14 Aprile 1981 Napoli. Ucciso Giuseppe Salvia, vicedirettore al carcere di Poggioreale.

Foto da:  dallapartedellevittime.blogspot.

Vicedirettore dal 1976 al 1981 del Carcere di Poggioreale, Giuseppe Salvia all’età di 38 anni, viene trucidato in un barbaro agguato ordinato da Raffaele Cutolo, omicidio per il quale quest’ultimo, capo incontrastato della “Nuova camorra organizzata”, fu condannato all’ergastolo.
Probabilmente a scatenare le ira del boss fu l’atteggiamento che Salvia ebbe al ritorno da un’udienza dibattimentale, il 7 novembre del 1980. Il vicedirettore pretese che il boss, al rientro in Poggioreale, fosse perquisito come da regolamento carcerario.
Salvia, di ritorno a casa, in auto sulla Tangenziale di Napoli venne affiancato dai killer e ucciso, all’altezza dello svincolo dell’Arenella il 14 aprile 1981.
In quel periodo a Poggioreale si era scatenata un’autentica carneficina tra opposte fazioni di camorristi; una delle pagine più scure del penitenziario napoletano e dell’intera storia della camorra in città.
Oggi il penitenziario napoletano ha preso il nome dell’eroico funzionario dello Stato. (Fondazione Pol.i.s.)

 

 

Fonte da: pupia.tv

Vicedirettore dal 1976 al 1981 del Carcere di Poggioreale, Giuseppe Salvia all’età di 38 anni, viene trucidato in un barbaro agguato. Per quell’omicidio Raffaele Cutolo, capo incontrastato della “Nuova camorra organizzata”, fu condannato all’ergastolo. Probabilmente a scatenare le ira del boss fu l’atteggiamento che lo stesso Salvia ebbe al ritorno di Cutolo il 7 novembre del 1980 in cella a Poggioreale, allorquando al rientro da un’udienza dibattimentale, pretese che il boss fosse perquisito come da regolamento carcerario. Cutolo tentò di colpire con un schiaffo il vice direttore, ma questi inflessibile e coerente con le regole carcerarie fece perquisire il boss. Erano i giorni durissimi del terremoto e a Poggioreale si era scatenata un’autentica carneficina tra opposte fazioni di camorristi, una delle pagine più scure del penitenziario napoletano e dell’intera storia della camorra in città.

 

 

 

Fonte: https://archivio.unita.news/assets/main/1981/04/15/page_005.pdf
Articolo del 15 aprile 1981
Ha visto in faccia i suoi assassini
Un delitto nato nell’inferno chiamato Poggioreale
di Vito   Faenza
Il feroce  agguato ieri pomeriggio sulla  tangenziale  di  Napoli  al  vicedirettore del carcere.
Due killer hanno atteso Giuseppe Salvia all’uscita del penitenziario, l’hanno seguito e gli hanno sparato da bordo di un’auto – Gli inquirenti seguono la pista della camorra anche perché l’omicidio non è stato rivendicato da organizzazioni terroristiche – Lascia due figli.

NAPOLI – Quando dallo specchietto retrovisore s’è accorto di avere i killer alle spalle ha bloccato la sua Ritmo, ha innescato la retromarcia cercando di tamponare la «Giulietta» degli assassini. Ma la manovra fallisce. La Fiat è affiancata dalla potente vettura dalla quale partono quattro, cinque colpi contro la vittima. Uno la raggiunge alla testa, gli altri al torace. Giuseppe Salvia, vicedirettore vicario del carcere napoletano di Poggioreale, 38 anni, sposato e padre di due figli, muore sul colpo. La tempesta che si sta abbattendo sul mondo delle carceri, dunque, non pare placarsi affatto. E, ieri, questo nuovo, infame assassinio.

Il delitto, che gli inquirenti definiscono di stampo camorristico (infatti l’omicidio non è stato rivendicato da alcuna formazione terroristica e una eventuale rivendicazione a troppe ore non avrebbe alcun credito), nel suo svolgersi, è allucinante. I due killer, uno dei quali con una camicia rossa, attendono in una Giulietta blu che il dottor Salvia esca dalla casa circondariale. Alle 14, con un’ora di anticipo rispetto al consueto, Giuseppe Salvia esce con la sua «Ritmo» bianca per fare ritorno a casa, nel quartiere Arenella. La Giulietta la segue. Il dottor Salvia imbocca la tangenziale e va avanti a velocità sostenuta fino al viadotto che porta all’uscita dell’Arenella.

