IO RICORDO Parlano i familiari delle vittime di mafia

IO RICORDO Parlano i familiari delle vittime di mafia
a cura di
Giada Li Calzi, Ruggero Gabbai, Arianna Pabis

In collaborazione con Fondazione Progetto Legalità onlus
in memoria di Paolo Borsellino e di tutte le altre vittime della mafia

Ed. Lupetti – Editori di Comunicazione

Una Sicilia diversa: quella che paga un altissimo tributo di sangue e dà prove intense di coraggio e passione civile.
Vent’anni dopo le stragi che uccisero Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, esce il libro che raccoglie le testimonianze dei familiari di vittime della mafia, a loro volta protagonisti del film Io ricordo.
Testimonianze importanti che offrono uno spaccato delle oltre trecento storie che devono essere raccontate e i cui nomi, per questo, sono ricordati in copertina. Ogni racconto è contestualizzato da un inquadramento storico, politico e giornalistico curato da Arianna Pabis e introdotto da Ruggero Gabbai, regista del film.
Un libro attualissimo per evitare che si affermi il pensiero che le mafie siano affare di pochi e questione solo di magistrati, o che la notizia di una vittima di mafia possa fermarsi allo spazio della cronaca, senza tradursi in inchiesta e testimonianza civile.
Diceva Paolo Borsellino che “non sono le istituzioni a far grandi gli uomini, ma gli uomini a far grandi le istituzioni”.
Chi non ricorda non sa. Chi sa non deve dimenticare.
Perché “le parole volano, gli scritti restano, ma gli esempi educano”. E questo Paese ha bisogno di tornare ai buoni esempi.

Gaetano Paci
(Magistrato, presidente di Fondazione Progetto Legalità onlus)

Io ricordo racconta le storie di Antonino Agostino e la moglie Ida Castellucci i cui genitori sono ancora in attesa di verità; Giuseppe Alfano, giornalista scomodo in provincia di Messina; Roberto Antiochia poliziotto rientrato dalle ferie dopo l’omicidio di Beppe Montana e ucciso nell’agguato al commissario Ninni Cassarà; Barbara Rizzo con i gemelli Salvatore e Giuseppe Asta uccisi per un’autobomba destinata al giudice Carlo Palermo; Paolo Borsellino, insieme alla sua scorta, la cui vicenda è di profonda attualità; Pietro Busetta cognato di Tommaso Buscetta vittima della vendetta trasversale della mafia; Rocco Chinnici, magistrato, per primo intuì la necessità di lavorare in squadra e andare nelle scuole; Giuseppe Di Matteo, sciolto nell’acido a 14 anni dopo 779 giorni di prigionia; Giovanni Falcone, ucciso con la moglie insieme alla scorta facendo saltare in aria un pezzo di autostrada; Mario Francese, tra i primi a intuire,da giornalista, la scalata al potere dei corleonesi; Salvatore e Giacomo Frazzetto, dissero no a un estorsore; Paolo Giaccone, non accettò di mutare la perizia medico-legale che inchiodava un boss; Boris Giuliano, poliziotto di razza,individuò il flusso di denaro e le rotte della droga; Libero Grassi, disse pubblicamente no al racket e fu isolato dagli altri industriali; Vito Ievolella, carabiniere, ucciso con un colpo alla schiena; Peppino Impastato, morto “suicida” sebbene l’avessero ammazzato; Carmelo Iannì, albergatore, fece smascherare i mafiosi che producevano la droga; Giuseppe La Franca, si rifiutò di cedere la terra al boss della zona; Pio La Torre, si battè per togliere le ricchezze ai mafiosi; Giovanni Lizzio commissario a Catania ucciso una settimana dopo Borsellino; Giuseppe Montalto, poliziotto penitenziario, non faceva favori ai boss in cella; Giuseppe Montana commissario di polizia, intuì che i latitanti non si allontanavano dal territorio; Antonio Montinaro, caposcorta di Falcone; Francesco Pepi, imprenditore agricolo, disse no al pizzo; Antonino Saetta, primo magistrato della giudicante ucciso mentre era insieme al figlio Stefano; dopo Gaetano Costa, il secondo magistrato a essere ucciso, sarà Cesare Terranova insieme all’agente di scorta Lenin Mancuso; Francesco Vecchio dirigente d’azienda, si rifiutò di voltare la testa dall’altra parte.

Questo libro, i cui proventi del diritto d’autore sosterranno il lavoro della Fondazione, è dedicato a loro e a tutte le altre vittime della mafia.

Progetto Legalità nasce nel 2003, grazie all’impegno dell’Associazione Nazionale Magistrati di Palermo. Nel 2005 si
trasforma in Fondazione e diventa onlus nel 2008. Supporta le scuole offrendo loro gratuitamente metodologie, percorsi,
materiali per fare educazione alla legalità, alla convivenza civile, alla cittadinanza attiva e responsabile. Il progetto,
che si autofinanzia, ha sinora coinvolto oltre 4.500 classi di tutta Italia in percorsi aperti anche alle scuole carcerarie.
Attualmente il presidente è Gaetano Paci, magistrato presso la Procura della Repubblica di Palermo.

