Un eroe semplice. In memoria del carabiniere Clemente Bovi. Di Alfonso Lo Cascio, Giuseppe Cusmano e Vito Andrea Bovi.

Un eroe semplice.
In memoria del carabiniere Clemente Bovi.
di Alfonso Lo Cascio, Giuseppe Cusmano e Vito Andrea Bovi.

Titolo: Un eroe semplice, in memoria del carabiniere Clemente Bovi
Autori: Alfonso Lo Cascio, Giuseppe Cusmano, Vito Andrea Bovi
Casa editrice:  Arianna – pagg. 144 con foto b/n e colori

Il libro è il racconto di un giovane carabiniere, Clemente Bovi, ucciso alle porte di Corleone nel settembre del 1959 durante una rapina. Il lavoro ne ripercorre i vari momenti: dal vero e proprio agguato nella notte, con il gesto eroico del militare colpito alle spalle da due scariche di lupara, alla ricerca degli assassini da parte delle forze di polizia e dei carabinieri, fino alla scoperta di una vera e propria associazione a delinquere composta da banditi, tutti di Gibellina, specializzati in quella forma di rapina cosiddetta “a passo”. Durante il successivo processo saranno accusati di circa otto azioni criminose consumate negli ultimi tre anni nel triangolo compreso tra le provincie di Palermo, Trapani e Agrigento. Poi le varie fasi del dibattimento che si svolge davanti la Corte di Assise di Palermo dove verrà scritta una bella pagina di storia giudiziaria siciliana. Ed infine il processo di Bari, tribunale in cui viene trasferito per legittima suspicione, con la sua tragica e discutibile conclusione. Sullo sfondo gli ultimi bagliori del banditismo siciliano ormai alla fine della parabola criminale, e di una magistratura giudicante, chiamata in quegli anni a decidere su gravi fatti di sangue, spesso più attenta al formalismo che alla reale ricerca della verità. Il libro fornisce uno spaccato dell’isola tra gli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso, di quel lungo ed interminabile dopoguerra. Un lavoro dedicato ai tanti carabinieri, spesso sconosciuti, che hanno sacrificato la loro vita in terra di Sicilia, affinché la legalità e la giustizia non soccombessero alla barbarie criminale.

Una macchina percorre veloce la statale 118 in direzione di Corleone, il paese dell’entroterra tristemente noto per essere un centro ad alta densità mafiosa. Ma non è la destinazione finale. I due individui a bordo della Fiat 1100 grigia hanno appena attraversato il bosco della Ficuzza: un’oasi verdeggiante e intricata di giorno, che la notte si tinge di un nero intenso, impenetrabile. Ma l’uomo accanto al guidatore sembra non curarsene, mentre sistema meglio la pistola d’ordinanza che aveva conservato all’interno del cruscotto. Anche se non indossa la divisa è un carabiniere. Classe 1926.

Improvvisamente il conducente frena bruscamente l’auto: al centro della carreggiata, sono apparsi alcuni massi che ostruiscono il passaggio, mentre, sul ciglio della strada, nota altre autovetture ferme. Un incidente, pensa, e rallenta. Ma appena il veicolo si ferma dal buio sbucano alcuni uomini armati che intimano ad entrambi di uscire dall’abitacolo e mettersi “faccia a terra”. Il militare finge dapprima di ubbidire, poi, impugnata la pistola, si lascia scivolare nella piccola scarpata che costeggia la strada. E da lì risponde al fuoco dei banditi presi alla sprovvista da quella inattesa manovra: sei colpi in direzione di quelle figure armate che si stagliano nello sfondo oscuro della notte. Si sente un grido, poi un altro: due rapinatori sono stati colpiti. Il carabiniere allora cerca con coraggiosa determinazione di riconquistare la strada per affrontare un terzo bandito. Ma da dietro si materializzano due uomini che aprono il fuoco colpendolo al fianco e alla schiena. L’uomo indietreggia poi cade riverso ai piedi della piccola scarpata, la faccia a contatto con la nuda terra, mentre dalle ferite il sangue sgorga copioso. “Sangue di eroe”, scriveranno tre anni dopo i giudici di Palermo. L’uomo che agonizza sul terreno di contrada “Case Moscato” alle porte di Corleone si chiama Clemente Bovi. È l’8 settembre dell’anno 1959.
(dal Prologo)

Foto e Articolo del 3 Settembre 2011 da  cittanuovecorleone1.blogspot.it

 

 

Articolo del 14 Agosto 2011 da ricerca.repubblica.it
UN EROE SEMPLICE STORIA DEL CARABINIERE ASSASSINATO A CORLEONE
di Augusto Cavadi

Una macchina percorre veloce la statale 118 in direzione di Corleone, il paese dell’ entroterra tristemente famoso per essere un centro ad alta densità mafiosa. Ma non è la destinazione finale. Chi è alla guida sa che il viaggio si concluderà in provincia di Agrigento, a Caltabellotta, la cittadina medievale, dove nel 1302, alla fine della guerra del Vespro, fu firmata la pace tra aragonesi e angioini. È trascorsa da oltre un’ora la mezzanotte e sono in viaggio da una cinquantina di minuti, da quando, cioè, si sono lasciati alle spalle il paese di Ciminna, un piccolo centro dell’ agro palermitano.

