Graziella Campagna, 17 anni, vittima di mafia. Storie di trafficanti, imprenditori e giudici nella provincia dove la ‘mafia non esiste’

CAPITOLO TERZO – I MANDANTI

Si squarcia il muro delle omerta’

Si riapre l’inchiesta sull’omicidio di Graziella Campagna.

Un silenzio lungo 11 anni, la rimozione collettiva di un delitto che disonora. Uno alla volta, i grandi-piccoli pentiti della mafia messinese iniziano a rispondere: Luigi Sparacio, Rosario Rizzo, l’ex boss di Mangialupi Salvatore Surace, il capocosca di Gravitelli Giorgio Mancuso, Carmelo Ferrara, fratello dell’ex re del Cep Sebastiano, gli ex affiliati al clan Sparacio Marcello Arnone, Salvatore Giorgianni, Antonio Cariolo, Pietro Di Napoli. Tutti puntano il dito contro Gerlando Alberti junior e il suo inseparabile fiancheggiatore Giovanni Sutera. Tutti si soffermano sul ritrovamento della preziosa agendina. Nomi e cognomi di mafiosi, imprenditori, giudici e funzionari dello Stato, uno dietro l’altro in fila, forse gli stessi del contesto tracciato. Molti parlano per ‘relato’, ricordando le parole di Salvatore Pimpo. “La Campagna fu sequestrata e uccisa dopo un lungo interrogatorio da parte di Alberti e Sutera che volevano ritrovare l’agenda che conteneva numerosi nomi ‘importanti’ e utenze telefoniche tra i quali magistrati ed alti funzionari dello Stato” dichiara Surace. “Essi vennero così a sapere che gli appunti erano in possesso della titolare della lavanderia, la quale successivamente minacciata di morte dall’Alberti ebbe a restituirgli tutto. La donna non fu uccisa dal citato mafioso in quanto prima di restituirgli gli oggetti lo ricattò dicendogli che ella per sua tutela in relazione all’episodio che la riguardava aveva provveduto a redigere un memoriale ove aveva specificato ogni particolare”.

Antonio Cariolo, riferendo le parole di Antonino Villari, cugino di Sparacio, si sofferma su un biglietto rinvenuto in alcuni indumenti “che appartenevano al mafioso Carlo Greco al tempo latitante nella zona”; Graziella, probabilmente, “era venuta a conoscenza di un messaggio compromettente che il Greco o l’Alberti avevano scritto sullo stesso a qualche personaggio non specificato”. Luigi Sparacio offre invece un movente scarsamente credibile. Riferendo quanto gli sarebbe stato raccontato in carcere da Antonino Bellinvia, affiliato al clan barcellonese Iannello-Gullotti anch’esso in affari con Gerlando Alberti junior, l’omicidio “era da ricondurre nel fatto che la giovane recatasi diverse volte presso l’abitazione dell’Alberti a Villafranca, vi aveva notato delle armi”.

E’ Carmelo Ferrara a raccontare di avere appreso l’omicidio direttamente dalle parole di Gerlando Alberti junior mentre erano entrambi in carcere nel 1987-88: “Eravamo in buoni rapporti di amicizia e un giorno volle sfogarsi con me dicendomi che aveva un rimorso di coscienza per essere stato lui a uccidere la Campagna. Mi precisò che la ragazza era venuta a conoscenza della sua vera identità in quanto aveva rinvenuto un’agendina nelle tasche dei vestiti che aveva portato a lavare presso la lavanderia dove essa lavorava. Una sera, unitamente ad un suo amico sempre di Palermo di cui mi disse chiamarsi Sutera, con la scusa di dare un passaggio alla ragazza che aspettava alla fermata dell’autobus, la fece salire sulla sua macchina e la condusse sui Colli, dove, insieme al Sutera, la uccise con alcuni colpi di fucile”.

I pentiti disegnano uno senario ancora più torbido. A Villafranca si sarebbe mosso qualcuno d’importante per salvare gli assassini dalla sicura condanna. Nello sfondo traspare l’ombra di un possibile aggiustamento giudiziario. Rispunta il nome di Salvatore Pimpo: “A suo dire” ricorda Salvatore Surace “fu grazie all’interessamento dell’imprenditore Santo Sfameni che il procedimento penale finì in un nulla di fatto poichè gli imputati furono prosciolti”. Ancora più preciso il cugino Rosario Rizzo, buon conoscitore delle vicende di Villafranca avendovi realizzato un appartamento all’angolo della Nazionale: “Mi pare che il Pimpo stesso ebbe ad interessarsi per aggiustare il processo dell’Alberti junior relativo all’omicidio Campagna. Se non ricordo male mi sembra che il presidente del Tribunale mandò indietro in istruttoria il procedimento che fu istituito dal dott. Rossi e mio cugino si interessò unitamente a Cavò Domenico per il tramite di Sfameni ad aggiustare il processo e mi risulta che l’Alberti è stato scagionato in istruttoria”.

Qualcosa di analogo lo aveva raccontato Salvatore Giorgianni il 14 marzo del ‘94 al Pm di Reggio Calabria Francesco Mollace durante un interrogatorio in merito all’inchiesta sul giudice messinese Giuseppe Recupero: “La masseria di Sfameni Santo era frequentata da Gerlando Alberti junior. Quest’ultimo venne arrestato per l’omicidio di una ragazza uccisa sui colli San Rizzo. Per quel che ricordo la ragazza venne assassinata perché involontariamente era venuta in possesso di un documento che apparteneva a Gerlando Alberti junior. Lo Sfameni mi disse che il Giudice Recupero aveva prosciolto Gerlando Alberti junior dall’accusa di omicidio in quanto con tale provvedimento intendeva fare un favore anche a Sfameni Santo giacché riteneva che fosse un po’ il tutore di Gerlando Alberti junior nella zona di Villafranca”.

5.    Stato  e  antistato  …

5.1   … in  un’allegra   masseria

Santo Sfameni detto ‘l’imprendibile’, ufficialmente costruttore, molto più realisticamente ‘il grande vecchio’ di ogni malaffare dell’hinterland di Villafranca Tirrenica. Originario di Saponara, dopo una parentesi da infermiere presso un ospedale di Messina, Sfameni spicca il gran salto nel mondo degli affari costituendo la ‘Le.Ni.’, l’impresa che in poco più di un decennio firmerà la realizzazione di buona parte del patrimonio edilizio di Villafranca e Torregrotta. Un personaggio ben voluto e riverito, a cui non faranno mancare cordoglio e necrologi nelle fasi tragiche della vita i politici e gli imprenditori più in vista della zona: l’ex assessore regionale DC (oggi CDU) Luciano Ordile, l’allora consigliere provinciale Msi poi AN Francesco Curreri, l’assessore merliniano di Torregrotta Paolo Giunta, il consigliere comunale DC di Villafranca Angelo Sindoni, il nobile Ferdinando Stagno d’Alcontres, l’avvocato Antonio Marrone.

