14 Ottobre 1974 Buguggiate (VA) Rapito Emanuele Riboli, 17 anni. Mai più ritrovato.

Foto da La Stampa del 16 Ottobre 1974

[…]  Emanuele lo prendono quando ha appena diciassette anni, scelto perché figlio di un industriale del Varesotto. Lo prelevano mentre torna a casa in bicicletta e lo portano in un box auto in provincia di Bergamo, per poi trasferirlo, forse in Toscana. I contatti tra la famiglia, tramite lo zio Pierino, e i sequestratori portano al pagamento di un riscatto di 200 milioni. Ma la banda avanza una seconda richiesta di un miliardo. Il maldestro tentativo di liberare il ragazzo da parte dei carabinieri – un emissario avrebbe dovuto consegnare una valigia con una ricetrasmittente, ma il movimento di un militare ha fatto saltare il piano – spinge i rapitori ad avvelenare il giovane Emanuele e a disfarsi del cadavere. Forse lo studente lombardo è stato dato in pasto ai maiali, come è accaduto ad altre vittime in alcuni sequestri operati dalle bande sarde nell’isola e in Toscana. […]

Tratto dal libro Dimenticati di Danilo Chirico e Alessio Magro

 

 

 

Articolo di La Stampa del 16 Ottobre 1974
Industriale e ragazzo rapiti per un ricatto in Lombardia
Due gravi episodi nel giro di ventiquattro ore. Industriale e ragazzo rapiti per un ricatto in Lombardia.

[…]

Scomparso un ragazzo mentre tornava a casa
Varese, 15 Ottonre. Uno studente di 17 anni, Emanuele Riboli, che frequentava i corsi serali dell’Itis di Varese, è scomparso, ieri notte, mentre faceva ritorno a casa. Forse è stato rapito. Il ragazzo abita in una villa a pochi chilometri da Varese, a Buguggiate, con i genitori ed altri quattro fratelli (è il secondogenito di cinque figli). Di giorni il Riboli aiuta il padre, Luigi, 43 anni, proprietario con il fratello Pierino di una carrozzeria ben avviata che costruisce cabine per autocarri; nell’azienda lavorano trenta persone. Lo stabilimento è alla periferia del paese in Via Rossini; accanto ci sono le abitazioni dei due titolari.

Emanuele Riboli è un ragazzo molto robusto appassionato di motocross. Ieri sera è andato regolarmente a scuola, a Varese, è uscito verso le 22 con l’amico Giulio Martignoni: entrambi sono saliti sulla corriera e mezz’ora dopo smontavano a Buguggiate, in via XXV Aprile. Il Riboli ha accompagnato a casa il compagno di banco, ha ritirato la sua bicicletta che aveva lasciato in custodia ai familiari del Martignoni e si è diretto verso casa. Da quel momento più nessuno l’ha visto.

Il percorso è di poco più di un chilometro e la strada è buia e deserta. Poco dopo le 23, i genitori del giovane, allarmati, hanno iniziato le ricerche e informato i carabinieri e la polizia.

Stamane verso mezzogiorno in un cespuglio vicino alla villa è stata trovata la bicicletta del ragazzo e la borsa con i libri di scuola. “Quasi certamente Emanuele Riboli è stato rapito” hanno detto gli inquirenti. I genitori escludono che loro figlio sia fuggito di casa: “E’ molto attaccato a noi – hanno detto – sarebbe incapace di un gesto simile”.

I fratelli Riboli lavoravano tempo fa come operai alla Macchi di Varese; poi si sono messi in proprio. Una o due volte al mese vanno a Pescara dove hanno un’altra piccola azienda dello stesso genere.

Le ipotesi sono che i rapitori abbiano sopravvalutato la consistenza del patrimonio della famiglia Riboli, che potrebbe anche pagare un riscatto, ma molto esiguo (v.m.)

