2 Settembre 1988 Lamezia Terme. Ucciso Antonio Raffaele Talarico, guardia giurata, venne colpito mortalmente alle spalle presso il cantiere dove svolgeva le proprie mansioni.

Foto da: liberanet.org

Antonio Raffaele Talarico nasce a Sambiase (CZ) il 4 ottobre 1938. Era una Guardia Particolare Giurata, padre di quattro figli, persona dedita alla famiglia e al lavoro che svolgeva da oltre venti anni  presso  un cantiere edile di solai, sito in località Bagni di Lamezia Terme (CZ). La sera del 2 settembre 1988 mentre si apprestava ad aprire il cancello del cantiere venne colpito mortalmente alle spalle da colpi di arma da fuoco da malviventi  appartenenti ad una organizzazione criminale dedita al racket delle estorsioni e guardianie che operava nel territorio di Lamezia Terme.   L’ attività  investigativa svolta dalle Forze dell’ordine e dalla Magistratura portò al rinvio a giudizio di numerosi esponenti di una cosca criminale del luogo. Il conseguente procedimento penale si concluse con l’archiviazione a causa dei pochi elementi probatori raccolti nella fase delle indagini. A distanza di oltre 12 anni a seguito di rivelazioni fatte da un collaboratore di giustizia appartenente al medesimo clan malavitoso, venne riaperto il procedimento penale e conclusosi con la condanna alla pena di anni 30 di reclusione inflittagli dalla prima sezionale penale della Corte di Assise di Catanzaro, in data 11 maggio 2011, all’imputato, tra l’altro reo confesso,  per essersi reso responsabile dell’omicidio in concorso con altri.
Nota da: liberanet.org

 

 

 

Tratto dal libro Dimenticati – Vittime della ‘ndrangheta di Danilo Chirico e Alessio Magro

Cap. IX Il senso della divisa pag. 225

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Il 2 settembre 1988, a Lamezia Terme viene assassinato Antonio Raffaele Talarico, guardia giurata di cinquant’anni. E’ a bordo di una motocicletta quando è investito da alcuni colpi di fucile. Sta andando a lavoro, in un cantiere edile. Le indagini sono difficili. Viene coinvolto Pasqualino D’Elia, in un processo che lo vede imputato come basista e complice di undici omicidi che stravolgono la vita di Sambiase a Lamezia Terme.

Talarico è riconosciuto vittima innocente della criminalità organizzata.

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Articolo del  ?   da  win.lameziaweb.biz   
Undici omicidi, un solo imputato

