10 Marzo 2003 Lamezia Terme (CZ). Ucciso Antonio Perri, 71 anni, vittima del racket delle estorsioni.

Antonio Perri, di 71 anni, proprietario di diversi supermercati e due centri commerciali a Lamezia Terme (CZ) fu ucciso il 10 marzo del 2003 all’ingresso di un deposito del centro commerciale “Atlantico” di sua proprietà.  Stava per aprire un nuovo centro commerciale a Maida, pochi chilometri dal paese, “I due mari”; decine di commercianti avrebbero trasferito in quella zona le loro attività e questo per la cosca egemone veniva considerato un grave danno poiché il territorio in cui ricadeva il centro commerciale non era di loro competenza e questo sottraeva al clan la possibilità di controllare le estorsioni.  Fu punito per dare un esempio.

 

 

Articolo da  lameziaclick.com
Antonio Perri non pagava il pizzo e i Torcasio lo condannarono
di Vinicio Leonetti (GAZZETTADELSUD)

Antonio Perri non pagava il pizzo. Nonostante avesse diversi supermercati in città e due centri commerciali non voleva saperne di tangenti. Nemmeno quando aprì il “Due Mari” nel territorio di Maida. Eppure a trattare con lui andarono in tanti, anche esponenti di peso della cosca Torcasio.

Il clan che ha il controllo della zona di Scinà-Capizzaglie sentiva la terra cedere sotto i piedi. La sua leadership stava colando a picco, una caduta cominciata con l’inchiesta “Primi passi” in cui finirono in galera quasi tutti gli esponenti della cosca dai 25 anni in su. Inoltre le perdite nella guerra di mafia erano state copiose: tanti i Torcasio morti sotto i colpi della concorrenza mafiosa.

Ecco perchè ci voleva un segnale forte: ammazzare Perri. L’imprenditore non rappresentava soltanto una potenziale vittima del racket che non si piegava, ma sarebbe potuto servire agli altri capitani d’azienda più piccoli: se non paga il pizzo chi ha tanti soldi, perchè dovremmo farlo noi.

Antonio Perri andava eliminato. Ma il servizio non poteva farlo uno del posto, troppo conosciuto, avrebbe potuto provocare una reazione a catena nei clan più competitivi. I Torcasio chiamarono i Cataldo, un clan di Locri influente ma in guerra perenne con i Cordì. Il loro killer di turno si chiamava Nicola Paciullo, giovane e senza tentennamenti. Un professionista.

Tutto questo viene fuori dalla sentenza di primo grado del Gip distrettuale Adriana Pezzo che esattamente due anni fa aveva condannato Paciullo per omicidio volontario con l’aggravante mafiosa. Sentenza confermata pochi giorni fa dalla corte d’assise d’appello di Catanzaro: 30 anni di carcere. Che si vanno ad aggiungere ad un’altra condanna per un omicidio che il killer avrebbe commesso a Brescia.

Ventiquattro anni, ben piazzato e atletico, Paciullo era perfetto. E poi a Lamezia non lo conosceva nessuno. Se non i Torcasio, che se ne servivano per alcune “commissioni” particolari. Il taxista di Paciullo, inviato da Locri nella Piana per risolvere parecchie questioni delicate, era Gioacchino Marco Macrina, che da un po’ di tempo è pentito.

Il lavoro di Paciullo era stato perfetto. Era entrato nel centro commerciale “Atlantico” la sera del 10 marzo 2003. Erano le 19.30 circa, vicino all’ora di chiusura. Paciullo è alto circa 1,80, carnagione scura, corporatura robusta, pantaloni e giubbino scuri ed un cappello di lana con visiera, maglione nero a girocollo. A volto scoperto ha chiesto: «Dov’è Antonio Perri?». Un magazziniere gli ha indicato l’ufficio del principale. Poi diversi colpi di calibro 9. Cinque hanno trafitto Perri a morte. Le segretarie gridavano, ma il killer gli diceva guardandosi intorno: «Boni, boni, boni”.