Eppure, secondo il racconto di numerosi collaboratori di giustizia e di qualche onesto testimone,  la masseria di Santo Sfameni oltre ad ospitare le schiticchiate dei migliori rampolli locali sarebbe stata la meta dei pellegrinaggi dei maggiori boss della Sicilia orientale, i Greco di Ciaculli, Salvatore Inzerillo e Stefano Bontade (il cui padre avrebbe fatto ricoverare al Policlinico Universitario). Il collaboratore Antonio Cariolo ricorda “l’appoggio” a Villafranca della latitanza di Carlo Greco, l’alter ego di Pietro Aglieri, e di altri mafiosi palermitani a cui lo Sfameni avrebbe provveduto “a tutti i loro fabbisogni”. “La presenza dei suddetti palermitani nel territorio di Villafranca e zone contermini”, spiega con qualche imprecisione il Cariolo, “era da ricondurre al fatto che i medesimi con l’apporto logistico fornito da don Santo Sfameni, avevano posto una base strategica operativa allo scopo di fronteggiare ed attaccare i loro nemici cosiddetti ‘Corleonesi’”. Non mancavano poi gli uomini di punta della mafia catanese. Secondo il pentito Salvatore Giorgianni “lo Sfameni aveva rapporti anche con Nitto Santapaola che un giorno ebbe a recarsi nella sua masseria”.

A frequentare ‘don Santo’ i ‘generali’ e i ‘colonnelli’ della criminalità del messinese Mario Marchese, Luigi Sparacio, Giorgio Mancuso, Domenico Di Blasi, Domenico Cavò, Pippo Leo, Pasquale Castorina, Pietro Di Napoli, Placido Cambria e Marcello D’Arrigo. Secondo quanto riferito alla Questura di Messina da Giuseppe Sorbera, fratello del pluripregiudicato Mario, per anni alle dipendenze dello Sfameni nella cura dei cavalli della proprietà di località Giuntarella “numerose persone si recavano nella masseria soprattutto per ossequiarlo. Fra questi ricordo i fratelli Rizzo Letterio e Rosario i quali avevano detto allo Sfameni che loro erano a capo di un consistente numero di persone e che per qualunque motivo poteva ritenerli a sua disposizione, Centorrino Salvatore, Papale Domenico, Leo Giovanni, proprietario di una macelleria al Cep, Leardi Luigi detto ‘Bombolaru’, Arnone Marcello, Guglielmo Domenico, tale Princiotta…”.

5.2   Il  saggio  consigliere  di  ogni  cosca  dello  Stretto

Gli appartamenti che ‘don’ Santo Sfameni possiede nella zona sono il sicuro rifugio per i killer latitanti dello Stretto, del barcellonese e di Tortorici. Ecco quanto ha dichiarato il pentito Salvatore Giorgianni alla Direzione distrettuale antimafia di Messina: “Ebbi a conoscere Santo Sfameni fin dall’anno 1986 epoca in cui ebbi a recarmi unitamente ad Antonino Cisco presso un cantiere edile dove si trovava lo Sfameni. Io e Cisco facevamo parte del clan di Domenico Cavò. Successivamente ho rivisto lo Sfameni nel 1988 epoca in cui io mi nascosi temendo di essere arrestato per un’attività di spaccio di stupefacenti (…). Tra il 1989 e il 1990 ero latitante e chiesi ospitalità allo Sfameni il quale mi mise a disposizione nella città di Villafranca Tirrena, prima una mansarda e successivamente un locale sito all’interno di un capannone adibito alla lavorazione di alluminio credo di proprietà di tale La Fauci”.

Il pentito Marcello Arnone, già affiliato al clan Sparacio ricorda come il fratello Umberto, fuggito nel 1989 dal carcere di Alessandria ebbe a trovare “ospitalità saltuaria” da Santo Sfameni. “Lo Sfameni”, precisa Arnone, “metteva a disposizione la propria masseria per gli incontri che mio fratello e gli altri latitanti quali Salvatore Giorgianni, Pietro Trischitta e Stellario Lentini avevano con me o con altre persone. Sfameni era una persona di rispetto, molto ossequiata e temuta nella zona di Villafranca. Egli pur non avendo una sua organizzazione mafiosa su cui poter contare, era tuttavia in grado di ‘aggiustare’ i conflitti tra i vari gruppi, nonchè di interessarsi di risolvere con l’uso della violenza e della minaccia situazioni personali di cittadini che a lui si rivolgevano”. “Posso dire ciò”, aggiunge Arnone, “perchè io stesso sono stato richiesto per danneggiare un locale sito in Rodia di Messina, per risolvere una questione di vicinato tra il titolare di un esercizio commerciale ed un professore proprietario di un terreno limitrofo. Lo Sfameni poteva quindi contare di malavitosi appartenenti ai diversi clans che lui conosceva o di cui lui ne poteva disporre per tramite dei propri capi clans. Mi risulta che traeva i proventi di alcune attività illecite come le estorsioni che egli faceva commettere a persone di sua fiducia”.

Sfameni era dunque un personaggio carismatico per le principali ‘famiglie’ di Messina e dintorni. L’ex pezzo da novanta Luigi Sparacio nel ricordare come Sfameni era noto nel ‘giro’ per le amicizie coltivate nell’ambiente giudiziario e politico afferma che gli “si rivolgevano per qualsiasi tipo di favore un po’ tutti i personaggi della criminalità messinese”. Secondo il pentito Salvatore Giorgianni l’imprenditore di Villafranca “teneva legami con i clan organizzati messinesi, senza parteggiare per alcuno. Lo Sfameni, si rendeva sempre disponibile, intercedendo a favore delle persone che gli si rivolgevano”. Ignazio Aliquò ricorda di aver conosciuto lo Sfameni in occasione di un incontro nella sua abitazione di Villafranca mentre era in compagnia del boss Pippo Leo. “Leo si era rivolto allo Sfameni in quanto presso il comune di Rometta Superiore era ferma una domanda per licenza commerciale di un Supermercato che i congiunti di Pippo Leo volevano aprire a Rometta Marea. Grazie all’interessamento dello Sfameni la licenza di commercio venne data e tuttora il Supermercato è in attività, gestito dalla sorella e dal cognato di Pippo Leo”.

