11 Gennaio 1979 Palermo. Ucciso Filadelfo Aparo, Vice Brigadiere di Pubblica Sicurezza

Foto da: cadutipolizia.it

Filadelfo Aparo fu assassinato in un agguato di mafia, la mattina dell’11 gennaio, a Palermo, in Piazza Ten. Anelli, con numerosi colpi di lupara.
Filadelfo Aparo si era arruolato nel 1956 ed aveva prestato servizio a Bari, Taranto, Nettuno e, da ultimo, alla Questura di Palermo, Squadra Mobile, prima nella sezione antirapine e poi alla catturandi. Per il suo coraggio e la dedizione al dovere meritò numerosi premi e riconoscimenti. In particolare gli fu riconosciuto l’avanzamento al grado di appuntato, conseguito nel 1968 per il coraggio dimostrato nel corso di un’operazione conclusasi con la cattura di un rapinatore nonché un encomio solenne riconosciutogli nel 1978, quando, in servizio con altri colleghi, riconobbe due pericolosi latitanti e con decisiva e coraggiosa azione riuscì a bloccare l’autovettura dei malviventi, arrestandoli dopo una violenta colluttazione. L’assassinio di Filadelfo Aparo, quasi certamente, si deve alla vendetta delle cosche o alla decisione di eliminare un “segugio” particolarmente efficiente e pericoloso o, probabilmente, ad entrambi i motivi.
Filadelfo Aparo lasciò la moglie e tre bambini, il più piccolo dei quali di 1 anno.
Nota di: cadutipolizia.it

 

 

 

Articolo da L’Unità del 12 Gennaio 1979
In un agguato sotto casa ucciso agente di Ps a colpi di pistola
di Sergio Sergi

Filadelfio Aparo, 43 anni, lascia la moglie e tre figli – Finito da una scarica di mitra – Secondo gli inquirenti, si tratta di una vendetta della malavita

PALERMO — Era il cervello fotografico della Squadra Mobile, il più ascoltato dai colleghi e funzionari, un archivio vivente della «mala».
E, con una spietata quanto agghiacciante ferocia la «malavita» palermitana lo ha fatto fuori ieri mattina eliminando così un temibilissimo nemico.
Filadelfio Aparo, 43 anni brigadiere della sezione antirapine, l’hanno ammazzato in un agguato sotto casa poco dopo le 8.30. Ancora per un giorno in licenza premio per la recente promozione al grado superiore — dopo il corso speciale svolto alla scuoia di Pubblica Sicurezza di Nettuno — il brigadiere è caduto sotto i colpi della «P 38» e un fucile a canne mozze caricato a pallettoni di lupara, mentre salutava la moglie affacciata al balcone dell’abitazione nel rione «Medaglie d’Oro», una zona di edilizia popolare nella parte orientate di Palermo.
Un killer gli si è fTatto contro con decisione e lo ha centrato con tire colpi secchi alle spalle, all’addome e a un fianco.
Filadelfio Aparo, che sapeva maneggiare bene la pistola di ordinanza, non ha avuto il tempo di accennare a una difesa. E’ crollato a terra, ferito a morte, orribilmente sfigurato da una eccessiva e impressionante scarica di pallettoni sparati da altri kiilers appostati a due passi dal portone dell’abitazione, a bordo di una « Fiat 128 » rossa. A terra, impietrito e dolorante, è rimasto pure, con uno squarcio ad una gamba, Cosimo Tarantino. 67 anni, un vicino di casa del brigadiere.
Due secondi prima, Filadelfio Aparo lo aveva salutato, scambiando le solite parole di circostanza. La rosa dei proiettili lo ha ferito, seppur non gravemente. Il brigadiere lascia la moglie, Maria Ciulla, 36 anni, e tre figli: Vincenzo il più grande di 11 anni, Francesco di 7 e Maurizio di appena 18 mesi.
L’assassinio del brigadiere ha dato il via ad una massiccia operazione di polizia. La città è stata quasi stretta d’assedio con una maglia di decine di  posti di blocco ed è stato chiesto anche l’impiego di elicotteri. Uno di questi velivoli ha rintracciato l’auto usata dai killers per l’agguato: data alle fiamme ed abbandonata nella borgata Pagliarelli, sulla strada per Altofonte, un paesino della Conca d’Oro, attorno a Palermo. Pur non escludendo, tuttora, alcuna pista, polizia e carabinieri sembrano avere decisamente imboccata la strada della « vendetta ». Il brigadiere Aparo era diventato ormai, infatti, un investigatore troppo temuto dalle gang dei rapinatori.
Tutta la sua già lunga carriera — sedici, ininterrotti anni, in uno dei servizi più delicati, quale quello delia prevenzione dei reati di rapina e degli omicidi — era punteggiata di rilevanti successi. A tal punto, che il suo lavoro e le operazioni che riusciva a portare a termine, avevano dato vita a decine di aneddoti. Una volta raccontano commossi alla Squadra Mobile — arrestò in un cinema del centro un pericoloso ricercato che assisteva alla proiezione. Si sedette accanto a lui e gli disse in un orecchio: « Adesso non far baccano, così non se ne accorge nessuno ». E gli fece scattare le manette che poi copri con l’impermeabile ed uscì col suo uomo a braccetto. Come due vecchi amici.
Ma al cinema, Filadelfio Aparo non sceglieva i films polizieschi. Non gli piacevano. « Quando sono costretto ad andarci lo faccio per scovare i delinquenti in sala» era solito dire. «E’ una vendetta della mala» ha detto il capo della Mobile.

