Lucca Sicula (AG). Il 17 Dicembre 1992 fu ucciso l’imprenditore Giuseppe Borsellino che stava collaborando per l’arresto degli assassini del figlio Paolo, ucciso il 21 Aprile 1992.

Giuseppe Borsellino era un imprenditore. Nacque da una famiglia di origine riberesi, poi trasferitasi stabilmente a Lucca Sicula. Cominciò a lavorare presto. Si sposò a 18 anni con Calogera Pagano, sua coetanea; con cui ebbe tre figli, Antonella, Paolo e Pasquale. Dopo vari lavori si dedicò alla sua definitiva attività di piccolo imprenditore-operaio di una piccola impresa di calcestruzzo che diresse assieme al figlio Paolo. Rifiutò qualsiasi tipo di compromesso o sottomissione al potere ed agli interessi mafiosi e perciò venne ucciso il 17 dicembre 1992 dopo aver rivelato alla magistratura i nomi dei mandanti e degli esecutori dell’omicidio del figlio Paolo (ucciso il 21 aprile 1992). Le sue dichiarazioni permisero agli inquirenti di ricostruire gli intrecci tra mafia, affari e politica dell’hinterland lucchese di quel periodo. (liberanet.org)

 

 

 

 

Fonte: archivio.unita.news
Articolo del 4 marzo 1994
La mafia spara due volte. Solitaria lotta d’una famiglia
di Ruggero Farkas
Dopo gli omicidi di padre e figlio i superstiti vogliono sapere la verità

Giuseppe Borsellino voleva sapere chi aveva ucciso suo figlio, Paolo. Voleva sapere perché magistrati e investigatori nonostante il suo aiuto non si sbrigavano.  Li aveva avvisati: sono un cadavere ambulante.  Non gli hanno dato la scorta.  Il 17 dicembre 1992 nella piazza di Lucca Sicula lo hanno ammazzato con 37 colpi di mitraglietta. I figli Pasquale e Antonella non si sono rassegnati e denunciano: lo hanno abbandonato.

Lucca Sicula.  Chissà quale sorta di meccanismo è scattato nella mente di quel padre distrutto dal dolore, messo in un angolo dalla solitudine, sbattuto d’improvviso al tappeto di fronte ai piedi ciondolanti del figlio che venivano fuori dal finestrino della Panda posteggiata con fredda ferocia di fronte alla casa dove una giovane donna con i suoi due bimbi aspettava il rientro del marito. Chissà perché in quel paese tra le terre dimenticate di Trapani e Agrigento, che non sembra Italia e non è neanche segnato nella cartina geografica un padre decide di cambiare la propria vita, di non rassegnarsi, di non dimenticare inghiottendo l’amaro, di non confinare il ricordo del figlio, che era anche amico e compagno di lavoro, dentro un’immagine incorniciata d’argento e poggiata sul tavolino del salone di casa.  Ma è andata così. Giuseppe Borsellino a 54 anni, dopo una vita passata a tentar fortuna, con la cartedda di frutta sulle spalle, imbiancando i muri, vendendo salumi, emigrando in Germania, e poi rientrando per guidare il camion e gestire un minuscolo bar, non si è dato pace e non è stato fermo nel triangolo di temi di nessuno tra Burgio, Villafranca e Lucca, per scoprire chi aveva ucciso Paolo, trentaduenne quel maledetto aprile 1992.

Cominciano i guai
I guai cominciano alla  fine degli anni  Ottanta quando da Campogalliano Modena arriva l’impianto per la produzione di calcestruzzo. Paolo Borsellino è giovane, intraprendente. È fiducioso nelle sue possibilità. Con il fratello Pasquale, che studiava psicologia a Padova, d’accordo col padre, acquista a rate il piccolo impianto di seconda mano. Lo trasportano loro. Lo sistemano loro in quella montagnola all’uscita del paese che domina Burgio. Non ha fortuna l’impresa. Questo già è strano. Lucca Sicula è una fabbrica di miliardi. Hanno costruito uno stadio illuminato e non c’è la squadra di calcio; hanno realizzato una villa comunale tutta di cemento che d’estate s’infuoca; hanno asfaltato strade che hanno un inizio ma non una fine; hanno costruito un centro diurno per anziani che non ospita neanche un vecchietto; il parcheggio per centinaia di automobili, sempre vuoto, lo hanno fatto fuori dal paese.

Sarebbe facile supporre che il lavoro nell’edilizia è tanto ed è per tutti. Non è così. Le imprese che ottengono gli appalti sono tre e sempre le stesse. La «Lucca Calcestruzzi» dei Borsellino è tagliata fuori, neanche un piccolo subappalto.  Nel 1991 la società è nei guai. Troppi debiti. Arrivano le offerte per rilevare l’impianto. La mafia vuole acquistare per un pugno di soldi l’impresa. Si fa avanti Stefano Radosta, boss di Villafranca poi assassinato, e offre centocinquanta milioni per conto di «alcuni amici di Lucca». Paolo Borsellino rifiuta. Non può più farlo qualche tempo dopo, quando la situazione è insostenibile e l’offerta arriva da alcuni imprenditori di Burgio che entrano in società al cinquanta per cento. Poi arrivano gli avvertimenti: alberi da frutto segati, camion incendiati, richiesta di soldi per «gli amici carcerati» proprio come avvenne con Libero Grassi. È questione di giorni, il 21 aprile il giovane imprenditore viene assassinato, sicuramente non di fronte casa sua, a bordo della Panda, dove il padre, Giuseppe lo trova poco prima della mezzanotte.  Ai suoi funerali c’è tutto il paese. Tutti fanno le condoglianze alla famiglia.  Forse tra loro ci sono anche i mandanti del delitto.

La vittima sacrificale
Giuseppe Borsellino va dai carabinieri.  Va dai magistrati non ha paura. Vuole sapere la verità. Racconta tutto: i litigi con i soci, la possibilità che Paolo sia stato punito per aver in pratica ceduto l’azienda a persone che non sono di Lucca, che sia stata la vittima sacrificale di uno scontro tra cosche. Chiede aiuto. Sa di essere nel mirino.  Vuole la scorta, dice di essere un cadavere ambulante. Veste di nero, si è fatto crescere la barba. In paese si isola o lo isolano. Il prefetto di Agrigento, Pietro Massocco, non firma l’autorizzazione per la scorta. Ordina che ogni tanto l’auto dei carabinieri in paese passi davanti la porta di casa Borsellino. Ma quell’uomo non si piega. Va in caserma, fa domande ai magistrati. Uno di loro gli dice che la scorta non gliela possono dare se non firma la dichiarazione affermando di essere un pentito. «Pentirmi? E di che?» esclama arrabbiato. Lo vogliono far diventare come Buscetta, ma lui non ha nulla a che fare con quella gente, vuole solo che vada a finire in prigione chi gli ha strappato un pezzo di cuore uccidendo il suo ragazzo.

Non ce la fa Giuseppe Borsellino. Esce dal tabaccaio alle 16,30 del 17 dicembre 1992. È in corso Vittorio, che è come una piazza, subito dopo il filare di cinque palme e prima del bar che una volta era suo. Entra nella sua vecchia auto. Fa marcia indietro ma si ferma: gentilmente vuol fare passare una moto. Gli si affiancano i due ragazzi con i caschi integrali, ma non lo ringraziano. Lo massacrano con una mitraglietta che sputa fuori una grandinata di proiettili. È la fine del sogno di giustizia.

Aspettando giustizia
Pasquale Borsellino, il figlio, oggi psicologo in un ospedale veneto, ritiene che quest’omicidio abbia altri colpevoli oltre ai killer e ai mandanti: «Mio padre poteva salvarsi se accanto a noi, deboli, ci fosse stato qualcuno. Consideravo e considero, e glielo detto, un magistrato in parte responsabile di quello che è accaduto. Perché non hanno dato la scorta a mio padre? Ricordo che una volta ci portarono in gran segreto in una caserma dei carabinieri, a Marsala, per interrogarci. Una bella messinscena. Il giorno dopo i giornali locali avevano la notizia della nostra collaborazione. Non si capisce se chi indossa la divisa sta con i buoni o con i cattivi. Sono pessimista per il futuro. Il problema è culturale non giudiziario».