 

 

 

Articolo di La Stampa del 14 Marzo 1975
La lunga straziante attesa che dura da ben cinque mesi
di Francesco Fornari
Il ragazzo rapito dai banditi in un paese del Varesotto Emanuele Riboli, 17 anni, è stato sequestrato il 14 ottobre scorso – I rapitori hanno chiesto un miliardo – La famiglia non ha tanto denaro – Dal 13 dicembre i malviventi tacciono – Il padre, per consegnare una parte del riscatto, ha già percorso 5 mila km

Varese, 13 marzo. L’incubo dura da quasi 150 giorni: ore d’ansia vissute accanto al telefono, notti insonni trascorse a pensare e sperare, mentre inutili boccettini colmi di sedativi, calmanti, cardiotonici si ammucchiano sui comodini ed i medici, impotenti, si stringono rassegnati nelle spalle, in attesa anche loro che accada qualcosa, che la situazione si sblocchi, che torni la serenità, la voglia di vivere in quelle persone. E’ il dramma della famiglia Riboli; il padre Luigi (44 anni, piccolo imprenditore, contitolare col fratello di una carrozzeria), la madre Bianca Natta, cinque figli: Cristina, la più piccola, ha cinque anni. Il maggiore, Emanuele, ne ha i compiuti 17 il 3 novembre scorso. Non c’è stata festa quel giorno: dal 14 ottobre il ragazzo è prigioniero dei banditi che l’hanno sequestrato. Per il suo riscatto hanno preteso una cifra pazzesca: un miliardo. Una somma che Luigi Riboli non sarà mai in grado di procurarsi. Allora i banditi hanno ridotto la loro richiesta ad 800 milioni. Spietati hanno fatto sapere che libereranno Emanuele soltanto quando avranno ricevuto l’ultimo centesimo. Ipotecando proprietà, ricorrendo a prestiti (a tassi di interesse così alti che le somme ottenute rischiano di raddoppiarsi nel giro di un anno), i genitori del rapito hanno raccolto sinora meno di un terzo di quanto preteso dai banditi: 200, forse 250 milioni che sono già stati versati (ma una parte è finita nella mani di uno sciacallo che era riuscito ad inserirsi nelle trattative) ai rapitori. In cambio di che cosa? Della garanzia che Emanuele è vivo e che verrà liberato soltanto quando tutto il riscatto sarà stato pagato. Ed una minaccia: «Fate in fretta: ogni giorno che passa sono cinquanta milioni in più». L’ultimatum è del 13 dicembre: è stato l’ultimo contatto che il padre ha avuto con i banditi. Da quel momento il silenzio, l’angoscia più nera. I genitori si logorano nell’attesa: «Perché non si fanno vivi, perché non riprendono le trattative?», supplica la madre. Qualunque cosa sarebbe meglio di questo lungo, ostinato silenzio che alimenta paure terribili, timori inconfessabili. Che cosa sarà di Emanuele? Questo angoscioso interrogativo che si protrae ormai da quasi cinque mesi, in questi ultimi giorni si è fatto pressante. Per la prima volta dal giorno del rapimento i genitori hanno preso contatto con i giornalisti, hanno volontariamente rotto il silenzio stampa, una delle prime garanzie richieste dai banditi. Perché? «Per far sapere ai banditi che siamo pronti a seguire le loro istruzioni, che siamo disposti a tutto, per supplicarli di farsi vivi, di darci notizie», dice Luigi Riboli. Le mani percorse da un tremito nervoso, gli occhi arrossati, il viso segnato dalla stanchezza di notti e notti insonni, è l’immagine di un uomo distrutto ma non vinto. «Sono disposto a pagare fino all’ultima goccia del mio sangue per riavere mio figlio»: scandisce le parole con insospettata energia ma poi l’angoscia della propria impotenza riprende il sopravvento. «Che si facciano vivi però’). sussurra quasi a sé stesso. Per consegnare la prima parte del riscatto, il padre ha percorso quasi cinquemila chilometri su percorsi segnati dai banditi: quattro appuntamenti, due in una località al confine fra il Lazio e la Toscana, un terzo in Lombardia, il quarto (l’ultimo, del 7 dicembre) in un posto che non viene rivelato. In tre occasioni il padre ha «visto» due dei banditi che tengono prigioniero il suo ragazzo. Che cosa ricorda di loro? Due figure nella notte, mascherati con passamontagna neri, armati di mitra. Spietati: «Pagate o vi rimandiamo a casa il Lele pezzo per pezzo». Da 150 giorni la madre non ha più sentito la voce di suo figlio. I rapitori non gli hanno mai permesso di parlare al telefono, nonostante le suppliche dei genitori. Soltanto tre lettere, scritte sotto dettatura, che hanno fatto aumentare l’angoscia di chi è costretto ad aspettare, impotente. Luigi Riboli continua a chiedere alla polizia di restare fuori dalla vicenda per non compromettere la salvezza di Emanuele. Si arrabatta per trovare il denaro per la liberazione del ragazzo: la somma è enorme, ma non si dà per vinto. «Devo salvare mio figlio», dice. La madre soffoca i singhiozzi nel fazzoletto, si allontana a testa bassa, mentre gli altri bimbi guardano smarriti. Cristina, la più piccola, l’altro giorno ha chiesto al padre: «Papà, hai trovato il Lele?».

