19 gennaio 1961 Tommaso Natale (PA). Ucciso Paolino Riccobono, 13 anni. Vittima di faida.

“Faceva molto freddo il 19 gennaio 1961 sulle pendici del monte Billemi, a Tommaso Natale, borgata di Palermo. Stava quasi per nevicare. Ma ciò non scoraggiò i killer del tredicenne Paolino Riccobono. I primi due colpi lo raggiunsero al petto. Lui tentò di scappare, ma altre due fucilate alle spalle lo stesero definitivamente. Era un predestinato Paolino. Il padre era stato ucciso il 16 novembre 1957, suo fratello Giuseppe era stato sequestrato ed ucciso nel 1960. Uno sterminio frutto della faida, che andava avanti dal 1953, tra le famiglie di Tommaso Natale e di Cardillo.” (I GERMOGLI RECISI bambini vittime di mafia di Giuseppe Tramontana)

 

 

Fonte: archivio.unita.news
Articolo del 21 settembre 1963
La lupara per fare la guardia alle industrie
La realtà dietro il processo per i delitti a Tommaso Natale

Assassini assunti come custodi per mantenere buoni i rapporti con la mafia.

PALERMO, 20.

Soltanto oggi, dopo tre udienze andate in bianco, i testimoni hanno cominciato a sfilare davanti alla Corte d’Assise che giudica i trenta mafiosi della borgata Tommaso Natale, teatro per anni di terribili fatti di sangue connessi alle lotte per il predominio sulle attività economiche della zona.

Oggi, dunque, i testimoni c’erano, a decine. Sono tutti a discolpa, infatti. Ieri, invece, di quelli citati dall’accusa non si è vista neppure l’ombra, se si escludono i verbalizzanti. E così era stato anche il giorno prima. Mercoledì, anzi, un teste si era presentato: era la vedova del pastore Pietro Messina, ucciso a colpi di Iupara un anno e mezzo fa. Dalla prima deposizione della donna e dalle circostanziate accuse contro i presunti assassini del marito prese le mosse il procedimento giudiziario contro i trenta imputati. Ma la donna l’altro giorno, come è ormai noto, ha ritrattato tutto, ammettendo esplicitamente che a tapparle la bocca è stato il timore di una troppo prevedibile vendetta della mafia.

Ieri, poi a carico di coloro che siedono sorridenti sul banco degli imputati (sorridono perché sono già sicuri di farla franca: ormai il castello dell’accusa è praticamente crollato con le ritrattazioni) avrebbe dovuto testimoniare Rosa Riccobono che nell’arco di quattro anni (fra il ’57 e il ’61) ha avuto la famiglia decimata dalla lupara della cosca avversaria dei Ferrante-Cracolici-Mansueto, Cominciarono con assassinarle il marito e, dopo aver eliminato tutti i maschi della famiglia, le    hanno ucciso persino I’ ultimo nato, Paolo, un pastorello di appena 12 anni. Anch’ella, dinanzi ai poliziotti, fece accuse pesanti e circostanziate che però ieri si è guardata bene dal confermare.

[…]

 

 

Fonte: archivio.unita.news
Articolo del 28 settembre 1963
LA MAFIA TREMA IN SICILIA
di G. Frasca Polara
Detenuto accusa 11 assassini di Tommaso Natale
Teste-bomba ha deposto al processo di Palermo «Li ho visti io» – Enorme sensazione.

[…]

Dopo aver accusato i Ferrante (per i quali, prima della deposizione del teste-bomba, lo stesso PM era stato costretto a chiedere l’assoluzione per insufficienza di prove dalla accusa di omicidio), Simone Mansueto ha accusato altri uomini della stessa banda (Isidoro Cracolici, Domenico Guastella e tale Crocifisso) del barbaro assassinio del pastorello tredicenne Paolino Riccobono. «Li ho visti coi miei occhi scendere dalla montagna poco dopo il delitto», ha detto.  Poi, dalle congerie di nomi e di fatti resi ancora più oscuri dalle sistematiche ritrattazioni dei pochi testi a carico escussi nei giorni scorsi, è saltata fuori un’altra vicenda spaventosa: l’omicidio del giovane agricoltore Giacomo Biondo, ammazzato perché involontario testimone di una aggressione al fratello di Paolo Messina, Antonino.

 

 

Fonte:  archivio.unita.news
Articolo del 4 ottobre 1963
Ha visto la mafia uccidere
Confermate le rivelazioni del teste-bomba a Palermo
Tace per terrore da anni – Il giovane intervistato – Il pastorello di 13 anni falciato davanti a lui.

