10 Dicembre 1969 Palermo Strage di Via Lazio. 4 morti, tra cui, vittime innocenti, Giovanni Domé, custode del cantiere, e Salvatore Bevilacqua, manovale che stava chiedendo un anticipo.

Nella foto: Giovanni Domè (inviata dal figlio Ferdinando) a sinistra e Salvatore Bevilacqua, a destra, per cui si ringrazia Giovanni Perna (Dedicato alle Vittime delle Mafie)

Giovanni Domé e Salvatore Bevilacqua furono le vittime innocenti della cosiddetta Strage di Via Lazio a Palermo il 10 dicembre del 1969.
La vicenda rappresenta il più alto punto raggiunto dalla prima guerra di mafia e che sancì l’ascesa dei corleonesi dentro Cosa nostra. L’eccidio costò la vita a cinque persone ed avvenne negli uffici del costruttore Moncada, in viale Lazio: vennero ammazzati, oltre a Giovanni Domé, che era il custode dell’immobile, e Salvatore Bevilacqua un manovale che era andato a chiedere lo stipendio, il boss dell’Acquasanta Michele Cavataio, Francesco Tumminiello e Calogero Bagarella, che faceva parte del commando omicida, colpito da Cavataio, ed il cui cadavere non venne mai ritrovato. Michele Cavataio era considerato reo del tentativo di ‘allargarsi’ e di non rispettare le regole non scritte della vecchia mafia.
Nel processo, conclusosi nel 2009, furono condannati all’ergastolo Bernardo Provenzano e Totò Riina.

 

Nota di Ferdinando Domè, figlio di Giovanni

Io nel 1969 avevo 10 anni, mi ricordo benissimo di Bevilacqua. Era una persona buona, mite, che tutti prendevano un pò in giro per la sua balbuzia. Bevilacqua non era una persona sposata, aveva, ricordo, un fratello più grande di lui che se è ancora in vita avrà circa 90 anni. Anche lui quella sera si recava insieme a mio padre, in quel maledetto ufficio per riscuotere la paga che invece non hanno mai riscosso, se non la morte.

Io e la mia famiglia abbiamo vissuto per quasi 40 anni con questo marchio. Nessuno, né lo Stato né la stampa, che subito dopo quella strage e
negli anni successivi ha scritto e raccontato di tutto e di più, che per far notizia hanno fatto di tutta un’erba un fascio macchiando l’onorabilità, l’onestà di mio padre ed anche di Bevilacqua e rovinando per sempre l’esistenza di mia mamma e di noi figli. Mio padre era una persona come tanti altri, grande lavoratore ed attaccatissimo alla famiglia, una persona umile ma onesta. Forse anche per questo siamo stati lasciati soli dallo Stato. Mio padre non era una persona famosa, non era un magistrato, un giornalista o un politico. La vita di una persona ha valore in base al suo status sociale alla sua professione, al suo potere ed alla sua ricchezza.Tanto è vero che nel primo processo che è stato fatto per questa strage, nel 1972, la figura di mio padre ne era uscita pulita, però mai nessuno ci ha comunicato nulla, nessun giornale ha scritto una sola riga su questo, nessuna scusa. Lo abbiamo saputo ufficialmente, anche se non abbiamo avuto mai nessun dubbio sull’onestà di mio padre, solo qualche anno fa.

Questa è una ferita che non riesce a guarire, neanche se sono passati 40 anni.

 

 

 

Articolo del Corriere della Sera del 23 Gennaio 2007
«Strage di viale Lazio, il killer era Provenzano»
di Giovanni Bianconi

Nel racconto ai magistrati del pentito Grado l’ imperizia del giovane boss: «Quel cosaccia sporco sparò subito». Fu l’ inzio della carriera di «u tratturi»