 

 

 

Articolo di La Stampa del 16 Ottobre 1975 
Un anno, giorno dopo giorno, attendono che il loro figlio rapito ritorni a casa
di Gino Mazzoldi
I genitori di Emanuele Riboli sperano per non impazzire. II ragazzo, 17 anni, fu sequestrato a Buguggiate (Varese) il 15 ottobre mentre di sera tornava da scuola in bicicletta – I banditi avevano chiesto un miliardo di riscatto – La famiglia ha pagato 500 milioni, ha raccolto altri soldi, ma i rapitori non si sono più fatti vivi

Varese, 15 ottobre. Emanuele Riboli, 17 anni, studente, figlio di un industriale meccanico di Buguggiate, manca da casa esattamente da un anno: è stato rapito la notte tra il 14 e il 15 ottobre del 1974, e per il suo rilascio i genitori hanno già pagato 500 milioni. Di Emanuele però non si sa più nulla ed ormai gli inquirenti sono propensi a credere che anche questo rapimento abbia avuto una tragica conclusione. Un anno di prigionia difficilmente può essere sopportato da un ragazzo, né i banditi possono aver custodito l’ostaggio per tanto tempo senza cedere alla tentazione di liberarsene. Soltanto l’incrollabile fede dei genitori può allontanare le ipotesi più agghiaccianti, ma è innegabile che, considerati i precedenti, le probabilità che Emanuele Riboli torni a casa vivo sono tenui. A un anno dal rapimento Luigi e Bianca Riboli, i genitori del giovane, hanno lanciato un nuovo appello ai banditi: «Fatevi sentire — implorano —, vi offriamo altri soldi, tutto ciò che in questi terribili dodici mesi siamo riusciti a raccogliere con grandi sacrifici. Vogliamo Emanuele, restituitecelo e ci impegneremo a pagare ancora. Non lasciateci in questa pena, per carità». Ora Luigi e Bianca Riboli aspettano fiduciosi la risposta. E’ questa la seconda volta che i genitori del ragazzo rapito si dichiarano disposti a versare altri soldi dopo aver consegnato, il 5 dicembre dello scorso anno, nelle mani dei banditi, mezzo miliardo, ossia la metà del riscatto preteso. I rapitori fecero però sapere che la cifra non era sufficiente e così a gennaio, dopo aver dato fondo a tutte le sostanze, privando addirittura gli altri figli (Lucia, 19 anni, Paolo di 16, Loredana di 13 e Cristina di 6) dei loro risparmi, i genitori di Emanuele lanciarono il loro primo angoscioso appello: «Abbiamo fatto come volevate, siamo riusciti a mettere insieme altri milioni. Sono a vostra disposizione. Fateci sapere come e quando possiamo consegnarveli». Ma i rapitori non si sono fatti vivi.