PALERMO.  3.  C’è un giovane che può confermare le accuse del teste-bomba, Simone Mansueto, contro i mafiosi responsabili, tra l’altro, dell’assassinio del pastorello tredicenne Paolino Riccobono. Il testimone è stato scovato da due croniste dell’«Ora» che, stasera, ne rivelano sul loro giornale soltanto il nome Aldo. Ha circa 21 anni, ha passato la visita di leva, abita anche lui nella borgata palermitana di Tommaso Natale e sino ad oggi non ha parlato per il terrore di essere ucciso. Per due volte, infatti, la mafia ha già cercato di ucciderlo per eliminare così il testimone oculare dell’orrenda morte del ragazzo.

Quel pomeriggio del 18 gennaio del ‘61 insieme a Paolino Riccobono c’era anche Aldo. Mentre i due ragazzi si riparavano sulla montagna Billemi, quattro individui armati di doppietta sbucarono d’un tratto da un nascondiglio e cominciarono a sparare all’impazzata su Paolino, l’ultimo dei Riccobono, la famiglia tanto odiata dai Cracolici.  Quel che accadde in quegli attimi non è stato ancora possibile accertare con esattezza. Certo è che, pochi minuti dopo la sparatoria, un giovane discendeva barcollando la montagna, inseguito da un uomo con il fucile spianato. Era Aldo che, malgrado fosse ferito seriamente a un fianco, tentava di sfuggire agli assassini di Paolino Riccobono.

II giovane riuscì a salvarsi e si fece curare di nascosto dal medico di una vicina borgata. Da allora ha sempre taciuto, ma la mafia ha tentato lo stesso di eliminarlo. In un successivo attentato fu ferito ancora, alle gambe e da allora è vissuto nel terrore della morte.

Come si ricorderà, nel corso di una drammatica udienza della settimana scorsa al processo contro i mafiosi di Tommaso Natale, il testimone volontario Simone Mansueto aveva accusato dell’assassinio del pastorello tre persone: Domenico Guastalla, Isidoro Cracolici e tale Crocifisso. Mansueto avrebbe visto i tre scendere dalla montagna con il fucile a tracolla pochi minuti dopo il delitto.

La dichiarazione aveva suscitato notevole scalpore in quanto, a quasi tre anni dal delitto, la polizia non è ancora riuscita a far luce sulla fosca vicenda. La decisione di rinviare gli atti del processo alla sezione istruttoria per un supplemento di indagini ha tenuto anche conto delle rivelazioni del Mansueto sul delitto Riccobono. Se ora la polizia riuscisse a identificare quest’altro testimone, Aldo appunto, il cerchio si chiuderebbe irrimediabilmente intorno agli assassini.

Dei tre indiziati come autori del delitto, il Cracolici è sparito, probabilmente ucciso; il Crocifisso non è stato ancora identificato; il Guastalla, che sino a pochi giorni fa era libero, è stato arrestato su ordine del P.M. al processo.   g. f. p.

 

 

Fonte: /archivio.unita.news
Articolo del 11 febbraio 1965
Sparisce testimone antimafia confinato 
Doveva deporre per la faida di Tommaso Natale 

PALERMO, 10. Nuova drammatica udienza al processone contro i 37 mafiosi responsabili della lunga e terribile faida di Tommaso Natale. Proprio mentre si attendeva che venisse nuovamente ascoltato l’accusatore numero uno, Simone Mansueto, si è appreso che l’altro testimone-chiave dell’accusa – quel Biagio che fu presente all’uccisione del pastorello tredicenne Paolino Riccobono e rimase egli stesso ferito nell’attentato e avrebbe dovuto sabato prossimo confermare ai giudici della Corte d’ Assise di Palermo le sue accuse contro gli aggressori – è sparito.

La scomparsa del testimone è stata comunicata stamane al presidente della Corte dai carabinieri di Pinerolo con un messaggio telegrafico che è stato letto in aula, tra la studiata indifferenza degli imputati. Se l’Arduino non verrà rintracciato – ora gli danno la caccia non soltanto come teste, ma soprattutto perché ha abbandonato senza autorizzazione la località dove il tribunale gli aveva intimato di risiedere (sempre ammesso che la scomparsa sia volontaria e non il frutto di un crimine) – a carico dei mafiosi incriminati per associazione a delinquere e per una serie di assai gravi delitti non resteranno che le accuse della madre di Paolino (la quale, però, malgrado che per la faida abbia perso marito e due figli e un terzo figlio sia già all’ergastolo, si è rifiutata di fornire ai  giudici indicazioni precise di responsabilità e quelle dell’altro testimone-chiave, appunto  quel Simone Mansueto.