Per il pentito Pietro Di Napoli lo Sfameni “era un punto di riferimento per tutti i gruppi delinquenziali ed in particolare dei fratelli Rizzo eredi di Salvatore Pimpo”. Il rapporto privilegiato con i vertici di uno dei clan più agguerriti della città dello Stretto è poi confermato dall’ex boss Rosario che afferma di aver conosciuto ‘don Santo’ nel 1988 grazie al cugino Pimpo. “Sfameni si prestava a cambiare ogni tanto degli assegni a mio cugino Salvatore e così in seguito fece pure per me”, racconta il Rizzo. “Posso segnalare che negli ultimi tempi e nel mentre ero latitante lo Sfameni ha fatto avere a mia moglie per il tramite di mio padre, diverse somme di denaro”. Altri soldi gli sarebbero stati consegnati durante la detenzione in carcere. “Mio padre ha una ditta navale a Messina. E aveva un ristorante nella cortina del porto. E lì Santo Sfameni andava e gli dava qualcosa, un milione, due milioni, prima della mia collaborazione. Andava lì e diceva, Signor Rizzo, ci lassu stu regalo a vostru figghiu, ci aviti a diri che ciu manda Santo Sfameni. Qualche volta lo Sfameni incaricava il suo socio Giunta Paolo di portare i soldi a mio padre”. Sarà opportuno precisare che la ‘società’ di don Santo e del Giunta riguardava la gestione dei Supermercati Vismara, l’azienda di salumi la cui rappresentanza a Messina era stata ottenuta dal boss Domenico Cavò grazie all’interessamento di Michelangelo Alfano.

E’ proprio nel deposito Vismara di Scala Torregrotta, che l’ex dipendente Giuseppe Sorbera avrebbe assistito ad un colloquio tra lo Sfameni e Paolo Giunta dai contorni estremamente inquietanti. Oggetto il viaggio negli Stati Uniti del giudice Caselli per una serie d’interrogatori di pentiti. “Tale colloquio si concluse con la frase dello Sfameni minacciosa nei confronti del Giudice Caselli. In particolare lo Sfameni disse che per Caselli ‘ci voleva il bazooka’, o meglio si doveva usare il bazooka. Poiché tale frase mi destò notevole preoccupazione ed essendomi recato a Napoli per fare visita a mio fratello Mario che in quel periodo era ospite dei genitori della moglie, feci una telefonata anonima al 113 dicendo che lo Sfameni potesse avere organizzato un attentato contro il Giudice Caselli e che comunque il detto Magistrato potesse correre seri pericoli”. Dulcis in fundo il Sorbera mette in bocca al costruttore una ‘perla’ dal sapore vagamente andreottiano: “Sfameni si lamentava ripetutamente ed in qualche modo temeva i servizi segreti Americani ma soprattutto temeva un certo Marchese Mario il quale, a suo dire, era divenuto un pentito”.

Sfameni ‘uber alles’, un gradino più su degli altri, a cui lo stesso Gerlando Alberti junior in segno di devozione era solito offrire champagne e dolci. Un rapporto assai solido quello tra l’imprenditore di Villafranca e il mafioso palermitano accusato dell’omicidio di Graziella Campagna. Talmente solido, secondo i pentiti, da far intervenire Sfameni per scagionare l’Alberti. Scorrono così parallele le vicende e gli affari dei due che alla fine, c’è chi individua, forse, una qualche responsabilità di don Santo nello stesso efferato delitto. Secondo il pentito Cariolo sarebbe stato proprio lo Sfameni ad informare Gerlando Alberti “che la Campagna era un soggetto pericoloso, non solo per il medesimo ma anche per tutti coloro i quali erano legati a lui, in quanto aveva un fratello carabiniere al quale avrebbe potuto riferire determinati particolari che potevano compromettere non solo i loro ‘affari’ ma anche la libertà dello stesso Alberti e del Carlo Greco”. Forse Graziella non avrebbe mai potuto capire da sola la pericolosa grandezza degli abituali frequentatori della lavanderia ove lavorava; il fratello, irreprensibile militare dell’Arma, sì. La condanna a morte viene firmata. Ed eseguita.

5.3  Magistrati, politici, funzionari e notai alla corte del burattinaio di Villafranca

Riverito e stimato da tutti, Santo Sfameni muoverà le fila di affari leciti e illeciti sino a tutto il maggio ‘94 quando finirà in manette dopo dieci mesi di latitanza dorata in un villino di Santo Saba di proprietà di un amico di Saponara, Francesco Caruso, assai frequentato da personaggi bene in vista della cittadina tirrenica. I giudici di Reggio Calabria lo inseguono per la vicenda della gambizzazione del professor Nello Pernice, docente di Genetica dell’Università di Messina, il 6 settembre del ‘90 davanti al Papardo, inchiesta che porterà al clamoroso arresto dell’ex Presidente della Corte d’Assise di Messina Giuseppe Recupero, poi assolto al processo conclusosi lo scorso gennaio. A reclutare il gruppo di fuoco composto da Giovanni Paratore e Salvatore Calabrò ci avrebbe pensato Santo Sfameni, presso la cui masseria di Villafranca si recava spesso il giudice messinese con i suoi familiari. Il giudice Recupero ha tenuto a sottolineare che all’epoca “l’imprenditore di Villafranca non era affatto considerato uno dei capi della criminalità mafiosa messinese”. “Sfameni era per me persona incensurata, infartuato e con due figli deceduti all’età di 16 e 21 anni, serio appaltatore edile, ottimo padre di famiglia, mai coinvolto in alcun precedente penale” scrive nella sua memoria difensiva Giuseppe Recupero. “Era stato per oltre quarant’anni amico di mio cugino Francesco Recupero, magistrato di Cassazione, Presidente di Sezione del Tribunale di Messina e Senatore della Repubblica; per devozione lo Sfameni accompagnava spesso mio cugino, anche fuori Messina; era stato amico ed elettore di mio zio Santi Recupero, dirigente superiore della Procura Generale di Messina, deputato per tre legislature del Parlamento siciliano, assessore alla sanità della regione, sindaco di Milazzo, assessore al Comune di Messina. E’ stato egli uno dei fondatori del Psdi, segretario provinciale di detto partito e poi, in uno all’On.le Avv. Nicola Capria del Psi; amico (esso Sfameni) del prof. Matteo Vitetta (deceduto), ordinario all’Università di Messina, amico del giudice Marcello Mondello…”.

