La Méhari è un dromedario da corsa di Gennaro Prisco

Foto da napolidavivere.it

Questa è la storia di un’automobile, il cui nome è Méhari, e di un giornalista napoletano, il cui nome è Giancarlo Siani, assassinato dalla camorra il 23 settembre 1985.
Dove c’era la Méhari, c’era Giancarlo. Una simbiosi.
Quando Giancarlo fu ferito a morte, Méhari era pronta a mettersi in moto.
Invece restò ammutolita e ferma mentre il sangue bagnava i sedili in quella giornata di settembre del 1985, in piazza Leonardo, a due passi da casa.
Paolo Siani, il fratello di Giancarlo, nei giorni della tragedia e del lutto non pensò alla Méhari. A quell’automobile che Giancarlo amava molto e di cui era orgoglioso. Che il giornalista comprò nell’’82.
Fu la fidanzata di Giancarlo a trovarla in Emilia. E con lei andò con il treno a ritirarla. Di Méhari in Italia ne circolavano poche e ancora di meno a Napoli.
Erano fatti l’uno per l’altro, uomo e macchina con la stessa personalità. Con la stessa voglia di scorribandare e di lavorare. Voglia di libertà, di viaggio, di sole, di estate. Voglia di correre da un luogo all’altro per registrare, verificare, indagare. Lo stesso Paolo la usò. Méhari era Giancarlo.
Alcune settimane dopo l’agguato, la Méhari fu restituita dalla Questura alla famiglia. Paolo non volle neppure vederla. Chiese ad un amico di venderla e ne perse le tracce.
L’acquirente dell’automobile fu un signore di Filicudi. Non conosciamo l’identità di questo signore. Ha scelto l’anonimato come soglia della sua partecipazione agli avvenimenti. In questo tempo appariscente e decadente, un protagonista senza volto diffonde curiosità e affascina.
Quanti anni ha? E’ magro? E’ grasso? Biondo di carnagione? Perché la comprò? Perché la conservò funzionante per sedici anni sull’isola senza quasi mai usarla?. Mi sono convinto, ricostruendo la storia che era già tutto scritto.
Forze sconosciute affidarono a lui, e non ad altri, quella missione di conservazione di un sacrificio umano innocente della città senza innocenza. E che non c’era un luogo più protetto di una piccola isola delle Eolie per Méhari/Giancarlo dove stare in attesa.
Méhari è Giancarlo. E’ l’anima di una storia umana, l’unica testimone del vento e dei pensieri del cronista che non si accontentava delle versioni ufficiali. E che lei accompagnava ovunque.
Dov’era Méhari, era Giancarlo.

