IL GIUDICE E LA MAFIA – DIARIO DI UNA GUERRA di Giovanni Falcone

IL GIUDICE E LA MAFIA – DIARIO DI UNA GUERRA
di Giovanni Falcone

Articola da LA STAMPA  del 12 Maggio 1991

IL discorso del presidente Cossiga alla Festa della polizia, seguito ai tragici fatti di Taurianova e all’emozione che hanno suscitato nell’opinione pubblica, ha avuto il merito di riaprire, al livello più alto, il confronto sui rimedi da adottare per affrontare la lotta alla criminalità. Si discute in particolare su questo: sono sufficienti le leggi esistenti per fronteggiare un’ondata criminale in continua ascesa, o è ormai necessario il ricorso a leggi eccezionali?

La domanda è legittima. Ma vi è il rischio che, nelle more di un dibattito pur utile, ma certamente non facile né breve, sulle leggi da fare, non si trovino le energie necessarie per applicare e far rispettare quelle vigenti. In realtà, il momento organizzativo e professionale delle strutture anticrimine è decisivo per i risultati, così come la concretezza degli obiettivi. Se si vuole imprimere un’inversione di tendenza alla situazione sociale di regioni ormai da tempo in mano al potere mafioso, bisogna finalmente iniziare a imporre l’ossequio della legge ordinaria, garantire già oggi la presenza dello Stato attraverso una delle sue funzioni primarie: la giustizia. Un discorso del genere, volto a razionalizzare l’esistente, a riunificare gli sforzi e a coordinarli sul serio verso lo scopo più importante, è tutt’altro che minimalista. Le risorse ci sono: vogliamo riordinarle indirizzandole verso un lavoro corale, o pensiamo che in un quadro così grave ognuno possa continuare ad andare per conto suo e ad applicare le sue personali vedute sul fenomeno mafioso?

Ad esempio, si dice: lo Stato ha riempito di poliziotti il Sud e non è successo niente. Ma mi chiedo: quante sono le forze di polizia di Palermo, Napoli, Reggio Calabria o altre città a rischio che sono impiegate effettivamente in indagini sulla criminalità organizzata? E quanti i magistrati? E con quale professionalità? Il problema è veramente serio. E sbaglierebbe chi dicesse che viene posto in questi termini solo per ragioni di polemiche politiche strumentali e di basso profilo. Poiché invece, nel momento in cui, per motivi drammatici, è venuto alla ribalta nazionale, si deve cercare di affrontarlo concretamente.

In Germania una parte non secondaria del nuovo piano anticrimine del governo è dedicata al problema del coordinamento nell’organizzazione della lotta alla droga. Si prevede un potenziamento e un miglioramento della struttura dei pubblici ministeri, con sezioni di magistrati specializzati collegate fra loro. Ciò, per evitare che il rafforzamento degli organici di polizia e l’aumento in quantità e qualità dell’intervento repressivo trovino un freno, o un imbuto, o una minore efficacia, nelle carenze di struttura dei pubblici ministeri. E si pone l’accento sulla necessità di corsi di aggiornamento professionale “per trasmettere ai pm le conoscenze specifiche sulla criminalità legata alla droga».

L’esperienza ci insegna del resto che quasi mai una nuova legge si rivela da sola un rimedio efficace al male che si vuole affrontare. Nel 1982, sull’onda dei barbari omicidi di Pio La Torre e poi di Carlo Alberto Dalla Chiesa e della moglie, è stata varata la legge Rognoni La Torre. In quell’occasione lo Stato ha scelto di dare una risposta legislativa in tempi brevissimi all’escalation mafiosa, rendendo obbligatori per tutti i giudici inquirenti certi metodi, certe tecniche, certi orientamenti che fino a quel momento erano stati affidati alla discrezionalità del magistrato. La legge prevede fra l’altro accertamenti patrimoniali e bancari, sequestri e confische, diretti a colpire l’aspetto finanziario del crimine organizzato: in altri termini, il denaro della droga e delle altre attività illecite.