E qui avviene la tremenda sequenza omicida.

Il dottor Salvia muore sul colpo e stramazza al suolo proprio al centro delle tre corsie della tangenziale, mentre l’auto dei killer fugge via. L’auto sarà ritrovata pochi minuti più tardi in una strada del Vomero, poco lontana dal luogo dell’attentato.

L’allarme è stato dato sia dalla testimone oculare che da alcuni automobilisti di passaggio e sul luogo dell’attentato sono arrivati in pochi minuti una decina di auto della polizia e dei carabinieri, funzionari della Digos, il procuratore generale, il comandante della legione dei carabinieri, i funzionari della mobile e della questura, il direttore di Poggioreale, dottor Grossi.

Giuseppe Salvia, nato a Capri, era conosciuto da tutti, giornalisti, magistrati, carabinieri e poliziotti. Da sei anni a Napoli, era giunto a Poggioreale subito dopo la calda stagione dei Nap e si trovò catapultato nella vicenda delle ultime rivolte nel carcere napoletano. Nel settembre del ‘76, nel corso di una ennesima ed incruenta protesta dei detenuti, parlando coi cronisti non aveva nascosto le sue idee progressiste, sostenendo con vigore la necessità di una riforma radicale del sistema carcerario.

Si sentiva a volte impotente come ci confessò in quella ed in altre occasioni, specie quando era costretto a tenere stipati duemila detenuti in una casa circondariale dove ne potrebbero entrare non più di novecento. Fece notare, nel corso degli anni, come fosse inumano mettere venti persone per cella, in luoghi dove l’aria arriva da strette fessure chiamate «bocche di lupo» e dove nel corso della calda estate napoletana, è irrespirabile.

Gli inquirenti cercano il perché dell’allucinante omicidio. Qualcuno ha ricordato che il boss Cutolo, qualche mese fa, quando era a Poggioreale per il processo alla nuova camorra organizzata, quella stessa che ha rivendicato il barbaro omicidio dell’altro giorno a S. Anastasia, aveva schiaffeggiato il dottor Salvia e per questo era stato condannato. Il vicedirettore vicario non voleva però – in quell’occasione – denunciare Cutolo, ma il reato doveva essere perseguibile d’ufficio. Fu costretto ad andare in tribunale a testimoniare contro Cutolo. E anche allora Giuseppe Salvia aveva mostrato il suo carattere mite ed aveva cercato di minimizzare l’episodio.

Giuseppe Salvia, inoltre, doveva periodicamente provvedere a stilare l’elenco dei detenuti da trasferire per sfoltire la popolazione di Poggioreale: ma anche questo particolare sembra possa «istituire iI movente dell’omicidio. Dicono gli inquirenti: è ordinaria amministrazione, un adempimento burocratico che si è ripetuto decine di volte. Ma al di là di questi dubbi, sono tutti convinti che l’uccisione ha una chiara matrice camorristica. «Lo si deduce da tanti particolari – ha affermato un maggiore dei carabinieri – da come è stato condotto a termine l’attentato, dal luogo scelto per l’assassinio, dall’arma usata».

Tanti piccoli particolari, insomma, portano gli inquirenti sulle tracce della camorra guidata da Raffaele Cutolo che si è autoproclamato «boss dei boss». I magistrati che stanno indagando in queste ore, però, non tralasciano di verificare se l’omicidio non sia dovuto a risentimenti e vendette nate all’interno del «pianeta» Poggioreale dove i soprusi sono all’ordine del giorno e dove Giuseppe Salvia lottava ogni giorno per imporre una convivenza civile. Chi non ricorda le allucinanti esecuzioni nelle notti del terremoto, quando, profittando della confusione vennero consumate sei agghiaccianti vendette tra detenuti?

Quasi piangendo, uno dei suoi colleghi (i vicedirettori del carcere napoletano sono sei) accasciato su un guardrail parlava di Giuseppe, della sua figura, ma le sue frasi erano sconnesse.

Anche a Poggioreale, dopo un primo momento di sgomento fra le guardie, ieri pomeriggio la calma regnava sovrana. Tutti al loro posto, tutti a prestare servizio.

