MESSINA, TROVATO A MAZZARRA’ S. ANDREA IL CIMITERO DELLA MAFIA

Trovati due cadaveri nel cimitero della mafia. Si tratterebbe dei corpi di Natale Perdichizzi e Antonino Ballarino. E si stanno cercando altre tre vittime. Sono trentatré le persone scomparse negli ultimi 24 anni. I NOMI

Fonte: stampalibera.it
Articolo del 6 gennaio 2011

Dal cimitero della mafia di Mazzarrà S. Andrea cominciano a riemergere i resti dei cadaveri dei primi scomparsi inghiottiti nella voragine della “lupara bianca”. Sarebbero già stati ritrovati sulle alture di Piano Gorne i resti delle salme di Natale Perdichizzi, scomparso dalla casa dei suoi genitori, in via Ceroliva a Mazzarrà Sant’Andrea, il 23 luglio del 1997, quando aveva 26 anni. Il cadavere del giovane fabbro di Mazzarrà Sant’Andrea, reclamato per anni dall’anziano padre che con appelli pubblici aveva più volte chiesto ai rapitori del figlio di poter conoscere il luogo dove era stato occultato il corpo del suo “Natalino”, potrà finalmente avere, a più di 13 anni dalla sparizione – dopo gli esami scientifici a cui sarà sottoposto nei laboratori dei carabinieri del Ris di Messina – una degna sepoltura. Assieme ai resti di Natale Perdichizzi, sarebbe stato ritrovato anche il cadavere di Antonino Ballarino di Basicò, anche lui scomparso da casa quando aveva 26 anni, il 23 marzo del 1993, 17 anni fa. Dalle fosse scavate dalla mafia e sparse su un vasto territorio, potrebbero emergere altri tre cadaveri sulle cui tracce starebbero lavorando gli investigatori coordinati dalla Procura distrettuale antimafia di Messina. Le ricerche delle sepolture della mafia continuano incessantemente con l’ausilio di un escavatore meccanico fornito dal distaccamento dei Vigili del fuoco di Milazzo e potrebbero essere estese anche ai territori dei Comuni limitrofi con Mazzarrà Sant’Andrea. Gli stessi territori sui quali, fin dalla metà degli anni ’80 – per una sottovalutazione del fenomeno emergente – hanno liberamente spadroneggiato i temibili esponenti del clan mafioso dei “Mazzarroti”, affiliato alla famiglia di “Cosa nostra” dei “Barcellonesi”. I carabinieri del Comando provinciale di Messina, assieme ai reparti speciali, seguirebbero le tracce fornite genericamente da “fonti confidenziali”. Si è scavato, oltre che a “Piano Gorne”, un latifondo esteso per oltre 80 ettari, impervio crocevia di traffici illeciti e luogo di delitti e disfide, anche in un vivaio di contrada Mandrì, ai margini del torrente di Mazzarrà. Torrente che da sempre ha rappresentato, fin dall’avvio dei lavori per la costruzione del complesso turistico di Portorosa e del raddoppio ferroviario, luogo da cui la mafia ha tratto benefici e ricchezze. Prima con l’estrazione abusiva della sabbia dall’alveo utilizzata in edilizia e subito dopo, da circa un decennio, con l’affare rifiuti che ha portato alla creazione dell’unica e grande discarica della provincia di Messina, appannaggio per nuove commesse in favore delle imprese della mafia. La nuova frontiera a cui punterebbe la criminalità organizzata in questa delicata frattura naturale rappresentata dalla vallata del torrente Mazzarrà che separa la catena dei monti Peloritani dai Nebrodi, sarebbe rappresentata dagli interessi che ruotano attorno alle energie alternative, dal solare fino all’eolico. Nella lista delle persone scomparse e ricercate almeno su tre diversi territori comunali che compongono questo grande cimitero della mafia, potrebbero esserci il barcellonese Alberto Smecca, originario di Gela, la cui scomparsa è stata denunciata dai familiari il 9 aprile del 1992. Al momento della sparizione Smecca aveva 50 anni. Della scomparsa dell’uomo, parlò per primo il pentito Maurizio Bonaceto che attribuì rapimento e uccisione ad un esponente di primo piano della mafia di Barcellona a causa del furto di una partita di rame. Altro scomparso della zona su cui potrebbero essersi concentrate le ricerche iniziate all’alba di martedì scorso, potrebbe essere Carmelo Grasso, inteso “Picuredda”, scomparso da Falcone il 10 aprile del 1995. A questi potrebbe essere aggiunta – solo sulla base di supposizioni dettate dalla vicinanza territoriale ai luoghi delle sepolture – la sparizione di Salvatore Munafò, scomparso da contrada Case Bruciate di Rodì Milici a 36 anni, il 3 giugno del 1997, un mese prima del rapimento di Natale Perdichizzi. Si tratta comunque di mere ipotesi che dovranno essere necessariamente confortate dai riscontri degli investigatori impegnati nelle ricerche che avvengono nel massimo riservo. Fino adesso – mancando il conforto degli stessi inquirenti – è possibile solo ipotizzare ricostruzioni storiche sulla base delle cronache di mafia che hanno interessato il territorio su cui hanno avuto maggiore influenza gli esponenti del clan mafioso dei “Mazzarroti”. Altri riscontri alle ipotesi investigative fin qui tracciate potrebbero emergere giù nelle prossime se, ai due ritrovamenti di resti umani, dovessero aggiungersi conferme circa la scoperta di altri cadaveri. In questa fase di delicate ricerche estese ad un’ampia fetta di territorio, gli inquirenti hanno mantenuto il più stretto riservo che a quanto pare proseguirà anche nelle prossime ore, fino a quando non saranno completati scavi e sondaggi nei siti prescelti. Dall’Eldorado dei “Mazzarroti” potrebbero essere riesumati altri cadaveri inghiottiti nel tempo dalla lupara bianca. Leonardo Orlando – Gds

