18 Gennaio 1994 Scilla (RC) I Carabinieri Antonino Fava e Vincenzo Garofalo uccisi in un agguato

Foto: Stop’ndrangheta.it

I carabinieri Antonino Fava e Vincenzo Garofalo, 36 e 31 anni, furono uccisi il 18 gennaio 1994, mentre, a bordo di un’auto di servizio, stavano scortando un furgone cellulare con a bordo un detenuto. Stavano viaggiando sull’A3 verso Palmi quando l’auto dei sicari si è affiancata alla gazzella dei carabinieri, sulla corsia Sud dell’Autostrada Salerno-Reggio Calabria, a tre chilometri dallo svincolo di Scilla, sparando decine di colpi con una mitraglietta. Una spedizione punitiva in piena regola.

 

 

Articolo di Stop’ndrangheta.it 
Calabria, agguato ai carabinieri
di Pantaleone Sergi – La Repubblica (19 gennaio 1994)

Trappola mortale per due carabinieri uccisi ieri sera da un commando mafioso in provincia di Reggio Calabria. Si chiamavano Vincenzo Garofalo e Antonino Fava, 31 e 36 anni, entrambi sposati, due figli il primo, tre il secondo. I due, entrambi appuntati, originari rispettivamente di Scicli in provincia di Ragusa e di Taurianova, nel Reggino, erano in servizio al Nucleo Radiomobile della Compagnia di Palmi. Sono stati crivellati a colpi di mitraglietta calibro nove e kalashnikov. Un inferno di fuoco, al quale hanno tentato disperatamente, quanto inutilmente, di sottrarsi. Secondo una prima ricostruzione, Garofalo e Fava erano sulla “Gazzella” e solo all’ultimo istante si sarebbero resi conto di essere il bersaglio del commando della ‘ Ndrangheta.
I sicari si sono affiancati all’auto dei carabinieri, sulla corsia Sud dell’Autostrada Salerno-Reggio Calabria, a tre chilometri dallo svincolo di Scilla. Una spedizione punitiva in piena regola. Resta da capire se l’obiettivo era simbolico, per “spaventare” gli altri, oppure l’agguato era mirato. In questo caso come facevano i killer a sapere del passaggio a quell’ora e in quel punto? Pare infatti che i due si stessero recando a Messina per prelevare un detenuto, forse un collaboratore di giustizia che, con l’agguato mortale, i clan hanno inteso terrorizzare perché tenga chiusa la bocca. Se confermata la circostanza si tratterà di accertare chi sapeva della missione. Garofalo e Fava sono morti all’ istante. Hanno cercato di difendersi, hanno tentato la fuga, forse uno di loro ha risposto al fuoco. Per duecento metri (sono rimaste lunghe tracce di gomma sull’ asfalto), con un disperato zig-zag hanno cercato di evitare la pioggia di proiettili. Ma il commando omicida ha avuto il sopravvento. Addirittura uno dei sicari, al termine della corsa, quando l’auto dei carabinieri si è bloccata, è sceso e da distanza ravvicinata ha sparato una raffica finale, un simbolico colpo di grazia come quello che i nazisti sparavano alla nuca delle loro vittime. Sul luogo della strage è stato quindi un via vai di auto delle forze dell’ ordine. Dopo pochi minuti sono arrivati anche i magistrati della procura distrettuale antimafia. La Gazzella dell’Arma con i due militari uccisi era un colabrodo colpita da tanti proiettili . I sicari non hanno risparmiato munizioni: una barbarie. La corsia sud dell’autostrada è stata bloccata per tutta la notte. Ed è iniziata anche una caccia ai killer in base alle scarne indicazioni sull’auto da loro usata. Tra le forze dell’ ordine la tensione è palpapile. “E’ un massacro, è un massacro”, ripete con gli occhi lucidi il colonnello Massimo Cetola, comandante provinciale dell’Arma. La ‘ndrangheta, che prepara attentati a magistrati, che ha subitto numerosi rovesci con decine e decine di arresti e, soprattutto, sequestri di beni, reagisce come una bestia ferita, tentando la via dell’attacco terroristico. L’attacco è avvenuto poco prima delle 23. Da diversi giorni, dopo il ritrovamento, avvenuto proprio a qualche centinaio di metri dalla strage di ieri notte, di un vero e proprio arsenale di armi, tra cui una mitragliatrice Mg 34 che doveva servire, secondo i pentiti, per attentare alla vita del procuratore di Napoli Agostino Cordova, questo tratto di autostrada era stato messo sotto controllo dalle forze dell’ordine. Anche ieri notte pattuglie di carabinieri si trovavano la zona. Si sapeva che le cosche reggine stavano per compiere un attentato che doveva essere eclatante, tanto che per stamattina a Reggio era già in programma una riunione del comitato provinciale per l’ ordine e la sicurezza pubblica, alla presenza del vice presidente del CSM, Giovanni Galloni, del procuratore nazionale antimafia, Bruno Siclari, del capo della polizia Vincenzo Parisi, che doveva occuparsi dei progettati attentati ai magistrati e più in generale della allarmante situazione dell’ ordine pubblico in provincia, per i numerosi segnali di ripresa dell’ attività terroristico-mafiosa, anche in considerazione del fatto che forse in queste ore dovrebbero concludersi alcune inchieste sugli intrecci da mafia e potenti vari. Negli ultimi anni è stato grave il prezzo pagato dall’Arma dei carabinieri nella lotta contro la sanguinaria ‘Ndrangheta calabrese. Ad incominciare dall’assassinio del brigadiere Carmine Tripodi, assassinato sulla strada per San Luca, in Aspromonte, per seguire con le due vittime (un brigadiere e un appuntato) eliminati sull’autostrada nei pressi di Gioia Tauro, e ancora con la brutale esecuzione del brigadiere Antonio Marino, il quale era stato in servizio a Platì, ucciso durante una festa patronale, nell’estate di tre anni fa a Bovalino Superiore.

 

 

Articolo del 20 gennaio 1994 da  archiviostorico.corriere.it
La strage mentre un pentito parlava
di Bruno Tucci
I killer dei carabinieri volevano sterminare anche cinque giudici antimafia di Messina. ricostruito dagli inquirenti a 24 ore di distanza l’agguato nei confronti di Fava Antonino e Garofalo Vincenzo.
I due militari uccisi in Calabria erano di scorta ai magistrati giunti a Palmi per interrogare il boss Antonio Sparacio