Recupero dichiara di aver incontrato sino all’ottobre del 1988 “solo alcune volte” Santo Sfameni. “Da tale data dopo avere appreso della morte del secondo figlio proprio dal collega Mondello, che era stato al funerale, sono andato a casa della famiglia Sfameni per le condoglianze. Quindi saltuariamente, con mia moglie, con i miei figli, siamo andati, sino alla primavera del 1991, in una campagna dello Sfameni”. Appena qualche visita, dunque, e qualche cena conviviale. “Mia moglie del resto”, spiega Recupero, “certamente mi avrebbe indotto a rompere ogni rapporto con Sfameni e famiglia appena avesse sospettato qualcosa di poco serio”.

Del resto il giudice si era convinto a frequentare la masseria solo dopo aver constatato che “il luogo era meta delle visite di noti e stimati professionisti: notai, medici ed anche magistrati miei colleghi”. Ottima gente, personaggi al di sopra di ogni sospetto. L’elenco dei loro nomi è allegato in un esposto del giudice Recupero al CSM e ai massimi vertici del Ministero di Grazia e Giustizia del novembre ‘95. “Presso detta campagna”, scrive il dottor Recupero, “io e i miei familiari abbiamo conosciuto esclusivamente, ed erano abituali frequentatori: il prof. Antonino Bonfiglio di Villafranca Tirrena, ordinario di matematica alle scuole medie-superiori; il dott. Bonomo, neurologo-assistente all’Ospedale ‘Regina Margherita’ di Messina, dove fra l’altro lo Sfameni aveva lavorato (primario detto prof. Vitetta), prima che iniziasse a fare l’appaltatore; il prof. avv. Domenico Tomeucci, dell’Università di Messina; l’avv. Candeloro Olivo, maestro di mio figlio e legale dello Sfameni; il signor Iannelli, direttore dell’agenzia del Banco di Sicilia di Torregrotta Scala; signor Giunta Paolo, all’epoca assessore in carica del Comune di Torregrotta; il signor Velo Francesco, grosso industriale caseario di Torregrotta; la dott.ssa Lucrezia Vitetta (figlia del prof. Vitetta) ed il di lei marito dott. Pandolfo, figlio di un primario radiologo; il sig. Emidio Ambrosi, agente di polizia penitenziaria; un agente della P.S. e famiglia, abitante a Rometta Marea; il signor Mangano Carmelo (lo conoscevo da tempo) appaltatore residente a Messina; il signor Pasquale Mangano, gestore di un asilo-nido a Messina; il signor Bosurgi Alfredo, pensionato di Valdina Marina; il signor Andrea Lo Presti, titolare di una macelleria a Torregrotta-Scala: la figlia ed il genero del Lo Presti avevano in gestione un bar-pizzeria dello Sfameni a Torregrotta; il dott. Russo Antonino, commercialista del luogo; il geom. Fagnani e moglie di Villafranca; tale Capillo, cognato di una impiegata del mio ufficio; il signor La Fauci Antonino e famiglia, titolare di una piccola industria per infissi di Giammoro”.

Il giudice Recupero aggiunge all’elenco una sfilza di persone che si sarebbero recate con la sua famiglia nella masseria dello Sfameni: “i miei cognati Antonino Ardizzone, presidente onorario della Cassazione, prof. Giuseppe Ardizzone, primario di Ematologia all’Ospedale ‘Margherita’, prof.sse Maria ed Anna Ardizzone; il cancelliere in pensione del Tribunale di Messina Onofrio Lo Giudice, l’assistente giudiziario Michele Scolaro; il geometra Raffa Domenico e famiglia; il gesuita padre Gabriele, padre spirituale di mia figlia; un alto magistrato, mio amico, il Procuratore Generale militare Giuseppe Scandurra”.

5.4.   E  il  grande  vecchio  ordinò  di  sparare  al  professore

Erano stati i racconti circostanziati di numerosi pentiti a inchiodare nella fase istruttoria il giudice Giuseppe Recupero e l’amico Santo Sfameni. Rosario Rizzo, pur indicando una differente casuale nel ferimento del professor Pernice aveva  riferito ai magistrati della Dda di Reggio che un paio di giorni prima dell’agguato era stato raggiunto telefonicamente dall’imprenditore di Villafranca per un incontro da tenersi nella masseria. Recatosi sul posto con il fratello Letterio e con l’affiliato Pietro Di Napoli, Rosario Rizzo ricorda che lo Sfameni gli disse “che occorreva dare una “lezione” al prof. Pernice che insegnava al Papardo e che aveva bocciato più volte un suo amico di cognome Mellina il quale doveva conseguire la laurea ed essere assunto al Policlinico. Detta persona era presente nella masseria di Sfameni ed assisteva al colloquio tra me e lo Sfameni stesso. Detto giovane che io ho chiamato “dottore” era della zona di Villafranca, aveva circa 35 anni, era alto e snello e con i capelli brizzolati. (…). Sfameni ci disse pure che l’attentato doveva avvenire dopo due o tre giorni e precisamente il giorno degli esami in modo da impedire al prof. Pernice di presenziare agli esami universitari. Lo Sfameni ci disse pure che per noi c’era un regalo di 50 milioni che io ho intuito che metteva a disposizione il Mellina. Io ringraziai e dissi a Sfameni che mi sarei interessato solo a titolo di amicizia”.

Il Rizzo aggiunge che mentre era in corso la discussione arrivò nella masseria il giudice Recupero. “Egli salutò e passò oltre” precisa l’ex boss del rione Giostra. “Un po’ distante rispetto a noi vi era Gerlando Alberti junior che chiacchierava con altri amici di Sfameni. C’erano Paolo Giunta e altre persone di cui non ricordo i nomi”.

A puntare il dito contro ‘don’ Santo Sfameni il collaboratore di giustizia Salvatore Giorgianni, già affiliato al clan Sparacio, che ricorda di essere stato ‘avvicinato’ dall’imprenditore “in una delle tantissime occasioni” in cui trascorreva la latitanza suo ospite: “Sfameni mi chiese espressamente di dare una lezione ad un professore che insegnava al Papardo, che bocciava studenti, parenti o amici e dei suoi amici. Parlava in particolare figli di dottori, avvocati e personaggi importanti che non riuscivano a superare quell’esame”. Secondo il Giorgianni sarebbe stato proprio Salvatore Calabrò a confermargli di aver sparato al professore Pernice con una pistola di piccolo calibro “su incarico di Sfameni Santo per aderire ad una richiesta fatta dal giudice Recupero…”.

