20 Agosto 2011 Rosarno (RC). Costretta a bere acido muriatico, Maria Concetta Cacciola, 31 anni. Testimone di giustizia perché voleva “una vita migliore” per i suoi tre figli.

Foto da strill.it

Questa storia non può essere riassunta in poche righe. Questa è la storia di Maria Concetta Cacciola, divisa tra famiglia e giustizia, tra i figli, tenuti ostaggio dai famigliari, ed il desiderio di dare loro un futuro migliore del suo.

Scrive il giornalista Antonio Nicola Pezzuto nell’articolo conclusivo di questa scheda “Giustizia per Maria Concetta Cacciola: ultimo atto”:
“Ci sono storie speciali che toccano il cuore e coinvolgono emotivamente anche chi le racconta: quella di Maria Concetta Cacciola è una di queste. Una storia simbolo di opposizione alla ‘ndrangheta sulla quale non deve mai calare l’oblio. Lo dobbiamo a Maria Concetta Cacciola, al suo coraggio, al suo esempio e alla sua immensa voglia di vivere.”

 

 

Articolo del 9 Febbraio 2012 da strill.it
La Procura di Palmi ricostruisce l’incubo di Maria Concetta Cacciola, “suicidata” dai suoi familiari
di Francesco Creazzo

Sono gli stessi inquirenti a dire che la storia di Maria Concetta Cacciola, detta Cetta, sembra tratta da un film. Un film dal finale drammatico, un film di cui oggi gli inquirenti scrivono il ‘’sequel’’, ottenendo dal Gip un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per il reato di maltrattamenti in famiglia, aggravati dalla morte, a carico del fratello di Cetta Cacciola, Giuseppe, del padre Michele e della madre Anna Rosalba Lazzaro.

La tesi degli inquirenti è che la collaboratrice di giustizia, che si è suicidata il 20 agosto scorso ingerendo acido muriatico, abbia deciso di compiere l’estremo gesto proprio a causa dei presunti maltrattamenti fisici e psicologici subiti in famiglia. Maltrattamenti che l’avevano indotta a fuggire collaborando con la giustizia, salvo poi ritornare per amore dei tre figli e per una complessa situazione di sensi di colpa e rimorsi che la giovanissima madre provava.

LE IPOTESI DELLA MAGISTRATURA:

1. I presupposti

La famiglia Cacciola di Rosarno, a quanto dicono gli inquirenti, è una famiglia legata alla ndrangheta. La stessa Cacciola lo dichiarerà agli inquirenti e a un uomo conosciuto su una chatline virtuale. L’ipotesi sarebbe confermata, oltre che dai precedenti penali del padre e del fratello, dalla parentela con la cosca Pesce-Bellocco (la pentita Giuseppina Pesce è cugina di Cetta Cacciola), e dal fatto che il marito della donna Salvatore Figliuzzi sta attualmente scontando 8 anni di carcere per associazione a delinquere di stampo mafioso: è stato arrestato nel 2002, nell’ambito dell’operazione ‘’Bosco Reale’’.
‘’…a 13 anni sposata per avere un po’ di libertà… credevo potessi tutto, invece mi sono rovinata la vita perché non mi amava né l’amo, e tu lo sai… ….Non abbatterti perché non lo farai capire ai miei figli datti forza per loro, non darglieli a suo padre non è degno di loro…’’. Questo scrive Cetta Cacciola, riguardo al marito in una straziante lettera alla madre. Una relazione di cui si pente: una ‘’fuitina’’ di gioventù risultata in un matrimonio prematuro, e in tre figli avuti giovanissima. E’ per questo che, mentre il marito è in carcere, Cetta conosce altri uomini.

2. Le lettere

La libertà di Cetta dura solo qualche anno: nel giugno 2010 a casa Cacciola cominciano ad arrivare lettere anonime che informano la famiglia del fatto che la giovane donna aveva relazioni extraconiugali con un uomo di Reggio Calabria. A questo punto scatta la repressione: la già scarsa libertà di Cetta viene ulteriormente limitata e lei costretta a non abbandonare mai la casa, e viene anche duramente percossa dal padre e dal fratello che le rompono o incrinano una costola. Non si sa se la costola di Cetta è rotta o incrinata: non le viene consentito di recarsi in ospedale per gli accertamenti, viene curata in casa dal medico di fiducia della famiglia.
Fino al maggio 2011 Cetta Cacciola è costretta a rimanere a casa, in un ambiente familiare in cui riceve continui maltrattamenti e pressioni, oltre ad essere, nelle rare occasioni in cui esce da casa, costantemente pedinata dal fratello Giuseppe.

3. La fuga.

L’11 maggio 2011, ‘’approfittando’’ del fatto che i carabinieri avessero sequestrato il motorino del figlio 14enne, Cetta si reca presso la tenenza dell’Arma a Rosarno, dove racconta per la prima volta i maltrattamenti che subisce, dichiarandosi in seguito disposta a collaborare spontaneamente nella qualità di testimone di giustizia, pur di fuggire dalla propria casa.
Nel maggio 2011, quindi, manifesta la volontà di allontanarsi da Rosarno, sottoponendosi volontariamente al programma di protezione. Nel farlo ribadisce più volte, davanti ai militari dell’arma, che se i suoi familiari avessero saputo della sua collaborazione l’avrebbero ‘’ammazzata’’. ‘’..mio fratello ha un brutto carattere ed è capace di fare qualsiasi cosa, anche di farmi sparire’’ dice ai carabinieri Cetta, temendo per la propria incolumità e forse anche per la propria vita. E’ così che da giugno a fine luglio 2011, la donna viene fatta fuggire da Rosarno, e portata in una struttura alberghiera del cosentino, dove trascorre il primo periodo della sua ‘’nuova’’ vita sotto protezione.  Poi, a fine mese, viene trasferita prima a Bolzano, e poi a Genova. Ma il 2 agosto, Cetta non regge più al rimorso di aver abbandonato i figli e a quello legato al ‘’dispiacere’’ che stava dando alla madre. Telefona a casa e riferisce alla madre di voler tornare a casa, chiedendo che la famiglia andasse a prenderla nel capoluogo ligure. Così avviene, anche se la Cacciola, ancora titubante sulla decisione, lascia ai carabinieri l’indirizzo di una casa dove lei e la famiglia avrebbero fatto tappa durante il tragitto di ritorno. E’ proprio a Reggio Emilia che la donna torna indietro sui suoi passi: chiama il servizio centrale di protezione e si fa riportare a Genova.