Tre i testimoni oculari. L’avevano visto in faccia ma non lo conoscevano. L’identikit è stato fatto ma era come cercare l’ago in un pagliaio.

Finchè non è arrivata al giudice Nicola Gratteri della Dda di Reggio una lettera anonima ma molto ricca di particolari. Dentro c’erano i Torcasio, Perri che non voleva sborsare neanche un euro, Paciullo. E altro ancora. Era settembre 2004, quasi un anno e mezzo dopo l’omicidio. Ma le indagini sono ripartite. E questa volta i testimoni servivano per il riconoscimento, che c’è stato con certezza da parte di due di loro. Il terzo ha sempre mostrato incertezze.

Poi la lettura dei tabulati del cellulare del killer fatta da Gioacchino Genchi: il giorno dell’omicidio Paciullo s’era spostato da Locri a Lamezia, per poi tornarsene in macchina.

Tutte circostanze confutate dai legali di Paciullo, gli avvocati Salvatore Staiano e Vincenzo Nobile. Che probabilmente dopo aver letto la sentenza di secondo grado ricorreranno in Cassazione. C’è ancora una possibilità per il killer presunto. L’ultima.

 

 

 

Articolo del 25 giugno 2005  da  ricerca.repubblica.it
La ‘ndrangheta chiede il pizzo ai morti  
di Cristina Zagaria

Lamezia Terme – La ‘ndrangheta ora vuole il “pizzo” anche dai morti. Antonio Perri, imprenditore di Lamezia Terme, due anni fa è stato ucciso. L’ altra notte la sua salma è stata trafugata dal cimitero. Sparita nel nulla. Se i familiari rivogliono il corpo molto probabilmente dovranno pagare un “riscatto”. Perri è stato ucciso, a 71 anni, il 10 marzo del 2003. Era il magnate dei supermercati a Lamezia Terme e stava per aprire un nuovo centro commerciale a Maida, pochi chilometri dal paese. La ‘ndrangheta gli mandò un sicario. Sei colpi e rimase ucciso. Ammazzato perché, secondo gli investigatori, non aveva pagato il pizzo. Qualche giorno fa i figli festeggiano i due anni di attività del centro “Due Mari”, quello che Antonio non riuscì a vedere. E poche ore dopo qualcuno forza la porta della cappella di famiglia, profana la tomba e ruba il corpo con tutta la bara. «è un fatto inspiegabile» dice il dirigente del commissariato, Salvatore La Rosa. Due le ipotesi investigative: una nuova, estrema, richiesta estortiva o uno sfregio. La polizia cerca i ladri tra gli uomini della ‘ndrangheta, a Lamezia, ma anche a Locri. Dalla Locride infatti arrivava Nicola Paciullo, 25 anni, il killer inviato dal clan dei Cataldo per punire l’ imprenditore, che aveva osato ribellarsi. «Partiamo dal passato per capire quello che è successo nella notte tra il 22 e il 24 – dice il capo della Mobile di Catanzaro, Francesco Rattà – Per capire se è stato un atto di vilipendio, visto che la cappella della famiglia Perri è stata devastata e la lapide fatta a pezzi. O se è dietro questo gesto si nasconde il movente che da sempre perseguita la famiglia: il racket». Secondo Rattà è un episodio «così anomalo» che «ogni pista è valida». Ma il racket è un nodo centrale delle indagini. Dopo l’ omicidio di Perri i clan mandarono da Francesco, Pasquale e Marcella, i figli dell’ imprenditore, due ambasciatori, Gino Benincasa e il figlio Giuseppe, che chiesero agli eredi 150 mila euro di tangente per il nuovo centro commerciale. I figli tutt’ ora gestiscono quasi tutti supermercati di Lamezia Terme. Agli investigatori hanno detto di non aver ricevuto nuove minacce. «I due estortori sono stati assolti – ricorda La Rosa – Secondo la tesi della difesa, accolta dai giudici, non avevano alternativa, vista la pressione dei clan». E subito aggiunge: «Noi lavoriamo in questo clima».