Mandanti e movente del ferimento del professor Pernice sono stati confermati ancora dagli ex affiliati alla mafia Marcello Arnone (a cui lo Sfameni avrebbe fatto sapere in carcere di “essere disposto ad aiutarlo economicamente”) e Pietro Di Napoli, il quale accenna alla presenza nella masseria di Gerlando Alberti junior “persona molto vicina a Sfameni Santo, che nella zona curava gli interessi del clan dei fratelli Rizzo”. Secondo quanto poi confermerà Di Napoli all’udienza del processo Recupero il 26 novembre 1996 “lo Sfameni ci aveva chiesto la cortesia di fare un favore svolgendo lo sguardo verso il dottore Recupero che in pratica ci faceva capire che questa cortesia insomma era per lui. Gerlando Alberti era lì  occasionalmente credo, e ha partecipato alla discussione per cui doveva essere consapevole della situazione”. Di Napoli ricorda altri due incontri con Santo Sfameni prima dell’attentato, in uno dei quali sarebbe stato presente ancora Gerlando Alberti. “Poi ci siamo portati con Sfameni a Villaggio Aldisio, da un pregiudicato che si trovava agli arresti domiciliari. Egli era Marcello D’Arrigo che ci ha dato piena disponibilità dandoci una persona di fiducia, suo figliozzo, il Calabrò, che noi, poi, abbiamo utilizzato per far sparare il dottor Pernice. Sempre a casa di Marcello D’Arrigo, Sfameni ha dichiarato apertamente che la cortesia che dovevamo fare interessava il dottor Recupero”.

Nella sua requisitoria al processo il Pm Francesco Mollace ha chiesto 8 anni e sei mesi per il giudice Recupero e tre anni e sei mesi per gli altri imputati, Pietro Di Napoli, Giovanni Paratore, Salvatore Calabrò, Santo Sfameni, Rosario Rizzo e Marcello D’Arrigo. Il Tribunale di Reggio Calabria è di parere diverso e condanna il potente imprenditore di Villafranca e gli esecutori materiali del delitto alle pene richieste ma assolve il dottor Giuseppe Recupero. L’agguato al professor Pernice è di marca mafiosa ma il movente pare destinato a restare un mistero.

5.5    Il  giudice  accusa  l’analista

“Ci sono tre pentiti le cui dichiarazioni confermano un’altra pista che purtroppo è stata trascurata. Riguarda Antonino Merlino, che io conosco, amico di Santo Sfameni”. E’ l’estremo atto di accusa del  giudice Recupero rilanciato dalle colonne del settimanale ‘L’isola’ del 7 febbraio 1997, in un’intervista esplosiva in cui si denunciano “innumerevoli violazioni di legge, abusi, omissioni, falsità” che avrebbero visto protagonisti alcuni magistrati delle Procure di Messina, Reggio e Palmi. Quasi un complotto, vittima un giudice ‘innocente’. “La descrizione fatta da Rosario Rizzo di questo ‘Mellina’, poi identificato nell’analista di Villafranca Antonino Merlino, corrisponde alle sue caratteristiche fisiche. Merlino fu bocciato due volte dal prof. Pernice. Se si fosse approfondito questo filone d’indagini, sarebbe crollato il teorema Recupero”. Una tesi bocciata dalla Procura di Reggio, che nel decreto di archiviazione affermava che “diversamente il dott. Merlino ha avuto una vita universitaria ‘in discesa’, conseguendo la laurea in appena due anni, in ciò agevolato dalle ‘entrature’ dei suoi congiunti”. Entrature universitarie presumibilmente da addebitare al solito don Santo Sfameni, che secondo quanto riferito al processo dal Comandante Famà dei Vigili Urbani di Villafranca, avrebbe raccomandato il Merlino dopo che questi “aveva provato l’esame tre volte fallendolo senza che gli ritirassero lo statino”. “Il Merlino ha poi messo uno studio di analisi in un immobile di Sfameni” ha aggiunto il Famà, confermando tra l’altro di aver fatto una relazione ai Carabinieri di Reggio Calabria sulle ambigue frequentazioni del fratello Giuseppe Merlino con l’allora braccio destro di Luigi Sparacio Giovanni Vitale, oggi collaboratore di giustizia. “Merlino Giuseppe era anche amico abituale e frequentatore di Sparacio Luigi” ha dichiarato il Famà. Antonino Merlino amico di Sfameni e conoscente di Recupero è stato rinviato a giudizio il 25 febbraio 1997 con l’accusa di corruzione per aver consegnato ad un medico della Usl 41 alcune somme di denaro in cambio del rilascio di illegittime autorizzazioni di analisi di laboratorio tra il 1988 e il 1993.

5.6    “Votavamo  tutti   Partito  Socialista”

Secondo i giudici di Reggio il rapporto di amicizia tra lo Sfameni e il magistrato Recupero avrebbe risposto alla logica del ‘do ut des’. Il pentito Marcello Arnone racconta che l’imprenditore di Villafranca avrebbe procurato al giudice regali, intervenendo finanche nell’appoggio elettorale del figlio candidato alle amministrative del 1990 nelle liste del Psi. Riferisce Arnone: “Sfameni Santo ci chiese il favore di fare propaganda elettorale e raccogliere consensi e voti per il figlio del giudice Recupero, candidato nelle liste del PSI. Lo Sfameni presentò il figlio del giudice Recupero a me ed ad altre persone in casa di Salvatore Giorgianni”.  Nel confermare il proprio sostegno elettorale al figlio del dottor Recupero il Giorgianni aggiunge ulteriori elementi: “Sfameni Santo mi mandò a dire in carcere se lo autorizzavo a recarsi a casa mia per incontrarsi con i miei familiari i quali avrebbero dovuto convocare altri amici per fare propaganda elettorale a favore di Antonio Recupero, figlio del dott. Giuseppe Recupero, Gip di Messina. Io per la mia parte ed altri affiliati, tra cui certamente Pietro Trischitta, autorizzammo Santo Sfameni ad indire le predette riunioni. A casa mia andarono Sfameni e Antonio Recupero mentre a casa di Trischitta si recò pure il Giudice Recupero”.