4. Il calvario

Tornata a Genova, Cetta è ancora combattuta sul da farsi. Di certo non le giovano i continui ricatti morali della famiglia: al telefono le fanno sentire la figlia più piccola che piange, e in più ha ancora paura della reazione del fratello, pur convinta che il padre l’avrebbe perdonata.
Si sfoga così il 6 agosto al telefono con un’amica: ‘’Io non so.. io non ho l’idea.. io vorrei tornare a casa mia per i miei figli.. perché i figli non me li mandano.. non vedi che non me li hanno mandati? AMICA : Ah non te li hanno mandati i figli?
Cacciola Maria Concetta : Non me li hanno mandati i figli e non me li mandano perché loro hanno capito che se mi mandano i figli è finita non torno più.
AMICA :  Ah quindi tu .. incomp… e figli non te li hanno mandati.
Cacciola Maria Concetta : No.. no non me li hanno mandati io li ho cercati e non me li hanno dati.. hai capito?….
…..Cacciola Maria Concetta : (mia madre, ndr) Cerca di riportarsi la figlia, mio papà invece ha due cuori, la figlia o l’onore?’’.

La donna decide quindi di voler rivedere i figli, convinta della comprensione della madre, del perdono del padre e della vigilanza di questi sull’intemperante fratello.
Ma si sbaglia: il 9 agosto torna a casa per scoprire che l’unico interesse della famiglia è quello di farle ritrattare tutte le dichiarazioni rese durante il periodo di protezione. E’ per questo che Cetta viene costretta a registrare una dichiarazione nella quale dice: ”…Erano.. and.. arrivate lettere anonime, mi alzavano le mani, ti chiudevano a casa, non potevi uscire, non potevi avere amicizie. Si precisa che da un paio d’anni che… c’era ‘sta storia. Poi, da quando sono arrivate queste lettere anonime non si viveva e ero arrabbiata…. da loro. Volevo fargliela pagare, quindi la mia cosa quando sono andata, ho parlato con i Carabinieri dicendo che   che io ho problemi con la… con i miei, la mia famiglia, che ho paura che mi succede qualcosa con mio padre e mio fratello Giuseppe e mio padre Michele non mi facevano uscire. Dopo qualche giorno, mi hanno detto di si che devono , e poi è arrivato un comandante. Da li è successo che mi hanno sentito, gli ho detto delle cose per arrivare allo scopo di andare via da casa. Dicevo, ho detto pure delle cose che mi sono infangata anch’io stessa, per il fatto di andarmene via da casa mia, perché quella era mia cosa: di fargliela pagare! La rabbia, poi, mi ha detto mi hanno detto di si. Dopo due giorni, sono mi hanno riconvocato in caserma sempre con la scusa della moto. Sono arrivata e c’era una macchina pronta e sono venuti due magistrati a parlare con loro. Meglio, all’inizio mi sentivo confusa… tante cose … però, poi, ho che.. che…. volevo andare via ed ero disposta a dire cose che non c’erano, che non esistevano, sempre perchè io volevo andare via e gliela volevo far pagare e liberarmi di tutta sta sofferenza e tutto. Dopo mi fa il magistrato dice:…. Perché…..Ed è successo così, no il sabato sono venuti a prendermi, mi hanno telefonato, mi hanno detto chee…. che stanno arrivando per prendermi, che  che….. era scattato il piano protezione… poi mi hanno portato a Cosenza. Dopo tre giorni, sono venuti di nuovo i magistrati,  tutti e due, facendo pressione su delle cose, su delle famiglie. Io, sempre perché ero presa di rabbia, dicevo… poi mettevo sempre io mio padre, mio fratello, sempre in tutto….. perché? Perchè ce l’avevo con loro e quindi gliela voler far pagare a tutti e due…..(pausa)…. nemmeno… poi li gli dicevo…. Sono an…. ritornati di nuovo dopo un altro paio di giorni. Sono stata un mese e mezzo a Cosen… un mese quasi e mezzo a Cosenza. Poi ho.. telefonato dicendo che c’erano persone, che io avevo paura, e mi voglio spostare, e da lì mi hanno portato a Bolzano…. A Bulzano io già a Bolzano avevo intenzione di tornare indietro perché mi stavo rendendo conto quello che stavo combina….. perché per rabbia dicevo cose che non c’erano. …”.

Ma il 17 agosto la donna non riesce più a reggere il peso psicologico delle pressioni: chiama i carabinieri, decisa a usufruire nuovamente del programma di protezione, cercando di concordare addirittura un metodo per allontanarsi da casa, data la costante sorveglianza dei familiari.

5. Il suicidio e le fasi successive

Purtroppo però, Cetta si allontanerà da casa soltanto 3 giorni dopo, già deceduta a causa dell’ingestione di acido muriatico, trasportata in auto dal padre al pronto soccorso dove i medici possono soltanto constatarne la morte dopo aver cercato invano di rianimarla.
I familiari della Cacciola si recano pochi giorni dopo alla procura di Palmi per consegnare un esposto contenente la registrazione con la quale la donna ritrattava tutte le dichiarazioni fatte e una denuncia nei confronti dei carabinieri nella quale la famiglia Cacciola sostiene che i militari dell’arma avrebbero sostanzialmente approfittato di una presunta situazione psichiatrica di depressione della giovane donna: al fine di trarre informazioni per altre indagini, accusano i Cacciola, i carabinieri avrebbero prospettato alla 31enne rosarnese una situazione di vita migliore.