PALERMO – Il killer venuto da Corleone sparò per primo. Non era ancora il padrino che avrebbe predicato la soluzione nonviolenta dei conflitti interni a Cosa Nostra e la «strategia della sommersione» mafiosa. All’ epoca era solo Bernardo Provenzano, «uomo d’ onore» all’ inizio della carriera, già ufficialmente ricercato anche se nessuno o quasi se ne curava. Sparò e uccise, la sera del 10 dicembre 1969, in quella che passò alla storia come «la strage di viale Lazio». Quattro morti e qualche ferito, tra cui lo stesso Provenzano che mostrò una certa imperizia nell’ azione, al punto da provocare la reazione armata delle vittime dell’ agguato. Anche loro fecero fuoco, e uccisero uno del commando. Oggi che Provenzano, divenuto il capo assoluto di Cosa Nostra, è un ergastolano rinchiuso nel super-carcere di Terni, la giustizia gli presenta anche quel conto. Un processo per omicidio plurimo e aggravato, l’ unico che lo vede nel ruolo di esecutore materiale; le condanne ricevute finora lo indicavano sempre come mandante dei delitti. Ad accusarlo è un mafioso pentito – Gaetano Grado, già uomo di fiducia del boss Stefano Bontate – che partecipò alla strage ideata per togliere di mezzo Michele Cavataio detto il cobra, un mafioso «tragediatore» che aveva scatenato e alimentato la prima guerra tra cosche che insanguinò gli anni ‘ 60 in Sicilia e non solo. Il suo verbale è agli atti dell’ inchiesta condotta dal pubblico ministero Michele Prestipino (riaperta nel 2001, dopo le assoluzioni per insufficienza di prove degli anni precedenti), giunta all’ avviso di chiusa indagine che prelude la richiesta di rinvio a giudizio per Provenzano, lo stesso Grado e Totò Riina. L’ agguato avvenne mentre Cavataio si trovava negli uffici dell’ impresa edile dei fratelli Moncada, assieme all’ altro mafioso Michele Tuminello. Per non destare sospetti, i killer s’ erano mascherati da uomini delle forze dell’ ordine. «Partiamo con una macchina, un’ Alfa blu, vestiti da poliziotti – racconta Grado -. Solo io non lo ero… Era un fatto che si poteva andare anche a morire, per come è successo che qualcuno ci ha lasciato la pelle… Ho detto “se devo morire non voglio morire con la divisa”». L’ unico killer senza divisa prosegue descrivendo l’ azione: «Appena arriviamo lì con la macchina abbiamo fatto rumore tipo polizia, sbattendo gli sportelli… Vedo uno che affaccia la testa, io avevo una pistola e un fucile da caccia, tiro con la mano sinistra la pistola, gliela punto e gli dico “Sali su che siamo poliziotti”. Questo era Domè (Giovanni Domè, impiegato dell’ impresa di Tuminello, una delle vittime, ndr)… Quando è salito l’ abbiamo messo davanti a noi per entrare dentro l’ ufficio. Quel cosaccia sporco di Bino Provenzano, prima ancora che noi entrassimo dentro l’ ufficio gli spara a Domè». Furono questi spari a provocare la reazione di Cavataio, che Grado ricorda così: «Appena lui gli spara (Provenzano a Domè, ndr) noi ci buttiamo dentro l’ ufficio, io col fucile riesco a tirargli le prime due fucilate a Michele Cavataio, era dietro la vetrata, riesco a pigliarlo in una spalla, però lui spara a me e io vengo ferito, che praticamente ancora c’ ho del vetro nel nervo ottico dell’ occhio destro… Io riesco a uscire fuori e gli grido a Damiano Caruso e a Calogero Bagarella (altri due del commando, ndr): “entrate che io non ci vedo più”. Questi entrano e cominciano a sparare, al Bino Provenzano Michele Cavataio gli spara… è stato ferito. Il Cavataio spara pure a Bagarella e l’ ha ammazzato… Caruso viene ferito». Anche Cavataio fu colpito a morte, e nessuno sa dire se Provenzano abbia recuperato dal suo cadavere il documento che cercava, l’ organigramma mafioso disegnato dalla vittima; un pezzo di carta strappato con qualche nome di «uomini d’ onore» fu trovato nel cestino dell’ ufficio. Dal racconto del pentito e di altri collaboratori – oltre a Grado hanno parlato Buscetta, Calderone, Marino Mannoia, Brusca e Di Carlo – emerge invece la «tragedia» montata dallo stesso Provenzano dopo l’ agguato; e cioè l’ attribuzione dell’ errore di aver sparato subito, scatenando il fuoco avversario, non a se stesso ma a Damiano Caruso, che di lì a poco sarà eliminato a Milano. Ne venne fuori la «vulgata» mafiosa di Provenzano che riparò all’ errore altrui, riferita pure dal catanese Calderone che attribuisce a quell’ episodio il soprannome ‘ u tratturi per il boss, il trattore che «traturau tutta a terra», ha fatto tutto. Poi ‘ u tratturi divenne ‘ u ragioniere, e infine il padrino pacificatore. Che ora dovrà difendersi da questa nuova e meno lusinghiera versione della strage consumata 37 anni fa.