Lamezia Terme – LAMEZIA TERME – Undici omicidi e cinque tentati omicidi, tutti avvenuti a Sambiase tra l’82 e il ’91. Ma un solo imputato: Pasqualino D’Elia, 44 anni, lametino doc che per un periodo ha vissuto nell’entroterra del Vibonese e oggi è uccel di bosco.
D’Elia il 26 aprile dovrà comparire davanti alla Corte d’assise di Catanzaro per rispondere di tutti questi reati, praticamente una strage avvenuta in un decennio in un territorio ad alta densità mafiosa come Sambiase dove i clan, ieri e oggi, non hanno pace. Il suo rinvio a giudizio l’ha deciso il gip del tribunale catanzarese Antonio Giglio su richiesta del pubblico ministero antimafia Maria Carla Sacco dopo una serie di processi riuniti e durati degli anni.
Nella richiesta di rinvio a giudizio di D’Elia c’è un pezzo di storia di mafia sambiasina. Quella che ha insanguinato il quartiere per anni trasformandolo in un Far West. Si parte dall’82, quando l’imputato non è ancora ventenne ed è già affiliato alla cosca che gli inquirenti attribuiscono a Domenico Pagliuso, più conosciuto come “Don Mico”. Insieme a Peppino Pagliaro e Pietro Buffone l’imputato organizza il delitto di Agostino Ruberto. I killer Pietro Pulice e Vincenzo Caligiuri compiono la loro missione di morte il 9 maggio di quell’anno. Questo si legge nell’accusa, ma alla fine l’unico che arriva davanti a un giudice è D’Elia, che nell’omicidio ha un ruolo marginale. Gli altri presunti autori sono tutti all’altro mondo, morti per cause naturali o di piombo, e comunque non si trovano imputati in questo processo.
Gli omicidi rientrano in diverse guerre di mafia: c’è una faida interna agli Andricciola, una lotta tra i Pagliaro-Pagliuso e una fazone degli Andricciola, poi la guerra tra Pagliaro che s’era affiliato alla cosca Iannazzo schierandosi contro i Pagliuso. L’elenco dei morti ammazzati è incredibile: Antonio e Giovanni Andricciola muoiono uccisi a pallettoni tra l’agosto e l’ottobre ’87. Il primo subisce un attentato il 14 agosto, gli sparano da un vespone, ma riesce a salvarsi. Resta vivo soltanto qualche altro giorno, perchè il 25 agosto lo freddano con una 357 Magnum. Giovanni Andricciola viene ucciso con 35 pallettoni e 40 pallini due mesi dopo. Intanto per un altro Andricciola, salvatore (classe ’56) c’era stato un tentativo d’omicidio.
Due gli omicidi nell’88: Antonio Raffaele Talarico e Francesco Fortuna. In quest’ultimo caso vogliono ammazzare anche uno scomodo testimone oculare, Mario Colloca, che riesce a scappare. Nell’89 pallettoni per Pasquale Buffone. Nel ’90 quattro omicidi e tre tentati: muoiono Carmine Di Lascio (viene scambiato per Rosario Cappello e resta ucciso per errore), Felice e Giuseppe Pagliuso (quest’ultimo scampato a un attentato qualche mese prima), e Antonio Perri. I due vengono uccisi a colpi di kalashnikov in pieno giorno. A decidere la loro morte il clan Iannazzo, che sosteneva i Pagliaro nella lotta contro i Pagliuso. Nel giugno un altro Pagliuso, Domenico, viene preso di mira ma si salva miracolosamente.
L’ultimo omicidio dell’elenco è quello di Salvatore Andricciola, classe ’56. Il mandante è omonimo, ma è del ’37. Per eseguire la sua condanna quest’ultimo si accorda con Francesco Giampà, più noto come “Il Professore”, che dà l’incarico di morte ad uno dei suoi killer, Stefano Speciale. È il 27 ottobre 1991. Un nome sconosciuto, quello di Stefano Speciale, che ritorna nelle cronache lametine soltanto dieci anni dopo, quando il killer pugliese diventa collaboratore di giustizia e confessa di aver ucciso l’ispettore di polizia Salvatore Aversa e sua moglie Lucia Precenzano in via dei Campioni la sera del 4 gennaio 1992. Cioè meno di tre mesi aver eseguito il delitto Andricciola. Facendo così cadere tutte le testimonianze di Rosetta Cerminara che aveva accusato del duplice omicidio Giuseppe Rizzardi e Renato Molinaro.
Ma chi è Pasqualino D’Elia? In tutti gli omicidi di cui è accusato non si sarebbe mai macchiato le mani di sangue. Da quando aveva vent’anni faceva sempre da spalla: il basista, forniva le armi, ma il suo impiego primario era l’autista, perchè dotato di sangue freddo e ottime capacità di pilota.
Ad un certo punto D’Elia fa il pentito. Diventa collaboratore di giustizia intorno all’86. A difenderlo in giudizio è l’avvocato Paola Garofalo del foro catanzarese. Comincia a vuotare, e i giudici lo credono perchè ne sa una più del diavolo. Poi evidentemente si spinge troppo oltre, e cominciano a mancare quelli che in aula si definiscono “riscontri obiettivi”. E lo Stato gli toglie lo status di collaboratore: niente soldi e via la scorta.
Adesso si trova anche senza un avvocato, perchè nella scorsa udienza il Gip per lui ha nominato un avvocato d’ufficio. Che assicura: non accettero incarichi da D’Elia. Così la sentenza sembra già scritta.