REGGIO CALABRIA . “Pronto, centrale? Volevamo segnalarvi che una macchina, sull’autostrada, ci sta seguendo. Proviamo a richiamarvi più tardi”. La voce dell’appuntato Vincenzo Garofalo arriva chiara in caserma. “Dateci notizie al più presto”, risponde il collega. Passano interminabili minuti nel silenzio. Della “Gazzella” non ci sono più tracce. Che cosa è successo? “Un inferno”, rispondono a 24 ore di distanza gli inquirenti. Il commando mafioso insegue la macchina, la stringe e spara un’infinità di colpi contro Garofalo e il suo compagno di sventura, Antonino Fava. “Abbiamo trovato 15 bossoli di una calibro 9 lunga . spiega un ufficiale .. Ma non sappiamo né come era formato il commando, né se a sparare siano stati uno o più killer. Un solo fatto è certo: l’ultima volta gli assassini hanno premuto il grilletto da distanza ravvicinata”. Perché tanta ferocia? Il sostituto Pedone avanza un’ipotesi inquietante che, con il passare delle ore diventa la pista principale seguita dagli investigatori: “Solo per un caso, la strage non ha coinvolto un gruppo di magistrati del pool antimafia di Messina andati a Palmi per interrogare un pentito. Il lavoro si è protratto e gli appuntati Garofalo e Fava che avrebbero dovuto far parte della scorta sono stati spostati su un altro servizio”. Erano cinque i giudici messinesi che nel pomeriggio di martedì, accompagnati proprio dai carabinieri Garofalo e Fava, erano andati nel supercarcere di Palmi per interrogare il boss messinese Antonio Sparacio, arrestato pochi giorni fa e già deciso a pentirsi. In nottata, i magistrati Giovanni Lembo, della Dna, il procuratore aggiunto Pietro Vaccara, e i sostituti Franco Langher, Carmelo Marino e Gianclaudio Mango, dovevano tornare a Villa San Giovanni scortati dalla stessa pattuglia. Ma l’interrogatorio si è protratto oltre il previsto. Per questo ai militari è stato ordinato, nell’attesa, un servizio di pattugliamento sull’autostrada. E’ possibile, a questo punto, che la strage fosse stata organizzata dalla ‘ndrangheta su richiesta delle famiglie mafiose di Messina anche per mandare un messaggio a Sparacio, un padrino importante che con le sue rivelazioni potrebbe mettere in ginocchio la Piovra Nissena. C’è chi parla pure di una risposta che la ‘ndrangheta ha voluto dare ai carabinieri che, negli ultimi mesi, avevano inferto una serie di sconfitte alla malavita. Il capo della polizia Vincenzo Parisi, a Reggio per un vertice, esclama: “Se pensano di farci arretrare anche solo di un metro si sbagliano di grosso”. Vincenzo Garofalo e Antonino Fava erano sposati, avevano dei figli. Ieri mattina sono arrivati a Palmi i parenti più stretti. “Povero Vincenzo, sussura la moglie .. Mi aveva telefonato proprio poche ore prima, rassicurandomi che sarebbe venuto a casa sabato prossimo. Chi è che ha voluto uccidere il mio Vincenzo?”. La firma della ‘ndrangheta è inconfondibile. “Non ci sono dubbi”, spiega uno dei tre magistrati che conducono le indagini. Si chiamano Pedone, Tei e Castaldini. Quest’ultima è un magistrato in gonnella che confida ai cronisti: “Nella scorsa notte, i carabinieri hanno fatto ottanta perquisizioni e una trentina di accertamenti con il guanto di paraffina”. C’è tensione fra i reparti che lavoravano con Garofalo e Fava. I mezzi con cui operano sono anacronistici, spesso le scorte si fanno con pullmini antiquati. Non è il caso dei due carabinieri uccisi sull’autostrada perché Garofalo e Fava erano a bordo di un’Alfa quando sono stati raggiunti dalla macchina dei killer. In un primo tempo avevano avuto ordine di scortare i magistrati, poi dalla centrale era arrivato il contrordine. Era sera tardi, poco prima delle undici. Garofalo ha sentito la voce della radio e ha ubbidito, imboccando l’autostrada verso Villa. Chi ha avvertito il commando? Un’intercettazione sulla radio? I killer sono entrati in azione tre chilometri prima del casello di Scilla. Compiuta la strage, si sono volatilizzati. Tracce pochissime. Soltanto ieri mattina, una telefonata anonima è arrivata all’hotel Palace di Reggio, dove c’è la sede del Comando Intermedio di Rappresentanza dei carabinieri. “Questo non è che l’inizio di una strategia del terrore”, ha detto l’uomo. Giovanni Galloni, vice presidente del Csm, a Reggio per il vertice, commenta: “Dovremmo essere più attenti alla sicurezza dei magistrati, dei poliziotti e delle strutture”. Mentre il procuratore Guido Neri annuncia: “In Calabria, è ufficiale, non verrà più l’ Esercito. Non ci sono soldi”. Una grande occasione mancata, perché gli 800 uomini che servono oggi per le scorte avrebbero potuto essere impiegati per indagini. Quelle stesse indagini per le quali sono morti Garofalo e Fava, ai quali Reggio darà oggi l’estremo addio.

 

 

Articolo da La Stampa del 6 Marzo 1994
Agguati ai carabinieri un arresto
di Enzo Laganà
Sarebbe legato al clan che a gennaio ha ucciso due militari – Agguati ai carabinieri, un arresto Calabria, in cella spacciatore di droga

REGGIO CALABRIA.  E’ nascosta in un traffico miliardario di eroina purissima la chiave degli agguati in serie ai carabinieri in Calabria. Forse è finito in trappola uno degli uomini che avrebbero appoggiato il commando che ha messo a segno gli attentati, compreso, pare, quello mortale del 18 gennaio. L’importante svolta nelle indagini è venuta dopo il doppio rinvenimento di circa sei chilogrammi di droga pesante al rione Saracinello; lo stesso dove in dicembre e a febbraio due pattuglie di carabinieri erano state prese di mira dai killer. Ma l’elemento più importante forse è venuto dalla scoperta di circa mezzo chilo di eroina bruciata rinvenuta in un’auto abbandonata e distrutta dalle fiamme dopo il primo atto delittuoso. «Abbiamo ora tutta una serie di elementi che ci permettono di essere alquanto ottimisti sull’esito delle indagini» ha dichiarato il sostituto procuratore Vincenzo Pedone, dopo l’arresto di un uomo Cristoforo Ecelestino, 47 anni, muratore ma, in effetti, custode di un appezzamento di terreno dove venerdì erano stati rinvenuti dai paracadutisti dell’Arma circa tre chilogrammi di eroina ben conservata in contenitori di vetro per un valore di 3 miliardi. Ma dal nascondiglio, successivamente, sono spuntate anche alcune armi, comprese forse quelle che hanno fatto fuoco contro le pattuglie dei carabinieri. La posizione del muratore è stata messa in relazione con la latitanza del figlio, Antonino, 29 anni, indagato per associazione a delinquere e spaccio di droga, ed indicato come appartenente alla cosca dei Lo Giudice, una delle più pericolose operanti in città, e soprattutto con l’arresto, avvenuto qualche giorno addietro del commerciante Paolo Villani. Quest’ultimo è risultato il proprietario della Regata intercettata dai carabinieri la sera del 2 dicembre al rione Saracinello dalla quale era partita una scarica di mitraglietta. L’auto era riuscita a sfuggire all’inseguimento e venne ritrovata l’indomani bruciata, ma senza targa. Il proprietario, la mattina stessa, ne aveva denunciato la scomparsa ma all’episodio non si era dato molto rilievo fino al primo febbraio quando, nello stesso rione, erano stati ridotti in fin di vita i carabinieri Sebastiano Musico e Pasquale Serra e dopo che a Scilla, il 18 gennaio, sull’autostrada, erano stati massacrati altri due militari, Vincenzo Fava ed Antonino Garofalo. Il rinvenimento in un terreno frequentato dal Villani di varie armi tra cui due mitragliette di fabbricazione jugoslava e dello stesso tipo di arma usato negli agguati ai carabinieri e i resti di droga bruciata all’interno di un nascondiglio della Regata rappresenterebbero gravi indizi a carico delle persone arrestate e di quanti gravitano attorno a loro. Sugli episodi verificatisi in città a giudizio degli inquirenti quasi certamente la presenza delle pattuglie dei carabinieri ha impedito la consegna di quantitativi di eroina destinata al mercato locale mentre per il duplice omicidio di Scilla l’auto dei militari diretta a Villa San Giovanni per un servizio d’ufficio si sarebbe involontariamente intromessa fra due auto di trafficanti, la prima di vedetta e la seconda con la «merce» a bordo. Il relais della gazzella avrebbe fatto scattare la reazione di chi occupava la prima auto che avrebbero ucciso i due militari per consentire che il prezioso carico di droga giungesse poi a destinazione. Enzo Laganà

 

 

 

Ringraziamo gli Amici di Libera Caravaggio per la segnalazione
Articolo del 3 Febbraio 1997 da adnkronos.com

CALABRIA: AGGUATO A CC NEL REGGINO, ERGASTOLO PER PENTITO

Reggio Calabria, 3 feb. -(Adnkronos)- Non sono stati riconosciuti i benefici previsti per chi collabora con la giustizia, per Giuseppe Calabro’ attualmente collaboratore di giustizia, riconosciuto colpevole per l’omicidio dei due carabinieri, Vincenzo Garofalo e Antonino Fava, avvenuto a Scilla il 18 gennaio 1994. Infatti i giudici della corte d’Assise di Reggio Calabria, al termine di una camera di consiglio durata 5 giorni, hanno emesso la condanna all’ergastolo per Giuseppe Calabro’, assolvendo gli altri due imputati Maurizio Carella di 30 anni e Vittorio Quattrone di 42, accusati dal pentito all’epoca ritenuto affiliato alla cosca Latella di Reggio Calabria.

Riguardo agli altri due agguati, avvenuti nella zona di Ravagnese il 2 dicembre 1993 ed il 1 febbraio 1994 sempre ai danni di militari dell’Arma, nei quali rimasero feriti 2 carabinieri, la corte ha condannato ad una pena di 11 anni di reclusione Pietro Lo Giudice di 26 anni di Reggio Calabria. I giudici della corte d’Assise di Reggio Calabria (presidente Francesco Nuzzo), non si sono potuti esprimere riguardo a un altro imputato, Consolato Villani, all’epoca dei fatti minorenne, per il quale si sta occupando il tribunale dei minorenni, anch’esso accusato dell’omicidio dei due carabinieri. Al contrario i genitori del giovane, Giuseppe Villani e sua moglie Caterina Lo Giudice (sorella di Pietro) sono stati condannati, rispettivamente ad un anno e ad 8 mesi di reclusione per false dichiarazioni al pm avendo denunciato il furto della loro automobile una Fiat ”Regata”, che secondo l’accusa sarebbe sempre rimasta a disposizione del figlio Consolato.

La corte di Assise reggina ha poi condannato ad 8 mesi di reclusione, per false certificazioni, il medico Bruno Lagana’ di 64 anni, ed altre 4 persone per falsa testimonianza. E’ stato assolto infine, dall’accusa di violazione di segreto di ufficio, un dipendente della Telecom che avrebbe riferito al Calabro’ che il suo telefono era sotto controllo.