Non v’è dubbio che si tratta di una legge utile, pur essendone forse discutibili alcune scelte sotto il profilo tecnico. Ma alla stessa, per consentirle di dispiegare tutta la sua efficacia, dovevano seguire provvedimenti amministrativi e organizzativi, a cominciare da un serio addestramento professionale per le indagini patrimoniali e bancarie. Tutto ciò è avvenuto finora in misura largamente insufficiente; e nel frattempo le organizzazioni criminali hanno reso ancor più sofisticati i loro accorgimenti per eludere queste indagini.

L’introduzione poi, con questa legge, di una nuova figura di reato – l’appartenenza ad associazione mafiosa (art. 416 bis del Codice penale) – ha determinato nuove e non lievi difficoltà. Non tutti forse si rendono conto quanto sia difficile per la pubblica accusa provare che un soggetto, da un lato appartiene a un’organizzazione criminale, e dall’altro che quest’ultima, per ottenere i suoi scopi, si avvale del metodo mafioso, cioè dell’intimidazione con conseguenti condizioni di assoggettamento e di omertà fra i cittadini. E le difficoltà si sono enormemente accresciute col nuovo processo penale, che, essendo ispirato ai principi della creazione della prova al dibattimento, è difficilmente compatibile con l’accertamento dei  reati associativi, quasi sempre affidato a elementi indiziari.

Ecco quindi perché nei Paesi in cui il processo penale è di tipo accusatorio, come il nostro attuale, le strategie di contrasto della criminalità organizzata puntano alla condanna dei responsabili per i reati specifici di criminalità organizzata (omicidi, estorsioni, traffico di droga e così via) e non già a portarli a giudizio esclusivamente per i reati associativi. Va da sé che questo cambio di strategia esige un adeguamento organizzativo delle forze di polizia e degli uffici del pubblico ministero: più uomini, ma soprattutto più professionalità e più collegamento fra le indagini.

È auspicabile che nel nostro Paese il dibattito si incentri su questi ed altri reali problemi della lotta alla criminalità organizzata; senza eluderli, ancora una volta, con le solite fughe in avanti e con le inutili polemiche dettate dall’emozione del momento.

Giovanni Falcone

 

 

 

Fonte: archiviolastampa.it
Articolo del 13 maggio 1991
SE L’ITALIA PERDE IL SUD
di Alessandro Galante Garrone
STATO E CRIMINALITÀ

L’editoriale del giudice Giovanni Falcone che ieri abbiamo letto su queste colonne non è una solenne apostrofe di bella ma inutile retorica, e neanche un patetico grido di angoscia, ma il virile richiamo di chi ha speso anni e anni della propria vita, esponendola – come tutti sanno – a un rischio mortale, per combattere la mafia sul campo, radunando attorno a sé le forze più risolute della magistratura e della polizia, e che aveva saputo creare un efficace strumento di azione, al di là delle inveterate lungaggini burocratiche e dei torbidi legami tra mafia e politica. Uno strumento malauguratamente osteggiato e indebolito.

Alla luce di queste vissute e spesso tragiche esperienze, ci sembrano pienamente accogligli le conclusioni a cui egli giunge.

Il primo, urgente, improcrastinabile problema non è quello di dar mano a leggi eccezionali, e, ancor meno, destinate a qualche regione del Sud, ma piuttosto di «finalmente iniziare a imporre l’ossequio della legge ordinaria, e garantire già oggi la presenza dello Stato attraverso una delle sue funzioni primarie: la giustizia».

Il dilemma non poteva essere esposto con più perentoria e convincente chiarezza. Si tratta, insomma, di garantire, fin da oggi, la presenza dello Stato là dove essa sembra ormai dileguarsi nel nulla; e garantirla non con le solite «fughe in avanti», con le «inutili polemiche dettate dall’emozione de’ momento», bensì con immediati interventi basati sull’esistente, che attende soltanto di essere compiutamente e seriamente «razionalizzato». Questo ci pare il dovere che incombe su tutti, dal primo all’ultimo cittadino.