 

 

 

Articolo del 21 Luglio 2011 da lametino.it
Lamezia: Omicidio Perri  –  Giovanni Governa si autodenuncia

Lamezia Terme, 21 luglio – L’ex consigliere comunale, Giovanni Governa, è stato arrestato dalla polizia a Lamezia Terme per l’omicidio del commerciante Antonio Perri, proprietario del centro commerciale Due Mari e di altri supermercati. Perri fu ucciso il 10 marzo del 2003 all’interno del supermercato Atlantico. L’arresto è stato eseguito dalla squadra mobile di Catanzaro in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dalla Direzione antimafia del capoluogo calabrese.

Chi è Giovanni Governa

Governa, oggi accusato di essere uno degli autori dell’omicidio del commerciante Antonio Perri, era un ex consigliere comunale di Lamezia Terme, in carica nel 1991, l’anno del primo scioglimento dell’assise cittadina per infiltrazione mafiosa. Giovanni Governa che per un certo periodo è stato collaboratore di giustizia, si è autoaccusato del delitto prima di interrompere, circa un anno fa, i suoi rapporti con la magistratura. Governa è stato definito dagli investigatori un “vecchio capo clan”, ma è difficile trovargli una collocazione nel panorama criminale. L’uomo, infatti, secondo l’accusa, sarebbe stato legato alla famiglia Iannazzo che, insieme ai Giampà, è attualmente la cosca egemone sul territorio di Lamezia Terme. In passato, però, Governa è stato legato anche ad altre cosche lametine.

I retroscena del delitto Perri

Secondo quanto Governa stesso riferì agli inquirenti nel periodo della sua collaborazione, l’omicidio di Antonio Perri fu deciso dalla cosca dei Torcasio nel momento in cui il commerciante lametino, soggetto ad estorsione, avrebbe deciso di rivolgersi agli Iannazzo per avere protezione dal momento che i Torcasio stavano attraversando un periodo di declino. Governa avrebbe riferito, inoltre, di avere dato ospitalità e avere accompagnato sul luogo del delitto Nicola Paciullo, ritenuto l’autore materiale del delitto e condannato in appello per il delitto Perri a 30 anni nel settembre dello scorso anno. Secondo gli investigatori ci sarebbe “piena compatibilità” tra quanto riferito da Governa e gli esiti delle indagini che hanno portato alla condanna di Paciullo.

Gli altri arresti

Altre tre ordinanze di custodia cautelare sono state eseguite, per estorsioni aggravate dalla modalità mafiosa, nei confronti dei lametini Giuseppe Catroppa, Antonio Voci e Luca Gentile. I Tre avrebbero tentato di estorcere denaro nei confronti di un commerciante di Catanzaro Lido.

 

 

 

Articolo del 20 Novembre 2012 da lametino.it
Lamezia: Omicidio Perri, perizia per Governa

Lamezia Terme, 20 novembre – I giudici della Corte d’assise di Catanzaro hanno disposto una perizia nei confronti dell’ex consigliere comunale di Lamezia Terme in carica nel 1991, Giovanni Governa, imputato nel processo per l’omicidio dell’imprenditore Antonio Perri, ucciso il 10 marzo del 2003 nel suo ufficio del centro commerciale ‘L’Atlantico. I giudici hanno accolto la richiesta dei difensori di Governa, gli avvocati Leopoldo Marchese e Armando Veneto, che hanno chiesto per il loro assistito una perizia per accertare, considerate le sue condizioni di salute, la capacità di stare in giudizio. La Corte d’assise ha accolto la richiesta dei difensori ed ha rinviato il processo al 12 dicembre per l’affidamento dell’incarico per la perizia. Secondo quanto riferì lo stesso Governa agli inquirenti, l’omicidio di Perri era stato deciso dalla cosca dei Torcasio poiché l’imprenditore, che sarebbe stato vittima di estorsione, aveva deciso di rivolgersi agli Iannazzo. Governa riferì anche di avere dato ospitalità e di avere accompagnato poi sul luogo del delitto Nicola Paciullo, ritenuto l’autore materiale del delitto e condannato in secondo grado alla pena di 30 anni per l’omicidio di Antonio Perri.

