Il corpo e il sangue d’Italia di Christian Raimo

Otto inchieste da un paese sconosciuto

Editore Minimum Fax

Otto tra i migliori narratori di quest’Italia contemporanea (giornalisti, reporter, scrittori) hanno deciso di consegnarci un’inchiesta a più voci del corpo e del sangue di questa terra. Nostri concittadini e fratelli prima che autori, hanno messo in campo la loro acutezza di sguardo e il loro coinvolgimento emotivo, per mostrarci come la scrittura possa essere ancora oggi un gesto politico: necessario e meraviglioso.
Imam precari, camorristi commoventi, body-builder impauriti, pensionati schiacciati dai debiti, mamme sull’orlo della follia, bambini troppo sicuri di sé, ecologisti senza scrupoli, operai in scenari da fantascienza, criminali che esaltano le folle. Raccontare l’Italia vuol dire raccontare un paese sospeso tra il desiderio mai realizzato di emancipazione civile e il viscerale richiamo di uno spirito arcaico. Vuol dire parlare di una nazione che si trasformando senza modelli da seguire, senza tradizioni con cui confrontarsi. Vuol dire scoprire i conflitti profondi che si celano dietro le facili rappresentazioni dei telegiornali. Illegalità e legalità, diritti civili e sopruso, culto dell’immagine e impegno sociale. La speranza di un futuro possibile e la disillusione di una nazione allo sbando.

 

Articolo del 20 Aprile 2009 da  differenza.org

Il triangolo delle Bermude

Mafia – sostantivo femminile #1: «Scandalo a Filadelfia» di Alberto Nerazzini racconta di come si possa sparire tra Lamezia e Vibo

(“Il corpo e il sangue d’Italia” a cura di Christian Raimo – Editore Minimum Fax)

di Gian Maria Tosatti

Recensire un solo racconto all’interno di un’antologia potrebbe sembrare una operazione politicamente scorretta e potrebbe far desumere che il resto non valga neppure una riga di analisi. E invece è tutto l’opposto. Almeno in questo caso, perché il testo in questione è un racconto contenuto in una delle raccolte di Minimum Fax, ossia di quella casa editrice che ha letteralmente resuscitato il concetto di antologia per farne uno strumento letterario d’indagine sul presente. Così che questa, come le altre raccolte dell’editore romano finiscono per essere abissi tascabili entro cui infilare di tanto in tanto il naso, un po’ a caso, senza la necessità di una lettura progressiva. E il libro in questione, ossia Il corpo e il sangue d’Italia, uscito alla fine del 2007, ne è evidentemente un esempio. A comporlo, sotto la cura di Christian Raimo, cui si deve gran parte del merito di questo restyling editoriale, sono un gruppo di giornalisti che hanno cercato di trovare una forma letteraria per raccontare storie reali che potessero fungere da osservatorio privilegiato su un paese che quotidianamente sfugge a se stesso pur non facendo altro che parlarsi addosso.

E dell’unico racconto di cui si parlerà in questa recensione, la cosa che forse colpisce di più è l’accenno rapidissimo che l’autore fa ad una videocassetta vista a casa della famiglia di Valentino Galati, un ragazzo scomparso (letteralmente) nel quadro della particolare storia di mafia (‘ndrangheta per la precisione) che è oggetto della storia. Quando il televisore viene acceso Alberto Nerazzini ha appena condotto una crudissima intervista alla madre del ragazzo. Per tutto il tempo, domanda dopo domanda, una donna in nero, con le sue mezze risposte ha dato uno dei più lancinanti ritratti di cosa sia la mafia. Nelle sue esitazioni di fronte alle domande del giornalista che le chiedeva conto dell’omicidio del figlio da parte dei suoi vicini di casa, la famiglia del boss, c’era la rabbia e l’impotenza, il disorientamento e la consapevolezza. Nerazzini per circa dieci pagine insiste, provoca la donna, in modo quasi insopportabile per chi non abbia l’ostinazione del reporter a far uscire la verità e tutti i suoi risvolti, per chi non abbia lo stomaco del chirurgo che per fare l’autopsia deve aprire in due il corpo di un uomo e frugarci dentro. Alla fine, la tensione si allenta. Nel videoregistratore una delle figlie della donna mette la videocassetta su cui si susseguono i diversi interventi televisivi fatti dalla madre a seguito della scomparsa del fratello. E’ sempre la stessa intervista. Il tema non può cambiare, eppure nel pomeriggio di Rai Uno, per un quarto d’ora, il conduttore della trasmissione, anch’egli un giornalista, uno con lo stesso tesserino di Nerazzini, riesce a condurre un dialogo senza mai far emergere l’ombra della mafia. Neppure un accenno, neppure un’allusione.
Dopo pochi capoversi il racconto si chiude. Questo piccolo dettaglio, queste cinque righe tra sessanta pagine mettono il sigillo sull’intera vicenda e spiegano da una parte il perché l’autore fa il mestiere che fa e dall’altra definiscono il valore di questa piccola inchiesta trattata come un racconto letterario. Eccola lì a confronto la stessa storia vista da due angolazioni diverse. In una non c’è niente se non appunto una scomparsa, nell’altra c’è appunto un racconto di «corpo e sangue».
Per conoscerlo bisogna andare un po’ indietro, bisogna raccontare la storia di un altro ragazzo scomparso, uno la cui madre non ha avuto esitazione a rompere il silenzio a fare nomi e cognomi a sfidare l’omertà di tutti. Santo Panzarella come Valentino Galati scompare nel nulla un pomeriggio di primavera. Che fine ha fatto lo racconterà tempo dopo un testimone dell’esecuzione senza però raccontarne i motivi. Alla base di tutto c’è una donna, Angela Bartucca, moglie del capoclan di Filadelfia (che non si trova negli Stati Uniti, ma incastrata tra le province di Lamezia Terme e Vibo Valentia), donna bellissima, capelli neri e occhi dello stesso colore, figura umana, quasi animale, in cerca di un amore che non riesce a provare per un marito che passa lunghissimi soggiorni in carcere. E’ lei la misteriosa fidanzata di cui alcuni picciotti parlano senza farsi capire pochi giorni prima di sparire nel nulla. E’ così che va. Così raccontano quelle due madri così diverse, chiuse dal destino in un tagliente triangolo femminile che getta una luce bruciante su un mondo fatto di ombre, di lati oscuri. Attorno una massa indistinta di personaggi che regolano conti, che «fanno pulizia» dell’onore del boss la cui donna «non può» tradire e se lo fa allora la controparte deve sparire, diventare nessuno appunto. Ed ecco la semplice trama di questa storia di corpi mai trovati, dove tutto sembra chiaro solo a chi legge il racconto a centinaia di chilometri da quella terra in cui anche una madre con un figlio ucciso può dire solo mezze verità.

Nerazzini, con una puntualità che gli è consueta quando fa il giornalista (ricordiamo il documentario La mafia bianca di cui ci occupammo nell’anno 1 numero 6) mette in fila tutti gli indizi, tutti i dettagli di un racconto che riesce a tenere il ritmo avvincente di una prosa letteraria rubando il respiro al lettore dall’inizio alla fine. Ci sono i fatti, sì, ma anche tutte quelle sfumature di cui talvolta le storie di cronaca hanno bisogno per poter essere comprese sul serio, per poter mostrare i moventi di una macchina omicida come la mafia, che, per quanto sia difficile crederlo è composta da esseri umani, uomini e donne di «corpo e sangue».