 

 

 

Fonte cittanuovecorleone1.blogspot.it
da La Sicilia, 29/11/2007
Rivelazione di un pentito al processo per la strage di viale Lazio: “Volevo uccidere Riina”

FIRENZE – E’ iniziata, nell’aula bunker di Santa Verdiana a Firenze, l’udienza a carico di Totò Riina e Bernardo Provenzano accusati di essere rispettivamente il mandante e uno degli esecutori materiali della strage di via Lazio, avvenuta a Palermo il 10 dicembre 1969. Quella strage è considerata uno degli episodi più cruenti della prima guerra di mafia che si scatenò negli anni 60 e che – a causa della morte del boss Michele Cavataio – portò a una ridefinizione delle sfere di competenza della varie famiglie mafiose.All’udienza, che si tiene davanti alla Corte d’assise di Palermo presieduta da Giancarlo Trizzino (a latere Angelo Pellino), e il pm è Michele Prestipino, sono presenti in videoconferenza gli unici due imputati: dal carcere di Novara Bernardo Provenzano e dal carcere di Milano Totò Riina. L’udienza è incentrata sull’audizione di Gaetano Grado, il collaboratore di giustizia (e cugino di Salvatore Contorno) che indicò in Bernardo Provenzano il killer di Michele Cavataio, trucidato brutalmente da ‘Binnu ‘u tratturi’.”Dissi a Stefano Bontade: cerchiamo di ammazzare Totò Riina, che fa troppa strategia, ma Bontade mi disse di lasciarlo fare, ‘sto viddanu”. Lo ha detto il collaboratore di giustizia Gaetano Grado, cugino di Salvatore Contorno e ‘custode’ negli anni ’60 di Totò Riina, nella sua deposizione davanti alla corte d’ assise di Palermo per il processo sulla strage di viale Lazio, a Palermo. “Riina faceva troppa strategia – ha detto Grado – perchè dovunque andasse cercava di ingraziarsi i piu furbi e questo non mi piaceva. Per questo lo raccontai a Stefano Bontade”, boss di Santa Maria di Gesù. “Un giorno in macchina gli dissi, dammi retta cerchiamo di ammazzarlo a questo, ma Bontade disse di no: ‘è viddanu’, mi disse, ‘lascialo correre a questo cavallo, che tanto deve passare sempre da qui”. Grado, coimputato nel processo per la strage di Viale Lazio, era stato combinato giovanissimo nella famiglia di Villagrazia che poi venne assorbita dalla famiglia di Santa Maria del Gesù.”Io non volevo morire vestito da poliziotto. Per questo la divisa della polizia usata per la strage di viale Lazio la indossarono soltanto Bernardo Provenzano, Calogero Bagarella, Damiano Caruso e Manuele D’ Agostino”, ha detto Grado alla Corte d’assise di Palermo durante la ricostruzione dell’organizzazione della strage di viale Lazio. “Cavataio – ha detto Grado – doveva morire perchè non rispettava le regole di Cosa nostra, perché uccideva innocenti e non aveva onore”.Dopo la strage di viale Lazio, negli uffici dei fratelli Moncada, “portammo via il corpo di Calogero Bagarella” rimasto ucciso nella strage “e dovevamo decidere di seppellirlo perchè era morto con onore. Ma Totò Riina disse che il corpo di suo cognato doveva essere bruciato. Comunque se ne occupò lui”, ha raccontato Grado. “Mettemmo il corpo di Bagarella in un sacco – ha detto Grado – e io dissi che doveva essere sepolto vicino alla sua famiglia. Ma Riina mi disse che ero pazzo, che avremmo attirato i carabinieri e che quindi il corpo andava bruciato. Ci avrebbe pensato lui. Non so come andò a finire perchè io me ne andai”.

