Graziella Campagna, 17 anni, vittima di mafia. Storie di trafficanti, imprenditori e giudici nella provincia dove la ‘mafia non esiste’

INTRODUZIONE

Morire a diciassette anni. Morire di mafia.

A cura di:

Associazione Antimafia ‘Rita Atria’ di Milazzo

Comitato per la pace e il disarmo unilaterale di Messina

Graziella Campagna, una ragazza semplice di Saponara, una famiglia numerosa la sua, dove i genitori insegnano ai figli i principi della vita civile, i valori dell’onestà. “Era una ragazza buona” dicono i familiari e tutti coloro che l’hanno conosciuta. “Una ragazza posata, riservata in società, una ragazza sincera, che parlava di tutto con la sua famiglia”.

Il 12 dicembre 1985 è stata rapita e uccisa. Undici anni trascorsi senza che lo Stato le abbia riconosciuto il diritto alla verità e alla giustizia. Undici anni in cui le è stato negato il diritto alla memoria, ad essere riconosciuta vittima di un potere criminale troppo spesso sottovalutato nel messinese.

Il 7 dicembre ‘96, il Tribunale di Messina ha deciso di riaprire il caso Graziella Campagna. Un riconoscimento dell’impegno di coloro che non hanno voluto e non vogliono dimenticare.

Le dedichiamo questo dossier. Per tracciare le fasi salienti di un’inchiesta infinita; inchiesta superficiale e discutibile come discutibile ci appare la stessa sentenza di proscioglimento dei due ‘presunti’ assassini, i mafiosi palermitani Gerlando Alberti junior e Giovanni Sutera. Un dossier per inserire il delitto in un contesto fatto di trame occulte, poteri forti, organizzazioni criminali, traffici di morte. Nello sfondo gli anni delle stragi di mafia e dell’eversione neofascista, un connubio destabilizzante che proprio a Messina e nello Stretto si è alimentato e sviluppato nell’omertà e nei silenzi di tanti. Di troppi.

Abbiamo fondati motivi per ipotizzare che l’agendina smarrita da Gerlando Alberti e ritrovata da Graziella contenesse gli elementi per individuare esecutori e mandanti della strage del rapido 904 del 23 dicembre 1984. Siamo convinti che nel messinese Gerlando Alberti e i suoi protettori siano stati “cerniera” di equilibri politici, economici e mafiosi. Sarà dovere dei giudici accertare le verità che intuiamo.

L’omicidio di Graziella, alla luce di queste ipotesi, non può essere letto senza analizzare le motivazioni che hanno spinto i suoi assassini a non avere scrupoli; l’omicidio non può essere attribuito solo a due boss mafiosi, ma occorre scavare in quel mondo di complicità, di collusioni, di coperture, di garanzie di impunità che ha circondato Gerlando Alberti e il Sutera. Quel mondo in cui una vita umana ha un peso inversamente proporzionale al grado dei suoi sporchi interessi: se il prezzo per garantire la “serenità” dei potenti è una Vita, la Vita di Graziella, allora si può uccidere. E dimenticare.

C’è da fare ancora tanta strada per riconciliare una comunità con la vita spezzata di Graziella. Bisogna stringersi a fianco dei familiari che hanno ritenuto giusto costituirsi parte civile in sede processuale. C’è bisogno dell’impegno delle autorità statali e locali a collaborare affinchè giustizia sia fatta e in fretta. C’è bisogno di uno sforzo delle nuove generazioni a comprendere che il sacrificio di Graziella non è stato invano se esso è servito a chiarire una volta per tutte che Messina non è periferia di mafia, bensì luogo strategico per i traffici di armi e droga e per il riciclaggio del denaro sporco.

Alle giovani vittime di mafia è stato negato il diritto a crescere, apprendere, socializzare, amare. E’ soprattutto nelle scuole, in un salone, una palestra, una classe, che può e deve essere ricordata Graziella. Perchè viva. Perchè non la si dimentichi. Perchè non si dimentichi che anche a Messina a diciassette anni si muore. Di mafia.

 

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