Ovviamente le tesi dei magistrati tendono a smontare l’esposto tempestivamente presentato dai Cacciola, cercando di provare che Maria Concetta non avesse alcun problema psichiatrico e non assumesse antidepressivi, come invece suggerito nell’esposto dei familiari.

Sarà il processo a decidere se Maria Concetta Cacciola si è suicidata a causa di una situazione familiare indubbiamente complicata: sarà il giudice a decidere se i familiari di Cetta sono colpevoli o innocenti in relazione ai reati a loro contestati.
Quello che emerge al di là del diritto, però, è uno spaccato sociale drammatico e feroce. Il volto di una società in cui l’ ”onore” è una costante assoluta, di cui si deve tener conto sempre, anche di fronte alle tragedie più grandi.

 

 

 

Articolo del 25 Agosto 2011 da  calabriaora.it
«Maria Concetta è stata allontanata dai figli. Perché?»
di Mariassunta Veneziano

La vicenda di Maria Concetta Cacciola, morta a 31 anni dopo aver ingerito dell’acido muriatico, attende ancora molte risposte. Qualcuna potrà arrivare dall’inchiesta aperta dalla Procura di Palmi.
Ma intanto anche il mondo politico si mobilita e si chiede se quella della testimone di giustizia rosarnese fosse una tragedia inevitabile. Se lo chiede, per esempio, la deputata Laura Garavini, capogruppo del Pd in commissione antimafia, che proprio ieri ha presentato un’interrogazione parlamentare ai ministeri della Giustizia e dell’Interno per chiedere di «fare luce sul suicidio di Maria Concetta Cacciola».

«Vi sono molte cose poco chiare in questa vicenda – afferma Garavini-: perchè la Cacciola era stata ammessa al programma dei collaboratori di giustizia e non a quello dei testimoni di giustizia, pur non avendo commesso nessun crimine? Perché è stata tenuta lontana dai figli? Come mai era potuta rientrare nel proprio paese senza che il ministero dell’Interno ne fosse informato o si attivasse per sostenerla adeguatamente in una fase così delicata della sua vita? Bisogna anche capire se su queste decisioni ci fosse stata piena intesa tra la Commissione centrale di protezione e la magistratura calabrese. Decidere di considerare – prosegue la deputata del Pd – tutte le mogli o le compagne che testimoniano, da innocenti, sulle responsabilità dei loro mariti e compagni come se fossero delle collaboratrici di giustizia è fortemente penalizzante, sia per il rapporto con eventuali figli che nel percorso di reinserimento sociale. Forse non è un caso se questo non è il primo suicidio di una donna in questa condizione».

Nell’interrogazione, a firma di Laura Garavini e di altri otto colleghi del Partito democratico, si chiede di sapere:

«Quali ragioni abbiano determinato l’allontanamento di Maria Concetta Cacciola dalla località protetta in cui si trovava; quali iniziative siano state adottate dal Servizio centrale di protezione per assicurare l’incolumità della Cacciola in Rosarno e, in particolare, se sia stata data informazione alla locale prefettura della situazione di rischio della donna; quali iniziative siano state assunte presso il Tribunale dei minorenni per garantire alla Cacciola l’affidamento dei bambini nella località protetta e il ricongiungimento del nucleo familiare; quali iniziative il ministro dell’Interno intenda adottare al fine di assicurare che la Commissione centrale di protezione modifichi la propria determinazione circa lo status di collaboratore di giustizia e ammetta chi intende, come la Cacciola, riferire fatti appresi incolpevolmente nel proprio contesto familiare al regime di favore dei testimoni di giustizia; quali iniziative il ministro della Giustizia intenda adottare al fine di accertare che la vicenda di Giuseppina Pesce e quella drammatica di Maria Concetta Cacciola si siano svolte nella piena osservanza delle disposizioni di legge che regolano il trattamento, anche processuale, di quanti intendono collaborare con la giustizia ai sensi della legge 82 del 1991».

Una “confusione”, questa tra il ruolo di collaboratrice e testimone di giustizia, su cui la deputata democratica punta il dito più volte. Si legge nel testo dell’interrogazione: «La Procura della Repubblica di Reggio Calabria ha rappresentato che la Cacciola, in realtà, non era una collaboratrice di giustizia, piuttosto in senso proprio una testimone di giustizia, giacchè nessun delitto le era stato addebitato, essendo ella a conoscenza solo per ragioni familiari e di convivenza domestica dei delitti perpetrati da propri congiunti; tuttavia una disposizione di carattere regolamentare interno della Commissione centrale di protezione presso il ministero dell’Interno, ha stabilito che – in casi come questi e spesso in dissenso con i magistrati che propongono le misure dei protezione – il oggetto non possa essere considerato “testimone di giustizia”, sebbene non abbia commesso alcun reato, ma debba piuttosto assumere la posizione ingiusta di “collaboratore di giustizia”; tale decisione penalizza la condizione di quelle donne che, per il solo fatto di convivere in contesti mafiosi e pur senza aver commesso alcun reato, sono assoggettate al regime dei “collaboratori di giustizia”, poiché ripetono le proprie conoscenze da un contesto intraneo e non estraneo al perimetro dell’associazione mafiosa di cui raccontano; infatti sono proprio le donne a pagare il prezzo più alto di questa discutibile ed iniqua decisione della Commissione centrale la quale, contrastando la scelta della Procura della Repubblica proponente, cataloga chi rompe il muro dell’omertà come “pentito” agli occhi della pubblica opinione e delle stesse leggi dello Stato».

Garavini cita poi quanto pubblicato proprio ieri su Co e cioè la denuncia presentata dai genitori della donna, la sua lettera e la trascrizione della registrazione audio nella quale riferisce di una collaborazione iniziata solo per poter andare via da casa, per «rabbia» nei confronti del padre e del fratello. Proprio rendendo spunto da questi documenti, la parlamentare scrive: «Al di là delle indagini che saranno svolte dalla competente autorità giudiziaria, c’è necessità di sapere, in questo caso come in quello precedente della signora Giuseppina Pesce, anche lei madre di tre bambini in tenera età, se risultino rispettate tutte le rocedure che regolano la gestione dei collaboratori di giustizia o se si evidenzino nell’iter, anche processuale, anomalie meritevoli di intervento da parte degli organi disciplinari».