Da Chiofalo a Bisognano: l’ascesa dei Mazzarroti

Mazzarrà S. Andrea – La cellula mafiosa sorta nel 1986 a Mazzarrà Sant’Andrea fu creata in origine dall’ex boss di Vigliatore, Pino Chiofalo, inteso “U Sceccu”, nella fase di preparazione della “guerra di mafia” che ha poi insanguinato Barcellona con i paesi dell’hinterland. Chiofalo in una riunione segreta tenuta nel 1986 nei pressi del ponte Cicero, all’interno della masseria di proprietà del suo braccio destro, Giuseppe Trifirò, detto “Carabedda”, costituì il “Corpo di società attiva”. Si trattava di una nuova organizzazione mafiosa, più dinamica e spregiudicata con un rituale “copiato” dalla nuova Camorra organizzata di Raffaele Cutolo e con un organigramma simile a quello della ‘Ndrangheta. Sul territorio, infatti, erano stati creati dei sottogruppi denominati ‘ndrine. La più importante ‘ndrina fu quella dei “Mazzarroti” affidata proprio al luogotenente “Carabedda” che su Mazzarrà controllava con i suoi armenti i pascoli. Le lotte di mafia ed i capovolgimenti negli schieramenti contrapposti tra “Barcellonesi” da una parte e “Chiofaliani” dall’altra, portarono successivamente dopo una serie di interminabili attentati, tutti falliti, all’uccisione dello stesso Trifirò avvenuta il 30 agosto del 1991. Da allora il nucleo originario della ‘Ndrina creata da Chiofalo, fu ereditato dall’emergente Carmelo Bisognano. Con il nuovo capo la cellula mafiosa di Mazzarrà fa il salto di qualità e si introduce nella gestione degli appalti pubblici in tutta la Sicilia orientale. L’arresto di Bisognano ha lasciato campo libero al suo ex alleato, il nuovo capo dell’ala secessionista dei Mazzarroti, Tindaro Calabrese, che ha retto la cosca fino all’aprile del 2008. (l.o.)