L’anno scorso hanno arrestato i quattro soci dell’impresa di calcestruzzi per l’omicidio di Giuseppe. Il tribunale della libertà li ha scarcerati perché non ci sono prove. Pasquale e la sorella Antonella, con la loro madre, aspettano ancora le lettere della presidenza della Regione e del ministero dell’Interno che dichiarino i loro cari «vittime di mafia». E soprattutto le aspetta Enza Puccio, vedova a 26 anni con due bimbi di sette e tre anni, che a Lucca, da quando è morto il suo Paolo, non mette il naso fuori casa. Ma lo Stato ancora una volta prende tempo.

 

 

 

Fonte 19luglio1992.com 

Foto dal Blog di Benny Calasanzio nipote di Giuseppe e Paolo Borsellino

Giuseppe Borsellino: orgoglio dell’Italia del riscatto
di Serena Verrecchia

Di famiglia siciliana, nacque a Lucca Sicula il 15 febbraio 1938. Fu costretto dal mondo e dalle situazioni a maturare in fretta e iniziò a lavorare giovanissimo, mettendo su famiglia a soli 18 anni. Aveva tre figli, Antonella, Pasquale e colui che condivise il suo destino, Paolo, insieme al quale gestì, nell’ultima parte della sua vita, una piccola impresa di calcestruzzo. Paolo e Giuseppe erano uomini coraggiosi, uomini d’onore veri, lavoratori che credevano nel significato profondo del sacrificio che si compie ogni mattina quando ci si sveglia presto per andare ad aprire le saracinesche della propria impresa, costruita non con la bacchetta magica, ma col sudore e con lo sforzo. Loro non guadagnavano intimidendo le persone e rifiutandosi di fare qualsiasi sorta di sacrificio. È questa la profonda differenza che intercorre tra uomini e i cosiddetti uomini d’onore: da una parte Paolo e Giuseppe, che ricavavano i propri soldi da un lavoro più che onesto, lavorando ogni giorno, difendendo la propria Libertà e i propri inviolabili e sacro santi diritti; dall’altra parte l’angheria, l’ingiustizia, l’imposizione, la forza bruta della mafia che conquista consensi e soldi con il ricatto, con le minacce, con le richieste di pizzo.

Il 21 aprile del 1992 Paolo Borsellino venne ucciso dai killer di Cosa nostra che non erano riusciti a piegarlo alle proprie richieste. Nonostante la nemesi della mafia e la rappresaglia nei confronti di tutti coloro che non piegavano la testa davanti alle angherie della criminalità, Giuseppe non si arrese; al contrario, era più determinato di prima e altresì più convinto che la battaglia che stava portando avanti non solo rappresentasse l’embrione del riscatto della società civile alle richieste di pizzo della mafia, ma poneva le basi nella profonda convinzione che la Giustizia debba trionfare sempre su tutto, affinché “il fresco profumo di libertà” possa inebriare la voglia di legalità di un intero popolo che non riesce a ribellarsi alla soperchieria della criminalità. Giuseppe Borsellino si presentò davanti ai magistrati e fece nomi e cognomi dei mandanti e degli assassini di suo figlio. Per questa impavida spavalderia e per il coraggio con il quale stava portando avanti i suoi ideali, Giuseppe Borsellino fu ucciso, il 17 dicembre del 1992, meno di otto mesi dopo la scomparsa del figlio.

Quando sentii parlare per la prima volta di quest’uomo, lo collegai immediatamente al giudice Paolo Borsellino, convinta che fosse un suo parente; mi dissero invece che non era accomunato da alcun legame di parentela con il giudice simbolo dell’antimafia. Presi atto della cosa, eppure non riuscivo a distaccare queste due figure: quando sentivo parlare dell’imprenditore di Lucca Sicula pensavo subito a Paolo Borsellino e viceversa. Poi ho capito che Giuseppe e Paolo non sono affatto due persone diverse, ma hanno davvero tanto in comune. Non riuscivo a rompere il legame che c’è tra loro semplicemente per il fatto che il vincolo di cui parliamo andava ben al di là dei vincoli di parentela. Esso accomunava le storie di due grandi eroi del nostro tempo, due storie che ci consentono ancora di poter dire “Io resto perché sono Italiano. Io resto perché Paolo e Giuseppe Borsellino erano Italiani e hanno combattuto e sono morti non per il ricatto, ma per il riscatto di questo Paese”.

 

 

Articolo del 1 Dicembre 2006 tratto dal Blog di Benny Calasanzio

[…]