Una storia travagliata quella di Maria Concetta Cacciola. Figlia di Michele Cacciola, cognato del boss rosarnese Gregorio Bellocco, e sposata a Salvatore Figliuzzi, in carcere con una condanna a otto anni per associazione mafiosa, decide di collaborare con la giustizia, permettendo tra le altre cose, con le sue ichiarazioni, di localizzare due bunker utilizzati dai latitanti. La giovane viene spostata da Rosarno a Cosenza e poi a Bolzano, dove comincia ad avere dei ripensamenti: le manca la sua famiglia, i tre figli di 17, 12 e 7 anni.  Inizia a sentire la madre, poi, dopo essere stata riconosciuta a Bolzano da alcune persone, viene portata a Genova. Qui continuano le comunicazioni con i familiari: Maria Concetta parla al telefono con il padre, anche se non avrebbe dovuto avere alcun contatto. Poi, un giorno i genitori si presentano a Genova in auto, la giovane sale a bordo con loro e insieme arrivano a Reggio Emilia, dove trascorrono la notte. Ma Maria Concetta, come riportato nella registrazione audio in cui lei stessa racconta le sue peripezie, ha «paura di tornare in Calabria». Avvisa i carabinieri e viene quindi riportata a Genova, ma ancora una volta viola le regole del programma di protezione. Chiama i genitori, chiede loro di raggiungerla nuovamente a Genova, infine torna in Calabria, in quella Rosarno dalla quale poco tempo prima era voluta fuggire via. Tutto questo è quello che Maria Concetta racconta nella registrazione. Ma tante sono ancora le ombre sull’intera storia. Di sicuro, per ora, c’è – anzi c’era – la vita di una giovane donna in fuga da un passato pesante che alla fine non riesce a lasciarsi alle spalle, una giovane donna lasciata sola in balia dei suoi mille dubbi e delle sue fragilità. E, più di tutto, c’è la voglia di ribellione di questa giovane donna, alle logiche mafiose certo, ma soprattutto a una condizione che le andava stretta e che non voleva veder replicata sui suoi figli. Per loro, come scrive nella lettera alla madre, voleva «una vita migliore», perché la sua di certo non le aveva mai sorriso. Una famiglia “pesante” e poi il matrimonio a soli tredici anni con un uomo che non l’amava e che non amava. Di sicuro c’è questo. E quella morte, straziante, dolorosa, con l’acido che ha corroso quanto l’inquietudine non le aveva divorato.

 

 

Articolo del 23 Luglio 2012 da corrieredellacalabria.it
Rinvio a giudizio per i familiari della Cacciola
Padre, madre e fratello della testimone di giustizia suiciditasi con l’acido muriatico risponderanno, a partire dal prossimo 12 novembre, delle accuse di maltrattamenti, minacce e violenza

ROSARNO Saranno giudicati con rito immediato il prossimo 12 novembre davanti alla Corte d’assise di Palmi i genitori e il fratello della testimone di giustizia Maria Concetta Cacciola, suicidatasi nell’agosto dello scorso anno ingerendo acido muriatico. A disporlo è stato il gip del tribunale di Palmi. I tre, Michele Cacciola, di 54 anni, Anna Rosalba Lazzaro (48) e il figlio Giuseppe (31) sono accusati di maltrattamenti in famiglia e violenza o minaccia per costringere Maria Concetta a ritrattare le dichiarazioni rese all’autorità giudiziaria contro i familiari e cosìfacendo a commettere i reati di falsa testimonianza e favoreggiamento. In particolare, secondo l’ accusa, genitori e fratello, con continue pressioni e la minaccia di non farle più vedere i figli, l’avevano costretta a registrare un’audiocassetta in cui ritrattava le precedenti accuse nei confronti dei familiari. Michele Cacciola, è cognato del boss Gregorio Bellocco, capo dell’omonima cosca di ‘ndrangheta di Rosarno. Il marito di Maria Concetta Cacciola è Salvatore Figliuzzi, attualmente detenuto per scontare una condanna ad otto anni di reclusione per associazione di tipo mafioso. Maria Concetta Cacciola, dopo avere iniziato a testimoniare, era stata trasferita in una località protetta, dove era rimasta fino al 10 agosto del 2010, quando decise di tornare a Rosarno per riabbracciare i figli rimasti a casa dei nonni in attesa del perfezionamento delle pratiche per il loro trasferimento nella sede protetta. A distanza di qualche giorno, il 20 agosto, la donna si tolse la vita.

 

 

Articolo del 14 dicembre 2012 da  corrieredellacalabria.it
In aula il dramma di Maria Concetta Cacciola
di Agostino Pantano
Un maresciallo racconta la sofferta decisione di testimoniare e le presunte violenze subìte in casa. E il padre (che viene allontanato) ingiuria il carabiniere. La decisione della corte: i tre figli della donna non saranno parte civile.

