18 Aprile 1991 Vibo Marina. Rapito Giancarlo Conocchiella, medico dentista di 34 anni.

Foto da: rossofajettu.org

Giancarlo Conocchiella, dentista di Briatico, nonché giovane politico di belle speranze, fu rapito a Vibo Marina il 18 aprile del 1991. Tornerà a casa solo da morto quasi tre anni dopo, il 17 dicembre del 1996, infatti, viene ritrovato in un pozzo il suo corpo senza vita. Uno dei sequestratori, Carlo Vavalà, dopo un primo periodo di silenzio, incastrato e schiacciato dall’evidenza delle prove a suo carico, inizia a parlare. Fa nomi e cognomi. Lucidamente analizza il movente, la modalità del sequestro e il luogo della sepoltura. Ma ancor di più, Vavalà, tira fuori mandanti ed esecutori. Lo stesso descriverà gli attimi che hanno preceduto l’esecuzione. In una sua deposizione davanti ai giudici e davanti agli occhi della madre che nella disperazione grida a squarciagola «assassini», spiegherà la terribile scena: «Lo abbiamo messo in ginocchio e gli abbiamo sparato cinque colpi in testa. Poi abbiamo messo il corpo in una carriola e lo abbiamo portato in una cava». Era il 16 aprile del 1994. Ed è proprio in una cava, a Cessaniti, che il 17 dicembre del 1996 viene ritrovato in un pozzo il corpo senza vita di Giancarlo Conocchiella. Proprio come riferito dal Vavalà. Da qui, da questa confessione e dalle convinzioni dei familiari della vittima, che da sempre hanno spinto la Procura di Vibo, diretta all’epoca da Bruno Scriva, a fare luce sulla vita di Vavalà per arrivare alla verità, la chiusura del cerchio pareva essere vicina. Ma diversi intoppi e, forse, depistaggi architettati strategicamente da menti perverse interne a logiche politico-mafiose, hanno fatto sì che il sequestro Conocchiella rimanesse, dopo vent’anni, insoluto. Addirittura, il pentito Vavalà, in una sua seconda deposizione, mise sotto accusa la vita di Conocchiella, dichiarando che il dentista è stato ucciso perché «voleva un delitto». In altre parole avrebbe assoldato, secondo la testimonianza di Vavalà, due latitanti per far fuori niente meno che Nicola Tripodi, boss reggino che, sempre secondo quella vecchia testimonianza del pentito, taglieggiava da tempo Conocchiella. Una richiesta pagata a caro prezzo. Ma chi ha avuto modo di conoscere Giancarlo Conocchiella questa eventualità non la prende nemmeno in considerazione. E poi, arrivare ad assoldare due latitanti per uccidere un boss, a cosa avrebbe portato? Non di certo alla tranquillità. La famiglia del compianto Giancarlo invoca verità, giustizia e ricordo. Chiede la riapertura del caso. Già, perché dopo anni di indagini «sommarie», tutto è finito lentamente nel dimenticatoio. Persino Vavalà è scomparso dalle scene. Gli unici liberi, e di questo ne sono certi i familiari della vittima, sono gli esecutori materiali e i mandanti, che «vivono la loro vita come se nulla fosse mai accaduto». (tratto da un articolo del 2011 – rossofajettu.org)

 

 

 

 

Foto e Articolo del 21 Aprile 2011 da rossofajettu.org
Omicidio Conocchiella, ancora un caso aperto
di Angelo De Luca