 

 

Fonte: ragusanews.com
Articolo del 18.01.2011
Commemorato il sacrificio di Garofalo e Fava
A 17 anni dall’eccidio

Scicli – Per tre lustri si è sempre pensato a un omicidio della ‘Ndrangheta, ma in realtà era stato commissionato da Cosa Nostra nell’ambito di una più generale sfida allo Stato. Almeno stando alle parole del pentito Spatuzza.

Diciassette anni fa, in un agguato da sempre attribuito alla ‘Ndrangheta, venivano uccisi a Palmi i carabinieri Vincenzo Garofalo e Antonino Fava.

Stamattina si è tenuta una mesta cerimonia commemorativa a Donnalucata, borgata in cui è nato e vissuto Vincenzo Garofalo, per ricordare il sacrificio dei due militari, decorati con Medaglia d’Oro al Valor Militare dal Presidente della Repubblica Scalfaro. Alla presenza del vicesindaco di Scicli Teo Gentile, degli assessori Miceli, Giallongo, Giannone, del presidente del consiglio Rivillito, del capitano dei carabinieri della Compagnia di Modica Alessandro Loddo, dei marescialli delle stazioni di Scicli, Donnalucata e Sampieri, nonché di una rappresentanza degli studenti donnalucatesi, è stata deposta una corona d’alloro in piazza Garofalo. Assente il sindaco per sopraggiunti e inattesi impegni istituzionali. Erano presenti i genitori del carabiniere ucciso e il fratello. Don Rosario Sultana ha letto alcuni passi del Vangelo. Una tromba ha intonato il Silenzio al termine della commemorazione. Le rivelazioni di un pentito hanno permesso, di recente, di scoprire forse il vero movente della barbara e ingiustificata uccisione dei due carabinieri. Dopo la strage di Firenze, del maggio 1993, Cosa nostra progettava di uccidere uno dei carabinieri che aveva lavorato con il capitano Ultimo per la cattura di Totò Riina. Lo ha svelato, lo scorso anno, il neo pentito Gaspare Spatuzza ai magistrati di Palermo Antonio Ingroia e Nino Di Matteo che indagano sui misteri della trattativa fra Cosa nostra e pezzi delle istituzioni. I boss Graviano, da sempre vicini a Riina, progettavano un attentato in grande stile: “Giuseppe Graviano voleva colpire le torri di viale del Fante con un camion dei vigili del fuoco carico di esplosivo”, ha messo a verbale Spatuzza. Spatuzza svela che c’era Cosa nostra dietro il duplice omicidio degli appuntati Antonino Fava e Vincenzo Garofalo, trucidati nei pressi di Scilla, nel gennaio 1994. Le dichiarazioni di Spatuzza hanno fatto riaprire l’indagine, alla Procura di Reggio Calabria.

 

 

 

Articolo del 18 Gennaio 2012 da La Gazzetta del Sud
(Fonte non disponibile – testo trascritto)

SCILLA-BAGNARA Uccisi il 18 gennaio sull’autostrada Sa-Rc. Nel pomeriggio messa in cattedrale a Palmi
di Rocco Muscari
Oggi il ricordo dei due carabinieri Fava e Garofalo

BAGNARA. Giornata dedicata alla commemorazione dei carabinieri Antonino Fava e Vincenzo Garofolo uccisi il 18 gennaio 1994, lungo la corsia Sud dell’autostra – da Salerno – Reggio Calabra, nei pressi dello svincolo di Scilla, vittime di un agguato di stampo mafioso. Gli appuntati scelti prestavano servizio presso il Nucleo
operativo e radiomobile della Compagnia carabinieri di Palmi. I due militari sono stati trucidati, all’altezza del viadotto Carola a circa 3 Km da Scilla, mentre viaggiavano sull’A3 verso Palmi a bordo dell’auto di servizio scortando un furgone cellulare con a bordo  un detenuto.
Fava e Garofolo sono stati trucidati a colpi di mitraglietta: contro di loro gli attentatori hanno esploso oltre15 colpi. Una terribile azione compiuta dalla criminalità
organizzata, massacro che ha lasciato un segno profondo sia nelle famiglie delle vittime sia tra gli uomini del corpo dell’Arma. Oggi, in occasione del diciottesimoanniversario del tragico evento, i colleghi insieme ai familiari ricorderanno i due carabinieri nel corso di una solenne cerimonia: questa mattina sarà posta una corona nel tratto autostradale compreso tra Bagnara e Scilla mentre nel pomeriggio, alle 18, sarà celebrata una messa solenne presso la cattedrale di Palmi in presenza dei familiari insieme ad autorità civili e religiose. Saranno presenti i carabinieri del Comando provinciale dell’Arma di Reggio Calabria, quelli della Compagnia di Palmi, il comandante interregionale  generale Ermanno Meluccio, il Commissario prefettizio Antonia Bellomo, il corpo di Polizia Municipale, la Polizia di Stato di Palmi ed il comandante della Polizia provinciale.

 

 

 

Articolo del 18 Gennaio 2014 da inaspromonte.it
Che prezzo ha la lealtà? 18 gennaio ’94, la storia di Fava e Garofalo…
di Cosimo Sframeli, luogotenente dell’Arma dei Carabinieri

Appuntato Scelto Antonino FAVA
Capo equipaggio del Nucleo Radiomobile Comando Compagnia Carabinieri di Palmi (RC)
Taurianova (RC) 15/12/1957 – Scilla (RC) 18/01/1994)
Medaglia d’Oro al Valor Militare

Appuntato Scelto Vincenzo GAROFALO
Autista autoradio del Nucleo Radiomobile Comando Compagnia Carabinieri di Palmi (RC)
Scicli (RG) 10/04/1960 – Scilla (RG) 18/01/1994)
Medaglia d’Oro al Valor Militare

La sera del 18 gennaio 1994, l’equipaggio del Radiomobile del Comando Compagnia Carabinieri di Palmi, composto dagli Appuntati Antonio FAVA e Vincenzo GAROFALO, a bordo di un’Alfa 75 coi colori d’istituto, aveva fatto da “staffetta” a cinque magistrati di Messina che si occupavano di mafia e che, nel supercarcere di Palmi, avrebbero dovuto raccogliere il pentimento del boss Luigi SPARACIO. Quel giorno, i due Appuntati erano addetti alla scorta dei giudici messinesi. La nave traghetto sbarcò a Villa San Giovanni alle 16:00 di martedì. A sirene spiegate, le due auto blindate più la “gazzella” dei carabinieri, partì alla volta del supercarcere di Palmi. I magistrati iniziarono l’interrogatorio di Luigi SPARACIO e fissarono appuntamento alla scorta per le ore 20:00. FAVA e GAROFALO ritornarono al carcere, attorno alle 20:15, e presero un caffè con i magistrati che, nell’occasione, li avvertirono che ne avrebbero avuto ancora per almeno un’ora e mezzo. L’equipaggio chiese istruzioni e la Centrale Operativa impartì una “ricognizione” sull’autostrada per poi tornare all’appuntamento con i cinque magistrati da scortare fino a Villa San Giovanni. Imboccato il raccordo autostradale a Palmi, FAVA segnalava la presenza di un’auto sospetta. Un allarme infondato. I militari non immaginavano mai di poter essere essi stessi obiettivi di attacco. Quindi, percorrevano il tratto autostradale con i lampeggianti dell’auto accesi quando, a circa tre chilometri dallo svincolo per Scilla, dopo una serie di gallerie, in un percorso rettilineo ed in discesa, entrarono in contatto visivo con un’auto sulla quale viaggiavano trafficanti di armi, con a bordo il carico, che pensarono di essere stati riconosciuti e di dover essere controllati. Uno di loro (divenuto poi collaboratore di giustizia), improvvisamente, aprì il fuoco. Esplose contro decine di colpi di mitra non lasciando scampo ai due carabinieri. GAROFALO, freneticamente, tentò di bloccare l’auto di servizio, per poter imbracciare la armi e rispondere al fuoco. Per primo fu ucciso il capo equipaggio e, in successione, l’autista. L’auto militare finì la sua corsa contro il guard rail di destra. Il killer scese dalla macchina ed esplose altri colpi d’arma da fuoco, sparati dalla parte anteriore rispetto all’autoradio, all’indirizzo dei due militari ormai inermi. E ancora, si avvicinò a loro e sparò da distanza ravvicinata. “Furono giustiziati”. Alle 21:15 il contatto radio con la Centrale era interrotto. I due Carabinieri saranno rintracciati poco più tardi e ormai senza vita, da due finanzieri che, per caso, transitavano per l’autostrada. Fava fu trovato con il mitra d’ordinanza in mano. Non ebbe la possibilità di usarlo contro i suoi assassini e impedire quell’inutile sacrificio.