[…]

 

 

Fonte: https://archivio.unita.news/assets/main/1965/02/26/page_005.pdf
Articolo del 26 febbraio 1965
La mafia applaude la sentenza per Tommaso Natale
Pene  miti – 13 in  libertà

PALERMO, 25. Per la seconda volta in tre giorni i giudici di Palermo hanno sorprendentemente decurtato le pene richieste dall’ufficio della pubblica accusa per temibili bande mafiose.

Era accaduto lunedì per Liggio e per i suoi favoreggiatori; si è ripetuta la stessa cosa questa sera al termine del processone contro gli imputati di alcuni tra i terrificanti episodi della lunga faida della borgata palermitana di Tommaso Natale (5 anni di guerra tra due cosche per contendersi il predominio sui pascoli, sull’abigeato, sui pozzi, sul controllo delle guardianie: 10 morti ammazzati, 7 tentati omicidi, 4 dispersi). Per i 34 mafiosi imputati il P. M. aveva chiesto, nel complesso, tre ergastoli (due dei quali per la stessa persona) e 215 anni di carcere, invece la prima sezione della Corte d’Assise ha distribuito appena 125 anni e – tra assoluzioni e pene già espiate – 13 degli imputati sono stati scarcerati questa sera stessa.

Evidentemente non sono state ritenute sufficienti le accuse clamorose di un – volontario – e cioè il teste-bomba Simone Mansueto; e i giudici hanno evitato di dare il massimo della pena all’uccisore del pastorello tredicenne Paolino Riccobono, un ragazzo la cui sola colpa era quella di essere restato l’unico maschio di una famiglia decimata dalla mafia, pur essendovi prove schiaccianti a carico di Giovanni Chifari, al quale è stata risparmiata l’aggravante dei motivi abbietti. Certo la sentenza odierna ha il potere di annullare di colpo l’effetto di cento mastodontiche – battute antimafia – della polizia.

[…]

 

 

 

Paolino Riccobono 13 anni – Un destino segnato
Tratto da: I germogli recisi

Fonte:  instoria.it     (da leggere tutto!)

Un destino segnato

Faceva molto freddo il 19 gennaio 1961 sulle pendici del monte Billemi, a Tommaso Natale, borgata di Palermo. Stava quasi per nevicare. Ma ciò non scoraggiò i killer del tredicenne Paolino Riccobono. I primi due colpi lo raggiunsero al petto. Lui tentò di scappare, ma altre due fucilate alle spalle lo stesero definitivamente. Era un predestinato Paolino. Il padre era stato ucciso il 16 novembre 1957, suo fratello Giuseppe era stato sequestrato ed ucciso nel 1960. Uno sterminio frutto della faida, che andava avanti dal 1953, tra le famiglie di Tommaso Natale e di Cardillo.

Nel ’66, un pentito ante litteram, Simone Mansueto, dichiarò di conoscere i nomi degli assassini del piccolo Paolino. Venne insultato, vituperato, emarginato persino dalla moglie e dichiarato pazzo.

Molti anni dopo lo si vedeva andare al Palazzo di Giustizia per chiedere qualche spicciolo a Cesare Terranova, uno dei pochi che aveva creduto alla sua versione. Di lui si è persa ogni traccia. Per l’uccisione di Paolino venne condannato a trent’anni Giovanni Chifari, soprannominato “crozza munnata” (cranio sbucciato, spoglio).

 

 

 

 

Paolino Riccobono fotografato da Nicola Scafidi
Fonte: stampacritica.org  – «Paolino Riccobono forse aveva visto qualcosa di troppo lì a Tommaso Natale. Lo cercavano polizia, carabinieri, parenti e giornalisti. La sera se ne andarono tutti.  Rimanemmo io e Mauro De Mauro. Lavoravamo per L’Ora.  Ci mettemmo in macchina ad aspettare. All’alba quando tutti erano a dormire abbiamo visto i poliziotti ed i parenti che salivano sulla montagna.  Arrivammo per primi Paolino era lì per terra, morto, accanto ad un albero spezzato. Il primo scatto fu il migliore.  Presi il ragazzino e l’albero: due giovani vite cadute una accanto all’altra, e sullo sfondo c’erano i parenti di Paolino che si arrampicavano. Quella foto la pubblicò persino la Pravda che normalmente non metteva in pagina immagini. Poi mi telefonarono dal Daily Mirror La vollero tutti quella foto». Da una intervista a Scafidi : archivio.unita.news