 

 

 

Articolo del 28 Aprile 2009 da  livesicilia.it
La strage di viale Lazio spiegata dal pentito chiave

Un gruppo di fuoco deciso dai membri della cupola pose fine alla vita di Michele Cavataio, detto ‘il cobra’, boss dall’Acquasanta. Era il 10 dicembre del 1969 e fu una strage: la ‘strage di viale Lazio’. Al processo per la strage sono imputati anche Totò Riina, come mandante, e Bernardo Provenzano come esecutore.
La vicenda rappresenta il più alto punto raggiunto dalla prima guerra di mafia e che sancì l’ascesa dei corleonesi dentro Cosa nostra. Michele Cavataio era considerato reo del tentativo di ‘allargarsi’ e di non rispettare le regole non scritte della vecchia mafia. “Michele Cavataio – ha detto Gaetano Grado, ex boss di Santa Maria di Gesù oggi pentito, uno dei partecipanti al commando – era un pericolo pubblico ed era nella nostra lista dei morti non solo perché voleva esercitare l’egemonia su Palermo centro ma perché uccideva gente tanto per fare: carabinieri e poliziotti, per esempio. Cosa nostra – ha aggiunto – non ammetteva che si uccidessero carabinieri e poliziotti: c’erano altri modi che adesso non posso dirvi a rendere inoffensive le istituzioni”.
Secondo Grado, a decidere la morte di Cavataio fu la cupola al gran completo: Totò Riina, Tano Badalamenti, Michele Greco, Stefano Bontade. “Il gruppo di fuoco venne deciso così: io parlai per me e portai D’Agostino, Riina propose Bernardo Provenzano e Calogero Bagarella, Giuseppe Di Cristina decise per Caruso”. Grado ha ricordato come fu lui ad avere l’idea di indossare divise della polizia, “ma io non la volli indossare – ha tenuto a sottolineare – perché quella era un’azione pericolosa e potevamo morire e io non volevo morire vestito da poliziotto”. Perché è “una grande offesa e onta perché in siciliano ‘carabiniere’ vuol dire infame”.
Con una Giulietta blu con la sirena, il commando giunse all’impresa della ditta Moncada e, ‘accidentalmente’, si cominciò a sparare. Cavataio “ricevette in corpo almeno 200 colpi ma si muoveva ancora, così Provenzano gli scaricò in testa la sua P38”. La pistola di Binnu, infatti, s’inceppò, dice Grado, e allora infierì sulla testa di Cavataio con il calcio dell’arma. Ma nell’operazione ci fu un caduto: Calogero Bagarella, fratello di Luchino e cognato di Riina. “Recuperammo il corpo – racconta Grado – e lo nascondemmo nel baule della macchina. Dissi che siccome era caduto con onore doveva essere seppellito con la sua famiglia. Ma Riina disse che era meglio bruciarlo. Ci pensò lui”. E ancora oggi non si sa che fine fece il corpo di Calogero Bagarella.
E pensare che Grado voleva uccidere Riina. “Dissi a Stefano Bontade – ha detto in una deposizione al processo – cerchiamo di ammazzare Totò, fa troppa strategia, ma Bontade mi disse di lasciarlo fare: ‘lascialo correre sto viddanu tanto da qui deve passare'”. Così Grado finì pure per coprire la latitanza di Totò u’ curtu: “L’ho portato dal parrucchiere, in boutique, ho speso milioni”.
Grado, nella sua testimonianza, è tornato anche sulle ragioni del suo pentimento. “Questi qua, i corleonesi, hanno distrutto la cosa più bella del mondo, e questa non è più Cosa nostra ma cosa loro”, ha detto in aula, mentre la memoria ripercorreva tutta la sua carriera criminale. Ha parlato di Luciano Liggio, di Di Cristina, di Vito Ciancimino, di La Barbera e Torretta, della sua latitanza a New York, dei vecchi Gambino. Ricorda con orgoglio i suoi tempi, quando era “il killer più in vista della Sicilia, capace col fucile di non lasciare mai viva una persona”. Quando “Cosa nostra era una cosa bella, una cosa che hanno distrutto”. Ora Gaetano Grado, però, è in carcere, come tutti i suoi ‘amici’, almeno quelli che non sono morti a causa di quella ‘cosa bella’.