Una delle guardie ha affermato: «È questo il miglior modo di ricordare Giuseppe Salvia. Siamo tutti al nostro posto, anche se la rabbia e lo sconcerto sono grandi…».

 

 

 

Articolo del 14 Aprile 2012 da  dallapartedellevittime.blogspot.it

GIUSEPPE SALVIA, VICEDIRETTORE DEL CARCERE DI POGGIOREALE, UCCISO 31 ANNI FA PERCHE’ EBBE IL CORAGGIO DI DIRE NO A CUTOLO

di Raffaele Sardo

Giuseppe Salvia, vicedirettore del carcere di Poggioreale, è tra i pochi ad aver affrontato faccia a faccia il boss Raffaele Cutolo. Lo ha fatto da servitore dello Stato e per questo ha dato la vita.

La storia che segue è pubblicata nel mio libro: “Al di là della notte“. Ed. Tullio Pironti

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«Dottò, Cutolo non si vuole far perquisire. Cosa dobbiamo fare? Sa, noi abbiamo famiglia…». Giuseppe Salvia, che del carcere di Poggioreale era il vicedirettore, non ci pensò due volte. Uscì dal suo ufficio e fece ciò che prevedeva il regolamento: la perquisizione dei detenuti che rientravano in carcere dopo aver partecipato ad un’udienza processuale. Tra le facce incredule degli agenti di polizia del carcere, cominciò lui stesso la perquisizione del boss Raffaele Cutolo, capo della Nuova Camorra Organizzata. Era il 7 novembre del 1980. Quel giorno Cutolo rientrava da una delle udienze sul processo alla Nuova Camorra Organizzata. Non si aspettava il gesto di Giuseppe Salvia.

Per lui era una sorta di sfida. Quel gesto metteva in discussione la sua autorità di boss davanti a tutti. Cutolo ebbe anche un moto di stizza e cercò di dargli uno schiaffo. Giuseppe Salvia, che era vicedirettore del carcere di Poggioreale dal 1973, conosceva i codici non scritti della malavita. Lui che il carcere aveva tentato di renderlo anche più umano, sapeva bene che quella perquisizione poteva costargli cara. Era conscio dello spessore criminale di quel detenuto, ma sentiva forte il dovere di riaffermare il potere dello Stato. E, infatti, fu la condanna a morte. Nei dodici mesi precedenti nelle carceri italiane c’erano stati ben dodici omicidi. La sera del 23 novembre 1980, quando arrivò una forte scossa di terremoto che sconvolse i comuni dell’Irpinia e della Basilicata, a Poggioreale avvenne una carneficina. Giuseppe Salvia quella sera del terremoto si recò al carcere a piedi, dopo aver messo al sicuro la sua famiglia. Tornò a casa dopo due giorni, perché volle prima assicurare una condizione di migliore vivibilità per i detenuti.

«Mio padre sapeva bene a cosa andava incontro», dice Claudio Salvia, il secondo figlio di Giuseppe, «ci furono anche svariati tentativi di corruzione, soldi fatti trovare in ufficio e telefonate minatorie, ma lui, imperterrito, ha scelto la legalità e la fedeltà per lo Stato. Lo stesso Stato che lo ha lasciato solo. Papà chiese anche al Ministero di essere trasferito perché ormai aveva capito bene che era diventato un personaggio scomodo. Il trasferimento arrivò qualche giorno dopo l’uccisione. Papà era anche sul “libro nero” delle Brigate Rosse. Questo libro venne rinvenuto in un blitz dei carabinieri e vicino al suo nome c’era il modello della sua auto con la targa (era una Fiat 128 di colore blu). Ovviamente l’auto venne fatta sparire e fu sostituita da una Ritmo».