PALMI Allontanato dall’aula per aver «profferito espressioni ingiuriose all’indirizzo di un teste». La presenza delle telecamere della Rai durante il dibattimento non ha costituito un deterrente per l’imputato Michele Cacciola, padre della testimone di giustizia Maria Concetta, che durante l’udienza di oggi – nel processo in cui è alla sbarra con l’accusa di aver minacciato la figlia, che poi si è suicidata – dalla gabbia dell’aula bunker del Tribunale di Palmi ha inveito contro un carabiniere che stava deponendo. La motivazione dell’allontanamento, scandita dal presidente della Corte d’assise Silvia Capone, è stata corroborata anche dall’intervento fatto poco dopo dal pm Francesco Ponzetta, che ha chiesto l’immediata trasmissione del verbale d’udienza alla Procura, per l’ormai certa denuncia dell’imputato anche per ingiurie. Destinatario dell’invettiva di Cacciola, che dopo un paio di epiteti irriferibili ha urlato «mi avete ucciso la figlia», è stato il maresciallo Carlo Carli, il carabiniere della Tenenza di Rosarno che, l’11maggio del 2011, fu il primo a cui Maria Concetta Cacciola rivelò la sua volontà di denunciare le violenze subite in famiglia. L’imputato, che in questo processo risponde anche di maltrattamenti assieme alla moglie Anna Rosalba Lazzaro e al figlio Giuseppe, si è inalberato non appena il militare aveva finito di spiegare che la futura testimone di giustizia altre volte si era recata in caserma, senza mai avere la forza di denunciare. Negando questa circostanza, il padre della testimone di giustizia suicidatasi ingerendo l’acido il 20 agosto successivo a quel primo contatto con le forze dell’ordine, è andato in escandescenze rendendo necessario l’intervento delle guardie per applicare l’immediata misura disposta dalla corte perché «sebbene ammonito, ha continuato nelle ingiurie».
Il maresciallo Carli ha raccontato che la Cacciola, dopo quella prima volta in cui aveva affermato in caserma di «voler esporre delle questioni che riguardavano il suo nucleo familiare», venne convocata una seconda vota a distanza di una settimana. In quest’altra occasione il racconto della donna avrebbe assunto i tratti della descrizione drammatica, confessando che la famiglia «avrebbe iniziato a usare violenza» dopo aver ricevuto delle lettere anonime che davano conto di una relazione extraconiugale che la donna non ha smentito al carabiniere. La giovane, secondo la testimonianza del carabiniere, avrebbe parlato anche di percosse subite fino a rendere necessario l’intervento di un medico – «tale Ceravolo dell’ex Inam di Rosarno» ha chiarito il maresciallo – che «non fece alcun referto né ordinò il ricovero in ospedale per le lesioni alla schiena di cui mi aveva parlato la signora Cacciola».
Inoltre, la testimone di giustizia avrebbe detto a Carli che in passato il marito l’aveva «minacciata con una pistola». In ragione della delicatezza di quanto la Cacciola aveva iniziato a narrare, dicendosi disponibile a formalizzare ulteriori denunce solo se portata lontano da Rosarno e inserita in un programma di protezione, il 23 maggio successivo fu lo stesso capitano Ivan Boracchia, all’epoca comandante della Compagnia di Gioia Tauro, a volerla sentire. Da qui comincia la breve e tragica collaborazione della donna che, successivamente, portata in una località del Nord, manifestò a più riprese la volontà di ricongiungersi con i tre figli minori, facendo ritorno a Rosarno dove, per la disperazione, decise di mettere fine alla propria vita. Fatti che furono preceduti dalla registrazione di un’audiocassetta in cui la ragazza, secondo quanto ipotizza la Dda che sta procedendo con altre indagini parallele al processo in corso, sotto minacce avrebbe simulato il tentativo di ritrattare le accuse alla famiglia. Prima del colpo di scena dell’allontanamento di Michele Cacciola, che è cognato del boss Gregorio Bellocco, l’udienza aveva registrato la decisione della Corte di non accoglierà la costituzione di parte civile avanzata dall’avvocato Francesca Panuccio Dattola, “curatore speciale” dei figli della donna. La decisione della corte d’assise di Palmi, composta da 11 giudici popolari di cui 10 donne, non è giunta a sorpresa. Il termine per l’eventuale presentazione dell’istanza era la precedente udienza e in quell’occasione nessuno si era fatto avanti. In questo processo l’accusa oggi rappresentata anche dal pm Giulia Masci, tenta di provare che la violenza psicologica e i maltrattamenti subiti dalla giovane in famiglia siano state alla base della sua tragica volontà di togliersi la vita ingerendo acido muriatico. Un estremo gesto che, compiuto nella casa rosarnese dei genitori, raggiunta in piena estate dopo essere fuggita dalla località segreta in cui si trovava sotto protezione, sarebbe nato da un clima familiare ostile: un elemento  che la costituzione di parte civile avrebbe potuto corroborare. La corte, non accordando la costituzione di parte civile per i figli della testimone di giustizia, perchè l’istanza è arrivata fuori tempo massimo, ha dovuto limitare il campo della tutela orientando il processo verso la ricerca nell’ambito familiare di presunte cause del suicidio.

 

 

Articolo del 15 Luglio 2013 da ilfattoquotidiano.it
Palmi, moglie del mafioso bevve acido. I giudici: “Indagare su finto suicidio”
di Lucio Musolino

La donna è morta nell’agosto del 2011: la Corte d’Assise ha assolto i familiari dall’accusa di induzione al suicidio, ma ha trasmesso gli atti alla Procura per verifica che non le sia stata fatto assumere la sostanza – In una registrazione destinata alla madre aveva detto: “So che non ti vedrò mai, perché questo è l’onore della famiglia: avete perso una figlia”

PALMI (RC) – Colpo di scena al tribunale di Palmi dove si è concluso il processo contro i genitori e il fratello della testimone di giustizia Maria Concetta Cacciola, morta nell’agosto 2011 dopo avere ingerito acido muriatico. La Corte d’Assise di Palmi ha condannato i familiari della donna non per induzione al suicidio, ma solo per maltrattamenti, reato “aggravato per avere agito con metodo mafioso e al fine di agevolare l’associazione a delinquere di tipo mafioso denominata ‘ndrangheta, e in particolare la cosca Bellocco-Cacciola”.

È proprio questo il punto: il presidente Silvia Capone e i giudici popolari davanti ai quali si è celebrato il processo non pensano si sia trattato di suicidio ma di omicidio commesso dalle cosche. La Corte d’Assise ha, quindi, trasmesso gli atti alla Procura di Palmi per verificare se alla testimone di giustizia sia stato fatto bere l’acido che l’ha uccisa e se poi sia stato inscenato un finto suicidio.

Secondo i magistrati gli imputati avrebbero “impiegato un mezzo venefico e agito con premeditazione”. La svolta è arrivata dopo la relazione del consulente medico-legale che ha effettuato l’autopsia sul corpo di Maria Concetta Cacciola.

