18 Aprile 1991 Briatico (VV). Rapito Giancarlo Conocchiella, medico dentista di 34 anni. Il suo corpo ritrovato tre anni dopo grazie alla confessione di uno dei rapitori..

Foto da: rossofajettu.org

18 aprile 1991. A Briatico (Vibo Valentia) viene rapito il medico dentista Giancarlo Conocchiella, che viene ucciso durante il sequestro.
Durante il processo la figlia quindicenne di uno dei rapitori, Carlo Vavalà, collabora con la giustizia contribuendo alla incriminazione del padre, condannato per il delitto con sentenza definitiva. Successivamente Vavalà collaborerà con la giustizia e farà ritrovare il corpo di Giancarlo Conocchiella.

 

 

 

Fonte: archivio.unita.news
Articolo del 21 aprile 1991
Staffetta di ostaggi per l’Anonima
di Aldo Varano

Il rapimento a Vibo Valentia, quarantott’ore dopo liberazione del medico De Pascale. Un mese fa un minaccioso avvertimento: «O paghi o prenderemo tuo figlio Giuseppe».

Una preoccupante telefonata ai familiari. anomalie nell’atteggiamento dei banditi. La vittima, Giancarlo Conocchiella, in mano ad una banda di «scarsa professionalità»?

Spadroneggia l’Anonima sequestri: a 48 ore dalla liberazione (nella Locride) del medico Agostino De Pascale è stato sequestrato (dall’altro lato della Calabria) Giancarlo Conocchiella, 34 anni, anche lui medico. Questa volta si tratta di un rapimento annunciato: nei mesi scorsi il rapito aveva ricevuto un avvertimento per posta. Il racket delle tangenti forse ha scoperto che il sequestro paga di più.

VIBO VALENTIA (CZ).  C’è paura, sgomento e rabbia in questa nuova capitale dell’insicurezza che sta diventando Vibo, l’antico capoluogo della Calabria. Quello di giovedì pomeriggio, quando c’era ancora la luce del sole, qui viene considerato un sequestro annunciato, una continuazione della strategia terroristico-mafiosa scatenata dal racket della «mazzetta» che sta mettendo in ginocchio imprenditori e professionisti, commercianti e, perfino, piccoli bottegai. Non a caso due mesi fa era sceso in piazza tutto il paese: dal vescovo al segretario regionale della Cgil.

Proprio in quei giorni drammatici, mentre sparavano alle gambe del figlio del concessionario Olivetti che s’era rifiutato di pagare la tangente, quando il capo dei commerciami di Vibo aveva tappato la figlia in casa vietandole di andare a scuola perché non le sparassero addosso, a Giancarlo Conocchiella era arrivato l’«avvertimento», un segnale preciso ed inequivoco, che il postino gli aveva portato fin dentro casa. «O sborsi i quattrini che vogliamo» diceva la lettera anonima «o ci prendiamo Giuseppe per rapirlo».  Conocchiella, col terrore che mettessero le mani sul figlioletto di due anni, portò tutto quanto ai carabinieri. Non devono forse far così i cittadini per essere difesi dallo Stato? Ma la cosa morì lì e giovedì, mentre viaggiava da Briatico, dov’è medico condotto, a Vibo, dove possiede un avviato studio odontotecnico, l’Anonima l’ha ingoiato chiudendolo chissà dove.

«Grosso modo è andata cosi», conferma Domenico Piccione, zio del rapito, che s’è preso il compito di proteggere da questa nuova sofferenza la sorella, già colpita per la morte recente del marito e di un figlio di 26 anni. «Avevamo denunciato tutto». Del resto, che la famiglia dei Conocchiella fosse nel mirino delle cosche è un fatto vecchio. Il suocero di Giancarlo, Attilio Marcellini, farmacista, ne sa qualcosa. Più di una volta le porte della sua grande farmacia ad angolo nella strada buona di Vibo Marina, sono andate in briciole per fargli capire che anche lui, come tutti gli altri, doveva sottoporsi alle regole dei gruppi che qui fanno legge.

Proprio al farmacista è arrivata la prima telefonata: «Giancarlo è con noi. L’abbiamo sequestrato. Ci faremo sentire. State tranquilli e non avvertite i carabinieri sennò l’ammazziamo». Erano le venti e 15 di giovedì quando il dottor Marcellini ha saputo dall’Anonima che lui ed i suoi familiari erano ormai entrati nel tunnel doloroso di un rapimento. La catena di montaggio dell’industria dei sequestri funziona a pieno ritmo. La ‘ndrangheta si è ritrovata una cella vuota dopo il rilascio del medico di Bovalino, Agostino De Pascale? Nessun problema, 48 ore di tempo e la prigione è stata nuovamente utilizzata.

