La città marcia. Racconto siciliano di potere e mafia di Bianca Stancanelli

Marsilio Editore, 2016

La Palermo degli anni Ottanta, in una Sicilia trasformata nella sede della più grande base di missili nucleari della Nato in Europa, era un crocevia di affari e intrighi tra politici, imprenditori, burocrati e mafiosi. Mai come in quella stagione Cosa Nostra ha fatto politica, impugnando le armi per soffocare nel sangue e nel terrore ogni volontà di cambiamento. Sotto i suoi colpi, il 12 gennaio 1988, cadde Giuseppe Insalaco, un democristiano che aveva bruciato le tappe di una fortunata carriera nel partito di Salvo Lima e Vito Ciancimino, fino a diventare sindaco. Giuseppe Insalaco, nei suoi 101 giorni alla guida del Municipio si era ribellato ai suoi padrini, sfidando a sorpresa i padroni degli appalti. Disarcionato da un’inchiesta giudiziaria, espulso dalla politica, aveva cominciato a raccontare i segreti dei rapporti tra mafia e potere. Giuseppe Insalaco fu fermato con quattro colpi di pistola. Ricostruire la sua storia, fin qui offuscata da una potente ‘damnatio memoriae’, è tanto più necessario nel momento in cui al Quirinale siede un siciliano come Sergio Mattarella che dalla ferocia di quegli anni è stato colpito in prima persona, con l’assassinio del fratello Piersanti, il presidente della Regione che sognava una Sicilia “con le carte in regola”.

 

 

Fonte:  tempostretto.it
Articolo del 23 maggio 2016
“La città marcia”, il libro di Bianca Stancanelli sulla Palermo degli anni ’80

Una Corte d’Appello gremita ha accolto Bianca Stancanelli a Messina, per presentare il libro “La città marcia”, grazie ad una iniziativa dell’Ordine degli avvocati

“Chi controlla il passato controlla il futuro”. Questa frase tratta da “1984” di George Orwell, scelta da Bianca Stancanelli come incipit del suo libro, racchiude la ragione che la porta a raccontare storie come quella dell’omicidio del sindaco di Palermo Insalaco protagonista del suo ultimo libro “La città marcia”. Lo ha spiegato l’autrice a chiare lettere in una Corte d’appello gremita di avvocati e non solo, nel corso di un incontro organizzato, grazie alla collaborazione della libreria Bonazinga, dalla Scuola Forense coordinata dall’avvocato Aurelio Maiorana, nell’ambito degli appuntamenti culturali.

Ad accogliere la giornalista e scrittrice messinese- già cronista del “l’Ora” di Palermo e inviata del settimanale Panorama, autrice, tra gli altri di quello che Daniela Bonazinga ha definito un “best seller” “A testa alta”, il libro su Don Pino Puglisi- il presidente dell’ordine degli avvocati Vincenzo Ciraolo, il consigliere Paolo Vermiglio e Daniela Bonazinga. A dialogare con la scrittrice scandagliando i punti cruciali del suo libro l’avvocato Pompeo Oliva.

“Solo capendo e studiando quello che è accaduto in passato- ha detto Stancanelli- siamo in grado di decodificare quanto accade ai giorni nostri. L’attentato al presidente del Parco dei Nebrodi, Giuseppe Antoci, ci porta indietro di tanti anni. Ci fa riflettere sul fatto che la mafia è ancora presente e pericolosa. E ancor più forte si sente l’esigenza di capire i fatti di allora per leggere meglio la realtà che ci circonda”.

E questo fa Bianca Stancanelli in un libro avvincente che racconta la Palermo degli anni ’80. Quel”La città marcia” nella quale si forma Giuseppe Insalaco, giovane democristiano che aveva bruciato le tappe nel partito di Salvo Lima e Vito Ciancimino sino a diventare sindaco. Arrivato al potere, però, qualcosa si era rotto in lui tanto da portarlo a opporsi al “sistema”.

Nei suoi centouno giorni al potere si era ribellato ai suoi padrini, aveva cercato di cambiare le cose, aveva sfidato i padroni degli appalti. Disarcionato da un’inchiesta giudiziaria che lo vedeva coinvolto, espulso dalla politica, aveva cominciato a raccontare i segreti dei rapporti tra mafia e potere, fino ad essere “fermato” da 4 colpi di pistola. Era 12 gennaio del 1988.

