Nel labirinto delle mafie a cura di Attilio Bolzoni ed Enrico Bellavia

21 Luglio 2017
Quel rapporto su “mafia e appalti”

Molte congetture, molti voli e poca politica nel rapporto dei carabinieri su “mafia e appalti”, ma nomi e circostanze che affioravano promettevano sviluppi che si sarebbero avuti molto in là. Quando uno degli uomini citati in quel dossier, Angelo Siino, il ministro dei Lavori Pubblici di Cosa nostra, si sarebbe deciso a parlare e a rivelare il sistema: la spartizione delle opere in Sicilia secondo un rigido schema a tre: mafia, politica e imprese.
Con la mafia decisa a guadagnare il doppio dalla tassa sulla protezione e dal dividendo spettante alle proprie imprese. A Gladio e a “mafia e appalti” si era interessato anche Paolo Borsellino. Anzi, era ripartito proprio da quei due fascicoli per ripercorrere a ritroso gli ultimi impegni di Giovanni Falcone e decifrare le ragioni della sua morte. Ci torneremo. Intanto è bene soffermarsi su questa mutazione nel rapporto tra mafia e imprese.
Fino a metà degli Anni Ottanta, le aziende mafiose nelle costruzioni erano essenzialmente votate all’edilizia privata e l’infiltrazione nei lavori pubblici stretta nel vincolo stretto di un rapporto diretto tra imprenditore mafioso e politico di riferimento. Con la saturazione del mercato, l’ondata repressiva, il ridimensionamento nello scacchiere internazionale della presenza dei siciliani nel traffico della droga, l’affare più redditizio delle cosche erano però diventati gli appalti. Con l’avvento dei Corleonesi, Totò Riina aveva imposto la tassa spettante al capo in quanto tale che ogni impresa doveva versare in aggiunta alla quota dovuta a ogni famiglia mafiosa nel cui territorio ricadeva l’opera. La rivoluzione era consistita nell’assumere il controllo dei flussi di spesa pubblici disciplinando una spartizione preventiva delle opere tra imprese affiliate al sistema.
Garanti erano mafio-imprenditori dal volto pulito, elementi di cerniera tra la politica e le cosche. Loro stessi imprenditori ma con un ruolo di guardiani del cancello. La turnazione tra le imprese era assicurata da un calcolo preventivo sui ribassi che preordinasse l’assegnazione della gara all’azienda che si era deciso di far vincere. La politica veniva remunerata, l’economia girava, la mafia ingrassava e controllava.
Al sistema non sfuggiva nessuno. Meno che mai i colossi dell’imprenditoria nazionale e internazionale venuti in Sicilia a lavorare sotto il regno doc che assicurava cemento e prosperità. Una famiglia solida come quella dei Buscemi si era gettata a capofitto negli affari del cemento con la Calcestruzzi, filiale in franchising della Calcestruzzi di Ravenna, rappresentata da Lorenzo Panzavolta, dipendente dal gruppo Ferruzzi guidato dall’imprenditore corsaro Raoul Gardini, morto suicida agli albori di Tangentopoli.
Ma i carabinieri del Ros nella prima stesura del rapporto, con Falcone e Borsellino vivi, nel 1991 avevano stretto su alcuni imprenditori lasciando fuori i politici, su tutti Calogero Mannino sul conto del quale c’erano intercettazioni che iniziavano nel 1990. Il suo nome spunterà fuori in una seconda stesura del rapporto solo sul finire del 1992. (6 continua)

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