 

 

 

Fonte:  lameziaoggi.it
Articolo del 2 settembre 2015
Lamezia: 27 anni veniva ucciso Antonio Raffaele Talarico
di Stefania Cugnetto

Lamezia Terme – La memoria dell’uomo è spesso fragile, a volte tutto cade nell’oblio. Ma a far tornare alla mente episodi e fatti che riguardano la vita e il contesto di questa città, “martoriata” da fenomeni criminali che l’hanno classifica tra le entità urbane più pericolose della Calabria, spesso ci pensa il più famoso social network, Facebook. Si, perché dove non arriva il ricordo dell’uomo o delle istituzioni, arriva questo straordinario strumento di comunicazione, troppo spesso mal utilizzato dai naviganti del web, ma che a volte si rivela un’importante fonte di notizie. Oggi, infatti, un utente ci ha fatto tornare alla memoria un fatto criminale, il tragico omicidio di Antonio Raffaele Talarico. Esattamente 27 anni fa veniva assassinato, all’età di 50 anni, la guardia giurata Antonio Raffaele Talarico. Era, infatti, il 2 settembre 1988, quando , mentre era a bordo di una motocicletta, il Talarico venne investito da alcuni colpi di fucile. Il 50enne, nato a Sambiase, si stava dirigendo presso un cantiere edile, muore sul colpo. Talarico era padre di 4 figli, viene riconosciuto come vittima innocente della criminalità organizzata. Dietro al suo omicidio gli inquirenti rintracciarono l’ombra di una ‘ndrina locale che controllava il territorio di Sambiase. Un caso che non trovò immediata soluzione e che inizialmente portò all’archiviazione per mancanza di prove. Ci vollero ben 12 anni per condannare l’imputato, Pasqualino D’Elia, diventato collaboratore di giustizia e reo confesso dell’omicidio. D’Elia verrà condannato a 30 anni di reclusione l’11 maggio del 2011 dalla corte di Assise di Catanzaro. L’omicidio Talarico finisce nelle pagine di cronaca di quegli anni ma viene presto dimenticato, oggi la nostra testata vuole ricordare il 27esimo anniversario della morte di un innocente, di un padre e di un lavoratore onesto, vittima di mafia della nostra città.

 

 

 

Fonte:  lametino.it
Articolo del 24 settembre 2017
Lamezia: ucciso dalla ‘ndrangheta nell’88, familiari scrivono a Presidente Mattarella

Lamezia Terme – A quasi 30 anni dall’omicidio del padre, Ruggero Talarico ha scritto una lettera al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, affinché riconosciuto a lui e alla sua famiglia il diritto al risarcimento, come stabilito dal Tribunale ma che, a distanza di anni, ancora non arriva. Della storia di Antonio Raffaele Talarico, guardia giurata uccisa il 2 settembre del 1988, ci eravamo già occupati nel giugno di un anno fa quando abbiamo intervistato, per l’edizione cartacea e online de il Lametino, l’altro figlio, Vincenzo.

L’omicidio di Antonio Raffaele Talarico

Antonio Raffaele Talarico è una vittima innocente della ‘ndrangheta, riconosciuta effettivamente nel 2009, che 29 anni fa, mentre si stava dirigendo sul suo posto di lavoro, un cantiere edile in località Bagni, nei pressi del cimitero a Sambiase, quando, e si apprestava ad aprire il cancello, fu raggiunto alle spalle da diversi colpi di arma da fuoco che lo ferirono mortalmente a soli 50 anni. Guardia giurata da vent’anni, dopo le scuole dell’obbligo, sposò Lina Raso da cui ebbe quattro figli: Vincenzo, Ruggero, Gilda e Leone. Fu tra i primi, negli anni ’60 ad ottenere il decreto prefettizio di Guardia Particolare Giurata e venne ben presto assunto proprio nel cantiere dove, dopo vent’anni, perse la vita. Quello nei suoi confronti fu un agguato vero e proprio: all’inizio, nonostante le indagini, non ci fu nessun risultato. Talarico era incensurato, non aveva fama di “cattivo ragazzo” ed era sempre stato un lavoratore dedito alla famiglia. A vent’anni dal suo omicidio arrivò la verità che confermò i sospetti degli inquirenti dell’epoca: era stato ucciso per una questione territoriale di guardianie. Coloro che seguirono le indagini ai tempi sapevano che dietro l’omicidio, per modalità e tempi, doveva esserci una ‘ndrina locale che stabilmente controllava il territorio di Sambiase, o almeno una parte.

