2 Marzo 1988 Palermo. Ucciso Donato Boscia, 31 anni, direttore del cantiere dell’impresa romana Ferrocementi.

Foto da gioianet.it
Ringraziamo Dedicato Alle Vittime Delle Mafie

Aveva 31 anni. Aveva una carriera lunghissima davanti a sé. Era un ingegnere con un cuore grande così e con un’onestà limpida. Si chiamava Donato Maria Boscia e la sera del 2 marzo 1988 fu freddato a Palermo da cinque colpi di pistola. Fu la mafia a decretare il brutale assassinio. Il maxiprocesso, celebrato e conclusosi a Palermo nel 1997 con 22 condanne di cui 14 all’ergastolo, dimostrò che era coinvolto nell’omicidio del giovane ingegnere di Gioia del Colle anche Salvatore Riina. Che Balduccio Di Maggio era implicato nei fatti. Che Donato Maria Boscia morì perché stava costruendo una sezione dell’acquedotto siciliano sul quale la mafia non era riuscita a mettere le mani. (La Repubblica del 1/06/2001)

 

 

Articolo di La Repubblica del 1.06.2001
L’ ingegnere martire dei mafiosi

Aveva 31 anni. Aveva una carriera lunghissima davanti a sé. Era un ingegnere con un cuore grande così e con un’ onestà limpida. Si chiamava Donato Maria Boscia e la sera del 2 marzo 1988 fu freddato a Palermo da cinque colpi di pistola. Fu la mafia a decretare il brutale assassinio. Il maxiprocesso, celebrato e conclusosi a Palermo nel 1997 con 22 condanne di cui 14 all’ ergastolo, dimostrò che era coinvolto nell’ omicidio del giovane ingegnere di Gioia del Colle anche Salvatore Riina. Che Balduccio Di Maggio era implicato nei fatti. Che Donato Maria Boscia morì perché stava costruendo una sezione dell’ acquedotto siciliano sul quale la mafia non era riuscita a mettere le mani. Domani, il prefetto di Bari, Tommaso Blonda, consegnerà ai genitori di Donato Maria, la medaglia d’ oro al valor civile. Durante la conferenza stampa di ieri, il prefetto ha parlato con visibile commozione del giovane ingegnere. «È un dolore immenso e allo stesso tempo un orgoglio infinito», ha detto Blonda. «Si era laureato a 23 anni al Politecnico di Torino in ingegneria – racconta l’ anziano padre Vito – e da subito aveva cominciato a ricevere proposte di lavoro.

Dopo il servizio militare scelse di lavorare per la Ferrocementi di Roma e in poco tempo aveva già fatto tanta carriera. Gli assegnarono la direzione del cantiere per l’ acquedotto a Palermo: doveva sfondare il Monte Grifone e aveva scommesso con gli operai che sarebbe riuscito a farlo entro il 14 aprile dell’ 88. Poi, la disgrazia e gli operai continuarono a lavorare anche di notte e senza paga, ma riuscirono a traforare l’ ultimo muro il 14 aprile. Scherzando diceva che sarebbe tornato da Palermo in una bara, ma noi non potevamo sospettare anche se dei segnali li avevamo avuto. Attentati ai mezzi meccanici, danni. Poi un giorno, Balduccio Di Maggio che si presenta da lui fingendo di essere un operaio in cerca di lavoro. Ma queste sono cose che abbiamo saputo solo dopo~». La sera del 2 marzo, Donato stava tornando a casa. Smontava dal servizio alle 17, s’ intratteneva sempre un po’ di più sul cantiere con gli operai. Gli orari della sua giornata erano sempre gli stessi e i killer lo sapevano. Bloccarono la sua auto ad un incrocio, lo freddarono con cinque colpi di pistola. «Mi do la colpa di quel suo modo di essere – dice il padre – Ai miei figli ho fatto sempre da fratello maggiore, qualche volta anche da fratello minore». (il.fi.)

 

 

 

 

Nota tratta dall’articolo del 4 Aprile 2012 da gioianet.it
“LO STATO SIAMO NOI”: LIBERA RICORDA DONATO BOSCIA
di Dalila Bellacicco

Donato Boscia

Donato Diego Maria Boscia nasce a Corato il 6 novembre 1957 da Angela Eramo e Vito Boscia (Medico Veterinario) in Gioia del Colle. La nascita di Donato a Corato da due famiglie storicamente gioiesi (Boscia – Eramo) è legata al fatto che il nonno notaio Diego Eramo e la moglie Angela Mastroviti, entrambi di origine gioiese, (rispettivamente padre e madre di Angela Eramo) risiedevano a Corato per esigenze lavorative e dato che, come costume dell’epoca, le nascite avvenivano in casa, Angela Eramo, madre di Donato, aveva espresso il desiderio di vivere la nascita del primo figlio (Donato Boscia) a casa dei propri genitori, dove si sentiva più tranquilla, visto che il marito dottor Vito Boscia, Medico Veterinario, per esigenze lavorative era fuori casa per la maggior parte della giornata.