Giancarlo Conocchiella è il figlio dell’ex sindaco di Briatico, un paesino del Vibonese, morto lo scorso anno quand’ancora occupava la carica di assessore DC alla Provincia di Catanzaro. Anche Giancarlo si occupa di politica. «Ci vediamo più tardi alla riunione del Comitato direttivo», aveva detto ai suoi amici democristiani qualche minuto prima di finire in mano ai banditi.

Lo hanno preso mentre a bordo della sua «YIO» viaggiava da Briatico verso Vibo, dove possiede uno studio odontotecnico ben avviato. La trappola è scattata all’altezza del camping «Squalo 33» sulla provinciale che costeggia il mare, uno dei punti più belli dell’intera costa calabrese. Due auto, una avanti e l’altra dietro, hanno chiuso l’utilitaria in una tenaglia costringendo il medico ad arrendersi.

Per i Conocchiella ed i Marcellini dopo lo squillo in farmacia, è cominciata la ricerca frenetica di Giancarlo.  Un’angoscia molto più atroce di quella drammatica delle bombe del racket delle tangenti contro la farmacia. Una angoscia che s’è via via dilatata fino all’incubo di una seconda telefonata che ha spezzato la speranza di uno scherzo di cattivo gusto. I banditi hanno spiegato ad Audina Marcellini, moglie di Giancarlo, che la «YIO» era stata parcheggiata vicino Tropea, a Marina di Vescovato. «Le chiavi sono attaccate al quadro. Per Giancarlo state tranquilli. Ci risentiremo». Il comportamento dei banditi è apparso anomalo. L’Anonima fa scorrere parecchio tempo prima di stabilire il contatto. L’obiettivo è quello di far crescere paura ed inquietudine: una tortura psicologica per spingere i familiari ad accettare le condizioni degli strateghi del sequestro.

«In famiglia c’è perplessità», dice amaro Domenico Piccione. «Potrebbe avere agito un gruppo di scarsa professionalità». E, paradossalmente, l’ipotesi più inquietante. Conocchiella potrebbe essere stato preso per essere rivenduto, ma chi l’ha sequestrato potrebbe anche non essere in grado di gestire una partita complessa come quella del sequestro.

 

 

 

Articolo del Corriere della Sera del 17.04.94
” Conocchiella ucciso e murato ”
di Virgilio Squillace
Assise processo. Vavalà Mariangela 15 anni ha testimoniato coraggiosamente contro il padre.
Nel dibattimento che vede imputato Vavalà Carlo 42 anni, presunto telefonista della banda dei rapitori, si scopre che la pentita Candela Maria Stefania avrebbe confidato a un maresciallo che Conocchiella Giancarlo sarebbe stato ucciso e murato subito dopo il sequestro.

VIBO VALENTIA (Catanzaro). “Assassino!”. Il grido di mamma Elisabetta ha lacerato l’aria, nel silenzio carico di tensione dell’aula del Tribunale. “Assassino! Elisabetta Piccione ha maledetto ancora una volta Carlo Vavalà, seduto a pochi metri. ti avevo promesso qualsiasi cosa purché mi restituissi mio figlio!”. Hanno taciuto tutti, mentre la mamma di Giancarlo Conocchiella si lasciava andare a un pianto dirotto. L’hanno portata via. Un attimo dopo il presidente Giuseppe Vitale ha sospeso l’udienza. Così anche il maresciallo Salvatore Urrata, comandante la stazione di Briatico, si è alzato in piedi interrompendo la testimonianza che aveva scatenato la reazione della signora Piccione.

