Nel labirinto delle mafie a cura di Attilio Bolzoni ed Enrico Bellavia

31 Luglio 2017
Trame dietro le sbarre

Ha ragione Loris D’Ambrosio, cosa è accaduto nelle carceri nel 1993? E ancora prima e ancora dopo?
C’è un mondo fuori ma per Cosa nostra, dopo il maxiprocesso c’è soprattutto un mondo dentro.
I dannati del 41 bis hanno condiviso la stagione stragista di Totò Riina. Ne hanno assecondato i piani eversivi. Hanno accolto per buone le ragioni del capo che disegnava un futuro prospero, un avvenire per la nuova Cosa Nostra, non più subalterna alla politica, ma capace di dialogare da pari a pari.
Anzi di più di “mettersi il Paese nelle mani”, di fare di Cosa Nostra, lo Stato nostro. Con la Sicilia governata dagli uomini d’onore, non più solo rozzi contadini diventati assassini ma uomini d’affari come i cugini d’oltreoceano. Per questo in molti, anche dopo l’opaca cattura di Riina, il 15 gennaio del 1993 assecondano anche la fase due.
Con Totò Riina in carcere le bombe non si fermano,  gli squadroni della morte si spostano al Nord. Boss e picciotti si scatenano. Rivendicano gli attentati con la misteriosa sigla di Falange Armata. D’intesa con i calabresi rispolverano quel marchio di fabbrica per timbrare a fuoco il terrore. Mentre lo Stato, attonito abbozza e cancella d’un colpo e in blocco un bel po’ di 41 bis illudendosi di fermare le bombe.
A questo punto conviene fermarsi e riannodare i fili. Le trattative dirette o a distanza sono già parecchie.
C’è quella di Bellini con Nino Gioè del 1992. Giovanni Brusca che di Gioè è il capo vuole che suo padre Bernardo vada ai domiciliari insieme con un altro po’ di boss di San Giuseppe Jato.
C’è la trattativa con Ciancimino intavolata dai carabinieri dopo Capaci e prima di via d’Amelio, della quale il procuratore Paolo Borsellino rimane all’oscuro per settimane.
E c’è quella che vede, nel pieno della stagione delle bombe del 1993, lo Stato arretrare e offrire segnali di distensione per allentare il carcere duro. Quest’ultima corre in parallelo con un intenso lavorio fuori, con i carabinieri ancora protagonisti  dentro il carcere. Perché è tra celle e bracci speciali, nella tetra penombra delle prigioni si lavora per mediare e accordarsi. Torna a circolare l’ipotesi di una dissociazione ma intanto si fabbricano anche i pentiti che daranno la svolta alla strage Borsellino.
Ha spiegato l’ex pm Alfonso Sabella, che è stato alla guida del servizio ispettivo del Dap, il dipartimento pentitenziario: «A me non sconvolge tanto che si paghi un informatore perché dia le informazioni ai servizi segreti o alla polizia giudiziaria. Quello che mi sconvolge è il fatto che si agisca su delle possibili potenziali fonti di prova dell’autorità giudiziaria, inquinandole alla radice, e quando anni dopo o mesi o settimane questi boss hanno deciso di collaborare, probabilmente non erano più le stesse fonti di prova che potevano essere in passato, nel senso che le loro dichiarazioni potevano essere state inquinate, pilotate, indirizzate». (16 continua)

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