Quest’ultima, prima di morire, aveva abbandonato il programma di protezione ed era rientrata a Rosarno. Costretta a ritrattare le precedenti dichiarazioni e affidarle a una registrazione, la donna cresciuta in una famiglia di ‘ndrangheta ha pagato con la vita l’essersi rivolta ai carabinieri.

“Perdonami se puoi. So che non ti vedrò mai perché questa sarà la volontà dell’onore, che ha la famiglia. Per questo avete perso una figlia. Addio, ti vorrò sempre bene”.

Sono le parole attraverso le quali la Cacciola aveva spiegato alla madre, Anna Rosalba Lazzaro, la sua scelta di collaborare con lo Stato, di diventare infame. Una scelta che non poteva essere accettata da chi respira l’aria di ‘ndrangheta da sempre. Proprio alla madre, ora condannata a 2 anni di carcere, aveva affidato i figli raccomandandole di dar loro una “vita migliore” di quella che la sua famiglia, legata alla cosca Pesce-Bellocco, le aveva riservato: “A 13 anni sposata per avere un po’ di libertà… credevo potessi tutto, invece mi sono rovinata la vita perché non mi amava né l’amo e tu lo sai”.

Frasi che fanno comprendere le pressioni e le vessazioni subite negli anni dalla testimone. Voleva portare con sé i figli, ma il padre e il fratello non gliel’hanno consentito. Il primo, Michele Cacciola (cognato del boss Gregorio Bellocco), è stato condannato a 6 anni di carcere, mentre a Giuseppe Cacciola, fratello di Maria Concetta, sono stati inflitti 5 anni e 4 mesi.

Dopo essersi nascosta a Cosenza, a Bolzano e a Genova, la testimone voleva riabbracciarli. In fondo, per loro, aveva saltato il fosso. E sempre per loro voleva ritornare indietro. Con un marito in carcere a scontare una condanna a 8 anni per associazione mafiosa, sarebbe stato normale che i tre figli seguissero la madre. Era lei che, in quel momento, esercitava la patria potestà su di loro che non sarebbero dovuti rimanere in quell’ambiente dal quale la donna stava scappando.

 

 

Articolo dell’ 8 febbraio 2014 da  tgcom24.mediaset.it  
Arrestati gli avvocati della famiglia della testimone di ‘ndrangheta morta
Maria Concetta Cacciola, collaboratrice di giustizia, è morta in circostanze poco chiare nel 2011 bevendo acido muriatico. I suoi familiari, raggiunti da un nuovo ordine di custodia cautelare, erano già in carcere per maltrattamenti in famiglia.

I carabinieri di Reggio Calabria arrestato cinque persone tra le quali due avvocati che hanno difeso la famiglia di Maria Concetta Cacciola, collaboratrice di giustizia morta in circostanze poco chiare nel 2011 bevendo acido muriatico. Gli altri tre arrestati sono i genitori e il fratello della donna. L’indagine riguarda i maltrattamenti subiti dalla Cacciola dopo la decisione di collaborare con la giustizia.

I genitori e il fratello di Maria Concetta Cacciola erano già detenuti perché condannati dalla Corte d’assise si Palmi nel luglio dello scorso anno per i maltrattamenti subiti dalla donna. I due avvocati arrestati sono accusati, insieme ai genitori e al fratello di Maria Concetta Cacciola, di avere agito per favorire le cosche Bellocco e Cacciola della ‘ndrangheta. I reati loro contestati sono concorso in maltrattamenti in famiglia e in violenza privata, aggravati dall’avere favorito un sodalizio mafioso.

Ai cinque viene contestato, inoltre, il concorso in violenza o minaccia per costringere a commettere un reato e concorso in favoreggiamento personale, sempre con l’aggravante mafiosa.

 

 

 

Operazione Onta: morte Maria Concetta Cacciola, arrestati di nuovo i familiari più due avvocati
Rosarno (Reggio Calabria) 8 febbraio 2014. Alle prime luci dell’alba, i Carabinieri del Comando Provinciale di Reggio Calabria hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare, emessa dal gip presso il Tribunale di Reggio Calabria su richiesta della locale Direzione Distrettuale Antimafia, nei confronti di 5 soggetti, che agendo negli interessi di favorire la ‘ndrangheta nelle sue articolazioni territoriali denominate “cosca Bellocco” e “cosca Cacciola”, operante in quel centro e territori limitrofi, sono stati riconosciuti responsabili a vario titolo di: concorso in maltrattamenti in famiglia, aggravato dall’aver favorito un sodalizio di tipo mafioso; concorso in violenza privata, aggravato dall’aver favorito un sodalizio di tipo mafioso; concorso in violenza o minaccia per costringere a commettere un reato aggravato dall’aver favorito un sodalizio di tipo mafioso; concorso in favoreggiamento personale aggravato dall’aver favorito un sodalizio di tipo mafioso. Le indagini, che hanno svelato un quadro indiziario molto più ampio, sono state avviate a seguito della trasmissione da parte della Corte d’Assise di Palmi degli atti relativi al procedimento celebrato nei confronti di Giuseppe Cacciola, fratello della giovane; Anna Rosalba Lazzaro, madre della giovane, e Michele Cacciola, padre di Maria Concetta, a seguito della morte (avvenuta il 20 agosto 2011) per ingestione di acido muriatico della figlia di quest’ultimi due Maria Concetta Cacciola, che aveva avviato in precedenza una collaborazione con la giustizia. Proprio qualche giorno fa si era concluso il processo d’appello per i tre congiunti della Cacciola, Michele Cacciola, padre della giovane, condannato a 4 anni (5 anni e 4 mesi in primo grado); il fratello Giuseppe, condannato a 4 anni e 6 mesi (in primo grado 6 anni), Anna Rosalba Lazzaro, confermata la condanna a 2 anni. Nel medesimo contesto sono emersi profili di responsabilità in capo a due avvocati della zona, anche loro destinatari dell’odierno provvedimento oltre ai tre familiari sopra citati, che si sono adoperati per indurre la donna alla ritrattazione delle dichiarazioni già rese all’autorità giudiziaria negli interessi della “cosca Bellocco” operante nel centro di Rosarno.