Il maresciallo è uscito nel corridoio, si è acceso una sigaretta e ha ripensato alle parole pronunciate poco prima davanti alla corte: “Giancarlo Conocchiella è stato ucciso subito dopo il sequestro ed è stato murato nel cemento. Me lo ha detto Maria Stefania Candela, che ha riferito di aver appreso questi fatti ascoltando in un’officina di Briatico il colloquio fra suo cugino Nicola Candela e l’imputato Carlo Vavalà. Uno dei due avrebbe detto: “Che fine ha fatto Conocchiella?”. E l’altro: “L’abbiamo sistemato e cementato!”. Sono queste le parole che l’altro ieri sera in Tribunale, alla quinta udienza del processo contro il presunto telefonista della banda che sequestrò Conocchiella, sono cadute come una lapide sulla vicenda del dentista di 34 anni rapito la sera del 18 aprile 1991. “La sopravvivenza è improbabile”, aveva dichiarato il 2 febbraio ’93 il capo della Polizia, Parisi. “Conocchiella è morto” ripeteva da tempo il tam tam degli investigatori, ma testimonianze attendibili non se n’erano avute.

E così la speranza restava: Elisabetta Piccione, 64 anni, vedova, mamma di Giancarlo, era andata persino da Natuzza, la “santona” che parla con i morti: senza esito. Perciò questa donna disperata, sempre composta, l’altra sera ha avuto il suo primo cedimento. Seduta davanti a lei, la moglie di Giancarlo: Audinia Marcellini, 24 anni, madre di un bimbo di 5, per tutto il tempo è rimasta impietrita, scoppiando in lacrime solo a udienza conclusa. Sul suo pianto si è chiusa la puntata del processo che vede alla sbarra Carlo Vavalà, 42 anni, presunto telefonista della banda.

La novità è appunto quella che riguarda la testimonianza di una giovane donna, che ha cominciato a “collaborare” e per questo, da mesi, vive protetta in una località segreta del Nord. Maria Stefania Candela ha riferito il colloquio fra un cugino, Nicola Candela, e Carlo Vavalà. Mentre quest’ ultimo è stato catturato il 26 ottobre ’91 in Germania, di “Nicolino” Candela non si sa nulla da 2 anni: forse è vittima della “lupara bianca”. Ma un’altra coraggiosa ragazza ha parlato l’altra sera in Tribunale: Mariangela, figlia quindicenne di Carlo Vavalà. Ascoltate in aula le registrazioni di 19 telefonate dei fuorilegge alla famiglia Conocchiella, la ragazza non ha esitato a riconoscere in cinque di quelle la voce di suo padre. La parola in codice era “Odissea”, il telefonista si presentava come “Omero”, biascicando in un buffo calabro romanesco. Ma Mariangela non ha avuto dubbi.

 

 

Fonte:  ricerca.repubblica.it
Articolo del 18 dicembre 1996
TROVATO IN UN FOSSO IL CADAVERE DEL DENTISTA RAPITO

VIBO VALENTIA – La madre aveva offerto un miliardo, pur di sapere dove fosse sotterrato quel suo figlio rapito. Ma nessuno si era fatto avanti, nessuno aveva infranto il muro di omertà. Il cadavere di Giancarlo Conocchiella, il dentista di Briatico, sequestrato il 18 aprile 1991 (aveva 34 anni), è stato trovato ieri, in fondo a un fosso. Un nuovo pentito ha parlato. Ha voluto dare una prova tangibile della propria credibilità, ha voluto liberarsi di un peso enorme. Il giovane Conocchiella, pare, venne eliminato perché era un peso per la banda accerchiata dalle forze dell’ordine. I carabinieri ritennero quasi subito di avere individuato la banda che lo aveva rapito e ucciso, ma la Procura della Repubblica di Vibo Valentia non mosse un dito. Non si trovava il cadavere, come individuare responsabilità? Solo il telefonista della banda, Carlo Vadalà, venne processato e condannato al termine di udienze drammatiche durante le quali anche la figlia lo accusò, riconoscendo la sua voce, nelle conversazioni telefoniche tra l’anonima e la famiglia del rapito. Poi sulla vicenda era calato il silenzio, interrotto solo dagli appelli della madre di Conocchiella, Elisabetta Piccione, e dalle lacrime della moglie, Audinia Marcellini, rimasta con un figlio che era appena nato quando avvenne il rapimento. Ma il sequestro dimenticato è tornato di drammatica attualità anche per gli investigatori nelle scorse settimane. In una retata antimafia è caduto qualcuno che sapeva. Ha parlato. I vigili del fuoco, su incarico della Procura antimafia di Catanzaro, ieri mattina hanno iniziato a scavare in una località del comune di Cessaniti, pochi chilometri dal luogo del sequestro. Nella stessa zona, a quanto pare, ci sarebbe stata la prigione, anch’ essa individuata dagli inquirenti. Il rinvenimento dei resti di Conocchiella è avvenuto ieri pomeriggio. La località era già nota agli inquirenti. Se ne era parlato anche durante il processo che ha portato alla condanna di Carlo Vadalà. Adesso potrà essere finalmente chiarito se veramente a portare a termine il rapimento sia stata la banda costituitasi per l’occasione (sul modello dei sequestri sardi), magari con l’avallo della grande mafia che controlla tutto il Vibonese. (p s)

