“Caso Manca, San Macuto convoca il procuratore e il pm di Viterbo” di Luciano Mirone

 

Articolo del 13 Gennaio 2015 da stampalibera.it

Questo pomeriggio davanti alla Commissione Antimafia l’audizione del capo dei pm Alberto Pazienti, e del sostituto Renzo Petroselli per avere chiarimenti su tutti i punti oscuri di un’inchiesta che l’avvocato di parte civile Antonio Ingroia ha accusato di “inerzie al limite del depistaggio”. Sulla morte dell’urologo di Barcellona, liquidata come un’overdose, Rosy Bindi ha detto: “Tutto sembra tranne che un suicidio”

di Luciano Mirone

Sul mistero della morte di Attilio Manca, ora indaga la Commissione parlamentare antimafia che questo pomeriggio ascolterà il procuratore della Repubblica di Viterbo, Alberto Pazienti, e il sostituto procuratore Renzo Petroselli per avere chiarimenti su tutti i punti oscuri di un’inchiesta che l’avvocato di parte civile Antonio Ingroia ha definito un festival ”di sciatteria al limite del depistaggio”. L’urologo Attilio Manca, è morto nel suo appartamento di Viterbo (la cittadina laziale dove prestava servizio da oltre un anno presso l’ospedale Belcolle) nelle ultime ore dell’11 febbraio 2004: il suo corpo senza vita viene scoperto la mattina dopo sul letto dell’appartamento. Un cadavere anomalo, con due buchi al braccio sinistro (circostanza stranissima in quanto la vittima era mancina) e due siringhe a poca distanza, che porta la Procura di Viterbo a sostenere con certezza un decesso da overdose di eroina, mista ad una dose di tranquillante e di alcol. Il corpo di Attilio Manca presenta però una quantità enorme di segni anomali per un’overdose: il volto pieno di sangue, il setto nasale deviato, le labbra gonfie e tumefatte, i testicoli enormi, lo scroto con una ecchimosi evidente, macchie “emostatiche” all’altezza dei polsi e delle caviglie: indizi che portano la famiglia – assieme ai legali Fabio Repici e Antonio Ingroia, affiancati da parte consistente dell’opinione pubblica e dalla magistratura palermitana che si occupa della Trattativa – a ritenere che Attilio Manca, dopo una colluttazione, sia stato immobilizzato con dei colpi al volto e ai testicoli, trattenuto ai polsi e alle caviglie, sedato con una dose di tranquillante attraverso il primo buco, imbottito di eroina attraverso il secondo, e lasciato morire sul letto.

Ipotesi, quest’ultima, corroborata dall’assenza nell’appartamento dei classici oggetti per bucarsi (il laccio emostatico, il cucchiaio sciogli eroina, l’involucro conserva-eroina), ma anche dalla presenza di un peso da ginnastica rotto, con la sabbia del peso depositata negli angoli più nascosti dell’appartamento (come se qualcuno avesse ripulito in fretta il pavimento, trascurando il resto), da un pezzo del parquet divelto, e da alcuni strumenti chirurgici mai visti prima e disposti su un tavolo apparecchiato: un bisturi, delle forbici, un ago con il filo da sutura ancora inserito. A cosa dovevano servire questi oggetti? C’era un’urgenza “segreta” alla quale si doveva far fronte? C’è un collegamento fra questi oggetti, l’eventuale “urgenza” e la morte di Attilio Manca?

Potrebbe essere contenuto in queste tre domande il mistero della morte dell’urologo siciliano. Un mistero più grande di quanto gli inquirenti laziali vogliano far credere. Un mistero di mafia? Un mistero che porta direttamente alla città di Attilio: Barcellona Pozzo di Gotto, centro di fortissime collusioni fra mafia, politica, massoneria e servizi segreti deviati? Centro dove è strato costruito il telecomando della strage di Capaci, dove sono state uccise centinaia di persone, fra cui il giornalista Beppe Alfano, l’editore televisivo Antonio Mazza, il consigliere comunale Giovanni Salomone, e si sono registrati gli strani “suicidi” del professore universitario Adolfo Parmaliana (che denunciava gli scandali del vicino Comune di Terme Vigliatore) e, appunto, di Attilio Manca, quest’ultimo così anomalo da spingere il presidente della Commissione parlamentare antimafia, Rosy Bindi, nei giorni scorsi, a dichiarare: “Tutto è tranne che un suicidio”.