La sua sentenza di morte, però, non tardò ad essere eseguita. Giuseppe Salvia fu ammazzato il 14 aprile del 1981 da un commando di sei uomini legati a Cutolo, sulla tangenziale di Napoli, allo svincolo dell’Arenella, mentre tornava a casa. Quel giorno il vicedirettore esce alle quattordici dal carcere. Un’ora prima del suo consueto fine turno. Sale sulla sua Fiat Ritmo e si avvia verso casa, nel quartiere dell’Arenella, dove lo sta aspettando sua moglie, Giuseppina Troianiello, trentatré anni, che aveva sposato nel luglio del 1975. Dal loro matrimonio erano nati due bambini, Antonino e Claudio, che all’epoca avevano cinque e tre anni. A casa, Giuseppe Salvia non ci arriverà mai. Fuori dal carcere i killer aspettano solo che parta. Lo seguono con due auto. Quella su cui sono i killer che lo uccideranno è una Giulietta. Giuseppe Salvia si accorge di quell’auto che lo segue e sulla tangenziale, vicino al viadotto dell’uscita dell’Arenella, improvvisa una retromarcia cercando di tamponare la Giulietta. Ma la manovra per bloccarli non riesce. Scende dall’auto e tenta di scappare. Sarà inutile. I killer scendono e sparano. Il vicedirettore di Poggioreale muore sul colpo proprio al centro delle tre corsie della tangenziale. L’auto dei killer verrà ritrovata poco dopo in una strada della zona del Vomero.

La moglie, Pina, insegnante di educazione fisica nelle scuole superiori, ai funerali dirà: «Mi hanno tolto tutto. E lo hanno tolto anche ai miei figli». Ai due figli, Pina non dirà subito la verità. Dirà che il padre aveva avuto un incidente. Gli parlerà dell’omicidio solo dopo alcuni anni. Quando saranno più grandicelli e in grado di capire che tipo di persona era il loro papà. «Dovete essere fieri di lui, perché credeva nel suo lavoro ed è morto perché era dalla parte della legalità». Al suo funerale arriveranno sessantotto corone di fiori. Le invieranno i detenuti come segno di ringraziamento nei confronti di una persona che anche in una istituzione così violenta come il carcere non aveva perso la sua umanità. Giuseppe Salvia considerava i detenuti delle persone come tutti gli altri e non carne da macello. Per l’omicidio del vicedirettore del carcere di Poggioreale vengono condannati all’ergastolo Raffaele Cutolo e la sorella Rosetta, insieme con altri due imputati, Carmine Argentato e Mario Iafulli. I giudici, inoltre, condanneranno a ventiquattro anni di reclusione Mario Incarnato, a cui vengono concesse le attenuanti generiche per la collaborazione fornita agli inquirenti, e a quattordici anni Roberto Cutolo, figlio del boss di Ottaviano.

Giuseppe Salvia era nato a Capri il 23 gennaio 1943, nella casa paterna di Palazzo Canale, secondogenito dopo la sorella Immacolata. A Capri fece le scuole dell’obbligo. Il padre Antonino e la madre Amalia D’Anchise decisero successivamente di avviarlo agli studi classici e così lo indirizzarono dai padri Barnabiti, presso il convitto Bianchi. Poi, la laurea in giurisprudenza presso l’Università degli studi di Napoli Federico II.

Dice Antonino, oggi funzionario dello stesso Ministero del padre:

Mio padre era una persona che contrastava le ingiustizie. Una persona con la schiena dritta, un vero servitore dello Stato. Credeva nella possibilità di rieducare i detenuti e perciò nel suo lavoro ha sempre fatto prevalere l’aspetto umano nel rapporto con i carcerati. Ho trovato delle cose scritte di suo pugno. Riflessioni sul mondo carcerario. Riflessioni che anche dopo molti anni sono attualissime. Papà pensava che una grande percentuale di detenuti sono solo delle persone sfortunate che da ragazzi non hanno avuto le migliori opportunità per vivere una vita diversa. Quanto mi è mancato? Le occasioni in cui ho avvertito la sua assenza ci sono state, ma non ho mai sentito la mancanza di qualcosa rispetto agli altri né ho cercato altrove un simile punto di riferimento. Ricordo con grande serenità il periodo della scuola elementare, media e superiore. Sono stati anni in cui mia madre non ha risparmiato le forze per far sì che io e mio fratello Claudio svolgessimo un regolare corso di studi e partecipassimo anche agli impegni extra scolastici, come gite, sport, i compleanni con i compagni di scuola. Ogni giorno mi rendo sempre più conto dell’immane sforzo che ha fatto mia madre. Un vero atto d’amore che l’ha portata anche alla scelta di non rifarsi una vita per dedicarsi completamente a noi figli. Mio padre mi è mancato soprattutto nei miei momenti importanti: il giorno della laurea, l’abilitazione all’esame di avvocato, il primo giorno di lavoro nella sua stessa Amministrazione… il matrimonio. Gli studi in giurisprudenza per me hanno avuto un significato speciale. Apprendere i principi giuridici fondamentali del nostro ordinamento, idealmente, mi ha avvicinato molto a mio padre perché durante gli anni universitari ho capito il senso della sua vita, del suo gesto (mi riferisco a quello di impedire favoritismi tra i detenuti ristretti nel carcere da lui diretto) e ciò in cui credeva. Ed ho anche capito perché, poi, non si è voluto tirare indietro rispetto alla scelta fatta (cioè quella di essere un ostacolo al malaffare all’interno delle mura carcerarie) affrontando con coraggio finanche uno come Cutolo. Barattare la propria vita piegandosi alle minacce ricevute significava, comunque, «morire dentro», perdere la dignità di uomo e di rappresentante dello Stato, quale lui si sentiva. Questo diceva a mia madre. Mi è bastato sapere il perché della sua morte per orientare la mia esistenza al senso di giustizia e legalità che, in concreto, non significa solo plasmare il proprio comportamento in conformità con le norme dello Stato ma anche avversare attivamente quelle situazioni illegali e vessatorie che altri tentano di imporci. Ho maturato e convertito il dolore della sua morte in qualcosa di positivo, anche da mettere a disposizione degli altri.