 

 

 

Fonte:  ricerca.repubblica.it
Articolo del 9 gennaio 1997
CONOCCHIELLA SEQUESTRATO PER ESSERE UCCISO
di Pantaleone Sergi

CATANZARO – Misteri e cadaveri sullo sfondo del sequestro Conocchiella. I nuovi capitoli dell’indagine, dopo il ritrovamento del corpo del professionista avvenuto in fondo a un pozzo e l’ arresto di un secondo carceriere, Antonio Pititto, 43 anni, delineano scenari di morte. Due dei rapitori sono stati ammazzati e un terzo è scomparso, vittima di lupara bianca, per avere rapito ed eliminato il giovane dentista. Gli inquirenti ancora non lo dicono apertamente, ma sono stati “puniti” per “lesa mafiosità”: Francesco Santaguida e Filippo Vita, ammazzati a maggio e a settembre 1992, e Nicola Candela, “scomparso” nel gennaio dello stesso anno, avevano osato mettere a segno un rapimento senza “licenza” e soprattutto avevano colpito una famiglia già sotto la protezione del racket delle mazzette. Ma non sarebbe finita qui. C’ è un’ altra morte legata a questo sequestro anomalo. Quella di Filippo Piccione, zio materno di Giancarlo Conocchiella, assassinato la domenica di carnevale del ’92. Potrebbe essere stato ucciso perché arrivato, prima degli inquirenti, troppo vicino alla sconvolgente verità. Verità che adesso vien fuori, raggelante, e mette a fuoco il quadro criminale, riaprendo ferite che il tempo aveva in parte rimarginato. Parla il telefonista della banda Carlo Vavalà, che si è preso 26 anni di carcere e adesso è pentito, pentito vero, convinto dalla figlia ragazzina, Mariangela, che riconoscendo la sua voce registrata lo aveva fatto condannare. In verità i carabinieri, che ieri a Catanzaro hanno tenuto una conferenza stampa sugli sviluppi della vicenda e l’ emissione da parte dei magistrati antimafia di quattro comunicazioni di garanzia contro i presunti mandanti del sequestro, si affannano a dire che i tre rapitori sono stati eliminati solo per contrasti insorti nella banda. Quali? Il silenzio è totale. In passato qualche banda si è scannata per spartirsi il riscatto. Ma in questo caso il riscatto è stato solo richiesto (tre miliardi) e mai incassato. La banda che rapì Conocchiella il 18 aprile del 1991, infatti, uccise l’ ostaggio con due colpi di pistola, uno alla nuca e uno alla tempia, tra la fine di luglio e gli inizi di agosto successivi e non fu mai in grado, quindi, di concludere un accordo con la famiglia che richiedeva prove di esistenza in vita del proprio congiunto. Tornano così, corroborate da prove e testimonianze, le intuizioni della prima ora. Conocchiella, 34 anni quando venne prelevato dal commando, potrebbe essere stato rapito per una sorta di ritorsione dei banditi nei confronti del suocero, Attilio Marcellini, la cui farmacia a Vibo Marina aveva dovuto subire diverse “attenzioni” estorsive. Subito dopo avere prelevato l’ ostaggio, infatti, la banda, in maniera inedita nella storia tragica dei sequestri di persona, si premurò di telefonare più volte in poche ore per stabilire un contatto, dettare le condizioni per il rilascio, far ritrovare l’ auto del professionista. Era l’ inizio della tragedia. I carabinieri lo dicono espressamente ma non spiegano il perché della preventiva condanna a morte: Conocchiella sarebbe stato ucciso comunque. Anche se la famiglia avesse pagato il riscatto. La storia presenta ancora molte zone d’ ombra. Qual è il ruolo, per esempio, di Lina Costanzo, ex convivente di Vadalà, già indagata dalla Procura di Vibo Valentia?.
Le parole del pentito e i riscontri degli investigatori potrebbero, comunque, chiarire tutto al più presto.