 

 

 

Articolo del 28 Aprile 2009 da  julienews.it  
Strage di via Lazio, ergastolo per Riina e Provenzano
di Nico Falco

E’ arrivata la sentenza della Corte d’Assise di Palermo per la strage di via Lazio, compiuta il dieci dicembre 1969. Si tratta di una condanna. Bernardo Provenzano e Totò Riina, dopo quasi sei ore di camera di consiglio, nell’aula bunker del carcere di Pagliarelli, sono stati condannati all’ergastolo dal collegio presieduto da Giancarlo Trizzino, a latere Angelo Pellino. L’eccidio costò la vita a cinque persone ed avvenne negli uffici del costruttore Moncada, in viale Lazio: vennero ammazzati il boss dell’Acquasanta Michele Cavataio, Francesco Tumminiello, Salvatore Bevilacqua e il custode Giovanni Domé, che aveva l’unica colpa di trovarsi al posto sbagliato al momento sbagliato.
Ucciso anche Calogero Bagarella, che faceva parte del commando omicida e fu colpito da Cavataio. Il suo cadavere non venne mai ritrovato.
L’accusa era rappresentata dal pm Michele Prestipino, oggi procuratore aggiunto di Calabria. I legali di Riina e Provenzano, gli avvocati Riccardo Donezelli, Franco Marasà e Rosalba Di Gregorio, hanno già annunciato che dopo questa decisione sono intenzionati a ricorrere in appello.
La famiglia di Domé, il custode ucciso da incolpevole, era costituita parte civile, con l’assistenza dell’avvocato Francesco Crescimanno, ed ha ottenuto una provvisionale immediatamente esecutiva, così come la Provincia, parte civile con l’avvocato Cetty Pillitteri. Secondo i giudici Provenzano è stato l’esecutore materiale della strage, mentre Riina è stato condannato come mandante.

 

 

 

Articolo del 15 Marzo 2011 da  gds.it  
Palermo, strage di viale Lazio: confermati ergastoli per Riina e Provenzano
La condanna per i due storici boss mafiosi dalla prima sezione della corte d’Assise d’appello per uno dei capitoli più sanguinosi della prima guerra di Cosa nostra degli anni sessanta a Palermo

PALERMO. La prima sezione della Corte d’assise d’appello di Palermo ha confermato gli ergastoli per i boss Totò Riina e Bernardo Provenzano per la strage di viale Lazio, uno tra i più sanguinosi capitoli della prima guerra di mafia “combattuta” dai clan negli anni ’60 a Palermo. Lo scopo era eliminare il capomafia Michele Cavataio.     Le indagini sull’eccidio, più volte chiuse per mancanza di indizi, furono riaperte dopo il pentimento di Gaetano Grado che, confermando il racconto di un altro collaboratore di giustizia, Antonino Calderone, fece i nomi dei sicari.
La sera del 10 dicembre 1969 i killer, travestiti da poliziotti, fecero irruzione negli uffici dell’impresa edile Moncada, uccidendo Cavataio, Francesco Tumminello, Salvatore Bevilacqua e Giovanni Domé, custode degli uffici. Nella sparatoria perse la vita anche uno dei killer del commando, Calogero Bagarella, fratello del capomafia di Corleone Leoluca e cognato di Totò Riina.    Nel processo si sono costituiti parte civile la Provincia di Palermo, con l’avvocato Concetta Pillitteri, i familiari di Giovanni Domé, custode degli uffici  del costruttore Moncada in viale Lazio dove avvenne la strage con l’avvocato Francesco Crescimanno.

 

 

 

Articolo del 12 Maggio 2011 da  blitzquotidiano.it  
Giovanni Domé vittima della mafia: morì nella strage di Viale Lazio a Palermo