“La mafia non gli perdonò questo colpo di testa perché- ha ricordato Stancanelli- la mafia è guardiana della immobilità di questa terra. Interrompe ogni processo di cambiamento e usa ogni mezzo per farlo. L’unico tributo allora che può dare chi fa il mestiere del giornalista è in termini di ricostruzione della memoria”. E avere un luogo privilegiato come quello di un’aula magna di una Corte d’appello per discutere di questi temi è anch’esso simbolo di volontà di cambiamento. Perché “il diritto è padre della libertà e figlio della cultura” e allora in uno Stato di diritto è fondamentale “fare cultura” invitare a riflettere, aprire le porte dei tribunali, delle Corti d’appello e invitare all’approfondimento di temi come questo. “Anche con questi eventi- hanno evidenziato Ciraolo e Vermiglio- vogliamo dare il contributo dell’Ordine degli avvocati alla città”.

 

 

Fonte:  mafie.blogautore.repubblica.it
Articolo del 4 gennaio 2019
La città marcia
di Bianca Stancanelli

C’era una volta il mito del “terzo livello”, formula seducente per indicare una sorta di direttorio sovraordinato alla mafia militare e capace di dirigerne le strategie. Il nuovo millennio l’ha sepolto negli archivi, giudicandolo inservibile per decifrare le dinamiche criminali.
C’è adesso, più concreta e temibile, la “zona grigia”, tenebroso territorio di ombre in cui convergono le relazioni di potere, le alleanze e le complicità che danno alla mafia la sua capacità di resistenza e la sua forza. Evocata in inchieste e processi, dalla sentenza sulla trattativa Stato-mafia alla vischiosa ragnatela di alleanze tessuta da Antonello Montante, dai depistaggi nelle indagini sul delitto Borsellino alla rete di complicità che proteggono la latitanza di Matteo Messina Denaro, la “zona grigia” si rivela tuttora largamente impenetrabile. Per oltrepassarne la frontiera, il magistrato Nino Di Matteo ha auspicato l’ingresso sulla scena giudiziaria di “un pentito di Stato” – che, forse, per la quantità e la qualità dei segreti che dovrebbe rivelare, potrebbe assimilarsi a un kamikaze.
Eppure, nella lunga storia di Cosa nostra siciliana, c’è almeno un’occasione in cui un personaggio di quel genere si è manifestato ed è stato abbattuto a colpi di pistola. È successo trent’anni fa, a Palermo, quando Giuseppe Insalaco, democristiano, sindaco della città per cento giorni, nemico giurato di Vito Ciancimino, in attesa di essere processato per truffa, cominciò a dire che avrebbe utilizzato il palcoscenico giudiziario per raccontare tutto ciò che sapeva – ed era molto – sui rapporti tra la mafia e la politica. Quattro colpi di pistola, il 12 gennaio 1988, misero fine a quel progetto temerario. E che il trentesimo anniversario di quel delitto (“un delitto che non può che essere stato deciso a livelli altissimi”, commentò a caldo Paolo Borsellino) sia scivolato via sotto silenzio, dice più dell’imbarazzo che dell’oblio che tuttora circonda le vicende dell’unico sindaco di Palermo ucciso nel Novecento.
Per forzare quell’imbarazzo, e scongiurare l’oblio, ho voluto ricostruire la storia di Giuseppe Insalaco in un libro, La città marcia, pubblicato da Marsilio nel febbraio 2016. Qualcosa si è mosso: nell’ottobre di quell’anno, il sindaco Leoluca Orlando ha finalmente inaugurato una targa-ricordo nel luogo dell’assassinio e, nella primavera 2017, il Comune di San Giuseppe Jato, paese natale di Insalaco, lo ha ricordato come vittima di mafia in una lapide innalzata in una piazza centrale. Di più, si è riconosciuto che, pur nella sua ambiguità di politico allevato nella Dc più compromessa, Insalaco aveva combattuto, da sindaco, una spericolata battaglia per spezzare il vecchio monopolio degli appalti e aprire la strada al rinnovamento e che per questo la politica l’aveva espulso e la mafia condannato a morte, in un’esecuzione che Riina scelse di affidare alla famiglia di mafia più fidata, i Ganci del quartiere della Noce.
Ambientata negli ultimi anni della guerra fredda, in una Sicilia in cui la Nato insediava la sua più grande base missilistica europea, mentre il potere dei corleonesi toccava il culmine, la storia di Insalaco ha ancora una sua profonda attualità. Perché il groviglio di intese e di interessi che finì per stritolarlo è la perfetta rappresentazione della zona grigia: un’imprenditoria famelica a caccia di appalti pubblici, una politica corrotta e complice, una burocrazia compiacente, apparati dello Stato dai comportamenti opachi. Tanto che Giovanni Falcone scrisse di intravvedere, sullo sfondo del delitto Insalaco, «gli antichi, ibridi connubi tra criminalità mafiosa e occulti centri di potere».
Per questo, forse, trent’anni dopo, quel sindaco assassinato è ancora così scomodo da ricordare.