A Giuseppe Salvia è stata conferita dallo Stato la medaglia d’oro al valore civile.

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Articolo di Capripress.com del 14 Aprile 2011
Giuseppe Salvia, i figli propongono di intitolare alla sua memoria il Carcere di Poggioreale

(fonte :ANSA) – CAPRI (NAPOLI), 14 APR –

“Intitolare il carcere di Poggioreale alla memoria dell’uomo che ha onorato con la sua onestà ed il suo coraggio quel luogo di riabilitazione”.
È la proposta che avanzano Antonino e Claudio Salvia, i figli di Giuseppe Salvia, il vicedirettore del carcere napoletano di Poggioreale ucciso il 14 aprile 1981 dalla camorra. Oggi ricorre il trentesimo anniversario del brutale omicidio di Salvia, originario di Capri, che pagò con la vita l’affronto fatto all’allora capo della nuova camorra organizzata Raffaele Cutolo.

CAPRI (NAPOLI), 14 APR – Ricorre oggi l’anniversario di uno dei più spietati omicidi di camorra: i trent’anni dalla morte di Giuseppe Salvia, caprese, vicedirettore del carcere di Poggioreale a Napoli, che venne ucciso sulla tangenziale di Napoli il 14 aprile 1981. Il Comune di Capri ha ricordato un anno fa il suo concittadino, intitolandogli una delle scuole materne ed elementari dell’isola. Ligio al dovere, a tutti gli effetti considerato un eroe di Stato: in carcere – sottolineano i figli – chiedeva il rispetto delle regole “ed era ben voluto da tutti tranne che da Raffaele Cutolo, spietato boss della camorra”, con il quale si scontrò varie volte. Salvia era nato a Capri nel 1943 nella casa paterna di ‘Palazzo Canale’ ed effettuò gli studi classici a Napoli. Conseguì, poi, la laurea in giurisprudenza all’Università di Napoli Federico II. Nel 1973, dopo aver vinto un concorso, assunse l’incarico di vicedirettore del carcere di Poggioreale, istituto di massima sicurezza. Il 14 aprile 1981, quando aveva appena 38 anni, venne ucciso in un agguato ad opera della criminalità organizzata sulla tangenziale di Napoli: a decretare la sua morte fu il boss della Nco Raffaele Cutolo che, ritenuto il mandante di quel delitto, fu condannato all’ergastolo. Oggi lo ricordano la moglie Giuseppina e i figli Antonino e Claudio. Il Comune di Capri commemorò l’anno scorso Giuseppe Salvia dedicandogli la scuola elementare e materna di Tiberio: a deciderlo fu con un voto bipartisan il consiglio comunale di Capri che, all’unanimità, approvò la delibera con la quale si stabilisce che il plesso scolastico venga intitolato alla memoria di Salvia “affinché – era scritto nella motivazione – il sacrificio della sua vita, immolata per la difesa dei valori umani, sia di esempio per le nuove generazioni”

 

 

 

 

 

 

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