I due uomini a bordo della Fiat 1100 grigia hanno appena attraversato il bosco della Ficuzza: un’ oasi verdeggiante e intricata di giorno, che la notte si tinge di un nero intenso, impenetrabile. Ma l’uomo accanto al guidatore sembra non curarsene, mentre sistema meglio la pistola d’ordinanza che aveva conservato all’interno del cruscotto. La sua mente è ancora rivolta al paese, dove ha lasciato la moglie e il figlioletto di appena due mesi, per riprendere servizio in caserma, dopo aver assistito ai bellissimi fuochi d’artificio a conclusione della festa di San Vito, patrono di Ciminna. Anche se non indossa la divisa è un carabiniere. Classe 1926…

Incipit del volume di Alfonso Lo Cascio , Giuseppe Cusmano, Vito Andrea Bovi, Un eroe semplice, edizioni Arianna, pagine 130, euro 15. Il titolo della breve, ma ricca, monografia non poteva essere più azzeccato: Un eroe semplice. Infatti il libro di Alfonso Lo Cascio, Giuseppe Cusmano e Vito Andrea Bovi (pubblicato dalle Edizioni Arianna di Geraci Siculo) è dedicato a un giovane carabiniere siciliano, Clemente Bovi, che da eroe è certamente morto ma dopo una vita ordinaria, pulita, semplice nell’ accezione più bella dell’ aggettivo.

Clemente nasce a Ciminna, uno dei paesi dell’ entroterra palermitano, fra la prima e la seconda guerra mondiale e, come molti giovani siciliani di allora (e di oggi), sceglie di entrare nella Benemerita: un po’ per seguire un ideale, un po’ per guadagnarsi il pane. L’ 8 settembre del 1959 – giusto quando il carabiniere ha 33 anni, è sposato ed è padre di un bambino di appena due mesi – viaggia, in borghese, a bordo di una Fiat 1100 guidata da un amico, alla volta di Caltabellotta. Poco dopo il bosco della Ficuzza, a circa sei chilometri da Corleone, i due sono vittime di un agguato di banditi comuni.

Bovi potrebbe limitarsi ad obbedire all’ ingiunzione di uscire dall’ abitacolo e prostrarsi con la faccia a terra. Potrebbe: non è forse un «uomo semplice?». Ma anche le persone più normali devono fare i conti – quando non l’ hanno tacitata del tutto – con un’ istanza interiore enigmatica, ma insopprimibile. Qualcuno si ostinava, si ostina a chiamarla coscienza. Così il giovane militare reagisce sparando ai malviventi: due restano colpiti, ma altri due complici dei banditi lo sorprendono alle spalle e lo abbattono.

Il resto appartiene a un copione che conosciamo troppo bene: funerali, fiori, omelie, pianti, medaglia d’ oro alla memoria. Anche sul piano giudiziario il copione era allora abbastanza abituale (processo in primo e in secondo grado con assoluzione finale degli imputati), ma per fortuna su questo versante s’è registrata una rottura: oggi i giudici – neri, bianchi, rossi o rosei che siano – riescono a individuare molto più spesso i colpevoli e a mandarli in galera.

Perché rispolverare, a distanza di più di mezzo secolo, la vicenda? Le ragioni umane, affettive, le esplicita il figlio Vito Andrea, uno degli autori del libro, in una toccante lettera postuma: «I genitori si augurano di lasciare in eredità ai propri figli denaro e beni materiali – certo può far comodo, perché negarlo? – ma posso affermare che non esiste qualcosa al mondo di più grande, più meraviglioso e completo dell’ amore tra un padre e un figlio. Non posso spiegare con le parole ciò che si prova a non averti accanto ogni giorno, a non poter sentire la tua voce, a non potermi confidare con te, a non poter condividere con te i progressi e le problematiche della mia vita. Se solo potessi parlarti un istante ti direi grazie per avermi dato la vita».

Sulle ragioni storiche, oggettive, si sofferma invece Alfonso Lo Cascio nella sobria ed efficace introduzione: «Quella di Clemente Bovi è la vicenda di una delle tante “vittime del dovere” in Sicilia restate senza giustizia. Nell’ attuale momento storico, in cui appare arduo suggerire persone votate semplicemente al bene della comunità, e ancora più difficile indicare eroi positivi, abbiamo voluto quasi strappare all’ inesorabile oblio del tempo, la vicenda umana di un giovane rappresentante della legge degno di rimanere nella memoria collettiva di un Paese che spesso sembra aver smarrito il proprio sentiero. Abbiamo voluto proporre il profilo di uno di questi militari in cui l’ eroismo si traduce nel diuturno impegno quotidiano che talora, sublimandosi, incontra la Storia».

A più di mezzo secolo di distanza non sono pochi gli interrogativi che rimangono senza risposta: secondo le testimonianze dei viaggiatori, i sei banditi facevano tutti parte di una gang di Gibellina, in provincia di Trapani, accusata di altre rapine e di numerosi fatti di sangue registrati in quel territorio. Ma, viene da chiedersi, in un periodo in cui il banditismo, dopo l’ annientamento della banda Giuliano, in Sicilia era quasi scomparso, che ci facevano a due passi da Corleone questi banditi di Gibellina? Si erano spinti «oltre confine» di propria spontanea volontà? O qualcuno li aveva «autorizzati» a «violare» il territorio di Corleone per effettuare una rapina? Conoscendo la storia di quegli anni e degli uomini che controllavano quel territorio viene difficile pensare che si sia trattato di un semplice sconfinamento.

Vediamo cosa succedeva al tempo: erano gli anni della guerra “civile” interna a Cosa nostra fra gli uomini del dottor Navarra e gli uomini di Liggio (sappiamo che alla fine perse Navarra e fu l’ inizio della carriera di Riina, Provenzano e Bagarella): i boss, vecchi ed emergenti, erano forse troppo impegnati a liquidarsi a vicenda per controllare le scantonature di altri nel proprio territorio?

Nel 1962 i giudici di Palermo emettono condanne esemplari per i sei imputati, ma solo quattro anni dopo il tribunale di Bari assolve tutti.

 

 

 

 

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