Fu Mariangela, la figlia ancora adolescente dell’unico, ad oggi, condannato per il sequestro Conocchiella, a riconoscere la voce di quel sedicente “Omero”, autore di quelle telefonate che chiedevano, in uno strano miscuglio dialettale calabro-romanesco, il riscatto per la liberazione. Omero, altri non era che il padre di Mariangela, quel Carlo Vavalà, condannato a 26 anni di carcere e, dopo la testimonianza coraggiosa della figlia, collaboratore di giustizia. Carlo Vavalà sapeva tutto di Giancarlo Conocchiella. Era un suo paziente da anni. Non solo lui. Lui ed altri personaggi trascinati da Vavalà nell’inchiesta sul sequestro. Come ad esempio Nicola Candela, forse uno degli esecutori materiali, oggi scomparso per via, si sospetta, di un caso di lupara bianca. Anche qui, decisiva la testimonianza di un familiare, che, sentendo le parole del cugino – «sì è tutto apposto lo abbiamo ammazzato subito e cementato» – non ha esitato a riferire agli inquirenti quella macabra frase detta in una conversazione “tra amici”. La banda, dunque, conosceva le abitudini del noto dentista di Briatico, nonché giovane politico di belle speranze. Pare addirittura che la sera del sequestro, Vavalà e Candela si fossero intrattenuti qualche momento al bar con il loro dottore. Dopo poche ore, vittime e carnefici, si sarebbero di nuovo incontrati. Scatta il rapimento. In tarda serata, mentre Conocchiella era a Vibo Marina a bordo della sua Autobianchi “Y10”, i due (o più) balordi mercenari, avrebbero svolto il loro compito. Da qui, da quel 19 aprile 1991, inizierà il periodo di carcerazione per Conocchiella, che tornerà a casa solo da morto quasi tre anni dopo. E dopo un primo periodo di silenzio, Vavalà, incastrato e schiacciato dall’evidenza delle prove a suo carico, inizia a parlare. Fa nomi. Nomi e cognomi. Lucidamente analizza il movente, la modalità del sequestro e il luogo della sepoltura. Ma ancor di più, Vavalà, tira fuori mandanti ed esecutori. Lo stesso descriverà gli attimi che hanno preceduto l’esecuzione. In una sua deposizione davanti ai giudici e davanti agli occhi della madre che nella disperazione grida a squarciagola «assassini», spiegherà la terribile scena: «Lo abbiamo messo in ginocchio e gli abbiamo sparato cinque colpi in testa. Poi abbiamo messo il corpo in una carriola e lo abbiamo portato in una cava». Era il 16 aprile del 1994. Ed è proprio in una cava, a Cessaniti, che il 17 dicembre del 1996 viene ritrovato in un pozzo il corpo senza vita di Giancarlo Conocchiella. Proprio come riferito dal Vavalà. Da qui, da questa confessione e dalle convinzioni dei familiari della vittima, che da sempre hanno spinto la Procura di Vibo, diretta all’epoca da Bruno Scriva, a fare luce sulla vita di Vavalà per arrivare alla verità, la chiusura del cerchio pareva essere vicina. Ma diversi intoppi e, forse, depistaggi architettati strategicamente da menti perverse interne a logiche politico-mafiose, hanno fatto sì che il sequestro Conocchiella rimanesse, dopo vent’anni, insoluto. Addirittura, il pentito Vavalà, in una sua seconda deposizione, mise sotto accusa la vita di Conocchiella, dichiarando che il dentista è stato ucciso perché «voleva un delitto». In altre parole avrebbe assoldato, secondo la testimonianza di Vavalà, due latitanti per far fuori niente meno che Nicola Tripodi, boss reggino che, sempre secondo quella vecchia testimonianza del pentito, taglieggiava da tempo Conocchiella. Una richiesta pagata a caro prezzo. Ma chi ha avuto modo di conoscere Giancarlo Conocchiella questa eventualità non la prende nemmeno in considerazione. E poi, arrivare ad assoldare due latitanti per uccidere un boss, a cosa avrebbe portato? Non di certo alla tranquillità. La famiglia del compianto Giancarlo, a vent’anni dalla sua morte, invoca verità, giustizia e ricordo. Chiede la riapertura del caso. Già, perché dopo anni di indagini «sommarie», tutto è finito lentamente nel dimenticatoio. Persino Vavalà è scomparso dalle scene. Gli unici liberi, e di questo ne sono certi i familiari della vittima, sono gli esecutori materiali e i mandanti, che «vivono la loro vita come se nulla fosse mai accaduto».

 

 

Articolo del Corriere della Sera del 17.04.94
” Conocchiella ucciso e murato ”
di Virgilio Squillace
Assise processo. Vavalà Mariangela 15 anni ha testimoniato coraggiosamente contro il padre.
Nel dibattimento che vede imputato Vavalà Carlo 42 anni, presunto telefonista della banda dei rapitori, si scopre che la pentita Candela Maria Stefania avrebbe confidato a un maresciallo che Conocchiella Giancarlo sarebbe stato ucciso e murato subito dopo il sequestro.