Detto questo, dobbiamo domandarci: ma perché proprio nelle regioni meridionali lo Stato è ormai quasi inesistente? Non c’è nulla di esagerato in questa nostra realistica constatazione. Ricordo un episodio di alcuni anni fa. Leonardo Sciascia mi aveva scritto amichevolmente confutando un mio articolo apparso su questo giornale con titolo Lo Stato comincia da noi. Mi diceva (e cito a memoria, con qualche approssimazione): «Sì, certo, lo Stato comincia da noi; anzi, per me, comincia addirittura da me stesso. Ma che cosa è ormai diventato questo Stato nella mia Sicilia, e che cosa ho io a che fare con esso?». Oggi debbo riconoscere che Sciascia aveva già qualche buona ragione dalla sua.

E così il discorso si sposta. Ma perché proprio lì e non nel Trentino, o nel Piemonte e Valle d’Aosta, o in Lombardia? È un discorso che, a volerlo fare in termini di riflessione storiografica (tante volte affrontato, da Gaetano Salvemini e Giustino Fortunato a Giuseppe Galasso), ci porterebbe troppo lontano. Limitiamoci a questi nostri tempi, lasciando da parte le stantie rampogne di un antimeridionalismo quasi razzistico, oggi risfoderate a nuovo da caotici e rozzi schieramenti politici del Nord Italia, che offendono l’intelligenza critica e la dignità civile di tanti cittadini pensanti. Basterebbe l’esempio di un uomo come Falcone a ridicolizzare per sempre certi assiomatici giudizi, mi si passi la parola, disgustosi. E non si tratta, si badi bene, di pochi degnissimi individui, di eccezioni che «confermano la regola». Avete visto alla tv le ragazze di Taurianova, avete sentito la protesta di tanti giovani siciliani e calabresi e napoletani? A questi cittadini dobbiamo tutti unirci in un sentimento di solidarietà profonda. Non sono terre coloniali, alle quali si debba portare la luce di una superiore civiltà. Siamo tutti fatti della stessa pasta umana, nel bene e nel male. Certe tendenze criminali possono più facilmente allignare nelle aride contrade del Sud, ottenebrate da secolari oppressioni e miserie. Ma altre tendenze delittuose, di natura magari più subdola, occulta e sofisticata, e non meno degradante, si insinuano nelle banche o in grandi complessi finanziari del Nord. Le diversità fra loro dipendono da ragioni storiche e socio-economiche. Sono tutti problemi, gli uni e gli altri, che sempre più coinvolgono l’intera compagine nazionale.

Dobbiamo, dunque, insieme sentirci impegnati in questa lotta da cui dipende l’avvenire del nostro Paese. Si pensi, per un momento, alla legge Rognoni-La Torre, e a quel che ne dice Falcone. La stessa intitolazione di questa legge che congiunge i due bei nomi di un lombardo e di un siciliano – sembra simboleggiare quell’unità nazionale che dobbiamo rafforzare giorno per giorno. Non dimentichiamo che la stessa Resistenza armata, conclusa nell’Italia del Nord, è cominciata con le giornate di Napoli. E pensiamo anche ai tanti operai e artigiani meridionali immigrati a Torino, dei quali abbiamo potuto ammirare la laboriosità, l’intelligenza, l’onestà. Sia infine consentito a questo vecchio giudice piemontese di dire grazie a Giovanni Falcone per le sue rincuoranti parole.

 

 

 

Fonte:  archiviolastampa.it
Articolo 16 maggio 1991
LO STATO INGRASSA LA MAFIA
di Mario Deaglio
L’ECONOMIA NEL SUD

PROVIAMO per un momento a immaginare qualcosa che di solito non abbiamo ottimismo sufficiente per immaginare: che la guerra alla Mafia – efficacemente descritta qualche giorno fa su queste colonne dal giudice Falcone – sia stata finalmente vinta; che in Campania, Calabria e Sicilia siano del tutto cessati omicidi e «lupare bianche» e si passeggi per strada con tranquillità; che il gigantesco giro degli appalti truccati, del traffico di droga, delle connivenze politico-amministrative sia stato spezzato. Il Paese si congratula, ci sono brindisi e discorsi, il sorriso fa la sua comparsa persino sul viso, ora perennemente corrucciato, del ministro dell’Interno.