 

 

 

Articolo della Gazzetta del Sud del 14.05.99 
Vibo / La madre del dentista rapito e ucciso rompe il silenzio e attacca Vavalà
di Nicola Lopreiato
«Non consento a quell’uomo di fare certe affermazioni»

VIBO VALENTIA – «Non permetto a nessuno di offendere la memoria di mio figlio…». Elisabetta Piccione, la madre di Giancarlo Conocchiella, il dentista di Briatico sequestrato e ucciso nel 1991, parla con le lacrime agli occhi. Scuote la testa, come per dire: «Possibile che non sono ancora contenti del male che è stato fatto a me e alla mia famiglia?». Non accetta che il suo Giancarlo, i cui miseri resti sono stati trovati due anni fa in fondo ad un pozzo in località “Scri” della frazione San Cono di Cessaniti, possa essere descritto come una persona che per ottenere giustizia si sarebbe messo sullo stesso livello di personaggi malavitosi, al punto di arrivare a chiedere l’eliminazione di alcuni mafiosi della zona. Una tesi, questa, che Carlo Vavalà l’altro ieri ha ribadito davanti ai giudici della Corte d’Assise dov’è in corso il processo ad Antonio Pititto, 45 anni di Cessaniti, indicato come uno dei componenti della banda che sequestrò ed uccise il giovane medico. «Ho piena fiducia nella magistratura e sono convinta che alla fine la verità verrà a galla, ma ritengo – dice Elisabetta Piccione – che anche i bugiardi debbano avere buona memoria. Perché se non c’è memoria è chiaro che Carlo Vavalà non potrà mai ricordare di avere sempre sostenuto di non conoscere Giancarlo…». La madre del dentista si dispera, vorrebbe poter dimostrare con fatti che Vavalà mente quando parla in questi termini di suo figlio: «Giancarlo era il medico dei poveri; è cresciuto in una famiglia di sani principi; non si faceva pagare da nessuno. Per questo motivo non accetto che venga descritto come un delinquente…». Quanto dolore riaprire una piaga, che non si potrà mai rimarginare, per una donna che da otto anni piange in silenzio un dramma immenso che ha colpito la sua famiglia: «C’è un processo in corso e non voglio interferire, sono fiduciosa, convinta che i giudici sapranno trovare la verità, ma voglio che si porti rispetto per mio figlio e verso la sua professione di medico. Lo chiedo solo per la sua memoria. A me non rimane più nulla, mi hanno distrutto, mi hanno tolto l’aria, il respiro…». Elisabetta Piccione rialza la testa ed aggiunge altri particolari che gettano ombre sulla credibilità di Carlo Vavalà, già condannato a 26 anni di carcere dal Tribunale di Vibo Valentia perché ritenuto il telefonista della banda di sequestratori. Ma attualmente il testimone chiave di questo processo è collaboratore di giustizia. Sulla base delle sue dichiarazioni, infatti, furono trovati i resti del medico di Briatico a distanza di circa sei anni dal sequestro. «Nell’udienza di mercoledì – aggiunge la donna – ha sostenuto che sono andata a trovarlo in carcere. Questo è vero, mi sono recata a Livorno, quando Vavalà era detenuto in quel penitenziario accompagnata da un avvocato, nel disperato tentativo di avere notizie di mio figlio. Durante quel colloquio mi confermò di non sapere nulla. Oggi invece…». Dal dolore della madre di Giancarlo Conocchiella, al processo in Corte d’Assise dove ieri il collaboratore di giustizia è caduto in alcune contraddizioni soprattutto sulle circostanze che hanno portato al drammatico sequestro. Pertanto di fronte alle domande del pm Mariano Lombardi, Vavalà s’è rifiutato di rispondere sostenendo di stare male al punto che la difesa di Pititto, rappresentata dall’avv. Giovanni Marafioti, ha chiesto alla Corte d’accertare l’effettivo malore del testimone. La Corte, infine, ha acquisito tutte le testimonianze rese in precedenza da Carlo Vavalà. L’udienza riprenderà il diciannove maggio.