Sono trentatré le persone scomparse negli ultimi 24 anni

Barcellona – “Lupara bianca”, un metodo silente utilizzato dalla mafia e che non lascia nessuna traccia. Nell’hinterland di Barcellona, dal 1986 sono scomparse 33 persone. Il bilancio di questa tragedia provocata dalla sentenze di morte emesse dalla potente famiglia mafiosa dei “Barcellonesi” e dalle sue articolazioni territoriali sale a 41 se nel computo si considerano anche le scomparse avvenute nel triangolo Tortorici, Capo D’Orlando, Piraino, tutte riconducibili alle lotte scatenate tra le fazioni contrapposte della mafia di Barcellona che aveva assoldato tra le sue fila una masnada di pastori di Tortorici utilizzati come spietati sicari. La tragica stagione delle lupare bianche ebbe inizio il 28 novembre del 1986, quando fu fatto scomparire il presunto boss Girolamo “Mommo” Petretta, ritenuto un vecchio uomo d’onore della mala del Longano. Sulla fine riservata a Petretta i pentiti hanno raccontato due diverse versioni: la prima che il cadavere del vecchio boss fu bruciato nella zona di Furnari tra una catasta di pneumatici; la seconda che il corpo dello scomparso sarebbe stato dato in pasto ai maiali. Pochi mesi dopo la morte di Pedretta per le strade di Barcellona si scatenò una guerra di mafia che portò all’eliminazione dei cosiddetti vecchi esponenti. La banda di Pino Chiofalo il 26 febbraio del 1987 aprì il fuoco sul vecchio capomafia Ciccio Rugolo, il 30 marzo sul suo luogotenente Franco Emilio Iannello. Il 1987 fu caratterizzato da una impressionante catena di omicidi. Alle azioni da guerriglia la criminalità organizzata, soprattutto la fazione vincente dei “Barcellonesi” alterna il ricorso alla lupara bianca. La sequenza delle scomparse avvenute a Barcellona e nei paesi dell’hinterland è tra le più atroci della storia di mafia della Sicilia. Il 5 settembre del 1998, sparisce da Merì, Francesco Mastroieni; l’8 aprile del 1990 un incensurato, il ventiquattrenne Sebastiano Rizzotti; venti giorni dopo, il 29 aprile, un’altra sparizione quella di Nicola Genovese 21 anni, il cui cadavere sarà scoperto un anno dopo, il 7 agosto del ’91, nella fossa comune di contrada Praga, sulle colline che sovrastano Barcellona. Il 20 settembre del ’90, scompare un altro incensurato di Barcellona, Marcello Pedalà, 24 anni, vane furono le ricerche e gli appelli lanciati dai familiari attraverso la trasmissione “Chi l’ha visto?”. Il 25 gennaio del 1991, nel greto del torrente Patrì viene ritrovata l’auto, con i documenti strappati, di Salvatore Ansaldo, 35 anni, di Fondachelli Fantina, di cui non si sono avute più notizie. Pochi giorni e il 29 gennaio da Merì scompare Nicolino Aspa, 36 anni. Il 2 febbraio sparisce Salvatore Famà, 36 anni, di Santa Lucia del Mela. Nel frattempo non cessa il fragore delle armi e sono numerosi gli omicidi, tra i quali quello “eccellente” dell’avv. Benedetto Di Pietro, legale di fiducia di Chiofalo, avvenuto il 20 marzo del 1991 a S. Lucia del Mela. Le sparizioni riprendono il 17 maggio del 1991, quando non si hanno più notizie del sorvegliato speciale Alfio Bonazinga, originario di Lentini, con dimora a Barcellona, il cui corpo, sempre un anno dopo sarà ritrovato nella fossa comune di contrada Praga, assieme al cadavere di Nicola Genovese e ai resti di un terzo corpo che gli inquirenti ritengono possa essere di Salvatore Famà di Santa Lucia del Mela. Trascorrono pochi giorni e a Terme Vigliatore si perdono le tracce di un meccanico, Mariano Chiofalo, 31 anni. Dopo la scoperta del cimitero della mafia le sparizioni riprendono il 7 gennaio dell’anno successivo quando i familiari