Il caso Valarioti (Rosarno 1980: così la ‘ndrangheta uccise un politico (onesto) e diventò padrona della Calabria) di Danilo Chirico e Alessio Magro

 

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Giuseppe Valarioti viveva a Rosarno, in Calabria. Era un insegnante precario. Pensava che la politica e la cultura fossero strumenti per sconfiggere la ‘ndrangheta e offrire un’opportunità ai giovani del suo paese. E’ stato ucciso a trent’anni, la notte tra il 10 e l’11 giugno 1980, mentre usciva dalla cena con cui il Pci festeggiava la vittoria alle elezioni. E’ il primo omicidio politico in Calabria, quello che affossa il movimento anti ‘ndrangheta. È il battesimo di sangue della Santa, la nuova ‘ndrangheta, che cambia il destino della Calabria. Per sempre. Una vicenda giudiziaria lunga undici anni: testimonianze coraggiose e ritrattazioni repentine, un superpentito che parla e non viene creduto, interi faldoni smarriti e un omicidio senza giustizia.

 

 

Fonte: terrelibere.it

Recensione di Antonello Mangano

Giuseppe Valarioti viveva a Rosarno, in Calabria. Era un insegnante precario. Pensava che la politica e la cultura fossero strumenti per sconfiggere la `ndrangheta e offrire un`opportunità ai giovani del suo paese. E` stato ucciso a trent`anni, la notte tra il 10 e l`11 giugno 1980. E` il primo omicidio politico in Calabria, quello che affossa il movimento antindrangheta. Ma è anche una storia da ricordare e diffondere il più possibile.

La maggior parte degli inviati, dei giornalisti televisivi e dei commentatori che si sono occupati dei “fatti di Rosarno` (gennaio 2010) hanno raccontato una realtà a due dimensioni. Da un lato il razzismo, dall`altro il degrado mafioso di una realtà che ai più è apparsa piatta, immobile. Rosarno è un invece un concentrato di contraddizioni senza uguali. Per comprenderlo, sarebbe bastato tornare a qualche anno indietro. Fino al 2003 il sindaco di Rosarno si chiamava Giuseppe Lavorato. Un uomo inflessibile, la sua giunta fu la prima in Italia a costituirsi parte civile in un processo contro la mafia, una delle prime a utilizzare i beni confiscati.

Sono le contraddizioni di tutti i Sud. Un delirio di degrado, violenza, cosche mafiose, balordi in motorino, spari agli africani, beni confiscati, fabbriche abbandonate, sparatorie per motivi meno che futili contraddetto in pochi attimi da storie straordinarie. Una storia come quella di Lavorato, che si intreccia inevitabilmente con quella di Giuseppe Valarioti.

Alessio Magro e Danilo Chirico hanno ricostruito la vicenda del più importante martire dell`antimafia calabrese, ben più che un politico onesto. Il punto culminante di una lunghissima stagione di lotte, sconfitte, conquiste, tradimenti. Nei punti caldi della Calabria, in particolare nella Piana di Gioia Tauro, negli anni `70, ci fu uno scontro durissimo – nei quartieri delle cittadine come nelle campagne – tra il movimento capeggiato dal PCI e la ‘ndrangheta. Si tratta di una storia completamente sconosciuta. Mentre è ormai acquisito il concetto di antimafia, e sono noti a tutti i protagonisti delle stagioni siciliane di lotta a Cosa Nostra, rimane ancora forte il luogo comune di una terra da sempre assuefatta e incapace di contrapporsi alle ‘ndrine. “Il caso Valarioti” è un libro importante e colma un vuoto. E` infatti fondamentale avere pubblicazioni, possibilmente più agili e focalizzate sull`argomento, che raccontino contesti e biografie e siano destinate alle scuole e alla società civile.

Giuseppe Valarioti è stato ucciso a trent`anni, la notte tra il 10 e l`11 giugno 1980, mentre usciva dalla cena con cui il PCI locale festeggiava la vittoria alle elezioni. E` il primo omicidio politico in Calabria, quello che affossa il movimento antindrangheta. Valarioti e Lavorato rappresentavano infatti la linea dell`intransigenza, una scelta difficile da imporre a tutti i livelli, proprio nel momento in cui il movimento contadino passava all`organizzazione diretta e creava cooperative, centri di autorganizzazione ma anche di interessi economici su cui la criminalità concentrava i suoi appetiti. Per avidità, ma anche per dimostrare che nulla può sfuggire al suo controllo.

Dopo quegli spari nella notte della campagna, si avvia una lunghissima stagione. Paura da una parte, arroganza dall`altra. Il processo – undici lunghi anni di procedimento giudiziario – non porterà a niente.

Saranno due le ipotesi principali seguite dagli inquirenti. La prima è quella dell`omicidio politico: la ‘ndrangheta – che a Rosarno significa famiglia Pesce – vuole fermare sul nascere l`ascesa di un partito dichiaratamente antimafioso. La seconda pista è quella interna e riguarda i contrasti all`interno della cooperativa Rinascita. Il libro documenta scrupolosamente, anche se con qualche manicheismo, le ipotesi degli investigatori.

Quando viene raccontata la storia di Valarioti si stenta a credere che lo scenario di quelle straordinarie vicende sia il luogo degradato teatro della pulizia etnica da Alabama avvenuta a gennaio 2010. Come è accaduto che quel lungo processo si sia interrotto nell`ultimo giorno di permanenza di Lavorato nel palazzo municipale, nel 2003?

La risposta è molto semplice. Rosarno e i rosarnesi onesti non possono fare nulla nell`isolamento. E nel disprezzo. Il movimento della Piana era collegato a quello nazionale e internazionale. L`esperienza del sindaco antimafia si è estinta quando è rimasta isolata. Anche con la fine del PCI e della “diversità` da sempre sbandierata dai comunisti, orgogliosi del fatto che la questione morale fosse un problema altrui.

Il presidente della Repubblica Napolitano – in un messaggio pubblico – ha espresso apprezzamento per il libro e per l`obiettivo di ricordare Valarioti. Fu proprio Napolitano a incoraggiare Lavorato a proseguire l`azione politica in una fase di profonda stanchezza. In un altro paese, probabilmente, Lavorato sarebbe presidente della Repubblica, un riconoscimento adeguato per chi ha rischiato la vita, sul campo, per l`affermazione di principi etici. Invece, oggi, al Quirinale c`è l`uomo che per primo, all`interno del Partito Comunista, volle l`apertura a Craxi. Cose che capitano nel nostro paese, capita anche di peggio, e non è il caso di soffermarsi troppo sulla questione.

Ci sono ben altre cose da fare, per esempio riallacciare il filo della memoria a partire da quel paese di poche migliaia di abitanti, nel cuore della Calabria, da cui passano così tante storie importanti per tutta la nazione.

 

 

 

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