 

 

Fonte: espresso.repubblica.it
Articolo dell’8 febbraio 2014
Maria Concetta Cacciola sognava la libertà. Per questo era destinata a morire
di Lirio Abbate
Una donna che non si è piegata al volere della famiglia, del marito e della ‘ndrangheta. Così scriveva all’uomo con cui voleva fuggire: «So che se torno a casa ti ho perso. I miei non perdonano l’onore e la dignità e io, per loro, li ho traditi entrambi»

«Mio papà ha due cuori: la figlia o l’onore?… In questo momento dice che vuole la figlia, però dentro di lui c’è anche quell’altro fatto». È il 6 agosto 2011 e Maria Concetta Cacciola sta parlando al telefono con l’amica Emanuela. Si trova a Genova, in località segreta, e da qualche settimana sta collaborando con la giustizia. A casa, a Rosarno, ha lasciato tre figli, che le mancano terribilmente. Ma sa che se tornasse da loro rischierebbe la vita, perché ha infranto il codice dell’onore.

Che per il padre ha la stessa sacralità della vita di sua figlia. Maria Concetta ha poco più di trent’anni, è nata a Rosarno e la sua è una famiglia di ’ndrangheta. Il padre, Michele Cacciola, è cognato del boss Gregorio Bellocco e vanta trascorsi criminali di tutto rispetto. È stato più
volte in carcere e il figlio Giuseppe, fratello di Maria Concetta, segue con successo le sue orme. Ha collezionato denunce per mafia, usura, riciclaggio, traffico di armi, e si è fatto anche lui qualche soggiorno in galera.

Maria Concetta subisce fin da ragazzina il peso di regole rigide e soffocanti. Chiusa in casa, controllata a vista, conduce una vita da reclusa e vagheggia una libertà che le appare a portata di mano quando un ragazzo del paese, Salvatore Figliuzzi, comincia a corteggiarla. Lei ha tredici
anni ma per i genitori non ci sono problemi, basta che tutto avvenga secondo le regole: così, dopo l’immancabile fuitina, quando lei compie sedici anni vengono celebrate le nozze. Purtroppo però il sogno di felicità di questa sposa bambina viene presto scalzato dalla realtà. Non ama il marito e scopre che neppure lui ama lei: l’ha sposata solo per entrare nel circolo mafioso della sua famiglia.

Salvatore in effetti non è propriamente un marito amorevole e premuroso. Un giorno, durante una lite scoppiata per una sciocchezza, mette a tacere la moglie puntandole contro una pistola. Lei, spaventata a morte, cerca di trovare rifugio a casa dei genitori, lontana da quel mostro. Una volta al sicuro, racconta l’accaduto al padre sperando che rimproveri Salvatore. Ma la reazione di Michele Cacciola è di tutt’altro tenore: «Questo è il tuo matrimonio e te lo tieni per tutta la vita», sentenzia gelido.

A quest’uomo non interessa che la figlia stia male, che debba subire i soprusi di un marito violento. Per Michele Cacciola non è sul piano dei sentimenti che si affrontano questioni come queste. In quanto donna sposata, lei è tenuta a piegarsi alla volontà del suo uomo, che le piaccia o no. Nella Piana, una moglie deve conformarsi alle regole che rendono rispettabili agli occhi del mondo, e lui intende continuare a camminare per il paese a testa alta e non tollererà infrazioni da parte della figlia.

Maria Concetta obbedisce e si rassegna. Non è felice, né tantomeno libera. Ma tira avanti sorretta dall’amore profondo per i suoi tre bambini. Coronato il suo sogno di entrare in una famiglia di ’ndrangheta, Salvatore Figliuzzi è presto tenuto ad affrontare il suo primo esame da vero mafioso: il carcere. Nel 2005 è condannato a otto anni di reclusione nel processo
«Bosco Selvaggio», che spedisce in prigione Gregorio Bellocco e quasi una ventina di affiliati al suo clan.

Vegliare su Maria Concetta, sola e quindi esposta a pericolose tentazioni, spetta adesso ai maschi della sua famiglia. Che eseguono il compito con rigore ammirevole. Nelle lettere che scrive al marito detenuto, la giovane donna si lamenta dell’isolamento in cui è costretta a passare le sue giornate. Dice di non farcela più a crescere i figli da sola, di aver voglia di morire e di provare rabbia verso la vita, che non le riserva alcuna gioia. «Esco la mattina per andare a portare i figli a scuola… Non posso avere contatto con nessuno, a cosa mi serve la mia vita quando non posso avere contatto con nessuno?» si sfoga con il marito nel novembre 2007.

Nella stessa lettera, racconta a Salvatore di essere uscita proprio quella mattina per portare una medicina a un’amica. Non certo da sola, con lei c’era il figlio Alfonso, ma questo non è bastato a impedire che
il padre al rientro la rimproverasse severamente. È esasperata e scrive: «Come posso campare così se non posso nemmeno respirare… dimmi tu cosa ho fatto di male se non posso nemmeno avere uno sfogo, gli piace di vedermi disperata dalla mattina alla sera».

Per anni le cose vanno avanti nella solita monotonia paesana e con la morte nel cuore. La villetta in cui questa giovane madre vive coi figli è una cella confortevole ma soffocante. I genitori abitano al piano di sotto, la aiutano coi bambini, non le fanno mancare niente. Ma non le concedono il minimo spazio di libertà, punendola ogni volta che pensano abbia infranto le regole. È un’esistenza d’inferno, ma un giorno succede qualcosa che le restituisce la voglia di vivere.