 

 

La Stampa dell’11 Dicembre 1980

 

 

Articolo di La Repubblica del 27 dicembre 2000
Sos dall’ergastolo
di Enrico Bellavia

Bastarono due testimonianze vaghe, la coincidenza di un dettaglio insignificante, un riconoscimento incerto e una deduzione, per sbatterlo in galera e farcelo restare. Seppellirlo con un ergastolo, senza farsi troppe domande. Specialmente se il delitto per il quale con tanto zelo si era conclusa un’indagine «brillante» era un omicidio di mafia. Che come tale, ma senza alcuna conseguenza, anni dopo sarebbe stato raccontato da cinque collaboratori di giustizia. È andata in questo modo per Giuseppe Ferrante, «stigghiolaro» di 23 anni, preso la mattina del 10 febbraio del 1979 e spedito all’Ucciardone. «In concorso con ignoti» ritenuto responsabile dell’omicidio di Filadelfio Aparo, sottufficiale della polizia ucciso a pistolettate trenta giorni prima sotto casa, in piazza Tenente Anelli, al Villaggio Santa Rosalia. Un testimone, un netturbino che conosceva l’ambulante, aveva creduto di riconoscerlo, con indosso un giubbotto scuro e una folta barba sul viso, vicino al luogo del delitto, poco prima di sentire gli spari. Uno scolaro di dieci anni disse di aver visto un giovane con barba e baffi e un giubbotto scuro, nello stesso luogo indicato dal primo testimone. Tanto bastò per ritenere Ferrante, che non aveva barba e baffi e possedeva un giubbotto che il netturbino neppure riconobbe, come il «palo» dell’agguato. Gli diedero 28 anni in primo grado, che divennero ergastolo in secondo. Quattro anni dopo quell’11 gennaio del 1979, il caso era archiviato. Per Aparo una lapide e due righe di citazione nel mesto elenco delle vittime. Tacendo che era morto dando la caccia ai latitanti di mafia. Gli «ignoti» sono rimasti ignoti e Ferrante, con il suo «fine pena mai», è ormai un signore maturo, ospite del penitenziario di Favignana, e che protesta la sua innocenza con una lettera a “Repubblica”: «Mi trovo in carcere da 21 anni e ancora non so spiegarmi il perché. Gli apparati investigativi hanno voluto condannare un colpevole, ma non il colpevole». Nella lettera racconta anche di una speranza accesasi nel ’93 e spentasi due anni fa. Ascoltato in commissione Antimafia, Gaspare Mutolo fu invitato a dire se ci fossero innocenti in galera. Parlò di Aparo e di Ferrante. Disse che lo «stigghiolaro» non c’entrava nulla. Dopo Mutolo sarebbero venuti Salvatore Cucuzza e Francesco Di Carlo. E poi anche Francesco Marino Mannoia e Salvatore Contorno. Ma due testimoni improbabili bastarono a condannare e cinque pentiti non sono serviti neppure a insinuare il dubbio. Alfredo Galasso e Roberto Avellone, gli avvocati di Ferrante, hanno provato a portare le nuove prove con un’istanza di revisione bocciata dalla Corte d’assise d’appello. Motivazione lapidaria: «Non si può escludere». Proprio così: non si può escludere che Ferrante sia colpevole. E poco importa che Mutolo abbia detto che i responsabili di quel delitto erano Pino Greco “Scarpa” e Giuseppe Lucchese. E che nessuno avrebbe mai potuto uccidere un poliziotto senza che della faccenda si occupasse direttamente Cosa nostra, perché per i giudici «non si può escludere» neppure il contrario. E così Ferrante lo «stigghiolaro» continua a chiedersi: «Possibile che i collaboratori siano creduti ciecamente per altri e non per me?».