La mano del racket delle guardianie

Coloro che uccisero Talarico facevano parte dell’organizzazione criminale che si occupava del racket delle estorsioni e delle guardianie: volevano imporre i loro guardiani, ma per farlo dovevano eliminare i vecchi guardiani, come Antonio Raffaele Talarico, e così fecero. L’attività investigativa svolta da Forze dell’ordine e Magistratura, portò al rinvio a giudizio di numerosi esponenti della cosca ma il procedimento penale nei loro confronti si concluse con un nulla di fatto. Tutto archiviato, infatti, per mancanza di prove. Solo dopo otto anni dall’omicidio, il caso fu riaperto. Cominciò a parlare, infatti, un ex esponente della cosca, Pasqualino D’Elia, che, divenuto collaboratore di giustizia, ammise di aver partecipato all’omicidio e, solo nel 2011, si è arrivati alla sentenza di primo grado che portò alla condanna di D’Elia, reo confesso. Una vicenda giudiziaria che si concluse con la conferma della condanna in secondo grado e anche in Cassazione.

La lettera integrale inviata da Ruggero Talarico al Presidente della Repubblica

“Caro Presidente voglio informarla perché chi meglio di Lei possa comprendere questa vicenda essendo stato colpito, come noi, dalla violenza mafiosa. “Mio padre Antonio Raffaele Talarico era una guardia particolare giurata che, in data 2 settembre 1988, veniva assassinato dalla criminalità organizzata all’età di soli 49 anni. Il procedimento a carico di ignoti fu inizialmente archiviato e riaperto successivamente nel 1996 a seguito di rivelazioni di un collaboratore di giustizia, reo confesso, D’Elia Pasqualino, condannato definitivamente nel 2011 ad anni 30 di reclusione. La Corte di primo grado stabilì in sentenza il pagamento di una provvisionale agli eredi superstiti, ovvero il sottoscritto, mia madre, i miei due fratelli e mia sorella, tutti costituitisi parte civile nel processo e rimandava al giudizio civile, la quantificazione del danno. Pertanto, il Ministero dell’Interno, provvedeva al pagamento della provvisionale stabilita dai giudici di primo grado tramite il Fondo di Rotazione, con delibera ministeriale, in attesa del risarcimento da quantificarsi da parte del giudice civile.

Al riguardo veniva: iscritta al ruolo, in data 08.11.2012, la causa nr.4442/2012 per la quantificazione del danno presso il Tribunale di Catanzaro, in data 08.01.2013 veniva designato il Giudice Dr. Nania, veniva poi fissata l’udienza al 22.11.2013, l’udienza di novembre veniva rinviata al 24.05.2016 (ben tre anni dopo!). L’udienza di maggio, per sostituzione del giudice Nania, nel frattempo trasferito, ed assegnata al GOT D.ssa Maura Fragale, la quale rinviava al 18.07.2017 per l’eccessivo carico del ruolo. A quest’ultima udienza, in mia presenza, lo stesso Giudice rinviava ulteriormente all’11.09.2018 facendo presente al mio legale Avv. Alessandro Vecchio di eventualmente avanzare richiesta di anticipare l’udienza qualora venisse assegnato al Tribunale di Catanzaro, un giudice togato. Sostanzialmente dal 08.11.2012 al 18.07.2017 nessuna attività istruttoria è stata svolta, perché nessuna occorreva espletarne, rinviando ulteriormente senza alcun motivo una sentenza in cui si tratta solo di quantificare il danno!