Mio nonno, Giuseppe Borsellino, nasce a Lucca Sicula nel 1936 , in una di quelle famiglie siciliane nelle quali appena nato devi subito fare del tuo per portare il pane a casa perchè la fame è tanta. Si sposa giovanissimo con mia nonna Lilla e comincia una lunga sequela di lavori andati più o meno bene che lo portano condurre camion e a fare il trasportatore. Qui la sua vita si intreccia a doppio filo con quella di suo figlio, mio zio Paolo, nato nel 1961 e orientato da sempre verso quel tipo di lavoro “duro”, tutto polvere, camion e cemento che ora era diventato anche quello di suo padre. I due cominciano a dedicarsi completamente a ciò che riguarda il movimento terra e il trasporto di inerti, e con un budget poco al di sopra dello zero iniziano questa attività di cui avrebbero condiviso l’inizio e purtroppo anche la fine. Comprano un piccolo impianto usato per la produzione di calcestruzzo per 39 milioni di lire, rigorosamente rateizzato. Non ci sono soldi neanche per installarlo. I miei parenti non avevano boss che finanziassero per loro, se li avessero avuti probabilmente avrebbero aperto una bella clinica privata a Bagheria, avrebbero amici “importanti” in Regione e soprattutto sarebbero vivi. Ma mio zio e mio nonno erano un altro genere di persone, un altra “razza”. Erano fondamentalmente persone oneste. Umili, in difficoltà finanziarie, a tratti disperate, ma oneste. Siamo alla metà degli anni ottanta, e piano piano l’impresa avvia la sua produzione, fornendo materiali prevalentemente ai privati, visto che, stranamente, a contendersi i lavori pubblici della zona di Lucca sono sempre le stesse tre imprese, due di Agrigento e una di Giuliana, come se esistesse un “patto” tra amministrazione e imprese per la spartizione dei lavori. Ma questo non interessa me e non interessava mio zio e mio nonno che lentamente stavano avviando la loro impresa con grandissimi sacrifici. Ma come le regole implicite della sicilianità più ortodossa insegnano, prima di fare qualcosa sul territorio devi chiedere il permesso, devi essere autorizzato da un ente parastatale a cui ogni tanto devi cedere parte del ricavo se vuoi continuare ad essere “protetto”: il “Ministero dei lavori pubblici di Cosa Nostra”. Non chiedere il permesso ed essere un’alternativa alle imprese “protette” evidentemente non piacque ai vertici e forse fu il primo passo falso. La neonata impresa di calcestruzzi: contava quattro operai, disponeva di un capitale minimo e di certo non ambiva a conquistare nessuna posizione dominante nel panorama imprenditoriale della zona; anzi, furono proprio la situazione economica critica, la scarsità di lavoro filtrata dalle tre imprese preminenti ad essere un segnale per coloro i quali avevano capito da tempo che quella azienda momentaneamente in difficoltà, in quella posizione strategica doveva essere rilevata, e doveva esserlo a qualunque costo. Infatti le offerte non tardarono ad arrivare, e questo, si può dire, fu realmente l’inizio della fine. La prima offerta, 150 milioni, ricevette come risposta da parte di mio zio Paolo una frase beffarda e tagliente: “Con quei soldi non vi vendo nemmeno i pneumatici delle betoniere”. Dopo qualche mese, e dopo evidentemente un’attenta valutazione da parte della cosca di Lucca, giunge ai miei parenti una nuova offerta apparentemente più appetibile: 150 milioni di lire per il 50% dell’impresa da parte di Calogero Sala, imprenditore di Burgio. Non si poteva più rifiutare perchè ormai la situazione economica era al collasso, e padre e figlio, di comune accordo decidono di vendere. I nuovi soci dell’impresa si chiamano Sala Calogero, Davilla Mario, Galifi Pietro, Polizzi Paolo. Concretizzato l’acquisto, il gruppo comincia ad investire subito in mezzi e beni per l’impresa, in modo tale da aumentare il capitale sociale e costringere i miei parenti a cedere ulteriori quote, fino a metterli fuori gioco: questo sembrava il tentativo fin dall’inizio, quello di liberarsi dei Borsellino il prima possibile e in qualunque modo. I rapporti, come prevedibile, si deteriorano da subito. Gli alberi dei nostri terreni cominciarono ad essere tagliati, i camion ad essere incendiati, e le minacce si moltiplicavano ogni giorno. Le pressioni per abbandonare l’impresa non erano più tanto implicite, e più volte, anche davanti ad altre persone, mio zio e mio nonno furono minacciati dagli altri soci. Ma la morte è lontana dai pensieri della nostra famiglia. Non potevano arrivare ad uccidere un uomo per un’impresa, al massimo avrebbero provato a spaventarlo. E’ stata questa forse la nostra più grande ingenuità, pensare che se eri onesto non dovevi temere, anche perchè avevi la giustizia accanto. E fu questo punto che ebbe inizio un breve piano inclinato, sul quale il primo a rotolare fu mio zio Paolo, che trovò la morte ad aspettarlo alla fine della sua discesa il 21 Aprile del 1992. Viene ritrovato con i piedi fuori dal finestrino, nella sua Panda parcheggiata in uno dei depositi dell’impresa, come se fosse stato ucciso lì. E’ un bluff. Nonostante il pressapochismo delle indagini si può intuire che mio zio sia stato ucciso in un altro luogo, poi portato in quel posto e nuovamente colpito per completare la messa in scena. Mio zio è morto molto lontano da lì, ma questo evidentemente non era importante per il proseguo delle indagini. Quel giorno tornava da Alcamo, con un suo amico e compagno di lavoro da sempre: Giuseppe Maurello. Erano andati a ritirare un pezzo di ricambio per il camion, ma la strada del ritorno si è interrotta prima di arrivare a Lucca. Forse quell’amico che era con lui sapeva fin dall’inizio che mio zio non sarebbe più tornato, forse lungo il tragitto era prevista una tappa che mio zio non conosceva, e che forse conosceva Maurello. Ciò che è certo è che quella fu la sua ultima tappa. Dopo pochi giorni riconsegnarono alla mia famiglia l’auto nella quale fu ritrovato mio zio: c’erano ancora i pallettoni del fucile sotto il sedile, sembrava quasi che non fosse stata neanche esaminata, era come se i rilievi sul posto del ritrovamento e sull’auto fossero stati volutamente fatti superficialmente. Ciò mi porta alla mente le indagini preliminari svolte dopo l’omicidio di Peppino Impastato, ma questa è un’atra storia. Sembra, a nostro parere, che non ci sia mai stata la voglia e la forza di trovare i colpevoli, che non ci siano state indagini svolte seriamente e in maniera ponderata fin dall’inizio, e che non ci sia stata infine una minima apparenza di interesse da parte degli inquirenti ad andare avanti. Mio zio Paolo fu ucciso perchè rappresentava l’ultimo baluardo alla conquista dell’impresa e di tutto ciò che ne sarebbe conseguito: nella zona dovevano realizzarsi le canalizzazioni di tre fiumi. Era la prima vera occasione per i neo-soci di entrare nei giri importanti dei lavori pubblici che contavano. E mio zio era l’ultimo problema. Tolto di mezzo Paolo, mio nonno si sarebbe zittito e avrebbe ceduto la propria quota e allora gli affari sarebbero potuti decollare. Mio nonno Giuseppe non era un eroe, e non sarebbe mai voluto diventarlo, proprio come tutti i veri eroi. La sera stessa dell’omicidio, quando i miei genitori ancora dovevano raggiungere Lucca, lui era già in caserma per iniziare a collaborare con la giustizia, con la dott.sa Plazzi, perchè sapeva tante cose che se fossero davvero state ascoltate e prese in considerazione, almeno mio nonno sarebbe stato salvato, e qualcun altro sarebbe in galera. Ma, come scrive mio zio Pasquale, “quando in Sicilia uccidono qualcuno si pensa che abbia fatto comunque qualcosa di cattivo, che se la sia cercata la morte”, e questo pensiero sembra aver dato una direzione quantomeno superficiale per non dire criminale alle indagini. Mio nonno si reca in caserma e parla, parla e parla fin quando non ha più nulla da dire, descrive minuziosamente tutte le circostanze, dalle offerte per la cessione dell’impresa, fino alle minacce e ai pedinamenti. Ma mentre lui parla forse non tutto viene ascoltato e scritto. Parla di cosche, delle implicazioni politiche nei malaffari, delle infiltrazioni mafiose della zona nelle istituzioni, e quello che girava intorno agli appalti e soprattutto quello che riguardava il settore del calcestruzzo.. Dice, forse, troppe cose anche per un giudice. Certe cose, si sa, è meglio lasciarle sotto il tappeto, pulire si, ma solo fino ad un certo punto. Lasciamo nell’ombra ciò che nell’ombra deve restare. Chiaramente dopo poco tempo, per un’accidentale fuga di notizie la sua collaborazione è già di dominio pubblico. Anche per lui il piano comincia ad inclinarsi, ma nessuno ci crede, non possono uccidere anche lui. Negli otto mesi trascorsi fino al giorno del suo omicidio mio nonno quasi quotidianamente si trova a parlare con gli inquirenti, non lascia nulla di intentato, chiama la commissione antimafia, si mette in contatto con il Centro Studi Impastato, cerca magistrati, capitani dei carabinieri, associazioni, non si ferma un solo minuto fino a quando il pomeriggio del 17 dicembre del 92 lo fermano altri. Parla anche con Umberto Santino. Egli mi racconta in questi giorni di quella chiamata, mi dice che la ricorda con emozione, e che avevano fissato un appuntamento a Lucca: “purtroppo gli assassini arrivarono prima”. Giorno dopo giorno sente sempre di più la solitudine, non solo da parte di un paese che lo ha completamente lasciato da solo, per paura o per vigliaccheria, ma anche da parte di una magistratura che non lo protegge, che lo lascia circondare dagli sciacalli che di li a poco lo raggiungeranno. “Prendeteli o quelli mi ammazzano” implora gli inquirenti. Fa nomi e cognomi, ricostruisce circostanze, ma nessuno viene arrestato. “Sono un morto che cammina” ebbe modo di sentire mia madre dalla sua bocca. Ormai si era rassegnato: barba lunga, vestiti neri, sprofondato in una vecchia poltrona aspettava quella fine che forse solo lui aveva intuito e alla quale forse andava incontro per porre fine ad un dolore che dall’interno, forse lo avrebbe portato via comunque. La morte di mio nonno fu come nel romanzo di Gabriel Garcia Màrquez la “Storia di una morte annunciata”: le istituzioni quando non sono nutrite dalla vigoria, dalla forza e dai valori di certi uomini diventano scatole vuote non in grado di aiutare più nessuno. La Prefettura rilasciò a mio nonno l’autorizzazione al porto d’armi per una pistola per difesa personale. Uno stato che concede come unico aiuto l’autorizzazione a difendersi con le armi. [continua…]

 