PALERMO – Per anni ha vissuto con il marchio che il padre ucciso nella strage di viale Lazio a Palermo avvenuta il 10 dicembre 1969, per la quale sono stati condannati all’ergastolo i boss Toto’ Riina e Bernardo Provenzano fosse coinvolto in traffici illegali. Dopo 42 anni, nel marzo scorso, invece Giovanni Dome’, custode degli uffici del costruttore Moncada dove avvenne l’eccidio e’ stato riconosciuto vittima della mafia. E per i suoi familiari costituitisi parte civile e’ stato disposto, a marzo scorso, un risarcimento danni. ”In questi anni abbiamo dovuto nasconderci perche ci reputavano figli di un mafioso – racconta Ferdinando Dome’, 52 anni, operaio a Torino, ai microfoni del Tgr Sicilia della Rai – Ho avuto anche difficolta’ a farmi accettare dalla famiglia di mia moglie. E ai miei figli a lungo ho detto che il loro nonno era morto per infarto”. Lui insieme ad un altro fratello dopo la strage fu messo in collegio ”dove abbiamo patito – dice – tante sofferenze”. In viale Lazio si consumo’, uno tra i piu’ sanguinosi capitoli della prima guerra di mafia ”combattuta” dai clan negli anni ’60 a Palermo. I padrini corleonesi, in quell’occasione, si allearono con i boss palermitani. I killer, travestiti da poliziotti, fecero irruzione negli uffici dell’impresa edile Moncada, uccidendo Cavataio, Francesco Tumminello, Salvatore Bevilacqua e Dome’, custode degli uffici. Nella sparatoria perse la vita anche uno dei killer del commando, Calogero Bagarella, fratello del mafioso di Corleone Leoluca e cognato di Toto’ Riina.

 

 

 

Ruoppolo Teleacras – La strage di viale Lazio

 

 

 

Fonte:  mafie.blogautore.repubblica.it
Articolo del 14 maggio 2019
Mio padre Giovanni lo faccio rivivere

di Ferdinando Domè

10 Dicembre 1969, il giorno che cambierà la mia vita e quella della mia famiglia.
Mio padre, giovane operaio edile, f iglio di operaio, padre di famiglia come milioni di padri di famiglia. Grande lavoratore e anche se non ha potuto studiare, uomo di sani principi e di grande umiltà.
In quell’anno malgrado la giovane età di papà e mamma, la mia famiglia era già una famiglia numerosa, 5 figli maschi, io 10 anni il più piccolo 18 mesi, (mio padre desiderava avere una figlia femmina).

Nel gennaio del 1968 la Sicilia viene devastata da un terribile terremoto, interi paesi distrutti nel Belice, moltissime vittime. La nostra vecchia casa in via Castellana Bandiera diventa inagibile per cui i miei genitori sono costretti a trovare una nuova casa. Quel terribile inizio anno (1968) per la mia famiglia qualcosa stava cambiando in meglio. Mio padre riesce a trovare oltre una nuova casa un doppio lavoro. Continuare a svolgere il suo lavoro da edile, e gestire la portineria di un garage di uno stabile di viale Lazio.
In realtà il lavoro di portineria lo svolgeva mamma perché papà era impegnato nei cantieri della ditta Moncada.

Per noi bambini quella casa era bruttissima, non aveva finestre, era sotto il manto stradale. Il nostro parco giochi era il marciapiede di viale Lazio e i lunghi e bui corridoi del garage. Tutto un’altro mondo. La casa di Via Castellana era in mezzo ai prati, in viale Lazio in mezzo al cemento. Il fatto positivo per mamma e papà era il non pagare l’affitto, luce ed acqua, tutto pagato dalla ditta Moncada. La nostra situazione economica stava cominciando a cambiare, papà regalò a mamma una nuova camera da letto, e noi bambini non andavamo più a scuola con le scarpe rotte. Dopo mesi però papà comincia a non percepire più lo stipendio in modo regolare. Comincia ad avere serie difficoltà a comprare i beni di prima necessità, il cibo, i negozianti non gli fanno più credito.

La sera del 10 Dicembre preso dalla disperazione decide di recarsi dopo l’orario di lavoro negli uffici della ditta Moncada che si trovavano esattamente sopra casa nostra, per chiedere almeno un acconto delle paghe arretrate. Tutto ciò però non prima di recarsi in Ospedale Villa Sofia, perché mia zia, tramite mia mamma, aveva chiesto di portare degli indumenti puliti a mio zio perché si era infortunato in fabbrica.
Lui quel pomeriggio andò in ospedale a piedi (circa 4 km) perché non aveva una lira per pagare il biglietto dell’autobus. Mio zio racconta che quella sera pregò mio padre di fermarsi un po’ di più a fargli compagnia, ma mio padre rispose che doveva ritornare a casa perché sarebbe dovuto andare negli uffici Moncada per chiedere un acconto, perché non aveva i soldi per comprare nemmeno il pane.
Se si fosse fermato ancora qualche attimo, oggi non starei a raccontare questa triste storia.