Il Colonnello Massimo CETOLA, Comandante Provinciale dell’Arma, recatosi sul posto, alla vista dei due Appuntati crivellati di colpi, disse: “E’ stato un massacro”.

I nuovi due martiri, nell’obitorio di Condera, ricevettero il commosso omaggio del loro Comandante. Il Generale Luigi FEDERICI, nella nottata, si recò a Reggio Calabria. Giusto il tempo di raccogliere le prime informazioni sulla vicenda, chiese di essere accompagnato alla sala mortuaria.  Le sue parole: “Per l’Arma è un grande dolore. Porteremo a spalla altri due servitori silenti dello Stato e ci rimane il solo conforto di saperli caduti per un’Italia migliore, uccisi da qualcuno che vuole in ogni modo e con ogni mezzo impedire che l’Italia diventi migliore”.

Vincenzo GAROFALO, di Scicli, aveva scelto l’arruolamento nell’Arma con entusiasmo. Per dodici anni aveva servito il Paese, sempre in prima linea, con impegno e dedizione, fino all’agguato del 18 gennaio. Avrebbe compiuto trentaquattro anni il 10 aprile del 1994, Appuntato Scelto dei Carabinieri massacrato a colpi di mitra assieme al collega Nino. Troncò con la vita e con il lavoro per mano e per volontà altrui. Una cinica esecuzione. Padre di due bambini in tenera età, Guglielmo di tre anni e Andrea di tre mesi, era stato impiegato di servizio in Sardegna, a Roma, a Torino e, per ultimo, a Palmi. Con lui sempre la moglie, Patrizia SCANU, conosciuta in Sardegna.

Per Nino FAVA, trentasei anni di Taurianova, essere carabiniere era stata una scelta di vita. Il padre era pensionato, aveva lavorato nel presidio ospedaliero di Taurianova. La madre svolgeva l’attività d’infermiera professionale. Il giovane Carabiniere, sette anni prima, aveva sposato Antonietta ANILE, di San Procopio, con la quale aveva avuto due bambini, Ivana di sei anni e Valerio di tre. Una famiglia felice, unita da profondo amore. “Il gravissimo efferato episodio consumato contro i due innocenti militari dell’Arma dei carabinieri” – dichiarava il Senatore Emilio ARGIROFFI, Sindaco di Taurianova – “provoca dolore e vivissima indignazione in tutti i cittadini … L’Arma dei carabinieri è in prima linea nell’opera di difesa dei cittadini e questa strage non può non provocare un moto di amarezza e d’ira. E’ stato un atto di ferocia inaudita senza pari, forse superiore ad altri assassinii, nei quali l’identità dei sacrificati era precisamente scelta”.

I funerali, in forma solenne, furono celebrati nel Duomo di Reggio Calabria dall’Ordinario militare Monsignor Francesco MARRA. Il Governo fu rappresentato dal sottosegretario agli Interni, Senatore Antonino MURMURA. Cordoglio, dolore e rabbia, sentimenti che si accavallarono ed esplosero in un lungo applauso al passaggio delle due bare avvolte nel tricolore e portate a spalla dai compagni d’armi.

A essi intitolarono il Comando Scuola Allievi di Reggio Calabria. Furono decorati di Medaglia d’Oro al Valor Militare alla Memoria con la seguente motivazione.

Appuntato Scelto Antonino FAVA:
“Capo equipaggio del nucleo radiomobile in area a elevata densità mafiosa, nel corso di predisposto servizio di controllo del territorio, intimava in movimento l’alt ad autovettura sospetta. Fatto segno a reiterata azione di fuoco da parte dei malviventi che non arrestavano la marcia, li affrontava con insigne coraggio e grande determinazione replicando con l’arma in dotazione finché, colpito in più parti del corpo, si accasciava esamine. Le successive indagini consentivano di arrestare gli autori, identificati in cinque pericolosi pregiudicati appartenenti ad agguerrita organizzazione criminosa, e di recuperare le armi e l’autovettura d’illecita provenienza utilizzate dai mafiosi. Fulgido esempio di elette virtù militari e di altissimo senso del dovere spinto fino all’estremo sacrificio. Scilla (RC) Autostrada A/3 Sa/Rc 18/01/1994”.

Appuntato Scelto Vincenzo GAROFALO:
“Conduttore di autoradio del nucleo radiomobile in area ad elevata densità mafiosa, nel corso di predisposto servizio di controllo del territorio, intimava in movimento l’alt ad autovettura sospetta. Fatto segno a reiterata azione di fuoco da parte dei malviventi che non arrestavano la marcia, li affrontava con insigne coraggio e grande determinazione replicando con l’arma in dotazione finché, colpito in più parti del corpo, si accasciava esamine. Le successive indagini consentivano di arrestare gli autori, identificati in cinque pericolosi pregiudicati appartenenti ad agguerrita organizzazione criminosa, e di recuperare le armi e l’autovettura d’illecita provenienza utilizzate dai mafiosi. Fulgido esempio di elette virtù militari e di altissimo senso del dovere spinto fino all’estremo sacrificio. Scilla (RC), Autostrada A/3 Sa/Rc 18 gennaio 1994”.

 

 

 

Articolo del 26 luglio 2017 da  notizie.tiscali.it
Il patto segreto tra Ndrangheta, Cosa Nostra e massoneria per la strage dei carabinieri
di Guido Ruotolo
C’era anche la ‘Ndrangheta con Cosa nostra quando, a partire dell’ottobre del 1993 e fino all’inizio del 1994, fu messa in atto una strategia stragista contro l’Arma dei carabinieri. Diventati bersagli per vendicarsi del colonnello Mori e del capitano De Donno

Giuseppe Graviano, il capomafia del mandamento di Brancaccio, Palermo, in quei giorni di gennaio del 1994 era radioso. Al bar Doney di via Veneto, a Roma, incontrandosi con Gaspare Spatuzza, diventato poi pentito, disse che avevano il Paese in mano. E disse anche che «bisognava dare un colpo di grazia allo Stato, e che i calabresi si erano già mossi».

A cosa si riferiva Graviano? Alla Ndrangheta che aveva condiviso la strategia stragista contro i carabinieri, alle riunioni congiunte di Cosa nostra con la Ndrangheta tenute nella piana di Gioia Tauro, nelle campagne di Melicucco, e  nel vibonese, a Nicotera Marina.

La ‘Ndrangheta, confida Graviano nei primi giorni del 1994 a Gaspare Spatuzza, si mosse per prima. Nella notte tra l’1 e il 2 dicembre 1993, in località Sarcinello di Reggio Calabria, una mitraglietta M12 aprì il fuoco contro una pattuglia dei carabinieri, ferendo due militari.
Il 18 gennaio del 1994, all’altezza di Scilla sull’autostrada Salerno-Reggio Calabria, la stessa mitraglietta uccise due carabinieri, Antonino Fava e Giuseppe Garofalo. Il primo febbraio, altri colpi della stessa arma da fuoco ferirono altri due carabinieri, sempre a Reggio Calabria.

Il 27 gennaio del 1994, intanto, i due fratelli Graviano furono arrestati. In queste ore vengono eseguite due ordinanze di custodia cautelare una in carcere, nei confronti di Giuseppe Graviano, boss di Brancaccio (Palermo) ed esponente di vertice di Cosa nostra (già detenuto), e l’altra è eseguita nei confronti di Rocco Santo Filippone, capo della Ndrangheta che fa riferimento alla potente famiglia Piromalli di Gioia Tauro.

I due rappresentanti di Cosa nostra e della Ndrangheta sono accusati di essere i mandanti del duplice omicidio e dei due tentati omicidi nei confronti dei carabinieri. Attentati avvenuti nella provincia di Reggio Calabria.

Dunque, c’era anche la ‘Ndrangheta con Cosa nostra quando, a partire dell’ottobre del 1993 e fino all’inizio del 1994, fu messa in atto una strategia stragista contro l’Arma dei carabinieri. Diventati bersagli per vendicarsi del colonnello Mori e del capitano De Donno, ritenuti inaffidabili e nemici avendo intavolato – secondo i capi di Cosa nostra – una trattativa il cui unico risultato fu la cattura il 15 gennaio del 1993 del Capo dei capi, Totò Rina.
Quell’offensiva contro i carabinieri doveva culminare con la strage allo stadio Olimpico di Roma, che doveva uccidere il maggior numero di carabinieri, il 22 gennaio del 1994. Ma il congegno di accensione dell’autobomba non si azionò.