Il rapimento. L’allarme nella villa dei Riboli, in via Rossini, è scattato alle 23 del 14 ottobre dello scorso anno. Il ragazzo non era più tornato a casa da quando era uscito dall’istituto tecnico industriale di Novara dove frequentava il primo corso serale. Un fatto strano. Emanuele era stato sempre puntuale: arrivava da Varese a Buguggiate con l’autobus alle 22,30, saliva sulla bicicletta che lasciava posteggiata nel cortile del ristorante «Saulo» e in pochi minuti percorreva la discesa di due chilometri che dividono la piazza del paese alla sua abitazione. Il padre di Emanuele dopo aver seguito il programma alla televisione, ha cominciato a preoccuparsi per il ritorno del figlio: è uscito sulla strada, ha dato un’occhiata, poi s’è deciso a telefonare a casa di Giuliano Martignoni, l’amico di Emanuele. Da lui ha saputo che suo figlio era sceso dal pullman a Buguggiate e si era avviato a casa, come al solito. La sua bicicletta è stata trovata il giorno dopo a un chilometro dalla villa: era nascosta in un cespuglio, agganciata al manubrio c’era la borsa sportiva di tela con i libri. Qualche giorno dopo i rapitori si sono fatti vivi e hanno chiesto un miliardo di riscatto. «E’ una cifra iperbolica per noi — hanno subito fatto sapere i genitori —, ma raccoglieremo tutto quanto sarà possibile ». Mezzo miliardo, come s’è detto, venne consegnato il 5 dicembre scorso, ma i rapitori non si sono dichiarati soddisfatti: «O ci date l’altro mezzo miliardo oppure vostro figlio non lo rivedrete più». «E’ tutto ciò che abbiamo — hanno ribattuto i genitori del ragazzo —, ci siamo venduti la casa, il terreno e addirittura il capannone della fabbrica. Non siamo grandi industriali: abbiamo pochi operai e viviamo del nostro lavoro». Niente da fare: il portavoce dei malviventi si è sempre dimostrato inflessibile. I Riboli hanno raccolto altro denaro. «Ho girato cambiali su cambiali — ha detto l’industriale — e ora i soldi ci sono. Qualcuno si faccia avanti. Certo la telefonata non ci basterà. Vogliamo la prova che Emanuele è vivo: un segno qualsiasi, ad esempio due righe scritte di suo pugno». E’ l’ultima tenue speranza  che anima ancora Luigi e  Bianca Riboli, ma col passar  del tempo le ipotesi più pessi mistiche prendono sempre  più consistenza: gli inquirenti  affermano di non aver mai  sospeso le ricerche, ma ammettono che i casi di Cristina  Mazzotti e dell’industriale Giovanni Stucchi gettano una luce sinistra sulla soluzione del sequestro di Emanuele Riboli.

 

 

 

Articolo di La Stampa del 14 Ottobre 1978
Offre 50 milioni per avere la salma del figlio rapito

VARESE — n 14 ottobre, 4 anni fa, veniva rapito a Buguggiate, provincia di Varese, Emanuele Riboli, di 17 anni, secondogenito di Luigi Riboli, titolare con i fratelli di un’avviata carrozzeria. Da allora Emanuele non è stato più ritrovato. I contatti con i rapitori, che avevano percepito un acconto di duecentodieci milioni, si è interrotto nel dicembre del 1974. Oggi i genitori non si illudono più di rivedere vivo il loro figlio, ma hanno lanciato un ennesimo messaggio. Luigi Riboli ha implorato: «Sono trascorsi quattro anni dal rapimento di Emanuele e a dicembre saranno altrettanti dall’ultimo contatto telefonico con i rapitori. Lascio immaginare quali anni siano stati per noi. Metto a disposizione cinquanta milioni per colui o coloro che mi forniranno notizie atte all’individuazione dei responsabili del rapimento o al ritrovamento del corpo di mio figlio. Più che un sentimento di vendetta mi spinge il comprensibile desiderio di poter almeno piangere su una tomba».

Emanuele di giorno lavorava presso la carrozzeria come un operaio qualsiasi e alla sera frequentava i corsi presso l’istituto professionale di Stato. Da Varese, il 14 ottobre 1974, era rientrato in pullman a Buguggiate e di qui aveva inforcato la sua bicicletta posteggiata in piazza 25 Aprile per tornare a casa. Ma a casa non è mai arrivato. Scattato l’allarme, trai cespugli di una strada in discesa che si apre fra una fitta vegetazione, erano stati rinvenuti la bicicletta e i libri di scuola. La prima richiesta di riscatto dei rapitori fu astronomica, poi si scese ad un accordo. La notte del 1′ novembre venne versato un acconto di duecento milioni in una zona del Lazio. L’11 dicembre un secondo di dieci milioni. Da allora il silenzio.