Articolo del 2 Dicembre 2006 tratto dal Blog di Benny Calasanzio

Ultima parte della storia
[…]Tutte le sue dichiarazioni rese alla giustizia, dopo pochi giorni arrivavano alle orecchie di coloro i quali lo avrebbero ucciso; infatti nel 93 nel corso dell’ operazione antimafia “Avana 2” vengono arrestati un impiegato della Cancelleria di Sciacca e gli agenti di scorta del magistrato cui mio nonno si rivolgeva. Purtroppo mio nonno era già stato ucciso. Il 17 dicembre 92 esce di casa per comprare le sigarette, chiede a mio cugino, piccolo figlio di Paolo, di accompagnarlo, ma quel giorno per pura fortuna mio cugino non ha voglia di uscire. Parcheggia la sua macchina di fronte al tabacchino, compra le sigarette e risale in auto. Mentre sta per fare retromarcia vede dallo specchietto una moto di grossa cilindrata, una enduro, allora si ferma e la lascia passare. La piazza è piena di gente. Gente al bar, gente che passeggia, gente che guarda, gente che ride. I due in moto lo affiancano e scaricano su di lui un caricatore di mitraglietta. La pallina aveva terminato la sua corsa su di un piano che ormai era diventato verticale. Mio nonno sapeva tutto, sapeva chi aveva ucciso mio zio, conosceva mandanti ed esecutori. Poteva prendere una pistola e farsi giustizia da solo. Poteva fregarsene di quella giustizia che lo aveva abbandonato e fare una pazzia. Non lo fece, e la fine è nota a tutti. Mia madre ebbe a dire: “ si potevano toccare i proiettili sotto la pelle, sulla spalla” e lì forse mi feci un’idea reale, materiale di ciò che era successo. Faccio mie a questo punto le tre domande che mio zio affidò ad un foglio che non aveva un destinatario preciso e che spero lo trovi adesso:

1) Mio zio Paolo è stato ucciso. Mio nonno ha fatto nomi e cognomi, ha descritto fedelmente fatti e circostanze fornendo indizi ben precisi; perchè non è successo niente? Perchè la magistratura non è intervenuta tempestivamente?

2) Se quello che ha detto era tutto falso, perchè allora lo hanno ucciso? Alla luce della morte di mio nonno, le sue dichiarazioni non sono mandati di cattura?

3) Di chi è la responsabilità della sua morte?

Queste sono domande alle quali si deve dare una risposta, perchè non si può accettare che un uomo si fidi della giustizia, e che quest’ultima, di fatto, lo consegni, pur senza intenzionalità, nelle mani dei suoi killer. La mia famiglia a quell’epoca chiese giustizia, “giustizia subito, non quando questa sembrerà vuota e inutile”. Da quei mesi terribili sono passati quattordici anni, che a me sembrano tantissimi. Poi guardo mia madre, mia nonna e mio zio e capisco che per loro è passato poco più di un attimo. Mentre li guardo penso a quanto poco si sia fatto per evitare che la vita di un’intera famiglia venisse resa un inferno, quasi un’attesa faticosa e quotidiana della pace eterna. E guardo a quel paese, Lucca, che dalle finestre delle case vide prima mio zio già morto depositato su una macchina e teatralmente colpito, e poi mio nonno giustiziato in perfetto stile mafioso in piazza, in pieno giorno. Guardo a quelle persone che con il loro silenzio hanno forse salvato la loro vita, ma che hanno condannato noi ad odiare quel paese, ad odiare quella gente e quell’omertà che uccide più dei pallettoni che noi, e non gli inquirenti, trovammo nell’auto. Se vieni ucciso per mafia in Sicilia rischi di essere ucciso due volte: la prima dai proiettili, la seconda dall’indifferenza.

Poi guardo a quella giustizia così appannata, così provinciale, così pressapochista a cui mio nonno si affidò in quell’epoca per dare un senso a quella vita che gli rimaneva, per potere continuare a vivere sapendo di aver fatto di tutto perchè coloro che gli avevano ucciso suo figlio pagassero. Forse fu un terribile sbaglio affidarsi ad un sistema giudiziario frammentario, che di li a poco, nelle tristi occasioni delle stragi di Capaci e Via d’Amelio mostrò tutte le spaccature e le contraddizioni che vi erano al suo interno. O forse era la cosa giusta da fare, dare tutto e subito prima che i killer tornassero a finire il lavoro, e lasciare nelle mani dei giudici quanto più materiale possibile per fare giustizia e per dare una svolta a quella Sicilia sonnecchiante sotto quel sole che ti spinge a socchiudere gli occhi quando è “giusto” che tu non veda. Quattordici anni sono passati, e la mia famiglia ancora aspetta. Per Paolo ancora non ci sono colpevoli, non ci sono processi e non ci sono imputati. Per mio nonno un killer è in carcere. Può questo bastare a placare il dolore e la rabbia per tutto quello che è successo? Ci si aspetterebbe da noi forse una condanna della giustizia e dei suoi uomini, senza distinzioni, forse sarebbe comprensibile, forse legittima. Ma nonostante tutto, noi come famiglia, da “buoni stupidi idealisti”, non riusciamo ancora a rinnegare quella giustizia che ci ha abbandonati. Non riusciamo a dire che la giustizia non esiste, non siamo mai riusciti anche solamente a pensare di affidarci ad un altro tipo di giustizia. Anzi, paradossalmente questa storia è un appello, un urlo a fare della giustizia e della legalità i pilastri portanti da cui ricostruire una Sicilia in ginocchio. Voglio dire e sottolineare, e a questo tengo più di tutto, che non ci sentiamo affatto sconfitti dalla mafia, che ci sentiamo orgogliosi di aver avuto dei parenti che hanno avuto il coraggio di dire no ad un sistema condiviso e quotidiano che schiaccia i siciliani e li fa sentire paradossalmente protetti, senza spazio e senza aria, ma protetti.

Mio zio e mio nonno non sono più accanto a noi, è vero, ma quello che hanno fatto è per noi un percorso di fiume ben segnato, dal quale non si può straripare, dal quale non si può anche solo casualmente deviare: è la via della legalità e dell’antimafia, della lotta a quel cancro che sta corrodendo la Sicilia da anni e che non accenna a mollare la presa, è il rifiuto del puzzo del compromesso mafioso, è la voglia di respirare il profumo di quella primavera nuova che verrà. La mafia non è stata sconfitta, come qualcuno allegramente proclamava. E stando alle indagini è presente ai vertici delle istituzioni regionali. E’ questo che fa più male a chi come noi ha vissuto già una volta sulla propria pelle il significato di “mafia”. Ci fa male vedere un presidente della regione indagato per favoreggiamento alla mafia, fa male vedere i suoi assessori indagati per concorso esterno in associazione mafiosa, e fa male quando lo stesso presidente dice che “la mafia fa schifo”. Noi, come familiari di vittime innocenti di mafia, chiediamo che queste cose si lascino dire a chi può permetterselo, a chi ha l’onore e la reputazione per farlo; chi se ne è appropriato, francamente, stando alle indagini, è sempre più inadatto a farsi padre di questi proclami.

La strada è ancora lunga, e forse ci siamo mossi poco dal 92. Ma i nuovi che ci sono e quelli che verranno libereranno la Sicilia nel segno di quegli eroi antimafia che formano il più grande patrimonio che la nostra regione può offrire al mondo. Cominciamo a fare tutti qualcosa.

 

 

 

I Borsellino a “Il Rosso e il Nero” nel 1993

 

 

Documentario su due omicidi: Giuseppe e Paolo Borsellino

 

 

Articolo del 17 Maggio 2013 da  libera.it   
Verità e giustizia per la famiglia Borsellino

La storia di Giuseppe e Paolo Borsellino, padre e figlio, di Lucca Sicula, piccolo centro collinare di poco più di duemila anime, è la storia di tante vittime di mafia. Sono gli anni ’80, Giuseppe è un uomo di cinquant’anni, cresciuto a pane e lavoro in una famiglia modesta, Paolo, il figlio poco più che vent’enne segue le orme del padre. I due si occupano di movimento terra e a metà degli anni 80, decidono di acquistare un piccolo impianto usato di calcestruzzo. Da quel momento entrano nel mirino di Cosa nostra. Minacce, richieste di soldi, atti intimidatori. I Borsellino non cedono agli appetiti mafiosi. A distanza di otto mesi vengono ammazzati in due agguati. Lo scorso 21 aprile 2013  sono trascorsi 21 anni dal primo barbaro omicidio di Paolo. Entrambi vengono riconosciute  vittime innocenti della mafia. Nel 2001 la Prefettura di Agrigento ha revocato il riconoscimento di vittima innocente della mafia a Paolo Borsellino in seguito alla dichiarazione di un collaboratore di giustizia le cui parole  vengono considerate assolutamente inattendibili con sentenza del 26 luglio 2003 della Corte di Assise di Appello di Palermo, confermata con sentenza della Suprema Corte di Cassazione n. 4652/05. Oggi il ricordo di Paolo e Giuseppe Borsellino è affidato al nipote, Benny Calasanzio che sta lottando per mantenere viva la loro memoria e ridare dignità al loro sacrificio. Come Libera  chiediamo che si faccia piena luce sulla vicenda e che si scriva la verità per un giusto e doveroso riconoscimento ai familiari delle vittime. Abbiamo bisogno che i semi di giustizia continuino a crescere ogni giorno nel nostro paese .E  che non venga mai dimenticato che è l’impegno quotidiano di tutti il modo migliore per ricordare chi, spesso nella completa solitudine, ha scelto di dire “no” alla mafie.

