18 Marzo 1990 Rosarno (RC) Rapito Michele Arcangelo Tripodi, bambino di 12 anni. Il corpo ritrovato dopo 7 anni.

Michele Arcangelo Tripodi, un bambino di 12 anni scomparso il 18 marzo del 1990 venne ritrovato dopo 7 anni, il 14 luglio 1997, in una fossa nelle campagne di Rosarno. La madre lo riconobbe dagli indumenti indossati.
Il 26 novembre successivo venne ucciso anche il padre, Rocco Tripodi, commerciante all’ingrosso di agrumi, con precedenti penali in odor di mafia, ex sorvegliato speciale di pubblica sicurezza; con lui sarà ucciso anche un onesto commercialista, Ferdinando Barbalace, che si era fermato sul luogo dell’attentato pensando ad un incidente stradale. Sulla base delle indagini che hanno svolto i Carabinieri è emerso che il sequestro di Michele Tripodi, effettuato da alcuni affiliati alla ‘ndrangheta, doveva essere un messaggio, un ”avvertimento”al padre, affiliato alla cosca Lamalfa di San Ferdinando che si sarebbe reso responsabile di uno ”sgarro” nei confronti di appartenenti alla stessa organizzazione o di altri gruppi criminali della Piana di Gioia Tauro. Nonostante il sequestro del figlio, Rocco Tripodi andò avanti nella sua azione di sfida contro le persone che avevano motivi di risentimento nei suoi confronti, per questo venne ucciso.

 

 

 

Articolo del Corriere della Sera del 15.07.1997
Vendetta contro il padre, ucciso a 12 anni
di Carlo Macrì
Era stato massacrato e sotterrato dalla ‘ndrangheta il ragazzino scomparso nel ’90. La macabra scoperta in Calabria grazie alle rivelazioni dei pentiti. Il caso era finito anche in tv a ” Chi l’ha visto? “.
La disperazione della madre alla vista del cadavere.

GIOIA TAURO (Reggio Calabria) – Era scomparso sette anni fa, all’età di dodici anni. Di lui non s’era saputo più nulla. Ieri i carabinieri di Gioia Tauro hanno scoperto i resti di Michele Arcangelo Tripodi sepolti sotto quattro metri di terra, in un agrumeto alla periferia di Gioia Tauro. È stata la madre del giovane, Maria Montagna Gangemi, a riconoscere i poveri resti del figlio, attraverso gli indumenti che il ragazzo indossava al momento della scomparsa. A indicare il luogo della sepoltura sarebbe stato un pentito, che ha anche svelato il nome del presunto autore del delitto, un giovane attualmente detenuto e già all’epoca indagato.

Michele Arcangelo Tripodi, dopo essere stato prelevato da un commando, la sera del 18 marzo 1990, mentre stava facendo un giro con la sua bicicletta, sarebbe stato ucciso a colpi d’arma da fuoco e poi sotterrato. In un primo momento, nel paese di San Ferdinando, un centro della Piana di Gioia Tauro, la sparizione del ragazzo era sembrata un fatto strano. I genitori di Michele si erano rivolti anche alla trasmissione televisiva Chi l’ha visto? per ottenere notizie. Si pensava a una fuga del ragazzo, a una sua precisa volontà di allontanarsi dalla famiglia. Ma l’enigma della scomparsa di Michele Arcangelo Tripodi durò poco. Otto mesi dopo, il padre del ragazzo, Rocco Tripodi, legato al clan dei La Malfa di Rosarno, venne ucciso a colpi di lupara. Ecco, allora, che prese corpo fra gli inquirenti l’ipotesi che il giovane potesse essere stato assassinato per vendetta nei confronti del genitore.

Le indagini si orientarono dunque su una possibile faida tra cosche, e anche all’interno dello stesso gruppo criminale. Forse Rocco Tripodi non aveva accettato alcune regole imposte dai capi-cosca, o forse avrebbe cercato la scalata al vertice dell’organizzazione. Nonostante gli sforzi degli investigatori, comunque, per sette anni il mistero della scomparsa di Michele Arcangelo Tripodi è rimasto tale. Così come l’omicidio del padre. Solo in questi ultimi tempi alcuni collaboratori di giustizia hanno iniziato a fare ammissioni e rivelazioni sui moventi di decine di delitti commessi nella Piana di Gioia Tauro e ordinati dai vertici delle cosche reggenti quel territorio. E hanno parlato anche del piccolo Michele. I pentiti hanno anche indicato il luogo di sepoltura di Michele Tripodi.