Subito dopo la nascita Donato e la madre Angela tornano alla loro abitazione di Gioia del Colle in via Roma, dove vivranno per 14 anni per poi trasferirsi in via Principe Amedeo (oggi via Ingegner Donato Boscia), dove attualmente vive ancora la famiglia Boscia – Eramo. Dopo aver frequentato a Gioia la scuola elementare G. Mazzini, la scuola media F.P. Losapio ed il liceo Scientifico Ricciotto Canudo e dopo essersi brillantemente diplomato, a 18 anni si iscrive alla Facoltà di Ingegneria presso il Politecnico di Torino. Nel corso degli studi, in qualità di compaesano e collega – amico più anziano, accoglie e aiuta ad ambientarsi nel Politecnico alcuni amici di Gioia, oggi brillanti ed affermati professionisti, che avevano deciso di seguire gli studi universitari nella città di Torino. In data 20 ottobre 1981, all’età di 24 anni Donato Boscia si laurea in Ingegneria Civile – Sezione Edile con il massimo dei voti e lode. Dopo aver assolto agli obblighi della leva militare ed aver sostenuto diversi colloqui preliminari, a 26 anni viene assunto da una grossa società edilizia che si occupa di opere pubbliche, la Ferrocemento S.p.A. di Roma, con l’incarico di affiancare un collega ingegnere con maggiore esperienza presso un cantiere di Nusco, in provincia di Avellino. Terminati i lavori in quel cantiere, Donato Boscia viene incaricato di proseguire i lavori della costruzione della diga, già in fase di costruzione da alcuni anni, sul fiume Metramo, nei pressi di Galatro Terme, come responsabile tecnico unico. Il diretto superiore, l’ingegner Gianfranco Castellano, segue da vicino il primo incarico importante di Donato Boscia, rimanendo favorevolmente colpito dalla sua competenza e dal suo impegno professionale tanto da illustrargli i futuri sviluppi professionali con un grosso cantiere ad Arezzo. Purtroppo, al termine dei lavori in Calabria, vicissitudini aziendali rendono imprescindibile la presenza di Donato Boscia in Sicilia e precisamente a Palermo, dove si doveva occupare di seguire il solo aspetto tecnico per la costruzione di un invaso che avrebbe dovuto dare l’acqua alla città. Le decisioni amministrative, i rapporti con i subappaltatori e tutto quello che non era di competenza strettamente tecnica, considerata la situazione ambientale non certo felice ed al fine di evitare potenziali problemi a tutto il personale operante nel cantiere, venivano direttamente gestiti dalla sede di Roma. In cambio di questo sacrificio che avrebbe dovuto essere al massimo di 2-3 anni, giusto il tempo di impostare l’opera ed affidarla ad un altro collega ingegnere più giovane (così come era accaduto per Donato Boscia per il cantiere in Campania) a cui avrebbe dovuto fare da supervisore, gli era stato promesso un successivo incarico di almeno dieci anni come responsabile tecnico unico di un altro grosso cantiere a Gravina di Puglia, quindi praticamente a casa. Allettato dal futuro avvicinamento a casa e nel rispetto degli impegni presi con la Ferrocemento, Donato Boscia, a malincuore e con lo spirito di sacrificio che lo caratterizzava, accettò l’incarico in Sicilia. Donato era molto legato a Gioia del Colle sia dagli affetti familiari che dai tanti amici che aveva. A riprova del legame con il suo paese, per tutta la durata dei lavori in Calabria ed in Sicilia, Donato tornava tutti i fine settimana a casa per rivedere i familiari e gli amici. Il 2 marzo 1988 all’età di soli 31 anni, quando appena cominciava a intravedere i frutti dei sacrifici e soprattutto pregustava il ritorno a casa, senza nessun preavviso, l’ingegner Donato Boscia rimaneva vittima di un vile attentato mafioso che stroncava una carriera professionale appena iniziata ed ogni sogno fatto da lui, dai suoi familiari e dai suoi amici.