Non si nascondevano, lavoravano sotto gli occhi di chiunque. Con le attese e le ansie che accompagnano chi lavora sulla notizia, cercando i particolari dentro il contesto generale che ha prodotto il delitto, l’abuso di potere, la falsa testimonianza.
Per sedici anni della Méhari non si è saputo nulla. Credo che neanche nell’immaginazione il regista di Fortapàsc, Marco Risi, poteva pensare che proprio l’auto del giornalista sarebbe stata interprete di se stessa nelle riprese del film biografico.
Ricomparve sulla scena napoletana nel momento giusto.
C’è della magia in questa storia che si concluderà con la Méhari/Giancarlo Istallazione d’arte che darà bellezza alla vita vissuta con il fuoco della verità, della sua ricerca. Che restituirà al lavoro di giornalista la sua straordinaria funzione nella stesura del racconto umano. Al Vomero, dove visse Giancarlo.
Come ricomparve la Mèhari/Giancarlo?
Torniamo all’acquirente, torniamo a Filucudi.
Il compratore ha un amico napoletano, Michele Caiazzo, che all’epoca dei fatti, siamo nel 2009, è consigliere regionale della Campania.
Lo va a trovare nel suo ufficio di consigliere al Centro direzionale della città, ed è attratto dal libro che Michele ha sulla scrivania ben in vista, così come si tiene il crocifisso sui muri. E’ un testo che contiene la raccolta di tutti gli articoli di Giancarlo Siani, corrispondente del Mattino a Torre Annunziata.
Di questa raccolta me ne parlò il professore Amato Lamberti, il sociologo che fondò l’osservatorio sulla camorra napoletana, dove iniziò la sua carriera di giornalista Giancarlo. Il professore Amato Lamberti ci ha lasciati da qualche settimana una eredità di studio e di impegno per la legalità che arricchirà di conoscenza quanti vorranno impegnarsi per liberare le nostre terre dai clan camorristici che dispongono di un apparato repressivo diffuso ed immediatamente operante su tutto il territorio della metropoli napoletana.  Un apparato repressivo che lo Stato non ha.
Mi disse, il professore, che leggendo gli stessi articoli pubblicati da Giancarlo sul quotidiano il Mattino, in ordine cronologico e uno dietro all’altro, aveva raccolto il filo conduttore delle trame politiche istituzionali criminali di Torre Annunziata che avevano portato i Nuvoletta ad ordinarne l’eliminazione.
Michele e il suo amico cominciarono a parlare di Giancarlo, del simbolo positivo che era diventato per quanti si battono per la legalità e la democrazia.
Mentre discutevano, l’amico informò Michele che l’automobile di Giancarlo l’aveva comprata lui e che era in Sicilia.
Michele si informò delle condizioni della Méhari. L’amico gli disse che con il trascorrere del tempo, stando alle intemperie, era sbiadito il colore verde, ma che per il resto era a posto. Michele allora chiese al suo amico di portarla a Napoli e di restituirla alla famiglia, perché Méhari era Giancarlo e nella mente di Michele si fece strada l’idea che quel ritrovamento aveva un senso, che ciò che stava accadendo non era una casualità, che Méhari doveva tornare a casa, che questo era lo scopo da raggiungere. Le cose stanno andando proprio così.
Ma chi era Méhari?
Conosciamola: nacque nel 1968 come auto pensata per il tempo libero. La produsse la Citroén ma fu progettata da un nobile francese che decise di smontare una 2CV furgoncino per ricostruirla come veicolo da tempo libero. Fu presentata il 16 maggio alla stampa, all’interno di un campo da golf, in una cittadina della Normandia e al pubblico al Salone di Parigi. La Méhari dalla 2CV ereditò il pianale e la meccanica. Il cambio restò a 4 marce ma con
rapporti ridotti. La carrozzeria fu realizzata in plastica ABS colorata nella massa (quindi non verniciata) e posta su di un telaio in tubi d’acciaio che la rendevano un mezzo molto leggero e agile.
