Nel labirinto delle mafie a cura di Attilio Bolzoni ed Enrico Bellavia

23 Luglio 2017
Gli ultimi giorni di Paolo Borsellino

Portava lontano il filone degli appalti. Lontano e in alto. A preoccuparsene erano in tanti. Attenti ora alle date. Immaginate Borsellino. Il 23 maggio ha appena visto morire il suo amico Giovanni Falcone e subito si rimette a ripercorrere passo dopo passo tutto il suo lavoro degli ultimi tempi. Il 25 giugno chiede un incontro riservato al colonnello Mario Mori e al capitano Giuseppe De Donno, ma lontano dal Palazzo di giustizia e riparte proprio dal rapporto “mafia e appalti”. Non si fida del procuratore capo di Palermo Pietro Giammanco che gli ha assegnato le indagini su Agrigento e Trapani.
Il 30 maggio Borsellino sente Leonardo Messina, mafioso dell’entroterra che ha deciso di collaborare con la giustizia e che sul tema degli affari ha molto da raccontargli. Messina, per esempio, sa che a febbraio del 1992, si è tenuto un vertice tra le famiglie siciliane nel quale si decide che il piano di morte iniziato con l’eliminazione di Salvo Lima deve proseguire. Nella lista ci sono Falcone ma anche Borsellino. Leonardo Messina sa anche della Calcestruzzi spa. Paolo Borsellino parla anche con Antonio Di Pietro del pool Mani Pulite di Milano, inizia un rapporto che si interrmpe solo con la sua morte.
Borsellino riesce anche a superare le resistenze di Giammanco e a interrogare Gaspare Mutolo, il pentito palermitano che manderà in carcere Bruno Contrada, plenipotenziario del Sisde in Sicilia e nel Sud, di stanza all’Alto commissariato per la lotta alla mafia.
Durante l’interrogatorio di Mutolo, Borsellino viene chiamato dal capo della Polizia a Roma – Vincenzo Parisi –  si assenta, torna turbato, fuma una sigaretta dietro l’altra. Ha incontrato Contrada che mostra di sapere dell’interrogatorio di Mutolo, in teoria segretissimo. Al Viminale Borsellino incontra anche il neo ministro Nicola Mancino che non ricorda di averlo mai visto.
Ma c’è un particolare su tutto: Borsellino è un morto che cammina, c’è una lettera di minacce che lo indica come bersaglio. Nero su bianco. Il contenuto della lettera glielo rivela in aeroporto il ministro della difesa, il catanese Salvo Andò durante un incontro cui assiste anche la moglie Agnese Piraino Leto.
Borsellino ne è all’oscuro. Chiede lumi al procuratore  Giammanco che risponde di aver consegnato la lettera alla procura di Caltanissetta, competente per i giudici di Palermo. Poco più che una scartoffia di cui liberarsi.
Paolo Borsellino lavora alacremente e sa di avere i giorni contati. Confida ai suoi che andrà alla procura di Caltanissetta di Gianni Tinebra a raccontare quello che ha scoperto appena avrà completato il quadro. Caltanissetta spontaneamente si guarda bene dal farsi viva. E Borsellino si porta con sé le sue intenzioni, forse annotate nell’agenda rossa sparita dopo la sua morte. (8 continua)

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