 

 

Prefazione di Ferruccio De Bortoli
Vent’anni fa l’orrore delle stragi di Capaci e di via d’Amelio fu come un macigno che improvvisamente schiacciò le nostre vite pubbliche fino a gettarle nello sconforto totale. Chi mai avrebbe potuto sostituire quelle figure così limpide e coraggiose? Dove avremmo trovato un altro Falcone, un altro Borsellino? Vent’anni dopo, possiamo dire che lo Stato, la sua battaglia contro l’organizzazione mafiosa la stia faticosamente vincendo. Esagerato? No, non credo. Di certo non l’ha persa. Ha reagito, molti capi mafiosi sono stati assicurati alla giustizia, diverse cosche sono state disarticolate. Lo stesso, purtroppo, non può dirsi per la ’ndrangheta e per la camorra, anche se alcuni risultati di rilievo, su questi fronti, sono stati certamente ottenuti. E se ciò è accaduto, se molti criminali sono stati catturati e processati, lo si deve ai tanti magistrati coraggiosi che hanno lavorato, soprattutto nel silenzio e nell’anonimato, ai numerosi investigatori, preparati e tenaci, ai semplici rappresentanti dell’autorità statale o ubblica, oscuri ma nobilissimi servitori della nazione, che hanno reso possibile una seppur timida reazione della società civile, soprattutto in Sicilia. La sta vincendo lo Stato, questa guerra infinita contro la mafia, nonostante la cortina di dubbi che avvolge il comportamento avuto vent’anni fa da alcuni dei suoi uomini, politici e non, valenti esponenti delle forze dell’ordine, sospettati in qualche caso di essere addirittura complici dei criminali. Vi fu o no allora un patto fra Stato e mafia, per limitare l’applicazione delle norme sul carcere duro?
L’esperienza di questi anni ha dimostrato che non è vero che le leggi non sono efficaci. Quella che ha determinato il sequestro dei beni della mafia ha avuto effetti determinanti. Ma questo lento processo, moderatamente positivo, può subire improvvise battute d’arresto, distrazioni, ripensamenti. La crisi economica è terreno fertile per ogni tipo di organizzazione illegale. Il crimine ha il suo welfare state. Offre alternative di lavoro, protezioni, persino un reddito minimo assicurato alle famiglie dei suoi eserciti locali. È in grado di pagare tutto e tutti. Non conosce ostacoli, né vincoli di bilancio.
Se vogliamo che la battaglia continui, che il sacrificio di Falcone, Borsellino e di tanti altri non venga disperso in un clima di oblio favorito dalle tante emergenze della quotidianità, abbiamo, sul versante dell’impegno civile, indispensabile per non disperdere i successi dell’opera di contrasto dello Stato, una sola via. Lunga, faticosa, percorrendo la quale si può perdere facilmente la speranza, cedere alla tentazione di chiudere gli occhi e pensare ad altro, per salvare noi stessi da un epressivo scoramento. La strada scoscesa, irta di insidie, è quella del ricordo, della memoria attiva.
Le vittime della guerra alla mafia hanno idealmente ceduto il testimone ai loro cari. Le loro vite continuano nel dolore delle vedove, nella nostalgia dei figli e dei nipoti. Tutti insieme formano un immenso coro greco che molti si ostinano a non vedere. Non grida quel coro: sussurra. Non protesta: appare composto in una dignità cristallina che è già di per sé una grande lezione civica. Si limita a proporci la visione di tante pagine di storia strappate, come le vite dei loro cari, disperse per disattenzione o riscritte – e questa è la considerazione più grave e amara – dagli stessi carnefici, dai complici diretti o indiretti della mafia e delle altre organizzazioni criminali.
L’oblio sui nomi di tante vittime, accompagnato dalla fama, spesso ostentata e ambigua, di tanti assassini, equivale a un oltraggio continuo, a una violenza protratta nel tempo. Lo sputo dell’ingiustizia.
Questo lo scopo di una pregevole iniziativa editoriale. Semplice nella sua grande ambizione: far rivivere, attraverso le testimonianze dei familiari, le storie di tante vittime, l’ansia di giustizia frustrata troppo a lungo, l’assenza spesso dolorosa dello Stato. La memoria non fa giustizia, non completa sentenze lacunose o ripara processi mal istruiti. Contribuisce, però, a creare un racconto condiviso, a far crescere nella società, specie in quella meridionale, una coscienza diffusa di legalità vincente. Non ce ne facciamo nulla di quella perdente. Vorremmo che nelle generazioni più giovani si affermasse la convinzione che la legge può essere aggirata, calpestata e vilipesa, ma alla fine vince e premia le persone per bene. Come le tante, non farò alcun nome perché dovrei farli tutti, che rivivono in questa opera di Li Calzi, Gabbai e Pabis, in una sorta di risurrezione civile. E loro vivranno in noi se noi sapremo essere moralmente all’altezza del loro sacrificio. Quest’opera ce ne mostra la strada. Impervia e faticosa, ma l’unica in uno stato di diritto e in un Paese civile.

 

 

 

IO RICORDO

IL FILM – TRAILER UFFICIALE

regia di Ruggero Gabbai per Indiana Production e Fondazione Progetto Legalità Paolo Borsellino.

 

 

 

 

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