L’inchiesta reggina mette a fuoco solo uno spezzone di un film che si apre con la decisione della Cassazione di condannare al carcere a vita i capi mafia del maxiprocesso. Anzi con l’omicidio del sostituto procuratore della Cassazione, Antonino Scopelliti, 9 agosto 1991, a Villa san Giovanni. Scopelliti doveva svolgere la requisitoria contro i capimafia in Cassazione. E che si concluderà con l’attentato al pentito Totuccio Contorno, il 14 aprile del 1994. L’inchiesta di oggi si limita al coinvolgimento della Ndrangheta nella offensiva stragista di Cosa nostra contro i carabinieri.

Ma ci sono indagini anche sull’omicidio Scopelliti, che potrebbe essere stato ucciso per un favore chiesto dai palermitani alla Ndrangheta. Ma forse qualcosa in più e più coinvolgente.

Secondo la Procura di Reggio Calabria, protagonisti della stagione stragista non furono soltanto Cosa nostra e Ndrangheta: «Sullo sfondo appare chiara la presenza di suggeritori occulti da individuarsi in schegge di istituzioni deviate, a loro volta collegate a settori della P2 ancora in cerca di rivincite».
La posta in gioco dell’offensiva contro i carabinieri, ricostruiscono gli inquirenti reggini grazie anche al contributo di un centinaio di collaboratori di giustizia, «era la necessità, per le mafie, di partecipare a quella complessiva opera di vera e propria ristrutturazione degli equilibri di potere in atto in quegli anni. E tale strategia appariva condivisa da schegge di istituzioni deviate da individuarsi in soggetti collegati a Servizi di informazione che ancora all’epoca mantenevano contatti con il piduismo. La stessa idea di rivendicare con la sigla Falange Armata le stragi mafiose e vari delitti compiuti dalle mafie fra cui gli attentati alle pattuglie dei carabinieri nella provincia reggina, è da farsi risalire a suggeritori appartenenti ai servizi d’informazione dell,epoca, nei cui confronti le indagini proseguiranno».

Le indagini della Procura Antimafia di Reggio Calabria, coordinate dal procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo, della squadra mobile reggina e dell’Antiterrorismo hanno riscritto la storia martoriata dell’Italia di quegli anni.

Per un quarto di secolo, quella fase storica era stata circoscritta solo alla decisione dei Corleonesi di cambiare cavallo, nei rapporti con la politica (l’omicidio il 12 marzo del 1992 dell’eurodeputato andreottiano Salvo Lima è stato il segnale)  e con la giustizia (Falcone e aborsellino prima e poi le stragi di Roma, Firenze e Milano come ritorsione contro il carcere duro, il 41 bis).

L’inchiesta di Reggio Calabria sembra dirci che c’è anche dell’altro. Che le mafie volevano una classe politica loro diretta emanazione. Quando entra in campo anche la Ndrangheta qualcosa cambia. Secondo la Procura di Reggio, la mafia calabrese «risultava particolarmente inserita in quei rapporti con la destra eversiva e la massoneria occulta, proprio in quel periodo stravista in cui entrambe le organizzazione sostennero il disegno federalista attraverso le leghe meridionali».

 

 

 

Articolo del 26 Luglio 2017 da  antimafiaduemila.com
‘Ndrangheta e mafia dietro attentati Cc: arrestati due boss
I capomafia Graviano e Filippone mandanti degli agguati ai Carabinieri in Calabria

Per gli attentati ai carabinieri in Calabria, tra il ‘93 e il ‘94, c’è stata una partecipazione della ‘Ndrangheta alla strategia delle stragi al pari di Cosa nostra. Un omicidio e due tentate uccisioni per i quali oggi l’operazione “‘Ndrangheta stragista” ha svelato i nomi dei due mandanti, destinatari di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere. Si tratta del capomandamento di Brancaccio (Palermo) Giuseppe Graviano, attualmente al 41 bis e fedelissimo di Totò Riina, e Rocco Santo Filippone, legato alla potente cosca calabrese dei Piromalli di Gioia Tauro. Quest’ultimo, oggi 77enne, era a capo del mandamento tirrenico della ‘Ndrangheta all’epoca degli attentati ai carabinieri: la Dda di Reggio Calabria ha contestato al capomafia anche il reato di associazione mafiosa in quanto è considerato, oggi come allora, elemento di vertice della cosca Filippone.

La strategia di attacco contro i carabinieri ha inizio il 18 gennaio 1994, quando morirono gli appuntati Antonino Fava e Giuseppe Garofalo. Nel secondo attentato, il 1° febbraio ’94, furono feriti l’appuntato Bartolomeo Musicò ed il brigadiere Salvatore Serra, mentre il 1° dicembre dello stesso anno rimasero miracolosamente illesi il carabiniere Vincenzo Pasqua e l’appuntato Silvio Ricciardo. Attentati che, secondo gli inquirenti reggini, non vanno letti ciascuno in maniera singola ed isolata, ma inseriti in un contesto di più ampio respiro e di carattere nazionale nell’ambito di un progetto criminale, la cui ideazione e realizzazione è maturata non all’interno delle cosche di ‘Ndrangheta, ma attraverso la sinergia, la collaborazione e l’intesa di organizzazioni criminali, che avevano come obiettivo l’attuazione di un piano di destabilizzazione del Paese anche con modalità terroristiche.

Oltre alle due ordinanze di custodia cautelare in carcere, sono state eseguite numerose perquisizioni in diverse regioni d’Italia: Calabria, Sicilia, Campania, Val d’Aosta. Tra i luoghi perquisiti anche la casa di Bruno Contrada, ex numero due del Sisde condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. Le operazioni, coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria (il procuratore Federico Cafiero de Raho, il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo, il sostituto Francesco Curcio) sono scattate per opera della squadra mobile di Reggio Calabria, dal Servizio centrale antiterrorismo e dal Servizio centrale operativo della Polizia di Stato e partecipano anche i Carabinieri del Comando provinciale di Reggio Calabria.

Grazie a nuovi elementi collegati fra loro, le ricostruzioni degli inquirenti riconducono il ruolo della ‘Ndrangheta, al pari di Cosa nostra, come parte attiva nella strategia di attacco frontale contro lo Stato, portata avanti con le stragi “in continente” nel ‘93 a Firenze, Roma e Milano. Protagonista di quella stagione, secondo quanto emerso dalle indagini, non fu, infatti, solo la mafia siciliana, che ad ogni modo svolse un ruolo operativo fondamentale, secondo quanto già acclarato dalle sentenze definitive. Il ruolo della ‘Ndrangheta sarebbe stato tutt’altro che marginale, e ha portato gli investigatori a dimostrare il coinvolgimento dei boss reggini nell’escalation stragista, fino al fallito attentato Olimpico a Roma del 23 gennaio ‘94. Una strategia unica stabilita da una commissione ristretta che ha visto, con una posizione più marginale, anche la potente cosca De Stefano.

Secondo gli inquirenti, sullo sfondo della strategia stragista si staglia la presenza di soggetti occulti, provenienti dalle istituzioni deviate e collegati a settori del piduismo. Le stragi mafiose sarebbero quindi da ricondurre a suggeritori dei servizi di informazione dell’epoca. Sul punto, le indagini proseguiranno.

Rientrati nel fascicolo dell’inchiesta anche i verbali di diversi collaboratori di giustizia: tra questi anche Nino Fiume, che parlando di favori della Calabria alla Sicilia, aveva dichiarato: “È stata una cortesia chiesta. Cosa nostra cercava alleati in Calabria per coinvolgere la ‘Ndrangheta in quella che sarà definita la stagione stragista. A detta di Giuseppe De Stefano a sparare sono stati due calabresi”. In un memoriale, Fiume ha anche raccontato delle dinamiche interne alla famiglia di Archi, boss “dalle scarpe lucide” che trattavano da pari a pari con Riina. Nei summit di cui è stato testimone oculare, Fiume ha raccontato che inizialmente le cosche avevano rifiutato di partecipare alle stragi insieme a Cosa nostra, ma in realtà erano favorevoli.

Secondo l’accusa, a Filippone sono stati affidati compiti di particolare rilievo, come quello di curare le relazioni e di incontrare i capi delle altre famiglie di ‘Ndrangheta, così da portare all’esecuzione le decisioni criminali di maggior rilevanza, deliberate dalla componente riservata dell’organizzazione mafiosa calabrese. Tra queste anche quelle di aderire alla strategia stragista di attacco alle istituzioni dello Stato, in sinergia con Cosa Nostra. Per gli omicidi dei Carabinieri erano stati arrestati, in qualità di esecutori, Giuseppe Calabrò e Consolato Villani, quest’ultimo minorenne all’epoca dei fatti ed oggi entrambi collaboratori di giustizia. I due avevano confessato di essere gli autori materiali, senza però indicare quello che, secondo gli inquirenti, è il vero movente. Calabrò, infatti, aveva sostenuto che l’agguato sull’autostrada Salerno-Reggio Calabria del 18 gennaio 1994, dove furono uccisi Fava e Garofalo, fu fatto per timore di un controllo mentre, a bordo di un’auto, trasportavano armi. Il 27 maggio 2016 Villani, deponendo al processo sulla trattativa Stato-mafia a Palermo, aveva ribadito più volte che “la direttiva era uccidere i Carabinieri e colpire lo Stato”, dichiarando di aver chiesto proprio a Calabrò il motivo degli agguati ai carabinieri, e che questo gli aveva riposto che “stavamo facendo come la banda della Uno bianca: attaccavamo lo Stato”. Villani aveva anche riferito di essere stato lui, su disposizione di Calabrò, a fare una telefonata in cui si rivendicava l’attentato costato la vita a Fava e Garofalo in cui disse “questo è solo l’inizio”. Secondo le indagini, Calabrò e Villani sarebbero stati aizzati da Demetrio Lo Giudice (deceduto) emissario della cosca Libri che, in compartecipazione con i Piromalli, e quindi con Filippone, erano le famiglie maggiormente disponibili ad appoggiare Cosa nostra nelle stragi.

