2 Febbraio 1967 Campobasso. Viene ucciso Nicola Mignogna, appuntato P.S., in una sparatoria con un pregiudicato

Fonte: cadutipolizia.it

Nicola Mignogna, appuntato P.S., venne ucciso il 2 Febbraio 1967 a Campobasso, in una sparatoria avvenuta in via Monsignor Bologna con un pregiudicato.
L’appuntato Nicola Mignogna, insieme a due altri colleghi era impegnato nelle ricerche di alcuni rapinatori quando riconobbe, (a quel tempo una strada di periferia di Campobasso) un criminale comune da lui arrestato tempo prima. Al controllo degli agenti il pregiudicato estrasse una pistola minacciandoli. L’appuntato Mignogna riuscì a disarmarlo ma il criminale estrasse una seconda pistola facendo fuoco contro i poliziotti. L’appuntato Mignogna venne colpito da quattro pallottole e morì prima di raggiungere l’ospedale. Gli altri due colleghi vennero gravemente feriti. Uno di loro riuscì a rispondere al fuoco ed a ferire a sua volta l’aggressore, il quale fu arrestato pochi giorni dopo dalla Polizia ad Ancona.

Nicola Mignogna era sposato e padre di quattro figli in tenera età. Il fratello, anch’egli agente di Pubblica Sicurezza era stato ucciso nel 1945 in uno scontro a fuoco con alcuni banditi.
Fonte:  cadutipolizia.it

 

 

 

Articolo da L’Unità del 3 Febbraio 1967
Uccide un poliziotto e ne ferisce altri due
Lo avevano fermato per un controllo – Disarmato di una pistola ne ha impugnato un’altra – E’ fuggito dopo la sparatoria – La vittima lascia 4 figlie

Campobasso, 2.

Fermato da una delle pattuglie che in tutta Italia proseguono la vana caccia a Leonardo Cimino, un uomo ha sparato la scorsa notte contro tre agenti: uno è morto in pochi istanti. gli altri due sono rimasti feriti. Il responsabile del folle gesto, che tuttavia va ricondotto all’atmosfera di esasperazione creata dalla stessa polizia dopo il duplice delitto romano di via Gatteschi, è Paolo Caso. Ha 44 anni ed è nato ad Ururi, nella provincia del capoluogo molisano. Durante la sparatoria sarebbe stato ferito a sua volta; tuttavia è riuscito a fuggire ed ora starebbe cercando di raggiungere, a piedi, Napoli, dove forse spera di trovare qualche aiuto. La questura di Campobasso lo indica come pregiudicato, ma in questo momento non aveva alcun conto in sospeso con la giustizia: se si fosse arreso subito, avrebbe solo dovuto rispondere di contravvenzione al foglio di via e di possesso illegale di arma da fuoco. « Solo la follia può spiegare il suo delitto» dicono ora gli stessi poliziotti.

La vittima è l’appuntato di pubblica sicurezza Nicola Mignogna, di 43 anni, padre di quattro bambine. Sono ricoverati in ospedale il brigadiere Giovanni Paduano, raggiunto da una revolverata al viso, e la guardia Ignazio Cammisano colpito ad un braccio. Guariranno entrambi in un mese.
Una nuova, febbrile caccia all’uomo e stata scatenata nel Molise e anche in Puglia e Campania. Posti di blocco sulle strade principali delle tre regioni: squadre di agenti, di carabinieri e di uomini della «stradale » sguinzagliate ovunque. Partecipao inoltre alle ricerche un reparto speciale della «celere» di Foggia, con cani poliziotto, e un gruppo di investigatori, anch’esso accompagnato da cani, del nucleo interregionale di polizia ciminale che ha sede a Napoli.

