Ne restituisce una memoria importante per la società civile e per i posteri, dando piena cittadinanza a Giuseppe Di Matteo nel mondo immortale della potenza della letteratura.

 

 

 

 

 

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