Quando mio padre arrivò all’inizio del vicoletto (secondo le testimonianze) dove si trovavano gli uffici incontrò il suo collega Salvatore Bevilacqua ed insieme si avviarono verso gli uffici. Un attimo prima avevano parcheggiato l’auto i due figli del titolare, Filippo ed Angelo. Nel momento in cui papà con il collega raggiungono a metà del vialetto Filippo ed Angelo Moncada arriva una macchina con un commando di killer travestiti da finti poliziotti.
L’obbiettivo del commando era Michele Cavataio , spietato killer che aspirava a diventare capo incontrastato della mafia a Palermo. Per attuare il suo progetto criminale, Cavataio aveva da qualche tempo cominciato ad uccidere rappresentanti di varie famiglie mafiose di Palermo. Anche la strage di Ciaculli nel 1963 è attribuita a Cavataio ai danni della famiglia dei Greco. Le famiglie mafiose Palermitane capito le intenzioni di Cavataio decisero di eliminarlo. Ma qualcosa quella sera non funzionò nei programmi dei killer.

Michele Cavataio era scortato dal cosiddetto “guardaspalle” che, capendo che quegli uomini non fossero poliziotti, fuggì dando l’allarme. Il commando era formato da varie famiglie mafiose, Bernardo Provenzano rappresentava i corleonesi, ed è colui che che con una fucilata alle spalle uccide mio padre scatenando la reazione di Cavataio che reagisce rispondendo al fuoco dei killer che erano giunti sul ciglio degli uffici. Cavataio malgrado fosse sotto il fuoco di cinque uomini, riesce ad uccidere Calogero Bagarella, prima di essere ucciso a sua volta, insieme a Salvatore Bevilacqua, Francesco Tumminello (socio di Cavataio).
Filippo Moncada si salva perché riesce a rinchiudersi in uno sgabuzzino, Angelo rimane gravemente ferito a terra ma verrà risparmiato dai killer.

Il commando durante la fuga abbandona alcune armi da fuoco perché deve caricare il corpo senza vita di Calogero Bagarella in auto, e un fucile viene abbandonato vicino il corpo di mio padre. Probabilmente questa è per i giornalisti la prova che mio padre fosse coinvolto attivamente in questa strage. Mio padre da quella sera per più di quarant’anni diventerà un mafioso, un delinquente.

Ricordo benissimo quella sera, era una sera fredda e piovigginosa. Era appena passata la Festa dell’Immacolata. La gente si preparava al Natale. Anche mamma aveva tirato fuori dalla scatola il nostro alberello di natale. Aveva messo in acqua il grano duro, per tenerlo qualche giorno affinché si ammorbidisse, per preparare il 13 dicembre un dolce di cui noi bambini andavamo ghiotti, la “cuccia”. Albero che non abbiamo mai più addobbato. Ricordo la tristezza che mi assalì.

Quella sera, giocavo con i miei fratelli nei marciapiedi di Via Zappalà e viale Lazio e quando sentimmo gli spari, passando dal garage e da un vialetto parallelo a quello degli uffici, incontrammo un uomo che fuggiva con una pistola in mano. Ricordo la paura nel momento in cui il mio sguardo si è incrociato con quell’uomo che fuggiva. Passando dallo scivolo adiacente al vialetto degli uffici, tornammo a casa a riferire a mamma quello che avevamo visto per poi cercare di ritornare, passando dallo scantinato, verso gli uffici. Ma non riuscimmo ad arrivare nel vialetto perché assistemmo all’arresto di Filippo Moncada, che insanguinato cercava di fuggire.

Da quella sera la nostra vita non fu più la stessa. Non avevo più un papà, mamma cadde dal dolore in una profonda depressione, rimase per un mese a letto. Leggere tutti i giorni, e vedere la foto di papà a terra in una pozza di sangue mi ha devastato, ho provato molta vergogna per quello che era accaduto, perché dopo la strage siamo andati a vivere per un periodo a casa del nonno materno. In quel quartiere quando scendevamo per strada con i miei fratelli i ragazzini ci evitavano come se avessimo la peste. Non ci permettevano di giocare con loro perché noi eravamo figli di un mafioso e ce lo dicevano molto chiaramente.