E poi? Finita la festa, si scopre che il numero dei senza lavoro del Mezzogiorno è aumentato, perché le decine, forse centinaia di migliaia di persone implicate in attività mafiose si trovano improvvisamente con minori redditi e senza prospettive; ancor più di prima, i giovani oziano nei bar e sulle piazze, senza nulla da fare; qualcuno di loro ricomincia a pensare alla droga e al contrabbando. E tutto riprende daccapo, come in Sicilia dopo i successi del prefetto Mori.

L’azione delle forze dell’ordine e della giustizia può rappresentare, infatti, solo la prima fase di un vero processo di estirpazione della Mafia; risulta inevitabilmente sterile se non è accompagnata e seguita dallo sviluppo economico. E’ perfino inutile che lo Stato si prenda la briga di iniziare seriamente la guerra per il controllo dei territori mafiosi se poi non ha nulla da proporre agli abitanti di quei territori.

La soluzione finora tentata per le zone mafiose è stata quella di un fortissimo assistenzialismo: sussidi, sovvenzioni, pensioni per invalidità fasulle e un numero sterminato di posti di guardia forestale, netturbino, portantino, usciere sono stati concessi senza alcuna logica produttiva e senza badare a spese. Si sono così aumentati i consumi, fino a portarli talora a livelli non lontani dalla media italiana, senza però parallelamente stimolare produzione e produttività. Per conseguenza, si può oggi parlare con ragione di parassitismo per certe zone del Sud.

Al di là degli aspetti più chiaramente delinquenziali, la Mafia può essere interpretata come la risposta a un simile, dissennato assistenzialismo. Visto che in queste aree l’economia cresce solo se crescono le elargizioni, la società si organizza per accaparrarsi con ogni mezzo, lecito o illecito, elargizioni sempre crescenti. Si inventano sempre nuove, preferibilmente facili, occasioni di spesa, si eleggono i politici che promettono la maggiore quantità di nuove spese, indipendentemente dalla loro utilità. L’aspetto più disperante della realtà delle zone mafiose non è il drammatico stillicidio di morti ammazzati bensì l’indifferenza diffusa con cui anche i non mafiosi sovente accettano, favoriscono e perfino invocano lo spreco pubblico.

L’uscita da una simile prassi e mentalità assistenziale è forse più importante dell’opera giudiziaria, dell’azione di polizia. Essa comporta in primo luogo il raggiungimento di un’efficienza accettabile nelle amministrazioni statali e locali, sovente a livello vergognoso: portantini, guardie forestali e netturbini e tutti gli altri dipendenti pubblici devono lavorare effettivamente e non devono essere pagati se non lavorano.

Deve inoltre essere possibile trasferirli ad altre attività se risultano, come spesso succede, in soprannumero. Il ripristino delle note di qualifica e dell’avanzamento per merito, importante per tutta l’amministrazione pubblica italiana, è essenziale per il Mezzogiorno.

Il settore pubblico può così iniziare ad essere risanato dall’interno. Il settore privato va rilanciato non mediante l’intervento diretto dello Stato, rivelatosi così dannoso, bensì mediante un uso più efficiente degli strumenti creditizi, specie nei confronti delle piccole imprese.

Una politica diversa da parte delle banche nella concessione del credito è indispensabile per favorire la crescita di una nuova classe imprenditoriale in aree del Paese nelle quali gli imprenditori sono ora costretti a subire pesanti intimidazioni.

Senza questi rimedi, apparentemente modesti e di basso profilo, le vittorie sensazionali contro le manifestazioni più violente della criminalità, vittorie che ci auguriamo tutti essere comunque prossime, dureranno quanto può durare una scritta sulla sabbia.

 

 

 

 

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