Con la sua massa, che a secco era di soli 475 kg, la Méhari riuscì a compensare almeno in parte la modesta potenza del suo propulsore. Le prestazioni non avrebbero superato i 100 km/h. Méhari non era/non è un’automobile fatta per i grandi scatti, era fatta per godere della lentezza e della velocità  necessaria alle persone spartane. Méhari era/è una delle auto dalla dotazione più elementare che siano mai esistite. Le portiere inizialmente erano in tela, il parabrezza abbattibile in avanti. Nel ‘69 vi furono lievi aggiornamenti al frontale, consistenti nel ridisegnamento e riposizionamento di alcune luci di servizio, come gli indicatori di direzione frontali. L’anno seguente, le portiere divennero parzialmente in plastica. Otto anni dopo, nel ’78, Méhari fu ristilizzata con un frontale in plastica smontabile con i gruppi ottici rotondi affiancati dai fanalini degli indicatori di direzione e luci di posizione collocati in verticale. E ne fu costruita, l’anno successivo una variante a quattro ruote motrici che si rivelò molto agile sui percorsi sconnessi grazie alla sua leggerezza fu utilizzata per scopi militari L’ultima Méhari uscita dalle linee di montaggio è datata 30 giugno 1987.
Il nome Méhari deriva da una rinomata razza sud-arabica di dromedari della regione del Mahra, che dà origine al dromedario da corsa chiamato mehari.
Ritorniamo alla Méhari protagonista di questa storia e ricapitoliamo partendo dal 2009, pochi giorni prima che Marco Risi iniziasse le riprese di fortapàsc.
Michele Caiazzo chiama Paolo Siani.
Dal 23 settembre 1985 sono passati sedici anni.
Gli dice: ho l`auto di Giancarlo. E spiega che un suo amico di Filicudi gli aveva rivelato di aver comprato la Mehari. Che aveva insistito, con successo, affinché il suo amico gliela cedesse.
Paolo è sorpreso, ma è pronto a fare la sua parte e mette in contatto Marco Risi e Michele Caiazzo.
Méhari/Giancarlo toma sulla scena, le riprese possono cominciare.
Prima, però, è stato necessario ridipingerla di verde, il suo colore originale. Era diventata fucsia.
Ma Michele aveva in testa quell’ idea che lo illuminò mentre apprendeva del ritrovamento di Mèhari/Giancarlo dal suo amico di Filicudi e suggerì a Paolo di trasformare Méhari/Giancarlo in un`opera d`arte.
Per restituire a Giancarlo Siani i suoi 26 anni, il suo mestiere di giornalista determinato a indagare sui crimini della camorra, il prezzo estremo che pagò alla verità.
Per ricordare ai cittadini napoletani che i clan decidevano/decidono, con processi sommari, condanne a morte eseguite dai killer dei clan.
A decidere sulla sorte di Giancarlo fu il clan dei Nuvoletta. Uno dei più pervasivi e mafiosi.
Era la sera del 23 settembre del 1985 ed era una serata normalissima al giornale, Giancarlo con i suoi colleghi stavamo cercando i biglietti per andare tutti insieme a vedere il concerto di Vasco Rossi. Ricerca inutile, i biglietti erano tutti esauriti.
Giancarlo tornò a casa, non pensando di andare incontro alla morte. Era un ragazzo che faceva il giornalista con ferrea determinazione.
Iniziò a lavorare a Torre Annunziata, da precario e senza alcuna raccomandazione, frugando negli oscuri luoghi della cronaca, deciso a conoscere a fondo il mondo della camorra e portare alla luce ciò che di ignoto si nascondeva nella mafia.
Giancarlo è un giornalista attento e rigoroso, la sua provenienza familiare è borghese.
Torre annunziata è il regno di Valentino Gionta del cartello Nuova Famiglia Organizzata che aveva sconfitto il cartello della Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo. E’ un boss deciso e rispettato e con un buon intuito per gli affari.
Giancarlo Siani va a Torre annunziata con l’occhio estraneo dell’inviato. Ci va con Méhari. Ci va è guarda, ascolta, mette insieme gli indizi, collega i fatti, investiga.
A Torre Annunziata gli interessi della camorra erano molto forti nel campo del mercato ittico, uno dei maggiori dell’Italia meridionale per import ed export. Intorno a cui ruotava un giro di affari di miliardi.
Valentino Gionta, una volta eliminati gli esponenti della Nuova Camorra Organizzata, costituì società cooperative ad hoc.
Giancarlo scriveva di Gionta e dei suoi affari e anche di sua moglie Gemma Donnarumma che risultava essere tra i soci di molti affari. Così come altri componenti del clan.
Riciclaggio di denaro sporco. Attività che i finanzieri tentarono di ostacolare con indagini e sequestri.
Giancarlo scriveva e come una goccia scavava la pietra.
Così si venne a conoscenza che con il sistema delle cooperative, Gionta e i suoi gregari, avevano dato vita a una serie di altre imprese di camorra che si infiltrarono nel sistema degli appalti pubblici.