Per giorni, lo scorso dicembre, i carabinieri avevano scavato in diverse zone della periferia di Gioia Tauro, ma le operazioni avevano dato esito negativo. Il racconto dei collaboratori di giustizia sui numerosi fatti di cronaca accaduti sulla fascia tirrenica abbraccia un arco di tempo circoscritto tra il 1988 e il 1991. Soprattutto le dichiarazioni di Annunziato Raso sono state importanti per spiegare le modalità di alcune esecuzioni di morti decise a tavolino dai vertici della ‘ndrangheta tirrenica. Da qui l’operazione “Tirreno”, un’indagine che ha portato in carcere centinaia d’esponenti delle cosche della Piana e alcuni tra i capi storici dei sodalizi criminali.

Nel corso di quell’operazione è sfuggito alla cattura Girolamo Molè, detto “Mommo”, inserito nel ristretto elenco dei trenta più pericolosi latitanti redatto dal ministero dell’Interno. Girolamo Molè è figlio di Antonio, uno dei capi storici della ‘ndrangheta di Gioia Tauro. Nei giorni scorsi il latitante è stato arrestato dai carabinieri del Ros dopo un’indagine coordinata personalmente dal colonnello Mario Mori, comandante del reparto speciale.

Il giorno dopo la cattura del superlatitante la madre del piccolo Michele Arcangelo Tripodi ha chiesto ai giudici della Corte d’assise di Palmi l’autorizzazione per poter scavare in un determinato terreno alla periferia di Gioia Tauro per cercare il cadavere del figlio. La richiesta inoltrata ai giudici dell’assise è stata necessaria poiché al processo “Tirreno” che si sta svolgendo in questi giorni Girolamo Molè è accusato dell’assassinio di Rocco Tripodi, padre di Michele. Nella richiesta presentata dalla madre del piccolo assassinato c’era indicato il luogo esatto dove il dodicenne era stato sepolto. Dopo il parere positivo dei giudici, ieri mattina i carabinieri di Gioia Tauro hanno iniziato a scavare sotto lo sguardo attento di Maria Montagna Gangemi. Quando la donna ha visto affiorare lo scheletro del piccolo Michele Arcangelo ha sussurrato: “Figlio mio. Avevi solo 12 anni”.

 

 

 

Articolo da L’Unità del 15 Luglio 1997
Gioia Tauro, il piccolo era scomparso nel ‘90. È stata la madre, scavando in un agrumeto, a trovare il cadavere
La ’ndrangheta uccise bimbo di 12 anni – Una vendetta per punire il padre
di Aldo Varano
Michele Tripodi venne ucciso per dare una lezione al padre che dava fastidio alle famiglie della zona. Cadde in un tranello seguendo un amichetto che lo portò dai killer. Il ritrovamento del bambino usato dai pentiti per screditare altri  pentiti.

GIOIA TAURO. Mancavano pochi minuti alle tre del pomeriggio di sabato quando la pala ha urtato contro qualcosa. La  ricerca è diventata più affannosa. Mamma Maria inginocchiata accanto alla fossa ha aiutato con le unghie e le mani spostando con rabbia, emozione, furia e tenerezza la terra umida che lentamente ha cominciato a restituire i poveri resti del suo bambino. Sono stati momenti terribili, arrivati dopo sette ore dal momento in cui la donna, i suoi parenti e un operaio avevano iniziato a scavare nell’agrumeto; sette anni dopo l’angoscia e il dolore del 18 marzo del 1990, quando Michelangelo Tripodi, Michele per gli amici, dodici anni appena, sparì inghiottito da un mistero.

«È lui, è lui. Sangue mio», ha urlato piangendo disperata mamma Maria mentre gli altri, sotto il sole infuocato, cercavano di tenerla. Solo le scarpe Di Michele restano le scarpe (una tranciata di netto a metà, particolare rilevante in questa tragica storia), una felpa, i capelli, un cinturone. Gli oggetti che la madre Maria Gangemi non ha mai dimenticato in questi lunghissimi anni in cui ha continuato a cercare il figlio, o almeno il suo corpo, girovagando tra ”Telefono giallo” e “Chi l’ha visto?”, carabinieri e magistrati, esibendo la foto di Michele in posa sul banco di scuola. Una ricerca inutile perchè Michele, avrebbe poi raccontato il pentito, era stato  amazzato quella sera stessa.

Una vicenda di ordinaria ferocia nella ‘ndrangheta della Piana di Gioia Tauro (siamo a un tiro di schioppo da uno dei porti più moderni del mondo) dove sono state accertate storie di boss che hanno fatto falciare i mariti delle amanti per averle più libere. Dove una giovane coppia è stata fatta cancellare dai fratelli di lei: la donna, perché di costumi tanto “facili” da compromettere l’onore del clan; il marito, per non aver avuto il coraggio di ucciderla, come volevano i suoi fratelli, per lavare quell’onta. In questo quadro di barbarie, la giovane vita di Michele è servita per mandare un messaggio al padre Rocco, commerciante di agrumi in odor di ‘ndrangheta, il  cui emergere come affarista in braccia umane (oltre a fare il “caporale” segnava ai braccianti giornate fittizie per poi dividersi i soldi dell’indennità di disoccupazione) stava cominciando a dar fastidio alle “famiglie” che controllano la zona.