La storia di Giuseppe e Paolo Borsellino, padre e figlio, di Lucca Sicula, piccolo centro collinare di poco più di duemila anime, è la storia di tante vittime di mafia. Sono gli anni ’80, Giuseppe è un uomo di cinquant’anni, cresciuto a pane e lavoro in una famiglia modesta, Paolo, il figlio poco più che vent’enne segue le orme del padre. I due si occupano di movimento terra e a metà degli anni 80, decidono di acquistare un piccolo impianto usato di calcestruzzo. Da quel momento entrano nel mirino di Cosa nostra. Minacce, richieste di soldi, atti intimidatori. I Borsellino non cedono agli appetiti mafiosi. A distanza di otto mesi vengono ammazzati in due agguati. Lo scorso 21 aprile 2013  sono trascorsi 21 anni dal primo barbaro omicidio di Paolo. Entrambi vengono riconosciute  vittime innocenti della mafia. Nel 2001 la Prefettura di Agrigento ha revocato il riconoscimento di vittima innocente della mafia a Paolo Borsellino in seguito alla dichiarazione di un collaboratore di giustizia le cui parole  vengono considerate assolutamente inattendibili con sentenza del 26 luglio 2003 della Corte di Assise di Appello di Palermo, confermata con sentenza della Suprema Corte di Cassazione n. 4652/05. Oggi il ricordo di Paolo e Giuseppe Borsellino è affidato al nipote, Benny Calasanzio che sta lottando per mantenere viva la loro memoria e ridare dignità al loro sacrificio. Come Libera  chiediamo che si faccia piena luce sulla vicenda e che si scriva la verità per un giusto e doveroso riconoscimento ai familiari delle vittime. Abbiamo bisogno che i semi di giustizia continuino a crescere ogni giorno nel nostro paese .E  che non venga mai dimenticato che è l’impegno quotidiano di tutti il modo migliore per ricordare chi, spesso nella completa solitudine, ha scelto di dire “no” alla mafie.

 

La storia di Giuseppe e Paolo Borsellino
Intervista a Antonella Borsellino (figlia di Giuseppe e sorella di Paolo Borsellino, imprenditori uccisi dalla mafia). Video prodotto e di proprietà dell’Associazione Nazionale Legalità e Giustizia

 

 

Articolo del 21 Aprile 2016 da alqamah.it     
Giuseppe e Paolo uccisi anche da morti
Di Rino Giacalone
Il dramma di altri Borsellino. Lo Stato non li riconosce vittime della mafia, l’infinita battaglia dei loro familiari

Lucca Sicula, 1992. Nel giro di pochi mesi tra aprile e dicembre vengono uccisi due piccoli imprenditori, padre e figlio. Ad aprile, 24 anni ricorrono proprio oggi, viene ammazzato Paolo, aveva 32 anni. Il successivo 17 dicembre viene ucciso il padre, Giuseppe, aveva 54 anni. Si occupavano di cemento, calcestruzzo, ancora non erano chiari gli scenari che oggi sono perfettamente limpidi e cioè quelli che indagini giudiziarie, processi, condanne, hanno svelato. Le mani di Cosa nostra su questo mercato, sulle imprese, sulle forniture. Giuseppe e Paolo Borsellino sono morti per avere difeso la loro impresa che la mafia voleva fagocitare. Probabilmente si sono mossi senza nemmeno avere contezza di chi “faceva loro la corte”, probabilmente pensavano anche a concorrenze sleali, gelosie di altri imprenditori, forse non hanno avuto mai modo di vedere in quei loro avversari, determinati e micidiali mafiosi. Oppure forse avevano capito bene con chi avevano a che fare e per questo avevano deciso di resistere, tanto che quando a Giuseppe ammazzarono il figlio, senza nemmeno attender i funerali si presentò dagli investigatori a raccontare tutto quello che a loro era accaduto, minacce e pressioni. Paolo Borsellino, solo omonimo del magistrato ucciso in quello stesso tragico anno, si era messo come obiettivo la crescita di una impresa sana, Giuseppe il padre lo seguiva e concordava, quando gli ammazzarono il figlio ruppe una regola ferrea, l’omertà.

Lo ammazzarono platealmente in piazza, perché la mafia uccide e manda segnali, chi parla muore! L’introduzione di questo nostro pezzo è ricco di forse, perché le indagini giudiziarie via via hanno perduto la partita di arrivare alla verità anche per colpa di un collaboratore troppo in ritardo riconosciuto bugiardo. Da questo punto in poi non usiamo più il forse perché parlando con le persone, non solo con i familiari, abbiamo ben chiaro chi erano Paolo e Giuseppe Borsellino, persone oneste, vittime innocenti della mafia ma prive del dovuto riconoscimento. I familiari oggi non demordono e non sono soli. Non lo fanno per il risarcimento ma per evitare che ogni anno che trascorre Paolo e Giuseppe non vengano nuovamente uccisi. Paolo e Giuseppe erano due piccoli imprenditori che avevano creduto, da persone oneste, assolutamente fuori dalle logiche e dagli intrighi degli ambienti mafiosi, di potere esercitare a Lucca Sicula un’attività in proprio nel settore del calcestruzzo.

Un’attività economica che avevano intrapreso con sacrifici, acquistando a cambiali le macchine per l’operatività dell’impianto, ma anche con l’entusiasmo di chi crede nella propria intelligenza e nelle proprie capacità di grande lavoratore, desiderosi soltanto di costruire un avvenire di maggiore solidità economica per la propria famiglia. Padre e figlio non potevano sapere che il calcestruzzo, come sarebbe emerso negli anni successivi a seguito delle importanti operazioni antimafia che hanno colpito la potente mafia agrigentina, costituiva già allora per cosa nostra un grande affare da gestire direttamente o per il tramite di fidati imprenditori compiacenti che operavano in regime di assoluto monopolio. Alcune di queste imprese nel tempo si sono scoperte essere nelle mani di potenti emissari ai quali oggi senza dubbio si attribuisce la “dipendenza” dal boss latitante Matteo Messina Denaro. Paolo Borsellino è certo, fu ucciso perché si era rifiutato di vendere le quote sociali dell’azienda “Lucca Sicula Calcestruzzi S.r.l”., erano i mafiosi che volevano comprarla. La stessa sera del delitto Giuseppe, il padre, si presentò ai carabinieri , ripudiando la logica della vendetta privata, semmai ne avesse avuto possibilità, cosa da escludere, e confidava nella forza dello Stato di diritto per avere egli stesso per sé e la sua famiglia giustizia per la barbara ed ingiusta uccisione del figlio. Paolo Borsellino è morto per avere deciso di non vendere l’azienda, Giuseppe Borsellino per avere chiesto giustizia allo Stato.