Fonte:  stampacritica.org
Articolo del 31 gennaio 2017
La mafia ammazza i bambini. Uno moriva 56 anni fa.
di Giulia Montefiore

La mafia non tocca i bambini. Lo dicono anche i parenti di quelli morti ammazzati.
E’ ricorso due settimane fa l’anniversario dell’assassinio di Paolino Riccobono, 13 anni, depredato della propria vita sulle pendici del monte Billemi, nella Borgata di Tommaso Natale, Palermo, ad Est di Capaci e a sud-ovest di Mondello. Era il 19 gennaio 1961 quando due colpi al petto lo raggiungevano, seguiti da altri due colpi alle spalle, mentre il pastorello cercava di scappare.
Un destino preannunciato il suo, il padre ucciso nel 1957 ed il fratello tre anni dopo, entrambi vittime della faida tra i quartieri di Tommaso Natale e di Cardillo che andava avanti dal 1953 nella zona nord della città di Palermo.
Paolino non fu il primo bimbo trucidato nella storia delle mafie, né sarebbe stato l’ultimo. Il suo caso rientra anzi appieno in una lunga tradizione di minori innocenti morti ammazzati.

Infatti, secondo i dati raccolti da Libera, associazione per la sensibilizzazione ed il contrasto al fenomeno mafioso, sono 85 i minorenni uccisi dalle mafie dal 1896 al 2015. Il 41,2% è stato ucciso “casualmente”, il 25,9% per “vendetta diretta”, il 10,6% per “proiettile vagante” ed un altro 10% per “vendetta trasversale”. La maggior parte degli omicidi si sono consumati, in ordine crescente, in Sicilia, Campania, Calabria e Puglia. Per le città il record spetta a Palermo, con 18 minori ammazzati, seguita da Napoli, 16, e Reggio Calabria, 13. Diversi casi sono stati registrati anche al Centro Italia, con due omicidi a Roma e Firenze, tre a Bologna, e poi al Nord, con tre uccisioni a Milano e una a Varese e a Brescia.

Tuttavia, è ancora oggi opinione comune che i bambini, in mafia, non si tocchino.
Questa leggenda trova le sue origini durante lo svolgimento del maxiprocesso di Palermo. Il 7 ottobre 1986 Claudio Domino, 11 anni, viene ucciso nel capoluogo siciliano perché ha visto confezionare alcune dosi di eroina in un magazzino. L’omicidio genera grande indignazione nell’opinione pubblica in un momento estremamente delicato per Cosa Nostra.

Il giorno dopo l’omicidio uno dei boss mafiosi coinvolti nella maxi indagine, Giovanni Bontade, dichiara, in accordo con gli altri accusati: “Non siamo stati noi ad uccidere Claudio. Noi condanniamo questo barbaro delitto, che provoca accuse infondate anche nei confronti di questo processo.”. In tempi record, la mafia individua mandante ed esecutore e li fa sparire. E’ in quel momento che nasce, o che perlomeno riacquista vigore, la leggenda che la mafia non tocchi i bambini.

In realtà gli omicidi non vengono condannati a morte per questioni etiche, ma perché il ragazzino è stato ammazzato senza autorizzazione da parte del boss locale, in completa autonomia. Intanto però la dichiarazione di Bontade ha cristallizzato la leggenda, oltre ad ammettere implicitamente, attraverso l’uso di quel “noi”, l’esistenza dell’organizzazione mafiosa, errore per il quale verrà in seguito condannato a morte dalla stessa.

Possibile che la narrazione creata in quel momento da Cosa Nostra sia stata così efficace da offuscare la memoria degli omicidi di minori avvenuti nel passato e addirittura sopravvivere ai molteplici assassinii di stampo mafioso degli anni ‘90 ed oltre, fino al 2017?

 

 

Leggere anche:

/mafie.blogautore.repubblica.it
Articolo del 26 marzo 2020
Il destino di Paolino Riccobono
di Rosa Cinelli

 

vivi.libera.it
Paolino Riccobono
Paolino era solo un bambino, un pastorello. Lo hanno ucciso per il cognome che portava in un’assurda guerra di mafia che non ha risparmiato nessuno. Neanche un tredicenne.

 

 

 

 

 

 

 

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