Dunque, un omicidio? Legato a cosa? Diversi elementi, come detto, portano a Barcellona. E Barcellona porta alla latitanza di Bernardo Provenzano proprio in quel comune. E la latitanza di Provenzano porta all’operazione di cancro alla prostata alla quale lui stesso si sottopose a Marsiglia nell’autunno del 2003. Un periodo nel quale Attilio Manca, guarda caso, si trova nel Sud della Francia, “per vedere un’operazione” (così dice telefonicamente alla madre). Circostanza smentita dall’ex capo della Squadra mobile di Viterbo, Salvatore Gava, secondo cui il medico, in quei giorni, non si sarebbe mosso dall’ospedale laziale. Un falso clamoroso, secondo quanto sostenuto dalla trasmissione di Rai Tre, “Chi l’ha visto”, che, consultati i registri delle presenze, ha accertato che Attilio Manca era assente proprio in quel periodo. Peccato che proprio da quello scoop clamoroso (gennaio 2014), “Chi l’ha visto” ha deciso di non occuparsi più del caso Manca.

Oggi i magistrati laziali, convocati a Palazzo San Macuto, dovranno spiegare alla Commissione antimafia perché – malgrado le sollecitazioni della famiglia Manca – non hanno mai ritenuto di acquisire i tabulati telefonici del medico relativi all’autunno 2003; perché hanno sempre “visto” solo i buchi e le siringhe, ignorando tanti altri particolari fondamentali per arrivare alla verità; perché l’esame per le impronte digitali sulle siringhe è stato ordinato soltanto otto anni dopo; perché malgrado l’esito “neutro” di questo esame (nel senso che non sono state trovate impronte) hanno continuato a parlare di “inoculazione volontaria”; perché malgrado lo stato impressionante del volto, del naso, delle labbra e dei testicoli (documentato dalle foto della Scientifica subito dopo il decesso), il procuratore Pazienti e il sostituto Petroselli (titolare delle indagini), in una conferenza stampa tenuta nel giugno 2012, hanno smentito che il corpo presentasse segni di violenza. Del resto, lo stato alterato di alcune parti del cadavere viene completamente ignorato sia dal verbale di sopralluogo della Polizia di Viterbo (arrivata sul posto subito dopo la scoperta del corpo), che addirittura dal referto della dottoressa Dalila Ranalletta, che ha svolto l’autopsia, e che, secondo il codice deontologico, avrebbe dovuto descrivere minuziosamente ogni traccia e ogni segno del cadavere ispezionato. Negli atti si legge: “Non si notano segni di violenza sul corpo di Attilio Manca”.

Domande che la Commissione parlamentare antimafia porrà probabilmente ai due magistrati laziali, ma che – relativamente a certi aspetti misteriosi dell’inchiesta – dovrebbe porre anche all’ex capo della Squadra mobile Salvatore Gava e alla dottoressa Ranalletta. Dopo la morte di Attilio Manca, Gava era destinato a una folgorante carriera: peccato che nel frattempo sia stato condannato (con sentenza passata in giudicato) a tre anni e mezzo e all’interdizione per cinque anni dai pubblici uffici per avere falsificato un verbale sul massacro di decine di giovani pacifisti inermi all’interno della scuola “Diaz” di Bolzaneto, durante il G8 di Genova del 2001. La Ranalletta, invece, la folgorante carriera l’ha fatta davvero: oggi è direttore dell’Asl 1 di Roma e consulente fissa della trasmissione di Mediaset, “Quarto grado”.

 

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