Da parte sua il giudice Recupero avrebbe contraccambiato il boss Sfameni ‘correggendo’ e ‘aggiustando’ i provvedimenti giudiziari contro gli affiliati delle cosche del messinese. Numerose le dichiarazioni in merito dei pentiti allegate agli atti del processo di Reggio sul ferimento del professor Pernice. Secondo Marcello Arnone “il giudice Giuseppe Recupero era molto amico dello Sfameni e lo andava a trovare tutte le sere. Lo Sfameni era persona che poteva influire sul Giudice Recupero, tant’è che in certe occasioni quanto promesso dallo Sfameni si è rivelato veritiero. A tal fine indico i processi che hanno riguardato Pietro Trischitta, imputato per l’omicidio di Giacomo Panarello, e Giovanni Mastronardi imputato per detenzione di cocaina. In queste occasioni i processi vennero trattati dal giudice Recupero che scarcerò Trischitta dopo una ricognizione a lui favorevole (io ed altri avevamo avvicinato il figlio della vittima per farlo ritrattare) e concesse gli arresti domiciliari a Giovanni Mastronardi. Anche Marcello D’Arrigo venne favorito dal giudice Recupero che in diverse occasioni lo prosciolse o gli concesse gli arresti domiciliari”.

Stando al pentito Pietro Di Napoli, Santo Sfameni “una persona che si prestava e che poteva risolvere problemi a livello giudiziario, perchè aveva degli agganci sia politici, a livello diciamo di Magistratura” gli aveva espressamente riferito che grazie al ‘favore’ reso con l’agguato al Pernice, il suo gruppo “avrebbe potuto attingere al dottor Recupero in caso di problemi giudiziari”. “Questo poi si è verificato quando sono stato arrestato per droga e sono stato giudicato pure dal dottor Recupero, con una condanna di un anno e due mesi”, aggiunge Di Napoli. “Confermo inoltre di conoscere il giudice da oltre dieci anni perché pure lui come me frequentava la sezione del Psi che forse si chiamava ‘Bozza’ ed era nei pressi del Municipio”.

5.7    Giudici  da  riverire  e  giudici  da  colpire

Sempre in tema di presunti ‘aggiustamenti’ lo stesso Di Napoli accenna all’arresto nel 1990 per porto abusivo d’arma e droga di Francesco Federico,  personaggio assai noto delle cronache giudiziarie, cugino dei fratelli Rizzo e di Salvatore Pimpo, nonchè intimo amico di Gerlando Alberti junior. “Con Sfameni, io, Rizzo Rosario e Rizzo Letterio ci siamo portati al Tribunale di Messina affinchè il dottor Recupero potesse fare qualcosa per alleggerire la posizione di Federico. Che poi si è conclusa con una condanna a due anni e quattro mesi”. “Nell’ufficio del dottor Recupero è entrato Sfameni”, aggiunge Pietro Di Napoli  “Lo Sfameni stesso ci ha riferito che non poteva essere buttato fuori in quanto il Federico aveva ammesso in un interrogatorio il possesso della pistola. (…) E questo in qualche modo ha condizionato poi il processo…”.

Cinque anni prima, maggio ‘85, proprio Francesco Federico era stato arrestato con l’accusa di tentata estorsione in danno di un commerciante di Villafranca Tirrena in concorso con alcuni ‘emergenti’ del clan Cariolo come Gaetano Catanzaro, Domenico Papale e Giuseppe Mulè. E nel 1987 lo stesso Federico era finito in carcere in seguito al ritrovamento di una partita di armi presso l’abitazione dei fratelli Rizzo che congiuntamente al Pimpo le avevano ottenute da Palermo grazie a Gerlando Alberti junior. Due ‘coincidenze’ che forse spiegano la disponibilità del grande vecchio di Villafranca a perorarne la causa in Tribunale…

Infine le parole dell’ex capo Rosario Rizzo: “il dottor Recupero ci favorì in alcuni processi. Praticamente lui favoriva i processi di mio cugino Pimpo Salvatore, nell’88. Diverse volte gli ha fatto dare gli arresti domiciliari. Sempre attraverso di Santo Sfameni, che era il nostro referente per questi cosi”. E ancora: “Io ho conosciuto Sfameni nel 1988 grazie a Giuseppe Giannetto e a Luigi Galli. Così ho frequentato tanti mesi Villafranca per combattere e fare uscire a mio cugino attraverso di questa mia frequentazione. Mio cugino aveva un processo per il tentato omicidio di Claudio Citavola. Diciamo, c’era questa cosa che si poteva interessare per fare uscire a mio cugino agli arresti domiciliari, perchè il procedimento ce l’aveva lui, il dottore Recupero”.

Sempre il Rizzo si sofferma poi su una vicenda ancora più inquietante, oggetto ‘don Santo’ e le sue ulteriori minacce ai giudici non allineati. “Quando hanno arrestato nel ‘91 Giorgio Mancuso, io sono andato da Santo Sfameni e gli ho detto se poteva fare qualcosa per fare uscire a Mancuso agli arresti domiciliari. Ci dissi: – Cumpari c’è un assegnu di 50 milioni se lui lo fa uscire. (..). Lui gli ha dato l’incarico al dottore Recupero, in quel periodo che era estate, e si è informato in Tribunale su chi aveva il processo. Ce l’aveva il dottore Rossi e il Pubblico Ministero era Carmelo Marino. Io dopo una settimana vado da lui per sapere notizie. E mi ha detto Santo Sfameni: – Compare non si può fare niente perchè il Pubblico Ministero è un po’ tinto. Praticamente era un Pubblico Ministero che lavorava a Patti. Dice – E’ cunnutu. E’ bastardu. Diceva questi paroli: – Se si potrebbe uccidere, così è pure buono.. – dice. Così cambiano o Pubblico Ministero. Così io e Catanzaro, quello che era, diciamo, affiliato con Mancuso, e aviumu fattu un’alleanza assieme, avia deciso di uccidere il dottor Marino. Così ci siamo presi un kalashnikov e una macchina. E lui ci ha indicato pure dove abitava. Aveva una villa, il dottore Marino… Tante volte siamo andati lì, diciamo, in quella zona, e non lo abbiamo visto mai. Poi siamo andati un giorno, lì, dove lui ogni mattina andava al tribunale con la macchina blindata e con la scorta. A quel punto Catanzaro mi dissi: – Saro, onestamente… lassamu pirdiri di fari questa cosa. Dice: – No ‘mmazzamu o dottore Marino, Poi cchiù avanti si ‘ndi parra. E così si è sospesa questa cosa. Io sono andato da Santo Sfameni e gliel’ho detto che non si può fare niente attualmente picchì era troppu scottatu il dottor Marino”.