Erano le 3 quando un’auto della Squadra Mobile — con a bordo il brigadiere Paduano, l’appuntato Mignognaa e la guardia Cammisano — stava percorrendo le strade della periferia nei pressi dello stadio. La vettura aveva una targa civile e quindi non riconoscibile: il servizio cui era adibita riguardava gli speciali pattugliamenti che continuano per la cattura del presunto assassino dei fratelli Menegazzo.
All’altezza di via Monsignor Bologna gli iivestigatori hanno notato un uomo. Il brigadiere Paduano e l’appuntato Mignogna hanno riconosciuto subito Paolo Caso: lo avevano arrestato il 6 settembre dell’anno scorso, eseguendo un mandato di cattura della Prefettura di Roma, che lo aveva condannato per falso a 3 anni e 1 mese di reclusione. Paolo Caso era rimasto poco piu di due mesi in carcere: ne era uscito, grazie all’amnistia e all’indulto, l’8 novembre.
Avevano dato un foglio di via per il suo paese ma già da qualche giorno il Caso era stato visto, e segnalato, a Campobasso.
Il brigadiere e l’appuntato sono scesi precipitosamente ed hanno intimato l’alt. A questo punto le ricostruzioni del tragico episodio sono due quella ufficiale, ed una, ufficiosa, ripetuta in alcuni ambienti della questura.
Secondo la prima versione, quella ufficiale. Paolo Caso ha impugnato una pistola (calibro 22, a tamburo), che conservava in una borsa nella quale erano anche degli «spadini» e degli arnesi atti allo scasso, ed ha gridato ai poliziotti che non se ne sarebbe servito se lo avessero lasciato andare. Con un salto acrobatico Nicola Mignogna è riuscito ad avvicinarsi all’uomo e a colpirlo al braccio destro disarmandolo. Sembrava fatta.
L’appuntato era chino a raccogliere il revolver quando Paolo Caso ne ha estratto un altro (una « Beretta » 7.65 canna lunga) sparando a bruciapelo sull’agente che aveva dinanzi. Quindi è fuggito in un vicino palazzo in costruzione e di lì ha continuato il fuoco. Altre tre pallottole hanno raggiunto il Mignogna: colpiti suno stati anche il Paduano e il Cammisano. Solo quest’ultimo ha avuto la possibilità di impugnare la propria Beretta e di sparare. Forse, lo abbiamo detto, ha anche colpito l’omicida.
Secondo l’altra versione, Paolo Caso ha fatto avvicinare tranquillamente il brigadiere e l’appuntato, ha aperto la borsa ed ha consegnato senza resistere,la calibro 22, una pistola che, con il cane inceppato, non avrebbe mai potuto sparare, e gli « spadini ». Quando, però, gli hanno detto di salire sull’auto, per essere tradotto in questura, si è girato di scatto ed e fuggito verso un palazzo in costruzione. A questo punto uno dei poliziotti — intanto era scesa anche la guardia Cammisano — ha esploso in aria, a scopo intimidatorio, alcuni colpi di pistola.
Paolo Caso, però, non si è fermato: è sceso nello scantinato dello stabile, si è appostato dietro alcuni sacchi di cemento e, pistola in mano, ha atteso che arrivassero i poliziotti, avvantaggiato dal fatto di essere completamente nascosto nel buio ma di poter vedere le sagome degli agenti che, scese le scale, hanno cominciato a cercarlo nell’ampia cantina. E infatti, quando ha sparato, non ha sbagliato la mira: almeno tre proiettili sono andati a segno. Poi è fuggito da un’altra uscita: a questo punto sarebbe stato raggiunto da una revolverata.
Mignogna era l’utista della pattuglia, l’unico che sapesse guidare l’auto. Malgrado le lesioni mortali, ha soccorso gli altri due colleghi, li ha aiutati a salire sulla vettura e si e messo al volante nel disperato tentativo di raggiungere il vicino ospedale. Percorso qualche centinaio di metri di una ripida discesa è andato a schiantarsi contro un muro. Ora solo l’autopsia potra stabilire le cause della sua morte: se cioè e stato ucciso dalla revolverata o dal violento urto.
Il questore ha proposto per la vittima la promozione sul campo a brigadiere e la concessione di una medaglia d’argento alia memoria. Un particolare sconcertante è stato aggiunto alla tragedia dai familiari dell’ucciso: anche il fratello di Nicola Mignogna, che prestava ugualmente servizio nella polizia, fu abbattuto nel 1945 durante un conflitto a fuoco con alcuni banditi.