Premesso quanto sopra esposto: pur volendo comprendere la carenza di organici, la grande mole di lavoro e la complessità della causa in questione, trovo incomprensibile che una causa di risarcimento per uno dei delitti più gravi previsti nel nostro codice penale (omicidio) venga assegnato ad un giudice onorario e trattato alla stregua di liti condominiali. 
per la trattazione di questa causa sono passati circa 6 anni di rinvii – e chissà ancora quanti altri anni ne passeranno – atteso che bisogna aspettare l’arrivo di nuovi giudici togati affinché qualcuno prenda in carico questa causa e stabilisca il previsto risarcimento che spetta a noi vittime, prima della criminalità e successivamente della burocrazia.

Mia madre è rimasta vedova all’età di 47 anni con figli minori a carico ha veramente vissuto l’inferno sulla terra insieme a noi figli anche perché mio padre era l’unica fonte di reddito. Oggi alla soglia degli 80 anni piena di acciacchi ecc… quanto ancora dovrà attendere affinché le venga riconosciuto un sacrosanto diritto? È intenzione del sottoscritto di andare avanti ad oltranza fino alla sentenza informando mensilmente tutti i vertici dello Stato. Infatti è mia intenzione scrivere anche ai presidenti di Camera e Senato e successivamente ai rappresentanti del Governo finché non riceverò una risposta esaustiva per la definizione della causa”.

 

 

 

Fonte:  vivi.libera.it
Articolo del 4 ottobre 2017
Antonio Raffaele Talarico, la lunga strada per la verità

Oggi Antonio avrebbe compiuto 79 anni. Forse avrebbe trascorso la giornata con i suoi nipoti, con i suoi figli, Antonio, Gilda, Ruggero e Vincenzo. Lo avrebbero fotografato, abbracciato a sua moglie Lina. Forse. Non lo sapremo mai, perché la mafia questo fa: spezza e distrugge i sogni e i progetti di vita delle persone e la sera del 2 settembre del 1988 fu ucciso, a soli 49 anni.

Antonio Raffaele Talarico nacque a Sambiase (CZ) il 4 ottobre 1938. Era una Guardia Particolare Giurata, padre di quattro figli, persona dedita alla famiglia e al lavoro che svolgeva da oltre venti anni presso un cantiere edile di solai, sito in località Bagni di Lamezia Terme (CZ). La sera del 2 settembre 1988, mentre si apprestava ad aprire il cancello del cantiere, venne colpito mortalmente alle spalle da colpi di arma da fuoco esplosi da malviventi appartenenti a una organizzazione criminale dedita al racket delle estorsioni e guardianie, che operava nel territorio di Lamezia Terme.

L’attività investigativa svolta dalle Forze dell’ordine e dalla Magistratura portò al rinvio a giudizio di numerosi esponenti di una cosca criminale del luogo. Il conseguente procedimento penale si concluse con l’archiviazione a causa dei pochi elementi probatori raccolti nella fase delle indagini. Nel 1996, a distanza di oltre 12 anni, a seguito di rivelazioni fatte da un collaboratore di giustizia appartenente al medesimo clan malavitoso, venne riaperto il procedimento penale che si concluse con la condanna alla pena di 30 anni di reclusione all’imputato, tra l’altro reo confesso, per essersi reso responsabile dell’omicidio in concorso con altri. Ci sono voluti 23 anni per sapere la verità sulla morte di Antonio, nel frattempo sua moglie e i figli sono cresciuti e hanno affrontato uniti tutti questi anni, costituendosi anche parte civile al processo. Nonostante la condanna sia stata confermata anche dalla Cassazione, la famiglia Talarico aspetta fiduciosa dal 2012 che venga fissata l’udienza per la quantificazione del danno, un diritto che spetta loro. Non sarà questo a restituire ai suoi cari Antonio, lo sanno benissimo i suoi figli, che sperano in una conclusione di questa lunga e difficile storia. Sempre insieme, uniti in un abbraccio.

 

 

 

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