Per anni malgrado quelle terribili immagini di papà per terra insanguinato, non ho voluto accettare la sua morte. Ero convinto che prima o poi papà sarebbe tornato a casa. Molto spesso incontrando qualcuno che gli somigliava nel modo di camminare, nella pettinatura, affrettavo il passo con la speranza che fosse lui. Ovviamente la tristezza e la delusione era tanta.

La nostra vita cambiò totalmente. Malgrado Polizia e Carabinieri, durante l’interrogatorio (a interrogarci furono Boris Giuliano e Giuseppe Russo) dissero a me e mamma che papà in quella storia non c’entrava nulla. Per la stampa e l’opinione pubblica, invece, papà era un delinquente. Finito l’anno scolastico nel quartiere dove abitava nonno materno, per noi figli, i tre piu grandi, io, Giacomo e Sergio si aprirono le porte del collegio. Malgrado gli anni del collegio furono terribili, per me furono quasi una liberazione. Finalmente nessuno mi additava come “figlio di un mafioso”.

In quel collegio c’erano ragazzi abbandonati dalle famiglie, non andavano quasi mai a casa. Io mi ritenevo fortunato perche per le vacanze tornavo a casa, il sabato o la domenica veniva mamma. Ricordo che mamma ci portava dei dolciumi, biscotti e marmellate.
Le passeggiate sul lungomare di Aspra erano una gioia immensa. Ma ricordo anche, che quando mamma andava via, c’era un gruppetto di ragazzini un po’ più grandi di me, che pretendevano che io gli dessi qualcosa di quello che mamma ci portava. Io avevo due fratelli più piccoli di me da salvaguardare per cui per non essere preso di mira e subire la loro violenza e prepotenza, ero costretto a concedere qualcosa.

La notte era il momento più terribile. Quando le assistenti andavano a dormire nelle loro stanze, nelle camerate succedeva di tutto. Io avevo molta paura, soprattutto per i miei fratelli più piccoli. Dormivo male stavo sempre allerta, quasi tutte le notti urinavo nel letto. Ovviamente al mattino non dicevo nulla, e la notte successiva dormivo ancora nelle lenzuola sporche.
Anche le assistenti non erano dolci e affettuose con noi ragazzini. Un giorno mio fratello Sergio, il più piccolo (7 anni) che era un po’ vivace, fu picchiato con delle bacchettate in testa tanto da fargli dei bernoccoli grandi come delle noci.

Aspra è un paesino marinaro di fronte al golfo di Palermo. A pochissimi passi dal mare c’era il collegio. Io vedevo in lontananza Palermo, ma mi sentivo in prigione. A volte non ce la facevo, il richiamo di casa, di stare un po’ con mamma, era cosi forte che diverse volte sono fuggito, tornando a casa in autostop. Non mi importava nulla delle punizioni che avrei dovuto subire. Le ore passate nelle camerate da solo quando gli altri erano fuori a giocare. Ma ancora più terribile il tempo passato in ginocchio, con le mani sotto le ginocchia e tanto altro ancora. Ma quelle poche ore passate a casa o quel senso di libertà durante la fuga non aveva prezzo.

Quanti anni di dolore, di vergogna, hanno segnato la mia vita. Ancora oggi a 60 anni ne pago le conseguenze, spesso devo ricorrere alle medicine per soffocare il mio passato, i miei ricordi. Oggi devo dire che da quando il collaboratore di giustizia (Gaetano Grado) con le sue dichiarazioni ha permesso la riapertura delle indagini e di conseguenza la condanna all’ergastolo di Provenzano e Riina in me è nata la voglia di riscattare la figura e la dignità di mio padre e la fiducia nelle Istituzioni e nei Giornalisti. Oggi vado nelle scuole a parlare di mio padre. Lo faccio per mio padre, per me, per i miei figli e per il nostro Paese, perché vorrei che nessuno viva quello che ho vissuto io e la mia famiglia. Cosi per me è come far tornare mio padre a vivere.

 

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *