Una toga amara – Giangiacomo Ciaccio Montalto la tenacia e la solitudine di un magistrato scomodo di Salvatore Mugno

Di Girolamo Editore

Giangiacomo Ciaccio Montalto, sostituto procuratore presso il Tribunale di Trapani a partire dal 1971, fu tra i primi magistrati a cadere sotto i colpi della feroce mafia dei ‘Corleonesi’. Un giudice schivo e intelligente, colto e coraggioso, che operò a Trapani in un contesto difficile, dove non mancavano figure di magistrati abulici e opachi. Un magistrato che aveva condotto inchieste clamorose e che, soprattutto, era considerato la ‘memoria storica’ degli uffici giudiziari trapanesi. Fu assassinato il 25 gennaio del 1983 davanti alla sua casa di Valderice, a tarda notte, nell’indifferenza e nel silenzio del vicinato.

«Sul manifesto che annuncia la morte del sostituto procuratore, il sindaco di Trapani Erasmo Garuccio non scrive la parola mafia. Semplicemente perché, a suo avviso, la mafia a Trapani non c’è, non può esserci. Questa era Trapani, questa era la Sicilia in cui ha vissuto Ciaccio Montalto» (dalla prefazione di Umberto Santino).

 

Articolo del 6 Febbraio 2013 da  lankelot.eu

Mugno Salvatore
Una toga amara. Giangiacomo Ciaccio Montalto, la tenacia e la solitudine di un magistrato scomodo

di Luca Menichetti

Ci sono alcune parole ricorrenti, usate ogni qual volta si parla e si scrive delle vittime di mafia, magistrati su tutti: solitudine, isolamento. Ormai conosciamo gli ostracismi ai quali furono sottoposti Falcone e Borsellino, mentre avevamo una conoscenza molto parziale delle vicende che videro protagonista il pubblico ministero Giangiacomo Ciaccio Montalto, fino a quel tragico 25 gennaio 1983 quando fu ucciso in un agguato mafioso. A colmare questa lacuna c’ha pensato Salvatore Mugno col suo libro “Una toga amara”.
Giangiacomo Ciaccio Montalto ci viene raccontato nei suoi aspetti più personali, ovvero la famiglia, i suoi interessi, la musica (fu anche critico per il quotidiano di Trapani), la letteratura, i viaggi, la navigazione e innumerevoli altri; ma, oltre a cogliere i problemi familiari scaturiti poco prima della morte (anche qui una forma di solitudine) è proprio nel leggere la storia delle sue inchieste, a partire cosiddetto processo del volantino (1971), passando dal “mostro di Marsala” (1971), per giungere alle indagini sul giudice e collega Antonio Costa (1983), che ci si rende conto di quell’isolamento che poi rappresenterà il terreno più fertile per il suo assassinio. Fin dall’inchiesta del cosiddetto “sacco del Belice” (1978), a fronte di imputati prontamente rimessi in libertà, Giangiacomo Ciaccio Montalto, sostituto procuratore della Repubblica di Trapani, ebbe a dire: “Adesso c’è il rischio di inquinamento delle prove. I tre ultimi liberati erano in carcere da poco tempo. Di solito un ladro di polli ci resta molto di più. Ed io come cittadino posso dire che ci sono imputati privilegiati per ragioni economiche e collegamenti col potere politico e imputati qualsiasi” (pag. 51). E difatti, con una motivazione che ancora grida vendetta, la Corte d’Appello di Palermo decise quella scarcerazione tanto contestata a causa “dell’apprezzabile livello sociale degli imputati”. Ciaccio Montalto già da questo fallito tentativo di scardinare il sistema siciliano di omertà e affarismo, si capisce come si sia meritato il titolo di “magistrato scomodo”. Intendiamoci: fermezza e tenacia che non voleva dire insensibilità o atteggiamenti da compiaciuto Torquemada. Salvatore Mugno, tre le altre cose, ci ricorda quanto si sia speso in favore di Peppino Pes,   “l’ergastolano buono”.
Il suo essere “scomodo” inoltre ci viene confermato dal suo metodo investigativo: Mugno ricorda come sia stato un precursore delle indagini bancarie (si veda il cosiddetto scandalo petroli) e di indagini con tecniche innovative, sulla scorta dell’intuizione, avvenuta ben prima delle rivelazioni di Buscetta, che mafia fosse un’entità unitaria.
Ma soprattutto rimane la solitudine e l’isolamento del magistrato il leitmotiv presente dalla prima all’ultima pagina. Per capire il clima basta leggere quanto disse il ministro di Grazia e Giustizia del tempo, Clelio Darida, ad un convegno organizzato dall’Associazione Nazionale Magistrati: “Credere che la mafia si possa debellare del tutto è forse un’illusione. Tutt’al più si può riportare entro certi limiti fisiologici”. Sarà stato pure esercizio di realismo e magari neppure qualcosa di troppo simile a quanto pronunciato anni dopo dal ministro Lunardi (“con mafia e camorra bisogna convivere e i problemi di criminalità ognuno li risolva come vuole”), ma all’indomani dell’omicidio Montalto, tanto più se si aggiungeva che “lo Stato e il governo hanno fatto tutto quello che c’era da fare”, è inevitabile pensare a sottovalutazione e disinteresse per un fenomeno criminale che si stava evolvendo in una realtà stragista. La constatazione di essere rimasto solo, lavorando in una procura che non gli mostrava solidarietà, e avendo a che fare con colleghi quanto meno abulici, lo convinse a chiedere ed ottenere il trasferimento in Toscana (“me ne vado da questa città senza rimpianti, non lascio un solo amico”). Non fece in tempo e il 25 gennaio del 1983, davanti alla sua casa di Valderice, la mafia fece il suo sporco lavoro.