 

 

 

Foto e Articolo del 21 Aprile 2011 da rossofajettu.org
Omicidio Conocchiella, ancora un caso aperto
di Angelo De Luca

Fu Mariangela, la figlia ancora adolescente dell’unico, ad oggi, condannato per il sequestro Conocchiella, a riconoscere la voce di quel sedicente “Omero”, autore di quelle telefonate che chiedevano, in uno strano miscuglio dialettale calabro-romanesco, il riscatto per la liberazione. Omero, altri non era che il padre di Mariangela, quel Carlo Vavalà, condannato a 26 anni di carcere e, dopo la testimonianza coraggiosa della figlia, collaboratore di giustizia. Carlo Vavalà sapeva tutto di Giancarlo Conocchiella. Era un suo paziente da anni. Non solo lui. Lui ed altri personaggi trascinati da Vavalà nell’inchiesta sul sequestro. Come ad esempio Nicola Candela, forse uno degli esecutori materiali, oggi scomparso per via, si sospetta, di un caso di lupara bianca. Anche qui, decisiva la testimonianza di un familiare, che, sentendo le parole del cugino – «sì è tutto apposto lo abbiamo ammazzato subito e cementato» – non ha esitato a riferire agli inquirenti quella macabra frase detta in una conversazione “tra amici”. La banda, dunque, conosceva le abitudini del noto dentista di Briatico, nonché giovane politico di belle speranze. Pare addirittura che la sera del sequestro, Vavalà e Candela si fossero intrattenuti qualche momento al bar con il loro dottore. Dopo poche ore, vittime e carnefici, si sarebbero di nuovo incontrati. Scatta il rapimento. In tarda serata, mentre Conocchiella era a Vibo Marina a bordo della sua Autobianchi “Y10”, i due (o più) balordi mercenari, avrebbero svolto il loro compito. Da qui, da quel 19 aprile 1991, inizierà il periodo di carcerazione per Conocchiella, che tornerà a casa solo da morto quasi tre anni dopo. E dopo un primo periodo di silenzio, Vavalà, incastrato e schiacciato dall’evidenza delle prove a suo carico, inizia a parlare. Fa nomi. Nomi e cognomi. Lucidamente analizza il movente, la modalità del sequestro e il luogo della sepoltura. Ma ancor di più, Vavalà, tira fuori mandanti ed esecutori. Lo stesso descriverà gli attimi che hanno preceduto l’esecuzione. In una sua deposizione davanti ai giudici e davanti agli occhi della madre che nella disperazione grida a squarciagola «assassini», spiegherà la terribile scena: «Lo abbiamo messo in ginocchio e gli abbiamo sparato cinque colpi in testa. Poi abbiamo messo il corpo in una carriola e lo abbiamo portato in una cava». Era il 16 aprile del 1994. Ed è proprio in una cava, a Cessaniti, che il 17 dicembre del 1996 viene ritrovato in un pozzo il corpo senza vita di Giancarlo Conocchiella. Proprio come riferito dal Vavalà. Da qui, da questa confessione e dalle convinzioni dei familiari della vittima, che da sempre hanno spinto la Procura di Vibo, diretta all’epoca da Bruno Scriva, a fare luce sulla vita di Vavalà per arrivare alla verità, la chiusura del cerchio pareva essere vicina. Ma diversi intoppi e, forse, depistaggi architettati strategicamente da menti perverse interne a logiche politico-mafiose, hanno fatto sì che il sequestro Conocchiella rimanesse, dopo vent’anni, insoluto. Addirittura, il pentito Vavalà, in una sua seconda deposizione, mise sotto accusa la vita di Conocchiella, dichiarando che il dentista è stato ucciso perché «voleva un delitto». In altre parole avrebbe assoldato, secondo la testimonianza di Vavalà, due latitanti per far fuori niente meno che Nicola Tripodi, boss reggino che, sempre secondo quella vecchia testimonianza del pentito, taglieggiava da tempo Conocchiella. Una richiesta pagata a caro prezzo. Ma chi ha avuto modo di conoscere Giancarlo Conocchiella questa eventualità non la prende nemmeno in considerazione. E poi, arrivare ad assoldare due latitanti per uccidere un boss, a cosa avrebbe portato? Non di certo alla tranquillità. La famiglia del compianto Giancarlo, a vent’anni dalla sua morte, invoca verità, giustizia e ricordo. Chiede la riapertura del caso. Già, perché dopo anni di indagini «sommarie», tutto è finito lentamente nel dimenticatoio. Persino Vavalà è scomparso dalle scene. Gli unici liberi, e di questo ne sono certi i familiari della vittima, sono gli esecutori materiali e i mandanti, che «vivono la loro vita come se nulla fosse mai accaduto».

 

 

 

 

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