Michele venne invitato da un suo coetaneo in motorino, una domenica subito dopo il derby tra il San Ferdinando e il Laureana, portato in campagna, chissà con quale scusa, e lì ucciso a pallettoni di lupara sparatigli addosso a bruciapelo.
Qualche minuto dopo la scomparsa telefonarono alla madre: «Michele è stato rapito. Preparate i soldi e che siano tanti». Lei pensò a uno scherzo. A mezzanotte venne lanciato l’allarme e nei giorni successivi vi furono battute con centinaia di uomini, cani, elicotteri. Naturalmente fu tutto inutile. Il ragazzino visto con Michele quel pomeriggio venne fermato, accusato, discolpato.

Qualche mese dopo sparì per sempre Salvatore Romano, 20 anni, il cugino di Michele che s’era messo in testa di chiarire il mistero. A novembre dello stesso anno papà Rocco venne falciato con 18 scariche di lupara mentre viaggiava verso Palmi sulla sua 164. Qualche minuto dopo arrivò Ferdinando Barbalace, che si fermò pensando a un incidente: falciato anche lui.

Quanto vale la vita di un adolescente come Michele? Per gli uomini d’onore della ‘ndrangheta, un messaggio di violenza al padre. Forse ancor meno se perfino il povero corpo di Michele – questo l’atroce sospetto – ora viene utilizzato nella speranza di togliere dai guai e dalla galera proprio quelli che ne hanno decretato o autorizzato la morte. Ma procediamo con ordine.

Usato dai pentiti Annunziato Raso, feroce killer dei Piromalli, 49 omicidi confessati, quando si pentì raccontò anche della barbarie di Michele, non ammazzato da lui ma in cui lui «aveva avuto parte». Indicò l’agrumeto in contrada Bosco (meno di 200 metri da dove furono uccisi Rocco e Barbalace) in cui il ragazzino era stato sepolto: «Cercate lì, è sicuro là sotto». La procura antimafia mobilitò squadre di operai e ruspe e il punto venne setacciato con strumenti sofisticati. Del cadavere nessuna traccia. Un mistero nel mistero. Tempo fa Salvatore Raso, che dal pentimento del fratello Annunziato ha preso nettamente le distanze, lo ha accusato di aver volontariamente depistato i magistrati imbrogliandoli sul punto in cui Michele era stato seppellito.

Un’accusa che, se dimostrata, toglierebbe credibilità ad Annunziato Raso sulla cui testimonianza è impiantato il processo contro decine di boss e sottopancia dei più potenti clan mafiosi della Piana di Gioia Tauro. Salvatore per dimostrare che il fratello è bugiardo ha rivelato in un’udienza dove trovare Michele, un po’ più in là dal punto indicato da Annunziato. Nei giorni scorsi la madre di Michele ha avanzato un’istanza perchè si frugasse in quella zona. Intanto ha chiesto ai proprietari dell’agrumeto il permesso per scavare a sue spese alla ricerca dei figlio.

Sabato scorso alle sette del mattino è iniziata la ricerca che s’è conclusa tra le lacrime alle 14 e 25. Ora i magistrati temono che il ritrovamento porti a una pausa nel processo per accertare se quei resti sono veramente di Michele. Accertarlo è importante per stabilire la credibilità del pentito. Ci vorranno probabilmente mesi.
La scarpa di Michele tranciata di netto, trapela in procura, dimostra che il corpo del bambino è stato riesumato una prima volta – con una zappa o un grosso mezzo meccanico – per spostarlo dal luogo indicato da Annunziato Raso a chissà dove.

Quella scarpa o è stata tagliata in quell’occasione, oppure in quella successiva quando da chissà dove il bambino potrebbe essere stato rimesso nel punto indicato da Salvatore Raso nell’ambito della strategia per togliere credibilità al fratello che ha rinnegato.
Per Michele le perizie, in ogni caso, riusciranno a domostrare quel che è veramente accaduto. Ma servirà tanto tempo, forse troppo.

 

 

 

Fonte:  mafie.blogautore.repubblica.it
Articolo del 24 febbraio 2020
Gioia Tauro, Michele che aveva solo 12 anni
di Margherita Buccilli

La mafia non guarda in faccia nessuno. Non ha guardato in faccia Michele Arcangelo Tripodi e l’innocenza dei suoi dodici anni quando, la sera del 18 Marzo 1990 lo ha fatto sparire da Gioia Tauro, dove il piccolo viveva con la sua famiglia.