5.8    Di  quei  procedimenti  risponda  il  dottore  Marcello  Mondello

Processi aggiustati e favori a mafiosi. Ma contro le terribili accuse dei pentiti il giudice Giuseppe Recupero ha rispolverato decine di atti giudiziari e certificati penali. Per trasformare l’autodifesa in un violento contrattacco. Contro Sfameni, i pentiti e i colleghi togati delle due sponde dello Stretto. “A proposito della mia appartenenza al Psi e frequenza della sezione ‘Buozzi’”, scrive nel suo memoriale il dottor Recupero, “Di Napoli Pietro è stato mal suggerito (o inventa di sana pianta) poichè non mi sono mai iscritto ad alcun partito. Nella migliore delle ipotesi il pentito confonde il giudice Giuseppe Recupero con il giudice Beppe Recupero, già deputato regionale, iscritto proprio a quella sezione fondata dall’on. Santi Recupero, padre del Beppe”. Sulle frequentazioni familiari in casa di Vincenza Settineri, la suocera di Luigi Sparacio pesantemente coinvolta in inchieste per fatti di estorsione ed usura, il magistrato messinese denuncia “l’arbitraria intromissione” nel processo delle “false” affermazioni della ‘pentita dell’ultima ora’: “La Settineri, con riferimento al privato ha approfittato del fatto vero che ella frequentò per molti anni, in tempi innocenti, la casa di mio zio on. Santi Recupero e di mio cugino magistrato-senatore Francesco Recupero e che il di lei marito è stato autista privato di detto zio … Nessuno ha poi dato appoggi elettorali a mio figlio, funzionario direttivo presso l’Università di Messina”, aggiunge Recupero, anche se non escludo che Santo Sfameni, che ben lo conosce da molti anni, si sia interessato elettoralmente”.

“Sarebbe stato facile per i giudici di Reggio accertare che tutti i presunti associati o favorendi sono stati da me sottoposti, soltanto e per fortuna, a misure coercitive, rinvii a giudizio, mandati di cattura e condanne”, scrive nel suo memoriale il giudice Recupero. “Sono stato io a ‘catturare’ e a condannare Rosario Rizzo. Il cugino poi, tale Federico, non poteva da me essere aiutato perchè lo avevo già da tempo rinviato in stato di detenzione al giudice della Corte d’Assise. A Pietro Di Napoli, quello dello sguardo dello Sfameni, ho applicato gli arresti domiciliari con il divieto di comunicare con persone diverse da quelle con cui  coabitava. Marcello D’Arrigo è stato da me condannato pesantemente e gli ho anche revocato due condoni. A Nunzio Affè e Luigi Sparacio li ho rinviati a giudizio, ed il secondo, nel mese di marzo 1993, è stato da me colpito da ordinanza di custodia cautelare in carcere per concorso in omicidio volontario” … “Ci sono poi”, continua il magistrato, “i provvedimenti di ‘favore’ che i giudici di Reggio Calabria non hanno avuto il ‘coraggio’ di contestarmi, ma che hanno comunque acquisito agli atti: 13 ordinanze di libertà provvisoria emessi dal Giudice Istruttore Pasquale Rossi e allegati al processo ‘Recupero’ senza nemmeno accorgersi che non erano mie; 2 procedimenti istruiti e definiti dal Giudice Istruttore Marcello Mondello che invece i PPMM non hanno rilevato fidando sulle dichiarazioni del pentito di turno che me li aveva ‘assegnati’”. Di questi il primo è quello a carico di Salvatore Calabrò che sarebbe stato ‘favorito’ con la concessione della libertà provvisoria. “Nel secondo caso è stato dichiarato che sarei stato io a prosciogliere Gerlando Alberti junior nell’istruttoria dell’omicidio di Graziella Campagna, mentre le carte dimostrano che il procedimento fu trattato prima dal dottor Rossi e che fu proprio il collega Mondello, su richiesta del Pubblico ministero Giuseppe Gambino, ad archiviare le accuse nei confronti del boss”. E’ l’ultimo veleno in un omicidio che ha ancora tanta, troppa fame di giustizia.

All’ex amico-collega Marcello Mondello Recupero non perdona di aver omesso di informare il dott. Mollace della Procura di Reggio sull’attestazione d’innocenza ricevuta confidenzialmente in un interrogatorio dal collaboratore Rosario Rizzo. “Non l’ha fatto perchè penso che avrebbe dovuto spiegare al processo che lui era amico di Santo Sfameni più del sottoscritto”, ha raccontato il dottor Recupero al settimanale’ “L’isola”. Lui, Gip da vecchia data del Tribunale di Messina, ha dovuto ammettere a denti stretti di essere stato l’ennesimo insospettabile frequentatore della masseria del boss di Villafranca. Chiamato a testimoniare al processo sul ferimento Pernice Marcello Mondello ha dichiarato di aver conosciuto Santo Sfameni a fine anni Settanta “tramite il professore Vitetta oggi deceduto, apprezzato neuropsichiatra, perito giudiziario e titolare della cattedra di igiene mentale … Mi ero rivolto al professor Vitetta perchè mi indicasse qualcuno che potesse cercare una casa per la villeggiatura nella zona di Villafranca e Rometta. Inizialmente sapevo che Sfameni era un infermiere, un ex infermiere. Poi seppi che era un titolare di una piccola impresa edile. In tale qualità io gli affidai poi, nell’86, dei lavori che però non mi portò a termine”. Infine un candido quadretto di vita di provincia: “Sfameni era una persona che io vedevo nelle mie passeggiate serali in bicicletta nella zona di Villafranca e di Rometta. Lo vedevo seduto al bar che conversava con altri pensionati. Paesani”.

Un’immagine che il dottor Recupero non è disponibile ad inghiottire in silenzio: “Non è vero che Mondello ha incontrato lo Sfameni ‘qualche volta’, così come ha dichiarato”, scrive il giudice messinese. “Infatti si fece costruire una villa spendendo molto poco rispetto al suo effettivo valore e si fece comprare recentemente del terreno per costruire un’altra casa. Andava non raramente dallo Sfameni e certamente (come me) in buona fede e, per riconoscenza, gli faceva qualche regalino (anche agli amici affettuosi dello Sfameni, quali il Giunta, il La Fauci, il Messina)”.

Un gioco al massacro che coinvolge tutti e gli amici di tutti, un terremoto di accuse, ex commensali che assumono le sembianze una volta di vittime e l’altra di carnefici. Una storia torbida di istituzioni che abdicano di fronte al dovere e alla giustizia, giudici sempre meno sensibili al richiamo dei codici, il sospetto e l’infamia come strategia di delegittimazione e offuscamento. La caduta degli dei si trascina boss e gregari, professionisti e magistrati. Ne escono con le ossa rotte tutti, Sfameni, amici e amici degli amici. Compreso Mondello il Gip del processo ad Alberti e al gruppo dei napoletani stragisti in trasferta a Messina a fine ‘84.