 

 

 

Articolo del 5 Ottobre 2014 da  prealpina.it
Emanuele ucciso due volte
di Gianni Spartà
Il 14 ottobre di quarant’anni fa fu sequestrato il diciassettenne Riboli, studente dell’Ipsia ucciso dalla ‘ndrangheta e mai più ritrovato. Liberati i suoi assassini per prescrizione

Amen per un ragazzo di 17 anni che andava a scuola in bicicletta e amava le moto da cross: sequestrato a due passi da casa, imprigionato chissà dove, ucciso col veleno per topi. O forse dato in pasto ai maiali.
Amen per un’inchiesta giudiziaria cominciata male, durata troppo, finita peggio: i giudici di Milano nel 1999 hanno chiesto scusa alla famiglia «per la serie incredibile di errori commessi dallo Stato».
Hanno dovuto mandare assolti i rapitori condannati in primo grado, arrendendosi ai tempi disperati della giustizia italiana: prescrizione per tutti, eccezione per il capo dei capi, Giacomo Zagari, e un suo sodale, entrambi già ergastolani.
Amen, infine, per un padre, una madre, quattro fratelli cui è stata inflitta la pena suprema: non hanno mai potuto posare un fiore su una tomba.
Emanuele Riboli, di Buguggiate, alle porte di Varese, studente dell’istituto per periti industriali: 1974-2014.
Sono passati quarant’anni e si può solo piangere la sconfitta di quanti, magistrati e investigatori, non avevano capito allora che l’ostaggio era finito nelle mani di una cosca calabrese. E non l’avevano capito perché nessuno sapeva, all’epoca, che la ’ndrangheta aveva attaccato come una metastasi i tessuti ricchi della società nel profondo Nord. Qualche questore addirittura lo negava ai convegni celebrando la provincia immune da certi virus maligni.
Invece boss, affiliati e picciotti erano qui dagli Anni ’60, molti al soggiorno obbligato. Avevano cominciato con il contrabbando di sigarette, poi si erano dedicati al più vile dei ricatti: portare via un uomo, in molti casi un figlio, e chiedere un riscatto per la sua liberazione. Ma in questo caso gli uomini d’onore rinnegarono se stessi: incassarono in due rate 250 degli 800 milioni di lire richiesti, eliminarono il rapito.
Forse perché aveva riconosciuto qualcuno dei banditi, gente del suo paese, addirittura operai nella carrozzeria di suo padre.
Forse perché vollero infierire: se uccidiamo il papà, lui non soffre abbastanza.
Se gli uccidiamo il figlio, secondogenito, lo condanniamo al patimento estremo, il più lento, il meno sopportabile.
Questo spiegò nel suo memoriale di pentito Antonio Zagari, erede “infame” del santista Giacomo. Questo disse, prima al pubblico ministero di Milano Armando Spataro, poi nell’aula-bunker al processo «Isola felice» dando senso umano alla sua storia criminale: ho ucciso tante volte, ho brucato per anni l’erba del delitto, ma quando ho saputo che fine avevano fatto fare a quel ragazzo, amico di giochi di mio fratello Enzo, ho sentito come un graffio nella coscienza e ho svoltato. Un’inversione a “U”, convinta, drammatica: fu Antonio Zagari a sventare l’ultimo rapimento in provincia di Varese nel gennaio del 1991. Accompagnò lui quattro soldati della ’ndrangheta davanti alla casa di Antonella Dellea a Germignaga, nel Luinese, ma prima si era accordato con i carabinieri che in quella notte di gelo sterminarono il commando. Mandando un segnale forte e chiaro nella Locride dalla quale si era mossi i quattro: il velo dell’omertà si era infranto per sempre, uno dei “loro” aveva tradito il sangue del proprio sangue.
Alemagna, panettoni, Lazzaroni, biscotti, Parma, casseforti: fino al 1974 l’Anonima sequestri aveva puntato al bersaglio grosso delle dinastie industriali. I Riboli, artigiani diventati imprenditori, uno stabilimento nel Varesotto, un altro appena inaugurato a Pescara, segnalarono con la loro tragedia che le cosche abbassavano di qualche grado il mirino del fucile a canne mozze.
Andavano a colpire fuori della cerchia della grandi Milano, portavano il terrore in una provincia tranquilla, quasi svizzera, nella quale non accade mai nulla. Così si diceva ignorando per miopia o forse per orgoglio che proprio in questo «deserto ben attrezzato» (immagine di Indro Montanelli) si muovevano nell’ombra sacerdoti dello stragismo nero, predicatori di odio del terrorismo rosso, padrini d’esportazione mimetizzati.