 

 

 

Fonte: corrieredellacalabria.it
Articolo del 14 maggio 2015
ANDROMEDA – La pax mancata tra le cosche lametine
LAMEZIA TERME Nel mese di marzo del 2003 venne ucciso l’imprenditore Antonio Perri, 71 anni. Questi, insieme ai suoi figli, tra cui Francesco finito in manette nell’operazione Andromeda, era il fondatore del centro commerciale “Due Mari” che si trova al confine tra Maida e Lamezia Terme.

LAMEZIA TERME Nel mese di marzo del 2003 venne ucciso l’imprenditore Antonio Perri, 71 anni. Questi, insieme ai suoi figli, tra cui Francesco finito in manette nell’operazione Andromeda, era il fondatore del centro commerciale “Due Mari” che si trova al confine tra Maida e Lamezia Terme. Decine di commercianti avrebbero trasferito in quella zona le loro attività ma questo per la cosca Torcasio veniva considerato un grave danno poiché il territorio in cui ricadeva il centro commerciale non era di loro competenza e questo sottraeva al clan la possibilità di controllare le estorsioni. Per prima cosa i Torcasio reagirono con telefonate minatorie ai commercianti ma, non ottenendo risultati, decisero di mandare un segnale forte alle cosche che proteggevano i Perri e le attività del centro commerciale. Il simbolo della loro vendetta fu Antonio Perri. Ma questo non bastò a placare l’odio contro i Perri e a giugno 2005 venne trafugata la bara dell’imprenditore. Saranno i Iannazzo a prodigarsi per farla ritrovare, rinsaldando così il loro rapporto con la famiglia Perri. «Diversi collaboratori di giustizia – scrivono gli inquirenti – riferiscono che nel 2006 vi furono parecchi incontri con le cosche locali e anche con rappresentanti di famiglie di Reggio Calabria (esponenti di Trimboli e Papalia), con lo scopo di poter addivenire a una “pace” fra le cosche della piana lametina». Uno degli indagati, Giovanni Governa, nel 2010, quando era collaboratore di giustizia, riferì di una riunione organizzata da Nino Cerra con lo scopo di fermare la cruenta faida che stava insanguinando la città.

A questo incontro non parteciparono gli esponenti di spicco della famiglia Iannazzo: Vincenzino detto “il moretto” e Francesco detto “il cafarone”. La ragione, mandarono a dire, sta nel mancato ritrovamento della bara di Antonio Perri. La bara, riferisce Governa, era stata rubata da un uomo dei Torcasio, Gino Benincasa. Gli Iannazzo non conoscevano l’autore del furto ma intimarono a Cerra di «fare uscire la bara» e mandarono, inoltre, a dire che «se non restituivano la bara di Perri non vi sarebbe stata mai la pace», e aggiunsero «anzi, il primo che mette la testa fuori gliela tagliamo». Questa versione dei fatti è stata confermata dagli interrogatori di altri due collaboratori: Saverio Cappello e Giuseppe Giampà, boss della cosca egemone di Lamezia Terme stroncata dalle operazioni Medusa, Medea e Perseo. Giuseppe Giampà riferisce che in una sola occasione si rivolse al padre Francesco, detenuto nel carcere di Bologna «in quanto ritenevo necessario informarlo sul fatto che a Lamezia si stava cercando di concludere una sorta di pace con in clan Cerra-Torcasio-Gualtieri, nonché con i Iannazzo e con tutte le famiglie ‘ndranghetistiche di Lamezia. In quell’occasione suo padre gli disse di stare attento «perché poteva trattarsi in realtà di uno stratagemma ideato dai Torcasio per farci abbassare la guardi e poi colpirci alle spalle». In quel periodo, dice il collaboratore, si effettuarono diversi summit a cui parteciparono le famiglie lametine con l’appoggio di ‘ndranghetisti venuti da fuori. I Torcasio era rappresentati dalle famiglie Trimboli-Papalia, i Giampà dai Bellocco, mentre i gli Iannazzo erano contrari alla rappresentanza da parte di altre famiglie anche se erano in buoni rapporti con i Vallelunga e i Mammolati. «Le riunioni – aggiunge Giampà – avvenivano presso la stalla di mio cigino Pasquale, detto “Millelire”, oppure un paio di volte da Aldo Notarianni e in qualche occasione in località Cafarone, da Francesco Iannazzo». Un unico dato emerge da queste riunioni, un vero e proprio vincolo posto dal clan Iannazzo: «[…] essi non avrebbero partecipato a nessun accordo con le altre famiglie sino a quando non fosse stata restituita la bara dell’imprenditore Antonio Perri che era stata sottratta qualche tempo prima». La bara di Perri verrà ritrovata dalla polizia il 21 marzo 2008, seppellita a 50 metri dalla strada dei Due Mari. Quale sia stato il ruolo degli Iannazzo nel farla ritrovare non è chiaro, quello che emerge fu il loro prodigarsi davanti alle cosche calabresi, dando battaglia durante le trattative di pace.