L’impresa dei Borsellino era sulla collinetta di Burgio che domina la valle, in quegli anni numerosi sono le opere pubbliche in corso, e come accade in questo pezzo di terra siciliana, tra Agrigento e Trapani, è la mafia a voler comandare, se gli appalti non li prende direttamente, vuole imporre le forniture ed i concorrenti fuori dal “cartello” mafioso indubbiamente danno fastidio. Sembra di leggere altre storie, altre vicende, come quella della trapanese Calcestruzzi Ericina che doveva fallire perché gestita dallo Stato, essendo stata confiscata al boss Virga, e concorrente di imprese che facevano parte di quello che oggi si potrebbe chiamare “quartierino” del malaffare mafioso. A Lucca Sicula gli appalti erano miliardari, l’impresa dei Borsellino era sempre tagliata fuori. I Borsellino sono indebitati quando nel 1991 arriva l’offerta di Stefano Radosta, boss poi ammazzato, accettano che nella loro società entrino nuovi soci, ma la pressione continua non la sostengono, ai primi segni di ribellione Paolo viene ucciso. Le indagini in quegli anni non erano raffinate per quello che concerneva le infiltrazioni della mafia nel mondo degli appalti, forse il fatto di quella società apertasi ad altri soci ha suscitato dubbi negli inquirenti ma comunque il riconoscimento come vittime della mafia arrivò poi d’improvviso la revoca. Un pentito Salvatore Inga raccontò che i Borsellino non erano così estranei a Cosa nostra. Di corso il riconoscimento fu revocato, ma mentre al ministero si scrivevano le carte sulla revoca del riconoscimento nelle aule dei Tribunali Inga veniva sbugiardato, anche perché gli inquirenti hanno cominciato a capire molto di più sul generale sistema “impresa-mafia”, ma il danno era stato già fatto, ed oggi mettere rimedio pare sia cosa difficilissima. Ma non può essere impossibile. I familiari hanno diritto ad ottenere il riconoscimento non basta che in tanti ogni giorno si impegnano a parlare della limpidezza di queste due persone, morte ammazzate, vittime innocenti della mafia, Paolo e Giuseppe Borsellino. Pasquale e Antonella, figli di Giuseppe, fratello e sorella di Paolo attendono giustizia, “l’attendiamo da quando assieme a mio padre chiedevamo di essere protetti mentre si indagava sulla morte di Paolo”. Paolo e Giuseppe ammazzati ogni giorno perché chi conosce la verità sulle loro morti, gira ancora per il paese.

Ci sono stati anche arresti, ma poi sono arrivate le scarcerazioni. Giustizia è attesa dalla vedova di Paolo, Enza, e dai figli che quando il loro genitore fu ucciso avevano sette e tre anni. Per la morte di Giuseppe c’è una sentenza definitiva di condanna per un responsabile, indagine archiviata per la morte di Paolo. Un ricordo che è ricco di tanta ingiustizia, ma non molliamo nella fiducia perché pensiamo che c’è ancora tempo per indagare e per sanare questa ferita che ancora sanguina, ne siamo convinti a morire ammazzati sono state due persone che facevano parte della Sicilia più bella. Raccontando storie come questa vengono sempre in mente le parole di Caponnetto uscito dalla casa di Paolo Borsellino dopo la strage di via D’Amelio, “è finito tutto”, e invece no non è così, non può e non deve essere così, e lo diciamo in faccia ai mafiosi di oggi che non sono meno violenti di quelli di 20 anni addietro, oggi c’è la mafia 2.0, non spara, calunnia e querela, una mafia che sa come delegittimare gli onesti, e come far trasferire gli integerrimi, magari è agevolata da chi permette la carriera a chi non lo merita, a giudici e pm che hanno frequentato clan e massonerie, ma non si demorde, tanti sono impegnati a vincere questa partita contro Cosa nostra. Vinceremo, anche per Paolo e Giuseppe Borsellino.

 

 

Fonte:  alqamah.it       Articolo del 17 dicembre 2017
Venticinque anni dall’uccisione di Giuseppe Borsellino, vittima innocente di mafia: “Siamo ancora in cerca di verità e giustizia”
Di Emanuel Butticè

“Siamo nel 1992, e a cadere sotto i colpi della violenza mafiosa un imprenditore che non si è piegato e non ha mai smesso di cercare verità e giustizia per il figlio. 25 anni dopo si rinnova la memoria”

Sono passati 25 anni dall’uccisione di Giuseppe Borsellino, imprenditore di Lucca Sicula, comune di circa 1800 anime in provincia di Agrigento, padre di Paolo Borsellino (omonimo del giudice ucciso nella strage di via D’Amelio) ucciso anche lui qualche mese prima. Siamo nel 1992, anno di sangue e di stragi. Quella di Giuseppe e Paolo è una storia comune a tanti. Una storia di amore e passione per il proprio lavoro stroncata troppo presto dalla violenza mafiosa.

Giuseppe e Paolo erano due imprenditori che sognavano di lavorare onestamente nel loro piccolo paese. Ma erano gli anni in cui gli interessi della mafia si stavano lentamente spostando verso il cemento e, di conseguenza, verso gli appalti. La colpa dei due imprenditori? Non essersi piegati alle richieste della mafia locale che cercava di impossessarsi della loro impresa di calcestruzzi. Un’impresa rinnovata, all’avanguardia per l’epoca, costruita con i sacrifici di Giuseppe che, insieme al figlio Paolo, lavorava con amore e passione. La mafia, si sa, è arrogante e quando vuole qualcosa la ottiene con la violenza. Ma i Borsellino non si sono piegati, e per questo hanno pagato con la vita. “Mio padre non aveva altri hobby, viveva per il lavoro, così come mio fratello Paolo. – racconta ad Alqamah.it Antonella Borsellino, figlia di Giuseppe e sorella di Paolo – Noi inizialmente gestivamo un bar in piazza, poi mio fratello decise di vendere il bar e di investire tutto nell’impresa di movimento terra che poi diventò di calcestruzzo”.

I sacrifici di Giuseppe e Paolo finiscono però per disturbare gli equilibri del paese e della provincia: “In quel periodo erano tanti gli interessi nel settore edile a Lucca Sicula e nei paesi vicini. Sono state realizzate tantissime opere pubbliche inutili, vuote. Fino a quel momento – racconta Antonella Borsellino – gli appalti erano in mano sempre agli stessi, quindi, quell’impianto innovativo dava molto fastidio alla mafia locale. Così sono iniziati i problemi: prendere appalti pubblici era diventato impossibile e i mafiosi iniziano a non farli lavorare. Da lì le offerte di acquisto che mio fratello rifiuta”.

Gli imprenditori Borsellino infatti rifiutarono tante offerte avanzate per l’acquisto della loro impresa, e così iniziano i primi avvertimenti: “hanno bruciato un camion, hanno tagliato tutti gli alberi di pesche in un nostro terreno a Bivona, tutto denunciato da mio padre. Nel frattempo aumentavano le offerte per l’acquisto dell’impresa” – aggiunge Antonella Borsellino.

Da lì alla fine Paolo accetta di cedere parzialmente l’impresa a delle persone di Burgio che, subito dopo la cessione, cercarono in tutti i modi di estrometterlo, fino a buttarlo fuori dalla sua impresa.

Un mese dopo la cessione parziale dell’impresa, il 21 aprile 1992, Paolo venne ucciso in un agguato. A soli 31 anni venne trovato morto nella sua auto a pochi passi da casa, ucciso a colpi di fucile. “Quel giorno è stato terribile – racconta Antonella Borsellino – è stata una cosa inaspettata, nessuno pensava che sarebbero arrivati a tanto. Mio padre ha subito raccontato tutto e collaborato con i carabinieri.” Il padre, che aveva intuito tutto, il giorno stesso dell’omicidio del figlio fornì ai carabinieri indizi sui possibili assassini e mandanti. Le sue dichiarazioni infatti permisero agli inquirenti di ricostruire successivamente gli intrecci tra mafia e imprenditoria a Lucca Sicula che portarono nei mesi successivi a numerosi arresti, anche all’interno dell’ufficio tecnico del Comune. Per quella sua voglia di verità e giustizia per il figlio fu emessa anche la sua condanna a morte: “Mio padre in quegli otto mesi ha ricevuto tantissime minacce e chiamate anonime durante la notte. Lui si è affidato totalmente nelle mani dello Stato ma non è stato protetto. Lui non aveva una scorta, non aveva particolari tutele. Diceva che “era un morto che cammina”, per questo la sua è stata una morte annunciata, ma non solo per lui ma per tutti”.