VIBO VALENTIA (Catanzaro). “Assassino!”. Il grido di mamma Elisabetta ha lacerato l’aria, nel silenzio carico di tensione dell’aula del Tribunale. “Assassino! Elisabetta Piccione ha maledetto ancora una volta Carlo Vavalà, seduto a pochi metri. ti avevo promesso qualsiasi cosa purché’ mi restituissi mio figlio!”. Hanno taciuto tutti, mentre la mamma di Giancarlo Conocchiella si lasciava andare a un pianto dirotto. L’hanno portata via. Un attimo dopo il presidente Giuseppe Vitale ha sospeso l’udienza. Così anche il maresciallo Salvatore Urrata, comandante la stazione di Briatico, si è alzato in piedi interrompendo la testimonianza che aveva scatenato la reazione della signora Piccione. Il maresciallo è uscito nel corridoio, si è acceso una sigaretta e ha ripensato alle parole pronunciate poco prima davanti alla corte: “Giancarlo Conocchiella è stato ucciso subito dopo il sequestro ed è stato murato nel cemento. Me lo ha detto Maria Stefania Candela, che ha riferito di aver appreso questi fatti ascoltando in un’officina di Briatico il colloquio fra suo cugino Nicola Candela e l’imputato Carlo Vavalà. Uno dei due avrebbe detto: “Che fine ha fatto Conocchiella?”. E l’altro: “L’abbiamo sistemato e cementato!”. Sono queste le parole che l’altro ieri sera in Tribunale, alla quinta udienza del processo contro il presunto telefonista della banda che sequestrò Conocchiella, sono cadute come una lapide sulla vicenda del dentista di 34 anni rapito la sera del 18 aprile 1991. “La sopravvivenza è improbabile”, aveva dichiarato il 2 febbraio ’93 il capo della Polizia, Parisi. “Conocchiella è morto” ripeteva da tempo il tam tam degli investigatori, ma testimonianze attendibili non se n’erano avute. E così la speranza restava: Elisabetta Piccione, 64 anni, vedova, mamma di Giancarlo, era andata persino da Natuzza, la “santona” che parla con i morti: senza esito. Perciò questa donna disperata, sempre composta, l’altra sera ha avuto il suo primo cedimento. Seduta davanti a lei, la moglie di Giancarlo: Audinia Marcellini, 24 anni, madre di un bimbo di 5, per tutto il tempo è rimasta impietrita, scoppiando in lacrime solo a udienza conclusa. Sul suo pianto si è chiusa la puntata del processo che vede alla sbarra Carlo Vavalà, 42 anni, presunto telefonista della banda. La novità è appunto quella che riguarda la testimonianza di una giovane donna, che ha cominciato a “collaborare” e per questo, da mesi, vive protetta in una località segreta del Nord. Maria Stefania Candela ha riferito il colloquio fra un cugino, Nicola Candela, e Carlo Vavalà. Mentre quest’ ultimo è stato catturato il 26 ottobre ’91 in Germania, di “Nicolino” Candela non si sa nulla da 2 anni: forse è vittima della “lupara bianca”. Ma un’altra coraggiosa ragazza ha parlato l’altra sera in Tribunale: Mariangela, figlia quindicenne di Carlo Vavalà. Ascoltate in aula le registrazioni di 19 telefonate dei fuorilegge alla famiglia Conocchiella, la ragazza non ha esitato a riconoscere in cinque di quelle la voce di suo padre. La parola in codice era “Odissea”, il telefonista si presentava come “Omero”, biascicando in un buffo calabro romanesco. Ma Mariangela non ha avuto dubbi.

 

 

Fonte: https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1996/12/18/trovato-in-un-fosso-il-cadavere-del.html
Articolo del 18 dicembre 1996
TROVATO IN UN FOSSO IL CADAVERE DEL DENTISTA RAPITO

VIBO VALENTIA – La madre aveva offerto un miliardo, pur di sapere dove fosse sotterrato quel suo figlio rapito. Ma nessuno si era fatto avanti, nessuno aveva infranto il muro di omertà. Il cadavere di Giancarlo Conocchiella, il dentista di Briatico, sequestrato il 18 aprile 1991 (aveva 34 anni), è stato trovato ieri, in fondo a un fosso. Un nuovo pentito ha parlato. Ha voluto dare una prova tangibile della propria credibilità, ha voluto liberarsi di un peso enorme. Il giovane Conocchiella, pare, venne eliminato perché era un peso per la banda accerchiata dalle forze dell’ordine. I carabinieri ritennero quasi subito di avere individuato la banda che lo aveva rapito e ucciso, ma la Procura della Repubblica di Vibo Valentia non mosse un dito. Non si trovava il cadavere, come individuare responsabilità? Solo il telefonista della banda, Carlo Vadalà, venne processato e condannato al termine di udienze drammatiche durante le quali anche la figlia lo accusò, riconoscendo la sua voce, nelle conversazioni telefoniche tra l’anonima e la famiglia del rapito. Poi sulla vicenda era calato il silenzio, interrotto solo dagli appelli della madre di Conocchiella, Elisabetta Piccione, e dalle lacrime della moglie, Audinia Marcellini, rimasta con un figlio che era appena nato quando avvenne il rapimento. Ma il sequestro dimenticato è tornato di drammatica attualità anche per gli investigatori nelle scorse settimane. In una retata antimafia è caduto qualcuno che sapeva. Ha parlato. I vigili del fuoco, su incarico della Procura antimafia di Catanzaro, ieri mattina hanno iniziato a scavare in una località del comune di Cessaniti, pochi chilometri dal luogo del sequestro. Nella stessa zona, a quanto pare, ci sarebbe stata la prigione, anch’ essa individuata dagli inquirenti. Il rinvenimento dei resti di Conocchiella è avvenuto ieri pomeriggio. La località era già nota agli inquirenti. Se ne era parlato anche durante il processo che ha portato alla condanna di Carlo Vadalà. Adesso potrà essere finalmente chiarito se veramente a portare a termine il rapimento sia stata la banda costituitasi per l’occasione (sul modello dei sequestri sardi), magari con l’avallo della grande mafia che controlla tutto il Vibonese. (p s)

