Nel labirinto delle mafie a cura di Attilio Bolzoni ed Enrico Bellavia

29 Luglio 2017
L’«attentatuni», una parola di troppo

Quella sull’eccidio di Capaci è una indagine veloce e sorprendente. Improvvisamente quegli stessi apparati sonnolenti incapaci di dare uno straccio di protezione al magistrato, quella rete rabberciata che i mafiosi hanno bucato pedinando l’auto scorta per assicurarsi ogni informazione utile alla predisposizione dell’agguato, d’un tratto, dicevamo, quella rete diventa forte e resistente e si abbatte sul commando di Capaci.
Il primo colpo è di vitale importanza. Lo assesta un giovane collaboratore di giustizia. Si chiama Giuseppe Marchese. Viene da una famiglia storica di Cosa Nostra, la sorella ha sposato Leoluca Bagarella. In cella per reati minori gli danno l’incarico di partecipare a un delitto: si tratta di ammazzare in carcere Vincenzo Puccio che si è messo in testa di sfidare Totò Riina. Il giovane Marchese obbedisce.
Non sa che nelle stesse ore anche uno dei fratelli di Vincenzo Puccio, fuori dal carcere viene ucciso e lo stesso accadrà al terzo dei fratelli. L’ipotesi di un litigio in cella per futili motivi finito nel sangue non regge più. Marchese sa che Riina lo ha giocato e allora parla.
Dice molto e spiega che tra gli uomini di Totò Riina più fedeli ci sono due “parchitani”, due “ bravi ragazzi” di Altofonte: Santino Di Matteo e Antonino “Nino” Gioè. Il primo, Di Matteo – detto Mezzanasca – vanno a prenderlo a casa. Il secondo, Gioè, vive nascosto, si comporta da latitante senza esserlo. Quando gli investigatori riescono a individuarlo lo pedinano. Abita come fosse un fuggiasco in un appartamento di via Ughetti 17. Condivide casa con Gioacchino “Gino”La Barbera.
Nella notte tra il 2 e 3 marzo del 1993 una squadra della Dia piazza una microspia nel covo. Trascorrono cinque giorni e, nella notte tra l’8 e il 9 marzo, discutendo intorno a un meccanico di Capaci, ecco che a Gioacchino La Barbera sfugge una parola chiave: “l’attentantuni”.
Gioè morirà, ufficialmente suicida, qualche mese dopo in una cella di Rebibbia. Uno strano suicidio il suo, con due lacci di scarpe e ferite al collo che vanno verso il basso e non verso l’alto come per un impiccato. E’ la notte tra il 28 e 29 luglio del 1993. Non una notte qualsiasi e vedremo presto perché. Lascia una lettera testamento, in cui di fatto confessa la strage. Ma il suo silenzio forzato si porta dietro l’oblio sulle trame, sulle trattative,  di cui è Antonino Gioè stato protagonista. (14 continua)

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