RISCATTO PAGATO

È una bella giornata d’autunno, s’avvicina il 14 ottobre, anniversario numero quaranta di una ferita mai rimarginata nella pelle e nella memoria di una famiglia, di una vergogna mai rimossa nella coscienza collettiva di un Paese e della sua giustizia. Donatella “Lella” Riboli aveva 18 anni quando alle 22,30 rapirono suo fratello Emanuele. È la più grande di cinque figli.
Suo padre Luigi è morto da tempo, sua madre Bianca ha 82 anni, suo zio Pierino vive col ricordo atroce dei giorni in cui, a bordo di una «126» blindata con una carrozzina sistemata in un portabagagli montato sul tettuccio (un segno di riconoscimento) si recò all’appuntamento con i rapitori in un strada provinciale tra la Toscana e il Lazio.
La prima volta consegnò una valigetta a un individuo col volto mascherato, la seconda gettò un sacco pieno di banconote dal cavalcavia che gli avevano indicato. Che cosa resta di tanto dolore?
Donatella, ancora una bella donna, ha disertato talk show e cronache di giornali in questi anni. Con le sorelle minori Cristina e Lorena, col fratello Paolo, è rimasta in disparte, preoccupata di tenere a freno papà Luigi, carattere forte, e mamma Bianca, quella che in apparenza ha sofferto di più.
Eppure ha avuto un ruolo fondamentale nella storia.
I carcerieri parlavano con lei al telefono, lei registrava le conversazioni schiacciando il pulsante di un magnetofono, lei negava che fuori della villa ci fosse un’auto della polizia: «Vi sbagliate, siamo soli, qui non c’è nessuno. Diteci che cosa volete».
Le intercettazioni erano rudimentali, telecamere-spia e cimici non ce n’erano, l’impreparazione investigativa per un reato inedito alle nostre latitudini era il segno distintivo di marescialli in borghese generosi e improvvisatori: «È una ragazzata», dicevano alla famiglia.
«Non sono professionisti, li prenderemo. Vedrete».
Donatella racconta il primo contatto: «Arrivò una lettera, due giorni dopo il sequestro. L’aveva scritta Emanuele. Diceva che dovevamo pagare, che stava bene. Ma all’indomani della scomparsa di mio fratello, avevamo già ricevuto una telefonata che ci aveva tolto ogni dubbio. Sì, la polizia e i carabinieri sapevano di queste trattative. Non c’era ancora il blocco dei beni. I riscatti allora si pagavano. Errore gravissimo. In casa eravamo uniti in apparenza, divisi sentimentalmente. Nessuno parlava con gli altri di quanto ci era accaduto. Per non suggestionarci a vicenda, credo, per proteggere i fratelli più piccoli. Cristina aveva solo cinque anni. Papà a volte si sfogava, facendo il duro. Poi, se rispondeva a qualche telefonata dei sequestratori, li pregava in ginocchio di lasciare libero Emanuele. La mamma taceva, ha sempre tenuto lontani curiosi e cronisti. Non gli andava che di Emanuele si parlasse sui giornali come del “figlio di”, senza badare alla personalità di un ragazzo timido finito in una vicenda più grande di lui. E per lei Emanuele è sempre lì, nella sua stanzetta. Ha ancora tutti i suoi vestiti, come se dovesse tornare da un momento all’altro».
I carcerieri erano spietati. In una conversazione dissero che il ragazzo stava male, sputava sangue. In un’altra fissarono il prezzo: 800 milioni di lire. «Sappiamo che li avete. Pagate».
Pagarono i Riboli, non tutto, ma pagarono, e non rividero mai il figlio che nei mesi prima del rapimento era felice per due cose: la moto Ktm 125, simbolo degli adolescenti in quegli anni, e il cane Ben, un pastore tedesco adottato durante le ultime vacanze fatte in Valtellina.
Potevano pensare saldatori d’officina diventati proprietari di una carrozzeria che un giorno sarebbero finiti i in prima pagina come i re di denari sui quali, nei primi Anni ’70, s’era abbattuta la maledizione dei rapimenti di figli, fratelli, cognati?
Avrebbero immaginato di vivere l’atroce esperienza dei genitori di Cristina Mazzotti, la ragazza della provincia di Como portata via e gettata morta in una discarica vicino a un carrozzino sgangherato?
Donatella s’incupisce: «No, ci sentivamo estranei a simili esperienze. Fatto è che i nemici ce li avevamo in casa, nella fabbrica di mio papà e mio zio Pierino. Enzo Zagari, oltre che compagno di scorribande motociclistiche di Emanuele, era un nostro dipendente. Suo fratello Antonio lo incontravo spesso in paese a Buguggiate. E ricordo il padre, Giacomo sul pullman che prendevo per andare a Varese. Studiavo ragioneria prima che la mia vita cambiasse e fosse segnata per sempre. Enzo e Antonio vennero a dirci che loro non c’entravano col rapimento, che non sapevano nulla. Forse è così, considerando quello che Antonio ha scritto negli anni successivi. E anche quanto ha fatto dopo aver saputo che suo papà aveva organizzato tutto. Ma non ne sono sicura. Sono certa, invece, che l’idea del sequestro si è materializzata dopo l’apertura dello stabilimento di Pescara. Fatto che in fabbrica, qui a Buguggiate, aveva destato un certo scalpore. Eravamo diventati ricchi e quindi potevamo essere colpiti, secondo il sentire comune».