 

 

Articolo dell’11 gennaio 2010 da siracusanews.it
Lentini: la Polizia ricorda il brigadiere Filadelfo Aparo, vittima della mafia

Ricorre oggi, 11 gennaio 2010, l’anniversario dell’attentato in cui perse la vita in un agguato mafioso, a Palermo, Filadelfo Aparo, Vice Brigadiere del disciolto Corpo delle Guardie di P.S. In sua memoria si sta celebrando questa mattina, con inizio alle ore 11.00, nella chiesa di Sant’Alfio di Lentini, una Messa officiata dal Cappellano della Polizia di Stato, Don Salvatore Arnone.

All’evento commemorativo della figura del Vice Brigadiere partecipano parte le Autorità locali, le Autorità provinciali ed i familiari del defunto. Successivamente alla Santa messa, verrà deposta una corona di alloro sulla Sua tomba nel cimitero di Lentini.

La mattina dell’11 gennaio 1979, a Palermo, Filadelfo Aparo fu ucciso in un attentato di mafia vicino la sua abitazione da alcuni individui che esplodevano contro di lui numerosi colpi di arma da fuoco. Aparo moriva così a 44 anni, lasciando moglie e tre bambini, uno dei quali di appena un anno. Aparo era stato arruolato nel 1956 ed aveva espletato servizio nelle sedi di Bari, di Taranto, di Nettuno ed, infine, alla Questura di Palermo, nella sezione antirapina della Squadra Mobile.

La Polizia di Stato sottolinea che il Vice Brigadiere si mise subito in luce per la completa dedizione al dovere, per l’eccezionale coraggio e per le sue doti di rettitudine, tanto da meritare numerosi premi per servizi di Polizia, tra cui l’avanzamento, per merito straordinario, al grado di appuntato, conseguito nel 1968, per il coraggio dimostrato nel corso di una operazione di servizio conclusasi con la cattura di un rapinatore. Ottenne, inoltre, un encomio solenne nel 1978, quando in servizio su autovettura insieme ad altri colleghi, avvistava un’auto con a bordo due pericolosi latitanti, uno dei quali impugnava un’arma da fuoco e, con spericolata azione frontale bloccava la strada all’auto dei malviventi con il mezzo di servizio, riuscendo, dopo una violenta colluttazione, ad arrestarli.

Nel 1998 gli è stata intitolata dal Comune di Lentini una via cittadina. Oggi, 11 gennaio 2010, la Polizia di Stato di Siracusa lo ricorda “eroe silenzioso della nostra epoca, straordinario esempio di dedizione al dovere spinta all’estremo sacrificio, e punto di riferimento per quanti, ogni giorno, con impegno e determinazione, sono al servizio delle istituzioni e della collettività per la difesa dei valori della legalità e della democrazia”.

 

 

 

 

 

 

Fonte: meridionews.it
Articolo del 11 gennaio 2017
Aparo, 38 anni dopo killer mafiosi ancora senza nome
La figlia: «Il suo lavoro creava fastidio ai Corleonesi»
di Danilo Daquino

Tra gli uomini più fidati di Boris Giuliano alla squadra mobile di Palermo, il lentinese Filadelfio Aparo fu ucciso sotto caso l’11 gennaio del 1979. «Mio fratello e mia mamma lo stavano salutando dal balcone e lo hanno visto morire. La gente lo rispettava perché era sempre a fianco dei più bisognosi»

Per i mafiosi era «il segugio», quello che andava «sempre cercando latitanti». Un uomo scomodo, che andava fermato. Nel peggiore dei modi. Era l’11 gennaio 1979 quando Filadelfo Aparo, lentinese in servizio a Palermo, venne barbaramente assassinato in Piazzale Tenente Anelli. Si stava dirigendo verso la sua macchina, ma non sapeva che ad attenderlo nei pressi della sua abitazione, in cui viveva con i suoi tre figli e la moglie Maria, a bordo di una Fiat 128 di colore rosso – poi ritrovata avvolta dalle fiamme in borgata Pagliarelli – c’erano i sicari, che esplosero numerosi colpi di lupara e calibro 38.

«In quel periodo c’era l’ascesa dei corleonesi, il lavoro di papà creava disturbo. Quel giorno io avevo deciso di andare a scuola a piedi, mio fratello Vincenzo, di appena dodici anni, era rimasto a casa e assieme a mia mamma era affacciato al balcone per salutare papà. Invece lo ha visto morire», racconta a MeridioNews la figlia Francesca. Il poliziotto non ebbe il tempo di difendersi con la pistola d’ordinanza, gli spari furono fatali e lo fecero accasciare a terra, ferito a morte, sotto gli occhi increduli di Maria, allora 36enne, e del figlio. Nell’agguato venne colpito alla gamba pure un vicino di casa, col quale la vittima aveva scambiato, poco prima, qualche parola.