Appena un anno e mezzo fa, 8 settembre ‘95, dal settimanale “centonove”, era piovuto uno schizzo di fango sull’operato del magistrato ‘tutto d’un pezzo’. Era stata la pubblicazione delle dichiarazioni dell’ex capocosca di Mangialupi Salvatore Surace a far tremare le stanze di palazzo Piacentini. Dopo aver tirato in ballo un presunto ”favore” del giudice in occasione di un procedimento contro l’affiliato  Nunzio Affè, Surace racconta ai giudici di Reggio gli “aiuti” che sarebbero stati  fatti nei primi anni Ottanta al gruppo del vecchio padrino Gaetano Costa. “Sul dottore Mondello posso riferirvi che ha sistemato qualche processo che riguardava la famiglia Costa durante il periodo in cui si indagava sull’associazione denominata dei ‘69’. Il magistrato era il capo dei Giudici istruttori e istruiva lui stesso il processo. Però patì delle minacce dirette ai propri familiari, rivolte a convincerlo a scarcerare alcuni componenti del clan Costa, Nunzio Affè, cognato del boss e Luigi Galli. In effetti il magistrato Mondello scarcerò i predetti che patirono il giudizio in stato di libertà”. Dopo aver raccontato alcuni gravi atti intimidatori contro il giudice, Salvatore Surace  accenna agli ‘stretti vincoli di amicizia’ che legherebbero il Mondello all’avvocato Carrabba, il quale avrebbe “cresimato o battezzato un figlio del giudice”. “Mi risulta che il magistrato informò delle minacce ricevute l’avvocato Carrabba perchè intervenisse presso il capo del gruppo Gaetano Costa”, continua l’ex padrino di Mangialupi. “Io non so dire se fu il legale materialmente e da solo a convincere il Costa, ma certamente dopo la scarcerazione delle persone sopra indicate il gruppo di Costa intrattenne buoni rapporti con il magistrato, e soprattutto cessò ogni forma di minaccia”. Surace conclude il verbale con un pesante riferimento all’ex Presidente dell’Assise di Messina Domenico Cucchiara: “E’ corruttibile in cambio di donne e cocaina”. Il Cucchiara era stato Presidente della Corte che il 10 marzo ‘89 aveva dichiarato la nullità degli atti istruttori e dell’ordinanza di rinvio a giudizio contro Gerlando Alberti junior e Giovanni Sutera per l’omicidio di Graziella Campagna.

5.9    Trafficanti  di  armi  e  artificieri  sulla  rotta  Messina-Milano

Fior di dichiarazioni di collaboratori e pentiti non sono sufficienti a spedire Santo Sfameni sotto giudizio come boss-padrino-mafioso. Eppure ai magistrati di Messina Salvatore Giorgianni e Marcello Arnone avrebbero chiarito il ruolo di potere dell’anziano imprenditore di Villafranca sin dal febbraio del ‘93. Una fitta colte di nebbia è calata su quelle dichiarazioni. Neanche la Procura di Reggio se l’è sentita poi a rinviare a giudizio lo ‘zio Santo’ per associazione mafiosa. Così gli ‘indagati’ come Gerlando Alberti junior non ‘sufficientemente’ inseriti nel ferimento del professor Pernice sono usciti uno dietro l’altro dal ‘procedimento Recupero’ all’udienza preliminare. Prosciolto per prescrizione del reato l’avvocato Giuseppe Cucinotta, una lunga militanza nelle file dell’MSI-DN; agli atti le dichiarazioni del pentito Umberto Santacaterina su un presunto regalo al dottor Giuseppe Recupero – tramite il Cucinotta – di un accendino Cartier laminato in oro per ringraziarlo della libertà provvisoria concessa al boss Giuseppe Leo, arrestato nel 1979 per associazione a delinquere. “Sia io che il Pippo Leo non abbiamo mai pensato che l’avvocato Cucinotta fosse un millantatore in quanto il legale era affiliato al nostro gruppo” ha specificato Santacaterina. L’avvocato Giuseppe Cucinotta, solito viaggiare in quegli anni in auto con il boss messinese Domenico Di Blasi, è stato condannato nel ‘95 a 10 anni per associazione mafiosa nell’ambito dell’inchiesta sull’autoparco di via Salomone a Milano, accusato di aver fatto da ‘tramite’ tra i gruppi legati a Gimmi Miano e il clan catanese di Nitto Santapaola. Pur se la sentenza è stata recentemente annullata dalla cassazione, significativi restano i contatti tra l’avvocato Cucinotta e alcuni personaggi-chiave nei traffici internazionali di armi. Primo fra tutti l’ex ordinovista Rosario Cattafi, imprenditore originario di Furnari-Barcellona, anch’egli condannato al processo sull’Autoparco di Milano in compagnia di Salvatore ‘Turi’ Cappello (capo dell’omonimo clan etneo) e di Salvatore Cuscunà inteso ‘Turi Buatta’, legato a Santapaola e ai ‘soliti’ Michele e Salvatore Greco.

‘Saro’ Cattafi, altra coincidenza, è compare d’anello di Giuseppe Gullotti, attuale capo indiscusso della mafia barcellonese, noto alle cronache per aver offerto la migliore protezione alla lunga latitanza di don Nitto nel messinese. E sempre all’attivo di Cattafi una carriera trascorsa da ‘ambasciatore’ dei boss catanesi nella gestione delle case da gioco del nord Italia e da ‘camerata’ nelle spedizioni punitive neofasciste degli anni Settanta a fianco di Pietro Rampulla, l’artificiere mistrettese della strage di Capaci affiliato alla ‘famiglia’ di Caltagirone. “Personaggio di altissimo livello mafioso” scrivono di lui i giudici siciliani, trattato dai boss della Cupola con profondo rispetto, Pietro Rampulla è l’anello di congiunzione tra le menti raffinate delle nuova stagione delle stragi e i gruppi operativi criminali. Ancora una volta, come per il gruppo napoletano di Giuseppe Misso, ampie tracce di eversione di destra nelle vicende della criminalità dello Stretto. Cattafi infine, è indagato per l’export clandestino di armi ai Paesi sotto embargo (‘Arzente Isola’) in compagnia dell’avvocato Filippo Battaglia, ex casellante di Villafranca con ottime entrature nelle industrie belliche e tra i colletti bianchi di mezza Italia, anche lui buon frequentatore della masseria di ‘don’ Santo Sfameni. Il gran sacerdote di una villa-rifugio sempre più simile ad una superloggia dove aggiustare processi, sistemare affari, affratellare buoni e cattivi, ‘Stato’ e ‘Antistato’.

Il contesto si allarga, il sistema si complica e la borghesia locale si scopre mafiosa.

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