Una telefonata anonima: “Michele è stato rapito. Preparate i soldi e che siano tanti” il solo indizio che la madre di Michele, Maria Montagna Gangemini, ha avuto a disposizione per anni. Ricevuta quella telefonata, il primo pensiero dei genitori di Michelangelo (Michele per gli amici) fu quello di uno scherzo. Ma non era così.
Quello era un primo avvertimento per il padre Rocco Tripodi, commerciante di agrumi in odore di mafia: la colpa di Rocco era quella di aver fatto un qualche sgarro ai criminali della Piana di Gioia Tauro.

Michele, invece, di colpe non ne aveva. A mezzanotte di quello stesso giorno si iniziarono le ricerche di Michele, senza successo. Si scoprirà in seguito che, probabilmente, il piccolo Michele era stato ucciso la sera stessa, per essere poi seppellito in un luogo sconosciuto, dov’è rimasto per sette lunghissimi anni. Eppure, con la sparizione di Michele a Rocco Tripodi stava venendo concessa una scelta: piegarsi alla volontà di chi lo minacciava (non fu mai chiaro, infatti, se si trattasse di una lite tra cosche rivali o di una discrepanza interna alla stessa cosca Lamalfa, a cui Rocco Tripodi apparteneva) o mantenere la sua posizione. Rocco Tripodi, irremovibile, seguì questa seconda opzione e sarà proprio questa decisione a portarlo alla morte otto mesi dopo la sparizione di Michele a cui invece, una scelta non fu mai concessa. Una scarica di 18 colpi di lupara porrà fine alla vita di Rocco. L’auto andrà fuori strada, mentre viaggiava verso Palmi, e Ferdinando Barbalace che, chissà per quali coincidenze, stava guidando dietro la macchina di Rocco, sarebbe stato ucciso perché accorso sul luogo del delitto, pensando a un incidente stradale e volendo prestare aiuto. Un altro nome che si aggiunge alla lunga lista delle vittime trasversali di mafia. E questa è solo parte di una delle tragedie architettate dalla mafia.

Per sette lunghissimi anni del piccolo Michele non si sono avute notizie. La madre Maria, pur rimasta sola, non ha mai smesso, però, di cercare il figlio scomparso, rivolgendosi anche alla trasmissione televisiva “Chi l’ha visto?” con la speranza di far luce sulla scomparsa del figlio.

Michele sarà ritrovato il 14 luglio 1997 nelle campagne di Rosarno grazie alle confessioni dei collaboratori di giustizia che solo tardivamente hanno rivelato gli omicidi eseguiti in quel periodo, tra i quali, quello di Michele. Da qui prenderà avvio l’operazione “Tirreno”, grazie alla quale verranno arrestati centinaia di esponenti delle cosche della Piana e altri capi storici. Ed è così che è stato indicato il luogo di sepoltura di Michele insieme al nome dell’omicida. Inoltre è stato anche indicato il nome del conoscente che, all’epoca minorenne, avrebbe attirato Michele in trappola. Processato, è stato discolpato.

Ma la tragedia di Michele non finisce qui. Nel punto in cui Annunziato Raso, collaboratore di giustizia, aveva inizialmente indicato di scavare, il corpo di Michele non venne ritrovato. Ci sarà un’altra rivelazione, quella del fratello di Annunziato, Salvatore, che indicherà un luogo non molto distante, quaranta metri rispetto a quello inizialmente segnalato da Annunziato stesso. Quando il corpo venne riportato alla luce, un dettaglio, la scarpa tranciata a metà, poteva essere indice che il corpo fosse già stato dissotterrato in precedenza e spostato in un punto diverso rispetto quello iniziale. E il mistero si infittisce. Come mai tutto questo è stato architettato? Il sospetto era che fosse per far perdere credibilità alla confessione di Annunziato Raso.

Quella di Michele è una delle tante storie che vede come protagonista una vittima di mafia, vittima di un mondo le cui logiche ai più spesso risultano incomprensibili: un mondo distante ma allo stesso tempo vicino. Questo mondo lo ha inghiottito, distruggendo non solo la sua vita alla tenera età di 12 anni, ma sottraendolo anche all’abbraccio materno e alla dovuta sepoltura, lasciando un vuoto e un’indeterminatezza che soltanto prima l’amore e poi la disperazione di una madre sono state in grado di colmare. Una madre che ha scavato per conto proprio, non volendo più aspettare, dopo le sollecitazioni, i tempi della giustizia, inginocchiata, sotto un sole infuocato, assieme a parenti e a un operaio in un agrumeto privato. Una madre che ha trovato i resti del proprio figlio, briciole di capelli e indumenti che le hanno fatto sussurrare “Figlio mio, avevi solo dodici anni”. E la giustizia, per quelli come Michele arriva sempre troppo tardi.

 

 

 

 

 

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