A proposito di legami tra Reggio Calabria e Palermo, è il collaboratore Antonino Cuzzola a raccontare ai pm come il boss Domenico Pagliaviniti, di ritorno da Archi nel 1990 “mi disse che era andato a Reggio Calabria a salutare i Tegano. Disse che rivelò, nella casa in questione, che c’erano tre dei Santapaola di Catania, tre di Cosa nostra di Palermo, gente di Riina e tutti i Tegano a discutere”. Rapporti più che stretti, anche tra la cosca di Archi e Stano Bontade, riferiti dal pentito Giovanni Brusca: “I De Stefano erano legati a Cosa nostra. Ricordo anche che Riina si interessò in Calabria presso i suoi amici per far cessare gli attacchi sui cantieri della Lodigiani”.

Ma a parlare dei contatti tra mafia calabrese e siciliana è stato anche Gaspare Spatuzza, pentito dalla credibilità ormai acclarata da più di una procura. Così come del colloquio con Giuseppe Graviano quando, al bar Doney a Roma, disse che, grazie a Berlusconi e Dell’Utri “c’eravamo messi il paese nelle mani” e che, in riferimento all’obiettivo dello Stadio Olimpico dove fare l’attentato, poi fallito, Graviano disse: “Gli dobbiamo dare il colpo di grazia”. È ancora Spatuzza, al processo Gotha, che rivela come “Giuseppe Graviano mi spiegò che gli amici calabresi, in particolare il riferimento era alla cosca Molè-Piromalli, si sarebbero mossi su richiesta di Mariano Agate”, boss di Mazara del Vallo deceduto che “è certamente da considerarsi, così come mi spiegarono i fratelli Graviano, l’anello di congiunzione tra Cosa nostra e ‘Ndrangheta”.
Secondo Spatuzza, ancora, c’erano anche i calabresi a spingere per una trattativa tra Stato e mafia. E in seguito, nel primo periodo della sua detenzione, il pentito riportò a Giuseppe Graviano (ugualmente detenuto) di alcune “lamentele che giravano in carcere” per opera “soprattutto di napoletani e di qualche calabrese” che “attribuivano a noi siciliani la responsabilità del 41bis… all’ala stragista”. Graviano, dal canto suo, replicò che “E’ bene che parlassero con i loro padri che gli sanno dare tutte le indicazioni dovute”. Parlando di “padri”, il boss si riferiva ai “responsabili, i capifamiglia” che sia in Calabria che in Campania sarebbero stati parte attiva, “tutti partecipi a questo colpo di Stato”. Altrimenti, aggiunge Spatuzza, “non avrebbe senso per Giuseppe dirmi che ‘i calabresi si sono mossi’…”. Ora è stato proprio Graviano ad essere destinatario di un’ordinanza in qualità di mandante degli attentati ai Carabinieri, ricondotti dalle indagini ad un progetto ben più ampio rispetto alla singola organizzazione criminale. Proprio il boss di Brancaccio, recentemente intercettato, aveva detto al suo compagno di ora d’aria che “nel ’93 ci sono state altre stragi ma no che era la mafia, loro dicono che era la mafia”, facendo intendere la presenza di altre componenti nel progetto stragista. E solo lo scorso gennaio il procuratore di Reggio Calabria, Federico Cafiero de Raho, aveva annunciato delle possibili svolte nelle indagini per gli episodi omicidiari contro i carabinieri, riconducendoli a “un piano di adesione a quello stragista su cui, come Procura di Reggio, abbiamo lavorato”. Sette mesi dopo, il blitz che rivela i nomi dei mandanti e i legami a doppio filo tra Cosa nostra e ‘Ndrangheta.

 

 

 

Fonte:  ragusanews.com
Articolo del 15 agosto 2017
Omicidio carabinieri Garofalo e Fava, nuove rivelazioni
Un mistero che data 1994

Palmi, Calabria – Il 2 agosto scorso non ha avuto scampo, non è riuscito a farla franca una seconda volta. L’ex collaboratore di giustizia, Pasquale Gagliostro, è stato ammazzato a Palmi, in provincia di Reggio Calabria. L’omicidio è avvenuto intorno alle 7.30: il 53enne, soprannominato “il pistolero”, è stato raggiunto all’addome da un colpo di fucile da caccia che lo ha ucciso sul colpo. Il corpo è stato ritrovato in un terreno di sua proprietà in contrada Garanta, vicino all’abitazione dove viveva insieme alla sua famiglia, nonostante nel 1993 fosse stata disposta la confisca dell’immobile. Proprio qualche giorno fa, infatti, gli era stato notificato un nuovo provvedimento di sfratto.

I sicari questa volta hanno agito senza dargli il tempo di reagire. Già nel 1993 subì un agguato mentre rientrava a casa. Rimase gravemente ferito dai colpi di fucile armato a pallettoni, ma riuscì a salvarsi. Da qui maturò la decisione di pentirsi. Da ex affiliato alla cosca dei Parrello avrebbe rivelato molti particolari utili ad alcune inchieste, fra cui quella relativa all’uccisione del carabinieri Vincenzo Enzo Garofalo di Scicli, e del calabrese Antonino Fava, avvenuta il 18 gennaio del 1994 a Palmi.

“Alla S.V. che mi domanda i motivi per i quali mi sono deciso a collaborare con la giustizia, dopo aver militato per anni nel gruppo Parrello, dichiaro che la prima ragione di tale mia decisione deriva dall’esigenza di cambiare vita. Non sarei del tutto sincero se non dicessi che tale mia decisione è stata anche determinata dal fatto che il Caneloro Parrello, ritenendomi un informatore della Polizia di Palmi, ha attentato seriamente alla mia vita”.

Era il 15 dicembre del 1994. Pasquale Galgiostro, il collaboratore di giustizia ucciso il 2 agosto scorso nelle campagne di Palmi, esponeva così, ai pm della Dda reggina, le motivazioni che lo indussero a collaborare con gli inquirenti. Le sue parole sono state “rispolverate” nel fermo, emesso nei giorni scorsi dalla Dda dello Stretto, relativo all’inchiesta ” ‘ndrangheta stragista”.

La Procura antimafia, retta da Federico Cafiero De Raho, insieme alla Direzione nazionale antimafia, guidata da Franco Roberti, hanno fermato i due presunti mandanti, ossia Giuseppe Graviano e Rocco Santo Filippone, del tentato omicidio ai danni dei militari dell’Arma dei Carabinieri Vincenzo Pasqua e Silvio Ricciardo (commesso in località Saracinello di Reggio Calabria nella notte fra l’1 e il 2 dicembre 1993) e dell’omicidio dei militari dell’Arma Antonino Fava e Giuseppe Garofalo. E proprio nella parte in cui la Dda dello Stretto ha ricostruito le dinamiche criminali che portarono all’omicidio dei due Carabinieri Fava e Garofolo che il ricompare sulla scena il nome del “pentito” Gagliostro.

Le sue dichiarazioni, all’epoca del processo che portò alla condanna di Consolato Villani, “pentito” della cosca Lo Giudice di Santa Caterina reo confesso di essere l’autore del duplice omicidio, non furono valutate pienamente attendibili. Troppe imprecisioni e soprattutto troppi sospetti sul vero scopo che indusse Gagliostro a parlare di questi fatti con l’Antimafia. Si ipotizzo di un presunto tentativo di salvaguardare alcuni “attori” della vicenda.

“Bisogna partire da un dato- è scritto nelle carte dell’inchiesta ‘ndrangheta stragista”. Gagliostro era un criminale che operava nella piana di Gioia Tauro, estraneo agli ambienti criminali reggini. Tutto quello che riferiva sugli episodi in questione era, nella migliore delle ipotesi, frutto di una confidenza ricevuta. Talora, addirittura, di una rielaborazione, magari fatta in perfetta buona fede, di quanto aveva appreso dalle diverse fonti, le cui confidenze venivano ricomposte in una personale ricostruzione degli episodi delittuosi”.