Le indagini per individuare i mandanti e gli esecutori furono complicate, e puntualmente nelle ultime pagine di “Una toga amara” possiamo leggere una sintesi che ripercorre ben venti anni di dibattimenti giudiziari. Tra depistaggi, dubbi ancora aperti, ovvero tutto quel repertorio che appare ogni volta ci sia di mezzo Cosa Nostra e omicidi eccellenti, si è finalmente giunti ad una conclusione: se inizialmente furono accusati dell’omicidio il boss trapanese Totò Minore e i suoi scherani, dopo che questi furono eliminati dal Clan dei Corleonesi, il responsabile fu individuato in Totò Riina. Evidentemente in quel 1983, quando la Commissione era costituita da capi mandamento fedeli al boss di Corleone,  la mafia ritenne che il magistrato poteva creare ulteriori fastidi: già era stato emesso un mandato di cattura nei confronti di Giacomo Riina, e per di più nella Toscana, dove Ciaccio Montalto stava per essere trasferito, “lo zio del boss aveva forti interessi economici e criminali”.
Il volume si chiude con un ricordo personale del medico Benedetto Mirto e, anche se non presenti nel libro e contenute in un articolo di Rino Giacalone, possiamo concludere proprio con le parole di questo suo amico: “Ulisse era il mito di Ciaccio Montalto, ma a lui non è riuscito ciò che riuscì a Ulisse, battere i proci e riconquistare la sua Itaca. Il compito oggi è di altri dentro e fuori i Palazzi di Giustizia. Governo e parlamento permettendo, riconoscendo come eroe davvero chi lo merita e chi lo fu e non mafiosi e corrotti”. Ogni riferimento è chiaramente voluto.

 


Pubblicato il 22 feb 2013

Lo scrittore trapanese Salvatore Mugno racconta e legge alcuni frammenti del libro “Una toga amara” dedicato al magistrato Giangiacomo Ciaccio Montalto ucciso dall’organizzazione criminale (Mafia) il 25 gennaio del 1983, all’età di 42 anni.

 

 

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