Le mani della mafia sul mercato del cemento erano troppo grandi e così, secondo la diabolica logica stragista mafiosa, anche l’imprenditore ribelle Giuseppe doveva fare la stessa fine del figlio. Così, appena otto mesi dopo, il 17 dicembre 1992 uccidono anche il padre, ma questa volta in modo plateale. Doveva essere anche un messaggio chiaro per gli altri: “mai mettersi contro la mafia”.

Così Giuseppe venne ammazzato nella piazza principale di Lucca Sicula, in pieno giorno: due killer in motocicletta gli scaricarono addosso una raffica di proiettili. In una piazza piena, in una piazza muta. Su questa triste vicenda negli anni sono stati tanti i dubbi sui mandanti, i silenzi, l’omertà, tanti i processi andati a vuoto e, purtroppo, come accade in molti casi, non si è ancora fatta piena luce sui delitti. I figli Pasquale e Antonella aspettano ancora giustizia. La cercano ogni giorno. Senza sosta. “La nostra è ancora una battaglia quotidiana, sulle orme di mio padre chiediamo allo Stato verità e giustizia”.

Dopo essere stati riconosciuti vittime innocenti di mafia nel 1994, nel 2001, in base ad alcune dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, Paolo è stato estromesso dallo status di vittima innocente. Le dichiarazioni del “pentito” però, nella sentenza definitiva, “sono state ritenute inattendibili. – spiega Antonella Borsellino – Ma nonostante questo Paolo oggi non è più riconosciuto come una vittima innocente di mafia. Noi abbiamo fatto causa al Ministero dell’Interno per dare giustizia a Paolo, ma è una lotta impari. Allo Stato non conviene. Non c’è volontà. Ho fatto richiesta anche alla Commissione nazionale Antimafia che si è interessata, ma, ripeto, è una lotta impari. Troviamo un muro di gomma”.

Ma la vita di Giuseppe Borsellino si intreccia anche con quella di un altro Borsellino, il giudice Paolo, ucciso nella strage di via D’Amelio insieme agli agenti della scorta. A lui si era rivolto quanto il magistrato era a Marsala: “Si, tra di loro c’era un buon rapporto. È andato a trovarlo a Marsala e gli ha raccontato la storia delle pressioni per la vendita dell’impresa. Il giudice è rimasto colpito dalla storia di mio padre, dalla sua disperazione per la morte del figlio tra l’altro suo omonimo. Ricordo quando il 19 luglio mio padre apprese la notizia della morte del giudice, era disperato. In lui aveva trovato una speranza, una luce, era l’unico che lo ascoltava veramente e aveva preso a cuore il suo caso anche se non era di sua competenza”.

Per i due omicidi ci sono stati arresti e scarcerazioni, e alla fine per la morte di Giuseppe c’è stata una sentenza definitiva di condanna per il responsabile materiale dell’omicidio ma non per il mandante, rimasto sconosciuto. Per l’uccisione del figlio Paolo, invece, le indagini sono state archiviate.

“Oggi andare avanti è difficile per noi. La nostra è stata una tragedia nella tragedia. La mia famiglia per anni è stata isolata per la nostra scelta di ricerca di verità e giustizia in un territorio ad alta densità mafiosa. Lucca Sicula? No, non è cambiata. Oggi di Giuseppe e Paolo non si parla. Pochi hanno risposto al nostro invito per la commemorazione. Di loro non si parla nelle scuole, nelle piazze, sono stati dimenticati. Ma invece erano molto conosciuti in paese”.

Ogni anno durante il 21 marzo, nella giornata nazionale della memoria e dell’impegno, i loro nomi vengono letti dai ragazzi di “Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie” insieme alle tante vittime innocenti delle mafie.

Oggi, domenica 17 dicembre, i familiari insieme ai volontari di “Libera”, saranno sul luogo dell’uccisione per ricordare Giuseppe e il figlio Paolo: “Mi auguro che la gente onesta partecipi senza paura” – ha aggiunto Antonella Borsellino. Assente per motivi personali don Luigi Ciotti che ha inviato una lettera ai figli: “Mi dispiace profondamente non essere con voi a Lucca Sicula. – scrive don Ciotti -E mi dispiace anche e mi ferisce che alla mia assenza siano state date interpretazioni false e strumentali. Sappiate comunque che, come in passato, ci sarò in futuro: di persona, con il cuore, con l’affetto e con l’impegno. E su questo che deve basarsi un cammino di speranza. Certo non facile, spesso impervio, ma praticabile se la fatica è condivisa, se è testimonianza corale di parole vere e di fatti concreti. È quello che ci chiede vostro papà Giuseppe, vittima innocente delle mafie. Non solo di essere ricordato, – conclude – ma di continuare a vivere nella nostra ricerca di giustizia e verità”.

 

 

 

Fonte:  cosavostra.it
Articolo del 16 aprile 2019
Paolo Borsellino. L’altro Paolo ucciso dalla mafia
di Valentina Nicole Savino

Un paesino di Agrigento, Lucca Sicula, un padre e un figlio. Altri due Borsellino brutalmente assassinati dalla mafia, sebbene raramente se ne rievochi la storia.

Paolo Borsellino, mentre suo fratello Pasquale si era trasferito a Padova e sua sorella Antonella si occupava di altro, aveva deciso di lavorare fianco a fianco con il padre. Un impianto acquistato per 39 milioni di lire rateizzate era il loro piccolo tesoro: dopo tanti sacrifici e svariati lavori come quello di camionista, i due desideravano far fiorire la propria impresa, forti della complicità che caratterizzava il loro rapporto e che li rendeva più amici che parenti.

Questa loro impresa è piccola, ma è in una posizione strategica. E le imprese di calcestruzzo fanno gola alla mafia. Come sarebbe poi emerso nel corso di importanti operazioni antimafia, che rileveranno come ne fosse gestito il commercio sia direttamente, sia per mezzo di imprenditori conniventi, operanti in regime di monopolio assoluto. E come ci ricorda la vicenda della Calcestruzzi Ericina, messa sotto scacco perché gestita dallo Stato a seguito della confisca al boss Virga.

Appalti miliardari che non finivano perciò mai nelle mani di Paolo e Giuseppe, ruotando sempre intorno alle poche ricche industrie gestite dalla malavita (una di Giuliana, e due di Agrigento).

Così ben presto iniziano i giochi di potere, le intimidazioni, le minacce. Racconta la sorella di Paolo, Antonella: “hanno bruciato un camion, hanno tagliato tutti gli alberi di pesche in un nostro terreno a Bivona, tutto denunciato da mio padre. Nel frattempo aumentavano le offerte per l’acquisto dell’impresa”.

Paolo non abbassa la testa e rifiuta le offerte che dissimulano le minacce, e spinge il padre a fare altrettanto, a non cedere alla protervia. La prima “offerta” è di 150 milioni di lire, a cui Paolo risponde senza esitare un secondo: “con quei soldi non vi vendo nemmeno i pneumatici delle betoniere”.

Dopo qualche mese ne giunge una seconda: di nuovo 150 milioni ma per il 50% dell’impresa, da parte dell’imprenditore di Burgio Calogero Sala. I due tenacemente continuano a rifiutare, ma i debiti aumentano e così il loro timore di vedersi sgretolare tra le mani quella piccola fortezza costruita con tanta fatica e sudore, prende il sopravvento.

Senza neanche aver piena coscienza di quello che stava succedendo, si innesta l’infiltrazione mafiosa nella Lucca Sicula Calcestruzzi S. r. l., nei nomi dei soci Calogero Sala, Mario Davilla, Pietro Galifi, Paolo Polizzo.

Le loro mosse non si fanno attendere: ben presto iniziano a operare le proprie manovre e investimenti e a ricattare i due lavoratori, sperando di riuscire a tagliare del tutto fuori dall’azienda Paolo e Giuseppe. E in fretta. Ad attendere i malavitosi c’è difatti il progetto della canalizzazione di tre fiumi, preziosa occasione per entrare nei giri che “contavano”.