 

 

Fonte: lacnews24.it
Articolo del 21 marzo 2016
I ‘Due Mari’ al centro della guerra tra le cosche lametine
di Manuela Serra
La realizzazione dell’imponente centro di fatto determinò il trasferimento di molte attività commerciali in quella zona che passarono sotto il controllo della cosca Iannazzo penalizzando quella dei Torcasio. Sarebbe stato questo il motivo per cui Antonio Perri, padre di Franco, fu ucciso nel 2003

La storia della realizzazione dell’imponente centro commerciale “Due mari”, sequestrato oggi dalla Guardia di finanza, è legata a doppio filo alla guerra tra cosche che insanguinò Lamezia Terme a partire dal 2003.

La grande struttura realizzata dall’imprenditore Antonio Perri, padre di Franco, tra Catanzaro e Lamezia Terme, lungo la statale 280 detta appunto “dei Due mari”, determinò nuovi assetti che avrebbero spostato l’epicentro dell’economia locale dal centro di Lamezia Terme. Decine di commercianti, a seguito della realizzazione del centro commerciale, avrebbero trasferito le loro attività in quella zona e quindi sarebbero passati sotto il controllo della cosca Iannazzo. Un cambiamento che sottraeva alla cosca Torcasio, egemone nella zona di “Capizzaglie” di Lamezia, la possibilità di controllare le estorsioni. Dapprima cercarono di impaurire i commercianti con telefonate minatorie ma, non ottenendo risultati, decisero di mandare un segnale forte.

L’omicidio di Antonio Perri – Fu per questo motivo, secondo la ricostruzione degli inquirenti, che Antonio Perri, 71 anni, fu ucciso il 10 marzo del 2003 mentre si trovava nel supermercato “Atlantico”. Fu proprio l’omicidio dell’imprenditore che fece da “detonatore” della guerra di mafia che culmina con l’assassinio di due esponenti di vertice dei Torcasio, Antonio e Vincenzo. Come risposta ai due omicidi venne trafugata la bara di Antonio Perri, con la successiva richiesta di un riscatto di 150 mila euro per la restituzione. La salma verrà ritrovata dalla polizia il 21 marzo 2008, seppellita a 50 metri dalla strada dei Due Mari. È in questo contesto che si sarebbe consolidato il rapporto tra la cosca Iannazzo e l’imprenditore Francesco Perri, figlio di Antonio, e nuovo titolare del centro commerciale “Due Mari” arrestato nel maggio scorso, con l’accusa di associazione mafiosa, nell’ambito dell’inchiesta “Andromeda” della Dda di Catanzaro.

 

 

 

 

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