 

 

 

Articolo della Gazzetta del Sud del 14.05.99 
Vibo / La madre del dentista rapito e ucciso rompe il silenzio e attacca Vavalà
di Nicola Lopreiato
«Non consento a quell’uomo di fare certe affermazioni»

VIBO VALENTIA – «Non permetto a nessuno di offendere la memoria di mio figlio…». Elisabetta Piccione, la madre di Giancarlo Conocchiella, il dentista di Briatico sequestrato e ucciso nel 1991, parla con le lacrime agli occhi. Scuote la testa, come per dire: «Possibile che non sono ancora contenti del male che è stato fatto a me e alla mia famiglia?». Non accetta che il suo Giancarlo, i cui miseri resti sono stati trovati due anni fa in fondo ad un pozzo in località “Scri” della frazione San Cono di Cessaniti, possa essere descritto come una persona che per ottenere giustizia si sarebbe messo sullo stesso livello di personaggi malavitosi, al punto di arrivare a chiedere l’eliminazione di alcuni mafiosi della zona. Una tesi, questa, che Carlo Vavalà l’altro ieri ha ribadito davanti ai giudici della Corte d’Assise dov’è in corso il processo ad Antonio Pititto, 45 anni di Cessaniti, indicato come uno dei componenti della banda che sequestrò ed uccise il giovane medico. «Ho piena fiducia nella magistratura e sono convinta che alla fine la verità verrà a galla, ma ritengo – dice Elisabetta Piccione – che anche i bugiardi debbano avere buona memoria. Perché se non c’è memoria è chiaro che Carlo Vavalà non potrà mai ricordare di avere sempre sostenuto di non conoscere Giancarlo…». La madre del dentista si dispera, vorrebbe poter dimostrare con fatti che Vavalà mente quando parla in questi termini di suo figlio: «Giancarlo era il medico dei poveri; è cresciuto in una famiglia di sani principi; non si faceva pagare da nessuno. Per questo motivo non accetto che venga descritto come un delinquente…». Quanto dolore riaprire una piaga, che non si potrà mai rimarginare, per una donna che da otto anni piange in silenzio un dramma immenso che ha colpito la sua famiglia: «C’è un processo in corso e non voglio interferire, sono fiduciosa, convinta che i giudici sapranno trovare la verità, ma voglio che si porti rispetto per mio figlio e verso la sua professione di medico. Lo chiedo solo per la sua memoria. A me non rimane più nulla, mi hanno distrutto, mi hanno tolto l’aria, il respiro…». Elisabetta Piccione rialza la testa ed aggiunge altri particolari che gettano ombre sulla credibilità di Carlo Vavalà, già condannato a 26 anni di carcere dal Tribunale di Vibo Valentia perché ritenuto il telefonista della banda di sequestratori. Ma attualmente il testimone chiave di questo processo è collaboratore di giustizia. Sulla base delle sue dichiarazioni, infatti, furono trovati i resti del medico di Briatico a distanza di circa sei anni dal sequestro. «Nell’udienza di mercoledì – aggiunge la donna – ha sostenuto che sono andata a trovarlo in carcere. Questo è vero, mi sono recata a Livorno, quando Vavalà era detenuto in quel penitenziario accompagnata da un avvocato, nel disperato tentativo di avere notizie di mio figlio. Durante quel colloquio mi confermò di non sapere nulla. Oggi invece…». Dal dolore della madre di Giancarlo Conocchiella, al processo in Corte d’Assise dove ieri il collaboratore di giustizia è caduto in alcune contraddizioni soprattutto sulle circostanze che hanno portato al drammatico sequestro. Pertanto di fronte alle domande del pm Mariano Lombardi, Vavalà s’è rifiutato di rispondere sostenendo di stare male al punto che la difesa di Pititto, rappresentata dall’avv. Giovanni Marafioti, ha chiesto alla Corte d’accertare l’effettivo malore del testimone. La Corte, infine, ha acquisito tutte le testimonianze rese in precedenza da Carlo Vavalà. L’udienza riprenderà il diciannove maggio.

 

 

 

 

 

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