Ma andiamo per ordine. Queste erano le dichiarazioni del “pentito” di Palmi: ” Posso riferire alla S.V. quello che ho appreso durante la mia recente detenzione nel carcere di Reggio Calabria, derivata dall’ordine di custodia cautelare emesso a mio carico dal GIP distrettuale. Nel citato carcere sono stato sistemato nella Sezione “cellulare” (cella 37/38) unitamente a CARELLA MAURIZIO, CARELLA GIOVANNI, CARELLA MASSIMO, tale LO GIUDICE PIETRO, FOTI SAVERIO da Melito e COSTAGRANDE ANTONIO. Devo dire che conoscevo da tempo i fratelli CARELLA, per come ho già riferito in precedenti interrogatori e quindi ribadisco di aver sempre intrattenuto rapporti di amicizia soprattutto con MAURIZIO. Giunsi nel carcere di Reggio Calabria, se mal non ricordo, il 15 Novembre del 1994. Ho avuto, pertanto, modo di parlare sia con il CARELLA sia con il LO GIUDICE della vicenda, davvero grave, riguardante l’uccisione dei Carabinieri FAVA e GAROFALO, da me conosciuti perché in servizio nella cittadina di Palmi. Durante questi discorsi avuti con CARELLA MAURIZIO e lo stesso LO GIUDICE PIETRO ho compreso che la versione data dal CALABRO’ GIUSEPPE non è del tutto veritiera. Mi è stato riferito specificatamente da MAURIZIO CARELLA che la sera del duplice omicidio il gruppo degli aggressori dei militari era composto dal CALABRO’ GIUSEPPE, dal VILLANI, mi pare di nome CONSOLATO, e dal LO GIUDICE PIETRO. Queste tre persone si erano portate a Palmi per prelevare delle armi dal CARELLA e dall’ALBANESE GIUSEPPE inteso “MACISTE”. L’aggressione si verificò mentre queste tre persone stavano tornando da Palmi verso Reggio Calabria ed a sparare è stato il CALABRO’ GIUSEPPE. Sull’auto non vi erano, pertanto, nè il CARELLA MAURIZIO nè il QUATTRONE. Secondo quanto ho appreso dal CARELLA e dal LO GIUDICE il motivo per il quale il CALABRO’, pur dichiarandosi pronto a collaborare con la giustizia, non ha mai rivelato la presenza del VILLANI in quella drammatica situazione è determinato dal fatto che egli è stato fidanzato con la sorella del citato VILLANI. Questa versione dei fatti, rivelatami dal CARELLA MAURIZIO, mi è stata anche confermata dal LO GIUDICE PIETRO, come ho detto, era nella nostra stessa cella. Secondo il CARELLA nell’occasione già indicata a guidare il mezzo era stato il LO GIUDICE mentre CALABRO’ era seduto accanto al guidatore ed il VILLANI si trovava nella parte posteriore della vettura. A determinare la reazione del CALABRO’ e l’utilizzo delle armi contro i militari fu l’improvvisa accensione da parte di costoro del lampeggiante dell’autovettura di servizio…..omissis….Il CALABRO’ non era la prima volta che si portava a Palmi per acquistare delle armi e, qualora fosse stato fermato dai militari, sarebbe stato tratto in arresto proprio per la presenza sulla vettura di armi illegalmente detenute e relative munizioni. Il QUATTRONE era stato in precedenza la persona che aveva messo in contatto i miei paesani con gli acquirenti delle armi. Spontaneamente aggiunge: Ho appreso anche che nell’episodio successivo inerente all’aggressione di altri due Carabinieri avvenuta a Saracinello di Reggio Calabria ad agire erano state le stesse tre persone che avevano operato a Scilla. Il CALABRO’, il VILLANI e il LO GIUDICE erano armati perché stavano andando ad esplodere dei colpi di arma da fuoco contro le serrande del fabbricato dell’agenzia Citroen per motivi di natura estorsiva. A sparare contro i militari, anche in quell’occasione, era stato il CALABRO’. Ho saputo che questo giovane è particolarmente predisposto ad utilizzare le armi e, soprattutto, a farlo contro esponenti delle Forze dell’Ordine. Alla luce di quanto ho dichiarato posso sostenere che il clima presente nella cella era alquanto teso proprio perché il CARELLA si vedeva accusato ingiustamente di fatti gravissimi dei quali era del tutto estraneo. Ritenni, quindi, anche per la nostra amicizia, di dovergli consigliare di fare presente la sua totale estraneità al Magistrato nel corso degli interrogatori che poi, in effetti, il dott. TEI effettuò.

Spontaneamente aggiunge: “Sempre con riferimento all’omicidio dei Carabinieri e durante la detenzione appresi che era stato contattato uno dei LATELLA (se mal non ricordo il nome è SAVERIO) detenuto anch’esso nel carcere di Reggio Calabria ed interessato dal QUATTRONE e dal CARELLA MAURIZIO per far si che la responsabilità del fatto di sangue in danno ai militi potesse ricadere sul giovane VILLANI il quale era presente nel momento dell’aggressione. Trattandosi di persone minore avrebbe, peraltro, goduto di notevoli sconti di pena. In effetti il LATELLA, reso edotto della situazione, fece sapere che la soluzione gli sembrava giusta ed utilizzò specificatamente la frase: “E’ il minimo che possono fare”. Anche il LO GIUDICE detenuto fece sapere di essere disposto a chiarire la situazione sia del CARELLA MAURIZIO che del QUATTRONE, ma ritenne di doversi consigliare con esponenti della sua famiglia. Conseguentemente inviò un telegramma ad un fratello dal quale ricevette un netto rifiuto a quanto gli veniva proposto. Altro rifiuto pervenne al LO GIUDICE dal padre del giovane VILLANI il quale si trovava anch’esso detenuto in altro settore del carcere di Reggio Calabria. Come la S.V. potrà comprendere io mi sono trovato ristretto in una cella all’interno della quale il clima era particolarmente teso soprattutto perché il CARELLA MAURIZIO non accettava una situazione processuale particolarmente pesante a cagione di dichiarazioni non veritiere del CALABRO’ GIUSEPPE…..omissis”.

Dovendosi sintetizzare e schematizzare in modo esatto il contenuto di queste dichiarazioni del Gagliostro (sostanzialmente ribadite in fase dibattimentale), può affermarsi: che con riferimento alla vicenda del duplice omicidio, sia Carella che Lo Giudice, in carcere, gli avevano detto che la versione dei fatti offerta dal Calabrò Giuseppe su tale efferato delitto non era veritiera; che, in particolare, il solo Carella, gli avrebbe confidato che, il giorno dei fatti, Villani Consolato, Calabrò Giuseppe e Lo Giudice Pietro, erano andati a Palmi a ritirare delle armi e che, in seguito, sarebbero stati costoro, questi tre, ad avere il conflitto a fuoco con i CC; che, a detta del Gagliostro, sempre secondo il Carella, al momento (testuale) dell’aggressione mortale a Fava e Garofalo, nella vettura erano presenti Lo Giudice alla guida, Villani e Calabrò che aprì il fuoco subito dopo avere affiancato l’autopattuglia. Non è dato sapere come il Carella avrebbe potuto conoscere tali dettagli, non essendo sulla macchina degli assassini (può solo presumersi che uno dei tre (?) componenti il gruppo di fuoco potesse, a sua volta, averglielo confidato – rimanendo inspiegabile la ragione di una simile confidenza – con la conseguenza che ci troveremmo di fronte ad un de relato di un de relato); che, sempre secondo la versione del dichiarante in questione, questa volta sia il Carella che il Lo Giudice, gli avrebbero confidato, sempre in carcere, che Calabrò Giuseppe non avrebbe accusato del duplice omicidio Consolato Villani in quanto era fidanzato con la sorella di quest’ultimo.