IL RAGAZZO DI CALABRIA

Niente, non succede più niente, dopo la consegna di quei 250 milioni e chissà se la seconda rata, buttata giù da un ponte, è stata davvero raccolta dai richiedenti. Solo sciacalli, uno arrestato a Dusseldorf, voci incontrollate, segnalazioni atroci: il corpo di Emanuele è in una discarica a Travedona Monate, no, è il fondo al lago di Varese. Ricerche con le ruspe, sopralluoghi, non c’è nulla di scientifico nel lavoro di chi indaga. A un certo punto spunta una sensitiva. Sono andati a prenderla in Olanda, l’hanno caricata su un elicottero nella speranza che da lassù il potere divinatorio di una maga svelasse un mistero, aprisse un varco alla speranza. Eccola la prova della scarsa conoscenza di allora, del gap tecnologico che impediva di procedere secondo ragione. Eccola l’impreparazione, comprensibile, non giustificabile, che forse ha vietato agli investigatori di venire a capo, in tempi brevi, di un altro sequestro: quello dell’industriale di Comerio Tullio De Micheli, inverno del 1975.
Mai tornato a casa: sepolto, disse un testimone, tra le macerie di un cantiere alle porte di Milano dopo che la dentiera andatagli di traverso l’aveva soffocato durante un trasporto.
Alla fine la soluzione, amara, del rapimento Riboli è arrivata da una scheggia impazzita della stessa cosca che quel rapimento aveva organizzato: ha parlato un ragazzo di Calabria, si è reso credibile almeno agli occhi del procuratore di Milano Armando Spataro che, col collega di Varese Agostino Abate, ha ordinato la cattura di 150 persone portando in superficie vita, morte e miracoli della ’ndrangheta trapiantata al Nord.
I cronisti non hanno dimenticato una mattinata di metà degli Anni ’90 quando gli elicotteri della polizia, dei carabinieri e della guardia di finanza cinsero d’assedio dall’alto, come in una scena di guerra, una vasta zona tra il Varesotto e il Comasco e gli agenti a terra cominciarono ad andare casa per casa stanando mafiosi.
Pentito: la parola indicava, in origine, la crisi spirituale del peccatore, il suo atto di contrizione. È diventata sinonimo di colui che s’accusa di reati, facendo nomi di altri.
Amen per l’Isola felice.
Amen anche per la tragedia di Emanuele.
La giustizia degli uomini non è arrivata in tempo. Tranne due, che erano già nelle patrie galere, i loro complici non hanno pagato nulla. Ha pagato lo Stato con le scuse: un milione di euro di risarcimento alla famiglia.

 

 

 

 

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