 

 

 

 

Fonte: archiviolastampa.it
Articolo del 3 febbraio 1967
Grave episodio alla periferia di Campobasso
Ladro sorpreso da un pattuglione all’alba spara, uccide un agente e ne ferisce altri due.
Il malvivente, 43 anni, dimesso dal carcere, ha aperto il fuoco, ferendoli, contro un sottufficiale e un poliziotto che gli avevano intimato l’«alt» – Poi è intervenuto l’appuntato che guidava la  «Jeep» » e il fuorilegge si è lasciato disarmare – Improvvisamente però ha estratto una seconda rivoltella ed ha sparato contro il graduato – Questi ha tentato di raggiungere con la camionetta il centro ma è morto per strada – Proposto alla promozione sul campo a brigadiere e al conferimento d’una medaglia – L’assassino è latitante.

Campobasso, 2 febbraio. Stamane all’alba, in una zona periferica della città, un pattuglione della Squadra Mobile è stato fatto segno a colpi di pistola da un pregiudicato, sorpreso a rubare in un cantiere edile: nel drammatico scontro a fuoco è rimasto ucciso l’appuntato di P. S. Nicola Mignogna, di 42 anni, padre di quattro figli. Sono rimasti feriti gravemente il brigadiere Giovanni Paduano, di 48 anni, e l’agente Ignazio Commisano, di 30. Il malvivente, Identificato per Paolo Caso, di 43 anni, dimesso dal carcere dall’ultima amnistia, è riuscito a sfuggire alla cattura ed è tuttora ricercato dalle forze dell’ordine. Egli, secondo le dichiarazioni del questore di Campobasso, sembra che sia rimasto ferito nel conflitto a fuoco con gli agenti. Il tragico episodio è avvenuto verso le ore cinque di stamane in via Monsignore Secondo Bologna. Nella zona, ove vanno sorgendo diversi fabbricati per abitazioni sulla strada che porta a Napoli, era in servizio di pattugliamento la camionetta guidata dalla vittima Nicola Mignogna e che aveva a bordo altri quattro poliziotti. Essi erano, all’ordine del brigadiere Giovanni Paduano ed avevano li compito di perlustrare la località periferica cittadina, priva ancora dell’illuminazione pubblica. Nei giorni scorsi, alla Questura erano pervenute segnalazioni della presenza in città di alcuni malfattori e la pattuglia doveva controllare le vie di accesso al capoluogo. La camionetta procedeva lentamente con i fari accesi, quando nel fascio di luce è apparsa la figura di un uomo che si muoveva con atteggiamenti sospetti, rasente il muro di un edificio in costruzione. Gli agenti riconoscevano nell’individuo un pregiudicato, Paolo Caso, già varie volte condannato per furti e resistenza armata alle forze dell’ordine. Egli veniva raggiunto dal brigadiere Paduano e dall’agente Commisano, mentre l’autista Mignogna e gli altri due agenti si tenevano in disparte, pronti ad intervenire conoscendo il carattere violento del fuorilegge. L’uomo, infatti, estraeva dalla tasca interna della giacca una pistola e faceva fuoco ripetutamente contro il sottufficiale e l’agente che gli avevano intimato l’alt. Raggiunti dai colpi di pistola, i due si accasciavano al suolo e venivano immediatamente raggiunti dal loro compagni. Coraggiosamente, l’appuntato Mignogna affrontava il pericoloso delinquente, riuscendo a disarmarlo. Il malfattore fingeva di arrendersi e di voler seguire l’appuntato verso la camionetta. Improvvisamente, però, estraeva una seconda pistola a mitraglia dalla cintura dei pantaloni e, senza esitazione, sparava numerosi colpi contro il graduato Mignogna, ferendolo mortalmente all’addome. Poi il delinquente fuggiva. L’appuntato Nicola Mignogna si rialzava lentamente e comprimendosi le ferite con le mani, riusciva a raggiungere la camionetta sulla quale i colleghi avevano già adagiato il sottufficiale e l’agente ferito. Egli, facendo ricorso a tutte le sue energie, saliva al posto di guida ed avviava il veicolo, cercando di raggiungere il centro. L’appuntato sapeva di essere il solo elemento della pattuglia esperto di guida e non intendeva abbandonare i compagni nella deserta ed oscura località. Tuttavia, la camionetta non riusciva a percorrere che poche centinaia di metri: le gravi lesioni ed il sangue che fuoriusciva dalle ferite facevano perdere conoscenza al coraggioso autista. Priva di guida, la «Jeep» si schiantava contro il muro di un edificio, fracassandosi. Dopo l’allarme, sul posto accorrevano il questore, dottor Salvatore Bonifacio, funzionari ed agenti. Si provvedeva al soccorso dei feriti, che erano ricoverati nell’ospedale civile di Campobasso, ove essi venivano sottoposti ad interventi chirurgici. Il brigadiere Paduano presentava una ferita al petto, mentre all’agente Commisano i medici riscontravano una ferita d’arma da fuoco con ritenzione del proiettile nel cranio. Le condizioni dei feriti permangono gravi ed i medici si sono riservata la prognosi. Lo sventurato Mignogna giungeva cadavere in ospedale. Egli è stato proposto dal questore di Campobasso per il generoso tentativo di salvare i compagni, alla promozione sul campo a brigadiere e al conferimento di una medaglia d’argento. Una vasta operazione disposta per catturare il delinquente, che è nativo di Ururi, un comune ad ottanta chilometri dal capoluogo, è in corso in tutta la regione. Alle ricerche prendono parte polizia e carabinieri con l’aiuto di cani poliziotti fatti affluire appositamente dal centro di addestramento di Napoli. Finora del delinquente nessuna traccia a.l.