Racconta Sensales, l’allora comandante dei carabinieri a Torre Annunziata, che Giancarlo nell’ultimo periodo di inviato, gli accennò che stava facendo un accertamento nei seggi dove avevano avuto luogo le votazioni amministrative per fare la mappatura degli eletti, per andare oltre il nome e cognome e segnalare le relazioni pericolose di molti degli eletti. Il comandante Sensales disse a Giancarlo che le sue intuizioni andavano nella giusta direzione, che le stesse indagini le stava facendo lui stesso. Che dietro al clan Gionta si nascondevano poteri più forti, appoggi politici molto importanti.
Gionta diventò troppo forte e ingombrante anche per altri clan della camorra. E il 26 agosto del 1984 fu compiuta una strage sotto la sua casa in via Castello. Fu un massacro a Torre Annunziata, due minuti di fuoco e di morte, fra il marciapiedi e il circolo dei pescatori. Otto persone uccise e dodici ferite. Il massacro venne compiuto da quindici uomini armati che arrivarono sul posto con un autobus rubato. Andarono dritti all’obiettivo senza esitazione e spararono all’impazzata con mitra, pistole, fucili a canne mozze.
Il significato di quel massacro non lasciò dubbi: dal mercato del pesce ai commerci a quello della droga, Gionta era cresciuto troppo, a Torre Annunziata, che era diventata un’importante piazza per lo spaccio capillare degli stupefacenti bisognava trasferire la funzione dominante ad un altro clan dello stesso cartello criminale.
Giancarlo/Méhari si mettono sulla pista giusta e le collusioni che stanno per scoprire coinvolgono ambienti ben più potenti di quelli di Torre Annunziata.
Il 9 giugno del 1985 i carabinieri arrestarono Valentino Gionta nella tenuta dei suoi alleati Nuvoletta, a Marano.
Il Mattino affidarono la cronaca dell’arresto a Giancarlo/Mèhari. Quell’articolo gli sarà fatale.
Il titolo: Gli equilibri del dopo-Gionta,
Scrisse: Potrebbe cambiare la geografia della Camorra l’arresto del super-latitante Valentino Gionta. Già da tempo negli ambienti della mala organizzata e negli stessi ambienti di Valentino Gionta di Torre Annunziata si temeva che il boss venisse scaricato, ucciso o arrestato.
Scrisse: Dopo la strage del 26 agosto dell’anno scorso Gionta è un personaggio scomodo anche per i suoi stessi alleati. La sua cattura potrebbe essere il prezzo pagato dagli stessi Nuvoletta per mettere fine alla guerra con l’altro clan della Nuova Famiglia: i Bardellino.
Un accordo fra Bardellino e Nuvoletta avrebbe avuto come prezzo da pagare proprio l’eliminazione del boss di Torre Annunziata e una nuova distribuzione dei grossi interessi economici dell’area vesuviana.
Nuvoletta alla lettura dell’articolo uscì di senno e ne decretò la morte. Nuvoletta era la mafia e non poteva dare di sé una immagine sbagliata.
Il 22 settembre 1985 sul Mattino, l’ultimo articolo di Giancarlo. Il suo lascito, una finestra aperta su una realtà che oggi si manifesta con i ragazzi e le
ragazze boss di venti anni che hanno la crudeltà nell’anima e gli allucinogeni in testa.
Potrebbe essere pubblicato oggi. Méhari me lo suggerisce. Lo fa con il suo silenzio.
Li chiamano muschilli gli spacciatori in calzoncini, i corrieri baby. Questa volta a organizzare il traffico di eroina era una nonna spacciatrice. Era lei a tenere le fila della vendita con altre due persone e il nipote. I muschilli sono agili, non danno nell’occhio, sfuggono al controllo di polizia e carabinieri. Ragazzi, molto spesso bambini già inseriti in un giro di droga. Per loro il futuro può essere solo drammatico, solo malavitoso. Se non diventano consumatori di eroina, se riescono a sopravvivere è difficile che riescano a imboccare strade che non siano quelle dell’illegalità, dello spaccio diretto, dello scippo, del furto.
La mattina del 23 settembre, Giancarlo/Mèhari incontrò un camorrista di Torre Annunziata che conosceva di vista di fronte alla redazione del Mattino.
L’uomo lo salutò abbracciandolo. Un calore inconsueto e inaspettato che aveva come scopo di indicare ai killer la loro vittima.
Mehari, il dromedario da corsa, sapeva già tutto.
Adesso diventerà una Istallazione d’arte. Il comune di Napoli ha pubblicato un bando pubblico. Chi lo vincerà ha la sua missione da compiere. Lo scopo di questo racconto e di giungere a lui/lei.
C’è tempo fino al 23 agosto per presentare il progetto, basta collegarsi con il sito www.concorsomehari.it

Fonte  timu.civiclinks.it

 

 

 

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