Non spiegava Galgiostro, – chiosano gli inquirenti- sulla base di quali elementi, Lo Giudice e Carella fossero convinti che proprio questo era il motivo della mancata accusa. Può però ragionevolmente ritenersi, in assenza di una specifica indicazione sul punto contenuta nelle dichiarazioni del Gagliostro, che i due (Lo Giudice e Carella), sapendo del rapporto fra il Calabrò e la Villani, avessero dedotto che questa era la ragione per cui Calabrò (almeno all’epoca) proteggeva il Villani (si dice all’epoca, perché, come si è visto, infine, Calabrò accuserà anche Consolato Villani); che, anche con riferimento al terzo episodio, quello del 1.2.1994 in danno dei Carabinieri Musicò e Serra, secondo il Gagliostro, il gruppo di fuoco era composto da Villani Consolato, Lo Giudice Pietro e Calabrò Giuseppe . Costoro, quella sera, si sarebbero trovati sul posto, prima dell’arrivo dei CC, per sparare contro alcune saracinesche. A sparare contro i Carabinieri sarebbe stato sempre il Calabrò. Premesso che con specifico riguardo all’infondatezza della spiegazione del motivo per il quale i componenti il gruppo di fuoco, quella sera, erano, in quel luogo, in armi ci occuperemo in seguito, deve, poi, osservarsi, più complessivamente, con con riferimento a tutto l’episodio descritto, il de relato del Gagliostro appare sempre più problematico. Non è in alcun modo chiarito, infatti, sulla base di cosa, di quali propalazioni e confidenze, il Gagliostro facesse siffatte affermazioni (….Ho appreso anche – N.d.PM : ma da chi ? – che nell’episodio successivo inerente all’aggressione di altri due Carabinieri…. ) E ciò a tacere del fatto che, con riferimento a tale ultimo episodio, è certo che a sparare contro Musicò e Serra furono almeno due armi diverse (e, quindi, due diverse persone) in particolare il solito M12 (cioè l’arma del Calabrò) e un fucile calibro 12 (arma usata da Villani) sicchè anche nel loro contenuto, laddove si afferma che a sparare fu il solo Calabrò, le dichiarazioni del Gagliostro sono da ritenersi erronee in quanto parziali”; “Le evidenti perplessità- scrivevano i giudici all’epoca- che (già sulla base degli elementi di prova acquisiti all’epoca) suscitavano le dichiarazioni del Gagliostro – il cui unico merito, appare, oggi, quello di avere speso parole per cercare di affermare, sia pure con argomenti ed indicazioni errate, l’estraneità, questa invece, vera ed effettiva, di Carella e Quattrone dagli agguati ai CC – che, ricordiamolo, erano fondate – come rettamente osservato dalla Corte – non sulla conoscenza di fatti vissuti personalmente, ma su circostanze che gli risultavano da confidenze (per di più risalenti a coloro i quali erano direttamente implicati nei procedimenti penali in corso su quei fatti) risultavano, per molti aspetti, vieppiù fragili ed inconsistenti, laddove confrontate con le contrarie dichiarazioni di chi, invece, quelle vicende, come Consolato Villani, le aveva vissute in prima persona e aveva deciso di collaborare con la Giustizia, senza riserve.

Segnatamente, proprio il racconto degli episodi omicidiari, orecchiato in carcere da Gagliostro, risultava del tutto fallace, mentre, coerenti e in linea con le stesse conoscenze del Villani, risultava quella parte di dichiarazioni che riguardava i rapporti fra i diversi soggetti convolti in quelle vicende, le trattative (poi abortite) queste si realizzatesi sotto gli occhi del Gagliostro, che nel carcere si svolgevano per “aggiustare” il processo ed altri dati di contorno. Ed è proprio il collaboratore di giustizia Consolato Villani a spiegare nel dettaglio gli “errori” in cui Gagliostro era incorso. Villani: ” Con riferimento al passaggio della deposizione del Gagliostro, laddove riferisce che mentre Carella e Lo Giudice discutevano degli assalti ai CC il Lo Giudice si assunse la responsabilità dei fatti insieme a me e Calabrò, posso fare solo alcune ipotesi (non essendo presente a quella discussione) : la prima è che il Gagliostro abbia mentito o comunque “calcato la mano” contro mio zio per scagionare il Carella che sapeva innocente e del quale era molto amico e con il quale aveva mantenuto ottimi rapporti anche durante la carcerazione. Insomma il Gagliostro, sia pure in buona fede, voleva che il suo amico innocente fosse scagionato e che al suo posto fossero condannati i veri colpevoli; la seconda è che il Gagliostro possa avere male interpretato le parole di mio zio che, non assumendosi la personale responsabilità di quei fatti, potrebbe tuttavia avere rivendicato, per gli stessi, una sorta di responsabilità della sua famiglia e quindi del gruppo criminale in cui era inserito; la terza, che mi sembra poco probabile, è che mio zio per motivi che non conosco, nella dinamica di una accesa discussione in cella, mentendo, si sia fatto bello rivendicando una sua inesistente partecipazione materiale agli agguati, anche se, ripeto, mi pare strano, non solo perché mio zio davvero non aveva nulla a che fare con la materiale esecuzione dei delitti, ma anche perché non era, per carattere, tipo da fare sparate; la quarta ipotesi, che mi sembra però del tutto inverosimile è che, mio zio non solo sapesse dei delitti in questione ma li volesse anche non partecipandovi materialmente, sicchè, nel corso di una discussione potrebbe essersi assunto la responsabilità dei fatti. Quanto affermato dal Gagliostro con riferimento alla dinamica del duplice omicidio è palesemente falso e dimostra che il Gagliostro non sapesse come si erano svolti i fatti. E’ assurdo che io, Lo Giudice e Calabrò, addirittura, avessimo seguito da Palmi fino a Scilla i due Carabinieri. Sarebbe del tutto illogico che un pedinamento, addirittura di Carabinieri, possa durare per almeno 20 km quanti più o meno sono quelli che dividono le due predette località.

E poi ho già spiegato che io e Calabrò, in realtà attendemmo il passaggio di una autopattuglia per attaccarla, in una piazzola non distante il luogo dei fatti, subito dopo Bagnara andando verso sud. Del resto è proprio falso che quel giorno io, Lo Giudice e Calabrò ci recammo presso il Carella a Palmi. Ho già detto che quel giorno prendemmo la vettura Opel rubata nel garage di Calabrò e direttamente andammo a Bagnara presso la piazzola panoramica dopo avere fatto benzina presso l’area di servizio di Villa San Giovanni corsia nord” “Sulla dinamica dei fatti, è riportato negli atti processuali- sulle fasi immediatamente precedenti alle stesse, sui materiali partecipi ai delitti, Consolato Villani, che aveva titolo per farlo essendo reo-confesso ed esecutore materiale dei delitti, smentiva del tutto le dichiarazioni “de relato” del Gagliostro, mentre confermava le circostanze che il Gagliostro aveva visto succedere in carcere all’epoca delle prime indagini e, in particolare, i tentativi di inquinare (ulteriormente) le vicende processuali, con l’avallo di Saverio Latella”. I giudici cercarono di dare una spiegazione a queste dichiarazioni rese da Gagliostro. In questo caso Gagliostro, alla lettura delle cui dichiarazioni affermava, cche la logica criminale che muoveva il Calabrò ( ed il Villani), anche nel caso degli agguati ai Carabinieri, era quella di creare una pressione investigativa contro i Latella.

Ebbene questa ricostruzione, a prescindere dalla evidente sproporzione fra fine e mezzi usati e della assoluta eccentricità e singolarità di una simile strategia mai vista attuata prima (e dopo) in Italia (uccidere in serie Carabinieri per fare pensare che la colpa sia di una banda rivale) in primo luogo, non è ben chiaro sulla base di quali conoscenze il Gagliostro l’avesse formulata. In secondo luogo, alla stessa, può porsi una insuperabile obbiezione preliminare di carattere logico e fattuale, che la rende, ictu oculi, del tutto erronea : se quegli agguati fossero stati posti in essere allo scopo si “mettere sotto pressione” i Latella ( ricordiamolo, egemoni a Ravagnese ) creando problemi di ordine pubblico e scompiglio sul loro territorio, non si capirebbe, per quale ragione il più grave degli episodi – il duplice omicidio Fava-Garofalo – sarebbe stato consumato (e programmato) a decine di chilometri dal feudo dei Latella e cioè a Scilla e cioè in una zona del tutto estranea alla egemonia e agli interessi dei Latella – Ficara”.

Adesso l’interrogativo è d’obbligo. È un caso che a distanza di una settimana dell’esecuzione dell’operazione “‘ndrangheta stragista”, sia stato ucciso Pasquale Gagliostro? Qualche esponente delle cosche, attive nella zona Sud reggina, ha voluto vendicarsi per il tentativo, maldestro, del “pentito” di porre l’attenzione sul possibile coinvolgimento del clan Ficara-Latella negli agguati ai Carabinieri? Oppure sono invece, coinvolte le ‘ndrine della Piana? È stato infatti, lo stesso Gagliostro ad affermare di essere stato minacciato proprio dai clan di Palmi durante un’udienza del processo “Orso” che ha colpito le ‘ndrine palmesi. Tutte le piste investigative sono aperte. E la Procura reggina, guidata da Federico Cafiero De Raho, non esclude al momento nulla a riguardo.

 

 

 

Fonte corrieredellacalabria.it
Articolo del 17 gennaio 2019
“L’omicidio di Fava e Garofalo parte di un attacco allo Stato”
Il procuratore Bombardieri a 25 anni dall’eccidio dei militari nel Reggino: “C’era un disegno eversivo. L’assalto era un tassello della stagione delle stragi.”

 

 

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