 

 

 

Fonte:  archiviolastampa.it 
Articolo del 10 marzo 1967
Assicurato alla giustizia ad Ancona un altro pericoloso assassino
Il bandito Paolo Caso sorpreso da 4 civili lotta, spara, ne ferisce 2 ma viene catturato
di Remo Lugli
Era ricercato dal 2 febbraio scorso per aver ucciso un appuntato di polizia e ferito due guardie – La notte scorsa è stato colto mentre stava rubando la radio sull’auto di un industriale romano – Quest’ultimo e i tre suoi amici (un avvocato e due fratelli di Ancona) non sapendo di trovarsi di fronte al feroce malvivente, lo fanno salire in macchina per portarlo in Questura – Il fuorilegge estrae la rivoltella ed apre il fuoco: colpiti l’avvocato e un altro dei civili – Dopo una drammatica colluttazione, durata dieci minuti, viene immobilizzato e consegnato agli agenti.

Ancona, 9 marzo. Il bandito Paolo Caso, di 43 anni, da Ururi (Campobasso), che il 2 febbraio scorso, in uno scontro a fuoco con una pattuglia della polizia alla periferia di Campobasso uccise un appuntato e feri due guardie, è stato catturato stanotte da Quattro civili che lo avevano sorpreso a rubare in una automobile. L’episodio è stato altamente drammatico perché il Caso ha agito come l’altra volta, con ferocia, sparando all’impazzata. La lotta per disarmarlo e immobilizzarlo è durata dieci minuti e due dei quattro coraggiosi anconitani sono rimasti feriti, per fortuna non gravemente.
Raccontiamo i fatti di stanotte. Alle due e tre Quarti, nella sona del Passetto, alla periferia della città, camminano chiacchierando l’avv. Livio Bonci, di 89 anni, residente a Osimo (Ancona), Paolo Pierpaoli, di 26 anni, pure di Osimo, suo fratello Giovanni di 30 anni, abitante ad Ancona in via Scrima e Cesare Romagnoli, di 45 anni, residente a Roma. Il Romagnoli industriale in materiali ferrosi, è venuto da Roma con la sua «Giulia > per parlare di affari con i fratelli Pierpaoli che hanno un laboratorio di infissi. Con loro c’è anche l’avvocato che è amico intimo dei due fratelli. Hanno cenato in un ristorante della zona, si sono intrattenuti in un bar-night e ora stanno dirigendosi verso la via Scrima dove, davanti all’abitazione di Giovanni Pierpaoli, hanno lasciato la «Giulia» del Romagnoli. Arrivano e si accorgono che la vettura ha un deflettore forzato e lo sportello socchiuso. Lo aprono. Dentro c’è un uomo, rannicchiato davanti al sedile anteriore destro, che sta armeggiando per smontare l’autoradio. Indossa un giubbotto, ha calzato in testa un berretto. Non si scompone molto per essere stato scoperto. «Scusate — dice — volevo riposarmi, non so dove andare a dormire». Gli contestano che stava rubando e lui nega. L’avv. Bonci gli chiede i documenti e lui tira fuori una carta d’identità che risulterà poi falsa. «Deve seguirci in questura», dice l’avvocato e lo fa scendere di macchina tenendolo però ben stretto per un braccio. «No, no — incomincia ad implorare l’uomo — non fatemi del male, sono padre di cinque figli, non dovete rovinarmi». Ma i quattro sono decisi. Lo fanno salire sui sedili posteriori, tra l’avvocato e Paolo Pierpaoli, mentre il Romagnoli si mette al posto di guida e Giovanni Pierpaoli si siede al suo fianco. La strada è illuminata da una fioca luce, l’interno della vettura è al buio perché gli sportelli sono già chiusi; l’industriale sta per mettere in moto. Ma il bandito ha già estratto la pistola — una Beretta calibro 7,65 — senza che nessuno se ne sia accorto. Spara il primo colpo in direzione di Paolo Pierpaoli: il proiettile gli sfiora il naso. Da questo momento ha inizio una lotta