Aparo aveva ottenuto una licenza premio per la recente promozione a vice brigadiere della squadra mobile di Palermo, diretta da Boris Giuliano, anche lui condannato ad un crudele destino. «Conosceva benissimo la città, lavorò anche nella squadra antirapine e fu coinvolto al cento per cento nell’attività investigativa – continua Francesca –. Ha lavorato a stretto contatto con i dottori Contrada e Giuliano, per loro mio padre era l’esperto del territorio, avevano un rapporto di stima». Una volta arrestò in un cinema del centro un pericoloso ricercato che assisteva alla proiezione. A ricordare l’aneddoto furono i suoi colleghi: «Si sedette accanto a lui e gli disse in un orecchio: “Adesso non far baccano, così non se ne accorge nessuno”. E gli fece scattare le manette che poi coprì con l’impermeabile ed uscì col suo uomo a braccetto».

«In quegli anni quando veniva ucciso un poliziotto o un imprenditore, nessuno pensava che i responsabili potessero appartenere a clan mafiosi o qualcosa del genere – spiega la donna –. La gente pensava che si trattasse di una questione di fimmini. Ma la polizia sapeva chi fosse mio padre e quali attività svolgesse». Difatti, le indagini si concentrarono principalmente sulla strada della «vendetta della malavita». A distanza di 38 anni da quella tragica giornata, però, non si conosce ancora il mandante. Nel febbraio 1979, venne arrestato Giuseppe Ferrante, poi condannato all’ergastolo. Pare fosse stato avvistato nella zona dell’omicidio pochi giorni prima e il giorno stesso dell’attentato, fu definito «il palo». Ma dei sicari non si conosce il nome.

Nella sua vita privata, Filadelfo era un uomo semplice, un padre presente. «Ogni mattina ci accompagnava a scuola, nel tempo libero ci portava al cinema e a fare lunghe passeggiate – ricorda la figlia Francesca –. Alcune volte, pronti per uscire, capitava che il dovere lo chiamava e restavamo a casa. La gente lo rispettava perché era sempre a fianco dei più bisognosi. La mamma racconta di una volta in cui sventò una tentata rapina ai danni di una signora: mentre ci stavamo dirigendo a casa di amici, imbottigliati nel traffico, si accorse che un ladro stava tentando di rubare la borsa ad una malcapitata, lui aprì lo sportello dell’auto con violenza e strattonò il malvivente facendolo desistere da quella azione. Poi salì in macchina e la serata proseguì», aggiunge.

Oggi, Filaldefo Aparo riposa nel cimitero di Lentini, accanto a Carmelo Di Giorgio, anche lui vittima di mafia, ucciso a Rizziconi sei giorni prima. Al vice brigadiere il Comune di Lentini ha intitolato una piazza, mentre l’attore e regista Pif ha messo in scena la sua storia nel film La mafia uccide solo d’estate, che da poco è diventato anche una serie televisiva, raccontata anche all’interno dell’app NOma, il progetto dell’associazione culturale Sulle nostre gambe.

 

 

 

Foto da Fonte: Fonte: radiounavocevicina.it

Fonte: radiounavocevicina.it
Articolo del 10 gennaio 2019
Lentini, domani, verrà ricordato il quarantesimo anniversario della morte del vice brigadiere delle guardie di Pubblica sicurezza Filadelfo Aparo. il gruppo Anps di Lentini verrà dedicato in memoria di Aparo.

LENTINI.La sede del gruppo dell’Associazione Nazionale della Polizia di Stato di Lentini verrà dedicata in memoria del vice brigadiere del corpo delle guardie di pubblica sicurezza Filadelfo Aparo. La sede verrà inaugurata in occasione del quarantesimo anniversario dell’uccisione
del vice brigadiere Filadelfo Aparo e al termine della messa che si svolgerà, domani, 11, nella sala del commissariato di polizia di Lentini. La celebrazione eucaristica sarà presieduta dal cappellano della Polizia di Stato don Giuliano Gallone. Alla commemorazione, oltre alla moglie Maria,, ai figli Vincenzo, Francesca e Maurizio prenderanno parte il dirigente del commissariato, vicequestore aggiunto Marco Maria Dell’Arte, il sindaco Saverio Bosco, i vertici locali delle forze dell’ordine e i rappresentanti delle associazioni d’Arma. Il vicebrigadiere di Pubblica sicurezza, Filadelfo Aparo prestava servizio a Palermo, nella squadra mobile diretta da Boris Giuliano, quando la mattina dell’11 gennaio 1979 fu assassinato con diversi colpi di lupara in piazza Tenente Anelli, davanti all’edificio nel quale abitava insieme alla moglie e ai figli. Aveva 43 anni ed era unanimemente apprezzato come un autentico “segugio temuto dalle cosche”, “l’archivio vivente della mala”, “il cervello fotografico della squadra mobile”.

 

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