Negli anni degli studi a Gioia del Colle Donato Boscia, oltre agli impegni scolastici, si era dedicato secondo suo costume con passione, impegno ed ottimi risultati, ad attività sportive come il calcio, dove si era distinto prima nel NAGC (nucleo addestramento giovani calciatori) e poi nell’ASG GIOIA (associazione sportiva giovanile Gioia) per culminare negli anni del liceo con la militanza in serie “D” nella squadra del Monopoli, fatto che lo sottoponeva a più trasferte settimanali per gli allenamenti e per le partite domenicali. Donato Boscia si era anche messo sportivamente in evidenza vincendo e piazzandosi nei primi posti di alcuni tornei locali di Tennis, vincendo diverse medaglie in discipline come la corsa campestre, il Tennis da tavolo (ping pong), il salto in alto, la staffetta ed altro ancora nei Giochi della Gioventù che annualmente si svolgevano a Gioia del Colle. Tra le altre attività che Donato ha intrapreso lasciando un buon ricordo, la partecipazione nel Gruppo Speleologico Gioiese di cui fece parte agli albori, quando il gruppo si formò divenendo a sua volta promotore dell’istituzione a Gioia del Colle della sezione CAI (Club Alpino Italiano). Oltre al curriculum di studi, al purtroppo breve curriculum professionale e alle numerose attività sportive, Donato Boscia si dedicava con affetto e riservatezza ai suoi amici, cui era molto legato e per certi versi anche geloso cultore. Dei rapporti di Donato Boscia con i suoi amici, dato il suo carattere riservato, poco è dato sapere se non qualche ricordo con ancor più rare fotografie di serate natalizie, scampagnate e festini estivi che solo chi ha avuto la fortuna di presenziare può apprezzare. Il 24 novembre 2000 per le mani dell’allora Prefetto della città di Bari, il Ministero dell’Interno insignì Donato Boscia della medaglia d’oro al merito civile con la motivazione: “Professionista impegnato nella costruzione di serbatoi idrici di fondamentale importanza per la comunità, non si piegava alle pressioni delle locali cosche delinquenziali nell’assegnazione di subappalti, subendo la loro violenta ritorsione. Raggiunto da cinque colpi di arma da fuoco, cadeva vittima innocente della mafia, sacrificando la giovane vita ai più nobili ideali di rettitudine morale e non comune coraggio.” Il 2 Marzo 1998, in occasione del decennale della morte di Donato Boscia, in una manifestazione monotematica tenutasi al teatro Rossini di Gioia del Colle, il Sindaco della Giunta anche in rappresentanza del Consiglio Comunale di Gioia del Colle, in onore del sacrificio e con la riconoscenza della comunità gioiese, consegnava alla sua famiglia una targa commemorativa.

A ricordo di Donato Boscia oggi sono a lui dedicate un’associazione calcistica, la sede del gruppo speleologico gioiese, la via di Gioia del Colle in cui ha sempre mantenuto la residenza, l’invaso che fornisce acqua a Palermo e per cui Donato Boscia ha perso la vita e grazie allo spontaneo interessamento del Parroco don Vito Cardetta, la campana della chiesa di San Domenico in Gioia del Colle”.

[Tratto da “Albo d’Onore” edito Stampasud 2007, consultabile nella biblioteca comunale]

 

Ringraziamo per l’aiuto nella ricerca di notizie: Dedicato Alle Vittime Delle Mafie

 

 

 

Fonte:  mafie.blogautore.repubblica.it
Articolo del 15 febbraio 2020
Donato, ucciso perché non si voleva piegare
di Angela Gentile e Federico Lenoci

Donato Boscia era un ingegnere pugliese, di 31 anni, che fu ucciso mentre stava costruendo un invaso a Palermo. Un affare a cui la mafia, Cosa Nostra, voleva prender parte. Al processo che seguì, venne dimostrato che erano implicati nel suo omicidio Salvatore Riina e Balduccio Di Maggio. Ricordiamo Donato Boscia, con un racconto che, nel nostro immaginario, è narrato dalla vittima in prima persona.

Me lo ricordo quel giorno, il 2 marzo 1988. Certo, come potrei dimenticare quel fatidico giorno in cui io, Donato Boscia, persi la vita.
Per raccontare la mia storia, ho bisogno di risalire ai miei ventisei anni. Avevo appena finito il periodo d’obbligo della leva militare e, fortunatamente, la Ferrocemento di Genova mi assunse e mi inserì nella costruzione di un’opera in un cantiere a Nusco. Andò bene, così bene che da lì in poi la mia carriera fu tutta in salita.
Certamente ero un po’ stanco per i continui spostamenti e la lontananza costante dalla mia famiglia, ma ero comunque certo che quella stanchezza e quei sacrifici sarebbero serviti a qualcosa. Nel 1984, ad esempio, lavorai alla costruzione della diga di Castagnara, in Calabria. Finì nel migliore dei modi anche quell’avventura.

