Sulle ginocchia – Pio La Torre, una storia di Franco La Torre

 

Fonte: melampoeditore.com

Nella lunga storia della lotta alla mafia e dei rapporti tra mafia e Stato c’è uno spartiacque. È la legge Rognoni-La Torre, che ha istituito il reato di associazione mafiosa e introdotto il sequestro e la confisca dei beni mafiosi. Una rivoluzione pagata con la vita dal suo ispiratore, Pio La Torre, coraggioso e carismatico deputato comunista, una vita dedicata alla giustizia sociale e alla lotta alla mafia, fin dalla prima battaglia: quella vinta da bambino per il diritto di andare a scuola. Di questo dirigente politico sempre in prima fila, dal movimento contadino che gli costò il carcere fino all’impegno nella commissione parlamentare antimafia, e poi alla grande battaglia per la pace contro i missili a Comiso, si è però scritto poco. Il suo nome viene poco ricordato perfino durante i “campi” sui beni confiscati, oggi luoghi simbolici di una volontà di riscatto civile.
Questo libro vuole contribuire a ridare di lui la giusta memoria. E lo fa attraverso un testimone d’eccezione, il figlio Franco. Una memoria insieme commovente e asciutta, che racconta un leader politico con gli occhi del bambino e dell’adolescente ma anche con la consapevolezza di chi oggi è dirigente dell’associazione Libera.
La completa una preziosa selezione degli scritti del dirigente comunista. Alcuni rari, ma tutti riferimento importante per chi voglia conoscere un pezzo fondamentale della storia della lotta alla mafia.

 

 

Articolo del 30 Aprile 2015 da palermo.repubblica.it
Pio La Torre era mio padre: le sue storie che non ho mai dimenticato

Il 30 aprile del 1982 veniva assassinato il segretario regionale del Pci. Il ricordo del figlio, pubblicato in un libro di Melampo

di FRANCO LA TORRE

Ho compiuto 55 anni il 25 giugno del 2011. L’età che mio padre non ha raggiunto. Mio padre, nato il 24 dicembre del 1927, è stato ucciso il 30 aprile del 1982; ne aveva, da pochi mesi, compiuti 54. Non c’è tragedia peggiore, per i genitori, di quella di seppellire le creature alle quali hanno dato la vita. Lo considerano un evento innaturale. Spesso è un’esperienza lacerante, che apre una ferita che può non rimarginarsi mai. I figli devono fare i conti con l’idea della morte dei loro genitori ed è naturale che chi li ha messi al mondo muoia prima di loro. Non sempre ci si arriva preparati. Eppure, che la vita di mio padre fosse in pericolo  –  da quando era tornato a Palermo, nell’autunno del 1981  –  era evidente, a lui per primo. Questa evidenza non gli aveva impedito di respingere tutti gli affettuosi o autorevoli tentativi opposti alla sua decisione di tornare in Sicilia a combattere, in prima linea, la battaglia politica per il riscatto della sua terra.

L’occasione fu il congresso regionale del Pci, nel quale era candidato alla segreteria. Era stato eletto dopo un confronto congressuale molto serrato: si doveva scegliere tra lui, un uomo dell’ala riformista, che veniva considerata la destra del partito, e un giovane, Luigi Colajanni, della sinistra. Mia madre non l’aveva presa affatto bene. Sapeva che non avrebbe potuto fargli cambiare idea. Si sarebbe divisa tra Roma e Palermo, per stare il più possibile accanto a lui. Nella nostra prima immagine insieme, mio padre mi tiene in braccio. Sorridiamo, siamo entrambi contenti. Sono felice di osservare la realtà stretto a lui e mio padre è felice di mostrarmi la realtà. In genere, non si conservano ricordi nitidi dei primissimi anni di vita. Le esperienze, le emozioni, le cose che ci accadono in quel periodo diventano, in maniera naturale parti di noi, vengono assimilate e modellano il nostro carattere, definiscono le basi della personalità. Se hai paura di qualcosa a quell’età, è probabile che ne avrai per tutta l’esistenza, senza un lavoro specifico di rielaborazione della paura stessa e delle sue cause.

Quell’immagine di mio padre che mi tiene in braccio è racchiusa in una foto in bianco e nero, scattata all’inaugurazione di una sezione del Pci di Palermo alla fine degli anni Cinquanta. Avrò avuto, più o meno, due anni e quella foto fa riemergere, dalle pieghe dei ricordi, altre immagini, non saprei dire quanto veritiere, di me che giro tra le gambe degli adulti, in un clima festoso, in un ambiente che avverto familiare, proprio perché è mio padre a farmelo sentire tale portandomi con sé, tra le sue braccia, nel suo mondo, tra la sua gente.

Tegher, vieni che ti racconto una storia! Così mio padre, seduto su una sedia nella cucina della nostra casa di Palermo, mi esortava ad arrampicarmi sulle sue gambe. Poteva accadere al suo ritorno da Roma, dove era stato per impegni sindacali, prima, o di partito, dopo. Rispondevo felice al suo invito e saltavo sulle sue ginocchia. Lui simulava i movimenti del cavallo e ne imitava i nitriti, e iniziavano così lunghe galoppate, il cui rumore riproduceva, efficacemente, battendo la lingua sulle labbra, attraverso storie avventurose, ambientate in contrade a me sconosciute, note come Tiburtine o Laurentine e popolate da eroi. Tiburzio, Tiburtino IV, Tegherzio, da cui il diminutivo Tegher, che avevo guadagnato, insieme ad altri di cui non serbo più traccia negli archivi della memoria, erano i protagonisti dei suoi racconti, ambientati nell’antica Roma, ispirati ai nomi delle strade consolari romane.

Qualche anno dopo, mio padre mi disse che le aveva concepite durante il periodo di studio alle Frattocchie e che le aggiornava successivamente, quando era a Roma per le riunioni di lavoro. Storie che non mi stancavo mai di ascoltare. Narravano imprese di personaggi coraggiosi, quasi eroi che si muovevano tra il mito e l’epica. Di solito, uno di loro che aveva subito una prevaricazione, o era stato vittima di un’ingiustizia, trovava conforto e solidarietà negli amici, che lo aiutavano a sconfiggere l’arroganza del più forte e a ottenere il giusto risarcimento. In sostanza, rifacendosi alla tecnica dei cantastorie siciliani, che lo avevano appassionato in gioventù, mio padre mi raccontava di battaglie e scontri tra buoni e cattivi, dove nessuno moriva e i buoni vincevano e Tegherzio/Tegher, che ve lo dico a fare, era tra questi ultimi.

Mio padre si appassionava, e sempre aveva storie nuove. E c’era una particolarità: il racconto era condiviso. I protagonisti li sceglievamo, di volta in volta, insieme. Il mio preferito era Tegher e lui approvava, ovviamente, anche se non sempre gli affidava il ruolo principale. Aveva un suo modo speciale di stimolare la mia fantasia: ogni tanto interrompeva il racconto per domandarmi come pensassi potesse evolvere la situazione, e se la mia risposta gli sembrava “congrua”, la adottava nel prosieguo della narrazione. Tra un’inaugurazione di sezione di partito e una storia, mio padre proseguiva la sua battaglia. Così gli piaceva definire il suo impegno contro quel grumo di interessi politici, economici e criminali che stava pervadendo il tessuto sociale della Sicilia.

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