Appena si rendono conto che i due non si piegheranno mai, decidono di “agire” nella maniera più barbara e disumana, in perfetto stile mafioso. Freddano brutalmente Paolo. Il 21 aprile del 1992 il suo corpo di trentaduenne verrà ritrovato morto su una delle auto a disposizione degli operai; i piedi fuori dal finestrino e nessuna traccia di sangue sulla vettura.

Il 17 dicembre verrà ucciso anche il padre Giuseppe, di 54 anni, in piena piazza, per aver denunciato l’accaduto in caserma la sera stessa del funerale del figlio, continuando a urlare e denunciare pubblicamente il suo dolore per tutti i mesi successivi. «Raccontare la storia di mio padre e di mio fratello è importante, è un modo per ricordare due persone dimenticate da tutti e chiedere che venga fatta giustizia».

Echeggia forte la voce della sorella di Paolo, Antonella. Antonella ci racconta anche di come dopo gli omicidi del padre e del fratello, la sua famiglia sia stata abbandonata non soltanto dallo Stato, ma anche dagli amici e dai compaesani: «La paura è più forte del voler bene. Lo Stato non ci ha aiutati e ancora oggi mi sembra di portare avanti una lotta contro i “mulini a vento”. Io voglio solo la verità».

Oggi quella voce che ci racconta di Paolo e di Giuseppe Borsellino e di quella impresa di calcestruzzo che sorgeva sulla collinetta di Burgio, dominando con la vista tutta la valle, è per noi un monito imprescindibile.

Ci ricorda quanto sia importante non abbassare mai la guardia, quanto sia importante ravvivare il ricordo di ogni singola vittima di mafia e non arrendersi davanti alla violenza e alla protervia della criminalità organizzata, anche quando il nostro sembra soltanto un piccolo disperato tentativo sommerso dell’omertà generale.

Soprattutto quando sembra piccolo e disperato. Per essere la goccia diversa.

 

 

 

Fonte:  mafie.blogautore.repubblica.it
Articolo del 11 aprile 2020
Gli altri Borsellino e le ombre siciliane
a cura di Pasquale Borsellino e Anna Dalla Giustina

Il 21 aprile e il 17 dicembre 1992, gli imprenditori Paolo e Giuseppe Borsellino, vennero barbaramente uccisi dalla mafia. Il 1992, però, è l’anno delle stragi, quelle in cui muoiono il Dott. Giovanni Falcone e il Dott. Paolo Borsellino. È uno sventurato caso di omonimia che segna la morte dei due imprenditori, che, data anche la risonanza degli assassini dei due giudici, rende più complicata l’emergere della loro storia, come dice Antonella, sorella e figlia di Paolo e Giuseppe: “La verità è che nel 1992 morirono per mano mafiosa tre Borsellino”.

Anime cadute a causa dell’omertà, dell’ingiustizia, della corruzione, della mafia. La storia di due onesti lavoratori, Giuseppe e Paolo Borsellino, e di un paesino costantemente coperto dal sole cocente, Lucca Sicula, in cui, nelle strade e nei vicoli, la vita scorreva tra sorrisi, saluti e risate.
Tutti conoscevano tutti, tutti erano amici di tutti. Apparentemente.
Ma la piccola cittadina era abitata da ombre, ombre particolari, che prendevano il caffè al bar, che salutavano con ossequi e “rispetto” e partecipavano alla vita sociale; ombre, circondate da un aura di cordialità, attiravano nelle proprie reti inestricabili chiunque si frapponesse tra loro e i “piccioli”; ombre che vedevano e osservavano tutto, che avevano il controllo di tutto, esercitando paura e terrore.

Giuseppe e Paolo Borsellino gestivano un impresa di calcestruzzi, un’ impresa onesta, così come molte altre. Erano padre e figlio. Vivevano come una normale famiglia in una regione in cui la mafia si interessava al cemento e gli appalti. E i due uomini si trovarono al centro dell’uragano del guadagno corrotto, stritolati dall’esigenza mafiosa dell’affermazione del potere.
Per l’acquisizione dell’impresa, si creò una spirale di violenza, da cui, con passione e coraggio, il padre e il figlio si tirarono fuori. Decisero di non farne parte.
Il loro “no” restò saldo nella tempesta, tacitamente creata intorno, dalla “mafia” che era sistema.

Da semplici richieste e offerte, a domande casuali per soldi ad “amici” in carcere, secondo una consuetudine che pochi conoscono se non stanno nel cerchio maligno di quell’aberrante meccanismo, si passò prima a minacce velate, poi, piano piano, a intimidazioni e veri e propri atti vandalici contro i loro beni: tagliarono gli alberi di pesche in un loro terreno a Bivona e bruciarono un camion della loro azienda.
“Mio fratello fu addirittura sollevato, perché aveva capito che aveva detto un “no” a certi personaggi…”, racconta oggi Pasquale Borsellino. La lotta portata avanti da Paolo continuò ferma e decisa. Un affronto inaccettabile per le ombre. “Nel frattempo la cosca aveva fatto un salto di qualità”, dice Pasquale.

L’imprenditore onesto fu spinto sull’orlo del baratro, attraverso la violenza, la paura e la vergogna . La mafia non tollera lo “spregio”. E così lo uccisero, uccisero il povero Paolo. Il corpo fu trovato dal padre, Giuseppe, dopo ore di ricerca, in un’auto, la sua Panda, vicino a dove abitava, ucciso con un colpo di fucile al cuore, probabilmente tradito e venduto da un amico d’infanzia. Lo riconobbe dalle gambe che uscivano dallo sportello della macchina, ma non ebbe la forza di avvicinarsi e chiamò aiuto.

Gli otto mesi successivi, fino al suo omicidio, furono distruttivi per Giuseppe, abbandonato da tutti, tranne che dalla sua famiglia. Passarono tra indizi, collegamenti, ricerche e paura. Giuseppe divenne il “pazzo” del paese, nessuno lo ascoltava, lo ignoravano persino i suoi vecchi amici d’infanzia. Vestito di nero, in poco tempo a soli cinquantaquattro anni gli erano diventati bianchi tutti i capelli e la barba, che cominciò a lasciar crescere, lunga come la scia di sangue che aveva visto scorrere dal corpo del figlio.
L’intera cittadina rifiutava di riconoscere pubblicamente l’omicidio per quello che era.
La famiglia di Pasquale era circondata dal terrore, dalla paura, dalle ombre che, con occhi di falco, esercitavano un silenzioso e implicito comando.

Le uniche persone a sfuggire erano proprio i membri della famiglia Borsellino. In particolar modo, il padre, sotto le vesti da lutto, la barba folta e l’aspetto distrutto, continuò a svolgere ricerche, a trovare collegamenti e a fare domande, nonostante fosse stato abbandonato dalle istituzioni che gli riconobbero solo il rilascio per un porto d’armi con cui acquistare, di tasca propria, una pistola. Racconta Pasquale: “La gente del paese si avvicinava, “consigliando” di lasciar perdere la morte del figlio”.

Giuseppe, in onore di Paolo, accettando il suo destino, continuò a sostenere, con dedizione, il “no”; continuò a supportare la lotta per cui Paolo aveva dato la vita, per cui era stato strappato alla sua esistenza. E per questo, per il rispetto dei suoi diritti, venne usato come dimostrazione del potere mafioso.

Il suo omicidio fu, infatti, chiaramente dimostrativo: un monito per tutto il paese.
Venne ucciso in piazza, alla luce del sole, come un animale da macello, senza alcuna esitazione, da due uomini in motocicletta che gli scaricarono addosso 37 colpi di kalashnikov.
Nessuno intervenne. Nessuno sapeva o volle fare finta che fosse così.

Ancora oggi, quando il 21 marzo si leggono i nomi delle molte, troppe vittime innocenti delle mafie, qualcuno cancella il secondo “Paolo Borsellino”, pensando si tratti di un doppione, dovuto a errore di battitura.
“La verità è che nel 1992 morirono per mano mafiosa tre Borsellino”.

 

 

 

 

 

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