Intanto la Ferrocemento mi affidò l’incarico di progettista e direttore dei lavori per un invaso e una galleria nel Monte Grifone per l’acquedotto di Palermo. Ovviamente, non potevo che essere più che onorato della fiducia che la società mi stava dando e sentivo su di me tutta la responsabilità nei confronti dei cittadini palermitani che, grazie a questo invaso, non avrebbero più dovuto preoccuparsi della poca acqua. Ma, allo stesso tempo, ero consapevole dei rischi che il lavoro comportava.
Questo perché sapevo che la mafia avrebbe fatto di tutto per mettere le mani su questo progetto e io, testa dura com’ero, sapevo che non lo avrei mai permesso. Ebbene sì, ero un coccio di legno grazie a mio padre che mi aveva sempre insegnato a portare avanti i miei ideali e a oltrepassare qualsiasi ostacolo mi sbarrasse la strada verso quello che era il mio obbiettivo. Inoltre sono sempre stato molto pignolo e se iniziavo un lavoro dovevo finirlo in maniera ottimale. Il lato migliore era che successivamente sarei stato ripagato con incarico decennale come responsabile a Gravina di Puglia: due passi da casa mia, un sogno.

Fatte queste premesse, accettai quell’offerta. Ricordo che scommisi con gli altri operai che sarei riuscito a sfondare il Monte Grifone entro il 14 aprile dell’88.
Mia moglie era impaurita dal contesto e mi diceva sempre: “Se credi di non farcela, molla tutto”.
Io le rispondevo sempre che puntavo a un futuro migliore, senza le lunghe distanze che mi allontanavano da loro: la cosa a cui tenevo di più al mondo, molto di più della mia incolumità.
Si verificarono, nel frattempo, degli avvenimenti sospetti: mezzi meccanici rotti o addirittura incendiati, danni ai cantieri e così via.

Mi intimorirono, ma, al contempo, accrebbero la mia voglia di proseguire il progetto. Volevo vincere a tutti i costi questa battaglia, questa vera e proprio gara con me stesso. In ogni caso cercai di convincermi che si trattava di eventi dettati dal caso. Come avrebbe fatto chiunque, cercai di non pensarci e non dissi niente a nessuno: avrei solo spaventato tutti, magari invano; inoltre mia moglie mi avrebbe certamente pregato di abbandonare il progetto. Più, però, cercavo di celare a me e agli altri questo pensiero, più questo diventava sempre più continuo e ossessivo, una sorta di cantilena che ogni giorno si ripeteva nella mia testa.
E questa tormentosa insistenza mi portò ad accanirmi per arrivare al mio obiettivo, lavorando come mai avevo fatto prima.

Ricordo, inoltre, che ero sempre in allerta, come se qualcuno prima o poi dovesse chiedermi: “Donato, tutto bene?”. Cosa rispondere a quella persona, non lo sapevo neanche io.
In effetti, mia moglie iniziò a sentirmi sempre più strano e stanco e iniziò a domandarmi con insistenza: “Donato, c’è qualcosa che vuoi confidarmi? Ti vedo sempre più distante, sempre pensieroso”. Cosa avrei dovuto risponderle, se non che non doveva preoccuparsi, che era solo il lavoro che mi rendeva così stanco e che in realtà stavo bene, perché ero proiettato su un futuro migliore, più vicino alla mia famiglia e i miei amici. Ricordo che spesso, scherzando, dicevo: “Ritornerò da Palermo in una bara!” e chi poteva aspettarselo, in fondo, che sarebbe stato reale? Dunque continuai a lavorare e questi avvenimenti si verificarono sempre meno di frequente, fino a scomparire del tutto.

Confesso che anche i miei pensieri negativi si affievolirono col tempo e, ovviamente iniziai a dire a me stesso che si era trattato di qualche svista legata allo stress del lavoro, che mi ero semplicemente preoccupato per nulla. Per un annetto lavorai tranquillamente, la paura era ormai scomparsa e i miei sacrifici stavano portando i loro frutti. Restai in uno stato di tranquillità apparente, fino al un giorno in cui si presentò alla mia porta un ragazzo sulla trentina che cercava un lavoro come operaio. Mi sembrò quasi una mancanza di rispetto nei miei confronti quel suo tono da sbruffone e quell’aria pretenziosa, quindi non presi neanche in considerazione la sua proposta.
Ritornò più volte sempre con la stessa pretesa e la stessa presunzione, ogni volta con più rabbia della volta precedente, quasi come se quel lavoro gli fosse dovuto.
Ovviamente la mia risposta rimaneva la medesima e non feci più di tanto caso a quell’accanimento finché, un giorno qualsiasi ritornò e, al mio rifiuto, mi rispose: “Qui non tira buon vento, signor Boscia, stia attento e si ricordi queste parole”. Ci pensai a lungo a quelle parole e si ripresentò nella mia mente quel pensiero fisso che mi torturava all’inizio. Era diventato ancora più persistente, ma ora era diverso, ora ne ero più certo.