furibonda che dura dieci minuti. Le mani dei quattro amici si avventano sulla mano destra del bandito per cercare di strappargli l’arma. Lui intanto scalcia, dà gomitate, cerca di uscire dall’automobile che si è tramutata in trappola. Racconta l’avvocato dal suo letto d’ospedale dove gli hanno appeso il braccio sinistro a una staffa metallica: «Lui cercava di puntare la rivoltella contro di noi e noi disperatamente tentavamo di spostare la canna verso il tetto della “Giulia”. Il secondo colpo è stato per me: mi ha raggiunto al braccio sinistro. Sul momento non me ne sono neanche accorto, poi ho sentito il caldo dei sangue e una fitta; in breve il dolore si è fatto acuto, non potevo più adoperare il braccio, ma ho continuato a lottare con l’altro, era in gioco una posta troppo grossa, la vita per tutti noi». Il Romagnoli intanto apre il suo sportello per far accendere la luce. Un altro colpo, sparato nella direzione del sedile anteriore destro, va a raggiungere all’addome Giovanni Pierpaoli, che era girato indietro. Un gemito e il giovane esce dalla vettura. Si lamenta ma non sviene, anzi, dopo meno di un minuto, torna al suo posto a continuare la battaglia ingaggiata con il bandito. I tre spari hanno svegliato parecchia gente del popoloso quartiere. Si aprono finestre, qualcuno si affaccia, vedono la «Giulia» con gli sportelli aperti, sentono gemiti, imprecazioni, ma nessuno scende, hanno paura. Un quarto sparo e poi ancora un altro, ma fortunatamente i proiettili vanno a vuoto, perforano il tetto. L’avv. Bonci esce dalla macchina e dall’esterno si mette a picchiare pugni sulla testa del bandito, con tutta la forza possibile, cerca di graffiarlo in faccia, negli occhi, ma lui si difende con la bocca, riesce ad afferrargli il dito indice della mano destra e gli dà un morso terribile. I quattro uomini sono esausti, temono di essere sopraffatti, ma non lasciano la presa, anche perché pensano che se liberano la mano del bandito egli è capace di uccidere tutti, uno per uno. Sono passati quasi dieci minuti, il Romagnoli si accorge che sul pavimento ci sono le pinze che il ladro stava usando per smontare la radio, le afferra, si gira, gli vibra con l’utensile due colpi in testa. Il bandito è tramortito, per qualche attimo perde le forze. I quattro riescono ad aprirgli la mano e a strappargli la rivoltella. Hanno vinto. Lo trascinano fuori, lo fanno mettere in piedi con il mento posato al tetto della vettura, le mani in alto; il Romagnoli gli punta la rivoltella alla schiena: «Se ti muovi sparo», gli intima. Ora i due feriti si abbandonano al dolore, gemono. Ma finalmente è sceso un inquilino, li carica su un’automobile e li porta all’ospedale. A bada del Caso restano il Romagnoli e Paolo Pierpaoli. «Telefonate alla questura» grida l’industriale alle persone che sono affacciate alla finestra. C’è da aspettare un’altra decina di minuti e intanto l’industriale, per intimorire il bandito, spara, intervallati, tre colpi di rivoltella. Arriva una pattuglia radiomobile, il bandito viene caricato, portato all’ospedale perché gli cola il sangue dalla ferita che ha riportato per i colpi di pinza e ha la faccia tumefatta dai pugni che gli hanno dato i quattro nella lunga lotta. Si pensa che sia un volgare ladruncolo di auto, poi si scopre che è Paolo Caso. Era irriconoscibile: la foto segnaletica che era stata diramata a tutte le questure dopo il delitto di Campobasso lo presentava con i baffetti e folti capelli neri. Qui è senza baffi e rapato. Comunque, messo alle strette, confessa la sua vera identità.