denunciano la scomparsa di Bruno Abbate. Dieci giorni dopo, sempre a Barcellona, la clamorosa sparizione di Angelo La Rocca inteso “lo sceriffo”, un ex boxer sul quale aleggiava un alone di mistero per i suoi trascorsi di militante della “Legione straniera” francese. L’uomo era stato condannato all’ergastolo e successivamente assolto, perché, accusato di avere istigato il 7 dicembre del 1983, il figlio minore Francesco affinché uccidesse Giovanni D’Angelo un ragazzo di 12 anni che in precedenza aveva sfregiato il volto al figlio di La Rocca. Un delitto che sarebbe stato commesso da Francesco La Rocca poche ore prima che lo stesso compisse 14 anni, quando ancora il ragazzo era al di sotto della soglia della punibilità. L’atroce destino della “lupara bianca” qualche anno dopo, il 4 novembre del 1996, è toccato proprio anche al figlio di La Rocca, Francesco scomparso assieme all’inseparabile amico Giuseppe Nicosia. I cadaveri dei due furono rinvenuti dieci giorni dopo in un anfratto del torrente Mela. Il 12 febbraio del 1992 sparisce anche un giovane incensurato, Roberto Amato, il cui corpo viene ritrovato il 4 aprile successivo seppellito sulle alture di Barcellona. Il 17 marzo del 1992 scompaiono i barcellonesi Rosario Chillemi, Filippo Alesci Lo Presti e il castrense Salvatore Mirabile. La loro auto, una Fiat Regata viene ritrovata nel parcheggio dell’area di sosta di Tremestieri, alle porte di Messina. Dal successivo racconto dei pentiti dell’operazione Ariete, solo nel 2000 si è appreso dell’atroce fine riservata ai tre: dopo le sevizie e lo strangolamento, sarebbero stati inceneriti tra una catasta di vecchi pneumatici. L’interminabile elenco degli scomparsi di Barcellona continua con Angelo Smecca di cui non si sono avute più notizie dal 9 aprile del 1992, il cui corpo a quanto pare sarebbe nella lista dei cadaveri ricercati in questi giorni a Mazzarrà. Dodici giorni dopo scompare il venditore ambulante Carmelo Catalfamo il cui cadavere fu rinvenuto il 17 maggio del 1992, seppellito in un terreno sulle alture di Barcellona. Altra misteriosa scomparsa il 15 febbraio del 1993 a Rodì Milici, dove di Alessandro Maio non si sono avute più notizie. Il 22 febbraio a Barcellona scompare Giuseppe Italiano; il 17 marzo invece Giuseppe Porcino. Anche nell’hinterland avvengono atroci sparizioni: il 23 marzo 93 a Basicò sparisce Antonino Ballarino, il cui corpo sarebbe stato ritrovato ieri l’altro sulle alture di Mazzarrà; più tardi, il 10 aprile del ’95 a Falcone viene denunciata la scomparsa di Carmelo Grasso, 19 anni, operaio inteso “picuredda”. Il 5 gennaio del 1996, a Oliveri presunta lupara bianca per il tortoriciano Carmelo Barberi Triscari. Il 30 gennaio del 1996 scompare il barcellonese Carmelo Genovese, il cui corpo viene ritrovato il successivo 13 febbraio nelle campagne di Terme Vigliatore. Il 16 maggio a Furnari si perdono le tracce di Vincenzo Bartolone. La lista degli scomparsi si allunga il 3 giugno del 1997, quando da contrada Case Bruciate di Rodì Milici viene denunciata la sparizione di Salvatore Munafò; trascorrono pochi giorni e il 22 luglio del 1997, nella vicina Mazzarrà sparisce da casa Natalino Perdichizzi. L’ombra della lupara bianca torna a Barcellona il 12 dicembre 1997, dove nel nulla inghiotte Santi Bonomo, figlio dell’ex podestà della città del Longano. L’inquietante capitolo degli scomparsi si chiude con il lavagista di Barcellona Sebastiano Mazzeo, sparito da casa il 4 gennaio del 1998 e – secondo indiscrezioni confidenziali – il suo corpo potrebbe essere stato dato in pasto ai maiali nella zona di contrada Garrisi a Barcellona. (l.o.)