Come sempre cercai di nasconderlo, di celarlo a me stesso, di non guardare in faccia la realtà e di continuare per la mia strada con la stessa testardaggine, con la stessa fermezza. I ritmi lavorativi non erano cambiati, smontavo dal servizio alle cinque ma mi piaceva intrattenermi al cantiere un po’ di più, riguardando con gli operai i successi che la giornata aveva portato.
Passarono mesi da quell’accaduto ed ero ormai sempre più deciso e convinto di finire il mio lavoro nel migliore dei modi, come lo avevo iniziato. Volevo sfondare quel monte al più presto e ritornare dalla mia famiglia da vincitore o, almeno, da buon lottatore. Sì, sono sempre stato orgoglioso. Dunque, col tempo, tutto si era regolarizzato e il lavoro mi procurava sempre più soddisfazioni.

Arriviamo a quel giorno, il 2 marzo 1988. Fu una giornata tranquilla, insomma normale. Andai al lavoro verso le sei di mattina, come ogni giorno. All’una la solita chiamata di mia moglie per sapere come stesse andando e la mia solita risposta alle sue domande: “Sì Angela, sto bene, non preoccuparti”. Staccai alle cinque, ma come sempre mi intrattenni con gli operai per circa mezz’ora. Verso le cinque e mezza uscii dal cantiere, accesi l’auto e finalmente mi avviai verso casa. Arrivai a un incrocio e, dal nulla, due auto si appostarono davanti e dietro la mia. Avevano bloccato il mio veicolo. Ed eccolo lì, il momento che sapevo sarebbe arrivato: il momento in cui io, Donato Boscia mi sarei trovato faccia a faccia con loro.

Avevo paura, una paura lacerante, ma allo stesso tempo, la consapevolezza che ero pronto, che mi ero quasi preparato a quell’incontro. Scesero due uomini dalle auto che aprirono con violenza lo sportello della mia. Mi presero dalle spalle e mi buttarono a terra, quasi fossi un animale.
Mi chiesi se trattavano tutti così come stavano trattando me in quel momento e mi convinsi che l’animale lì non ero io, ma loro. Mi puntarono una pistola alla nuca e uno di loro con aria soddisfatta mi disse: “Bene, Boscia, ora ti sei convinto ad abbandonare quello stupido progetto, che tanto vuoi portare avanti? Ti abbiamo fatto cambiare idea?”
In quell’istante mi ricordai della frase che mio padre mi diceva sempre e che per me era sempre stata una filosofia di vita: “Frangar, non flectar. Mi spezzerò, ma non mi piegherò”

Potrà sembrare una barzelletta, ma quella frase mi diede un coraggio che andava oltre la paura della morte, una forza che andava oltre i limiti della veridicità che mi diede la spinta per rispondere: “Tanto anche se mi uccidete, lo sfondo lo stesso quel monte”. Ed ecco il primo sparo che mi fece perdere l’equilibrio, il secondo che mi fece appannare la vista, il terzo che mi lacerò lo stomaco, il quarto che mi fece perdere i sensi e il quinto che mi uccise.
Il vuoto, il vuoto più totale. Ma il vuoto causato dal coraggio, dalla tenacia e dalla testardaggine. Anche ora, mi sento più vivo che mai…

Donato Boscia è stato insignito con la medaglia d’oro al merito civile con la seguente motivazione: “Professionista impegnato nella costruzione di serbatoi idrici di fondamentale importanza per la comunità, non si piegava alle pressioni delle locali cosche delinquenziali nell’assegnazione di subappalti, subendo la loro violenta ritorsione. Raggiunto da cinque colpi di arma da fuoco, cadeva vittima innocente della mafia, sacrificando la giovane vita ai più nobili ideali di rettitudine morale e non comune coraggio”.

Angela Gentile e Federico Lenoci (Studenti del Liceo Tito Livio di Martina Franca – Progetto Cosa Vostra)

 

 

 

 

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