All’ospedale, Giovanni Pierpaoli viene ricoverato nella sezione chirurgica con prognosi riservata: il proiettile gli ha perforato l’addome, ma non ha leso parti vitali. Nel pomeriggio il malato viene sottoposto a intervento per estrazione del piombo e le sue condizioni migliorano sensibilmente. L’avv. Bonci, ricoverato in ortopedia, ha riportato la frattura dell’avambraccio e una ferita da morso a un dito. Anche a lui è stato estratto il proiettile. Entrambi i feriti sono assistiti dalle mogli. Pierpaoli ha una bambina di 8 mesi; l’avv. Bonci ne ha due, una di 7 mesi e una di 13. Nella tarda mattinata si sono recati ai loro capezzali il prefetto, dott. Cappuccio, e il questore, dott. Lacquaniti, i quali gli hanno manifestato il loro plauso per la loro coraggiosa azione e l’augurio di una pronta guarigione. Il prefetto, oggi stesso, ha inviato al ministro Taviani la proposta di decorare con medaglia d’argento al valore civile le quattro persone che sono riuscite a catturare il pericoloso bandito. Paolo Caso è stato trasferito in carcere alle 9,30, dopo la medicazione e l’interrogatorio da parte del dott. Casazza, capo della Squadra Mobile. In una tasca cucita all’interno di un indumento intimo gli sono state trovate 300 mila lire in banconote da diecimila, e lo scontrino di una valigia che aveva depositato alla stazione. La valigia, prelevata dalla polizia, conteneva vestiti e alcune radio. Per i fatti odierni il Caso verrà denunciato per quadruplice tentato omicidio e rapina impropria (il tentato furto della radio con uso della pistola). Ma su di lui pesa già la gravissima accusa di omicidio nella persona dell’appuntato della polizia Nicola Mignogna, e di tentato omicidio del brigadiere Giovanni Paduano e della guardia Ignazio Cammisano. Il delitto, come si è già detto, lo commise la notte tra il 2 e il 3 febbraio. Era ricercato per furto e si imbatté in un posto di blocco che era stato istituito alla periferia di Campobasso per le ricerche del Cimino. Alla richiesta dei documenti egli estrasse la pistola e la puntò ai poliziotti, essi però riuscirono a disarmarlo senza tuttavia poterlo arrestare. Inseguito, il Caso si rifugiò in un cantiere edile. Gli agenti si accostarono al suo nascondiglio senza paura perché gli avevano appena prelevata la rivoltella. Ma lui ne estrasse un’altra e sparò dieci colpi uccidendo il Mignogna e ferendo gli altri due. Scappò senza più lasciare tracce. Ora si è potuto ricostruire quello che fece da allora. Nella sparatoria con gli agenti era rimasto ferito a un’anca. La notte stessa del delitto raggiunse l’abitato di lelsi e di qui si fece portare a Foggia con un taxi. A Foggia comperò una buona scorta di pane e salame e andò a rifugiarsi in una casa abbandonata per attendere che la ferita si rimarginasse. Dopo una sosta di cinque giorni andò a piedi fino a Benevento e di qui a Napoli In treno pagando il biglietto in carrozza per non doversi presentare agli sportelli dove avrebbero potuto riconoscerlo. A Napoli, vicino all’aeroporto di Capodichino, andò a dissotterrare un sacchetto contenente una pistola (la stessa che ha usato stanotte) e 400 mila lire, che aveva sotterrate parecchi mesi fa, prima di trascorrere un periodo in carcere (è stato dimesso recentemente, con l’amnistia). Si trasferi quindi a Pescara e di lì ad Ancona.

 

 

 

 

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