Maria Concetta, grazie a Facebook, conosce un uomo di Reggio Calabria che lavora in Germania. Si innamora di lui. Per un paio di anni la famiglia Cacciola non sospetta nulla. Poi, nel giugno 2010, cominciano a piovere in casa lettere anonime che denunciano ai genitori la relazione clandestina di Maria Concetta, fino a quel momento solo platonica. A niente sono dunque serviti i controlli e le porte sbarrate: la figlia è riuscita comunque a coprirli di disonore e presto in paese lo sapranno tutti.

Il padre e il fratello sono furiosi. Chiedono a Maria Concetta se questa storia sia vera e lei, con coraggio, non solo non nega ma dice di avere intenzione di lasciare il marito. Davvero troppo, per i due uomini, che la massacrano di botte. Le si avventano addosso con tanta violenza da fracassarle una costola. Di andare in ospedale non si parla nemmeno, perché dopo quello che ha fatto, di lei non c’è più da fidarsi.

Così viene chiamato un medico amico, zio di Michele Bellocco e già condannato qualche anno prima per aver favorito un membro della cosca Pesce. Uno dei tanti professionisti che in Calabria, con certificazioni o visite a domicilio ad hoc, aiutano boss e latitanti a restare lontani dal carcere. Con discrezione e riserbo, questo compiacente dottore cura la donna per tre mesi, senza nemmeno prescriverle una radiografia. Le
ferite guariscono, ma la morsa dei controlli, per lei, si fa ancora più stretta di prima. Il fratello e alcuni cugini la pedinano ossessivamente ogni volta che si muove per le vie di Rosarno. La cognata le raccomanda di non fare conversazioni compromettenti al telefono, quando è in casa, perché Giuseppe ha piazzato qualche strano marchingegno per spiarla.

Maria Concetta è allo stremo della sopportazione, non può più in alcun modo disporre di sé, della sua vita. È una prigioniera senza speranza. Ma non è solo l’assenza di prospettive a preoccuparla. Maria Concetta conosce la legge del clan e sa che in gioco c’è la sua vita. Ha tradito il marito e ha disonorato la famiglia: da un momento all’altro potrebbe succederle qualcosa di terribile. È in questo stato emotivo che si presenta in caserma l’11 maggio 2011. Hanno rubato il motorino al figlio più grande e lei è convocata per le solite questioni burocratiche.

Quando si trova davanti al maresciallo che si sta occupando della pratica, Maria Concetta, d’impulso, gli rivolge una disperata richiesta di aiuto. Agitata, intimorita e continuamente interrotta dalle telefonate della madre, che vuole sapere dov’è, racconta in breve la sua storia: il marito in carcere, le lettere anonime, la segregazione e i pedinamenti.

Parla in fretta e dice di non potersi trattenere a lungo perché ha paura del padre: «Se la mia famiglia viene a sapere che oggi sono qua a raccontare queste cose mi ammazza», spiega prima di uscire dalla stazione dei carabinieri. Quattro giorni più tardi la donna viene di nuovo convocata in caserma.

I fatti che ha raccontato rivelano retroscena assai interessanti sulla vita del clan e gli investigatori vogliono riascoltarla per farsi un’idea più precisa della situazione. Lei ammette di avere una relazione extraconiugale e confessa di avere molta paura che il fratello la uccida per il suo tradimento. «Mio fratello ha un brutto carattere ed è capace di fare qualsiasi cosa, anche di farmi sparire», ripete più volte ai militari dell’Arma che la stanno ascoltando. Se il padre Michele in qualche modo può essere placato dall’intercessione della madre, Giuseppe invece è molto «testardo», perché è «cresciuto frequentando persone più grandi di lui sin da giovane» e si è conquistato così il «rispetto» della gente. “Rispetto” che adesso rischia di perdere per colpa sua. Per l’onta che potrebbe lasciare il tradimento, semmai venisse alla luce.

Se ancora non l’ha uccisa è solo perché sta cercando delle prove. Quando le avrà trovate ammazzerà lei e il suo amante. Per questo l’angoscia non l’abbandona mai e ogni volta che il fratello si presenta in casa lei trema. Perché «prima o poi mio fratello mi viene a dire: “Vieni con me” e a quel punto sono sicura che mi farebbe sparire». Ha già pensato di andarsene, di farsi ospitare da qualche amica che abita al Nord. Più di una volta è andata in agenzia a comprare il biglietto per il viaggio, ma all’ultimo momento ha cambiato idea. Per paura. Perché i suoi familiari sarebbero capaci di fare del male a chiunque la aiutasse e lei non vuole che altre persone ci vadano di mezzo.

Il percorso della collaborazione con la giustizia inizia da qui. Maria Concetta Cacciola ha cose molto scottanti da raccontare, come dimostra ai magistrati della Direzione distrettuale antimafia che la ascoltano nei giorni successivi alla sua richiesta di aiuto ai carabinieri. E’ disposta a farlo in cambio di protezione. Ha fatto la sua scelta e deve solo aspettare il momento opportuno per scappare di casa.

Finalmente nel suo orizzonte asfittico si apre uno squarcio di luce, la prospettiva di una vita autonoma. Questa volta non si tratta di un’illusione: Giusy Pesce, sua cugina, ha fatto questa scelta prima di lei ed è riuscita non solo a salvare la pelle, ma anche a crearsi un’esistenza nuova accanto all’uomo che ama. Sarà difficile, si ritroverà tutti contro, ma già adesso, in fondo, è così. C’è un unico pensiero a trattenerla, a smorzare la sua determinazione: i suoi figli. Li adora, ma non può portarli con sé. Così decide di lasciarli alla persona che ama di più, che sente vicina, che sa che se ne prenderà cura come farebbe lei stessa: Anna Rosalba Lazzaro, sua madre.

«Non so da dove si inizia e non trovo le parole a giustificare questo mio gesto», le scrive nella lettera di addio. «Mamma tu sei mamma e solo tu puoi capire una figlia… so il dolore che ti sto provocando, e spiegandoti tutto almeno ti darai una spiegazione a tutto… non volevo lasciarti senza dirti niente. Quante volte volevo parlare con te e per non darti un dolore non riuscivo. Mascheravo tutto il dolore e lo giravo in aggressività, e purtroppo non potevo sfogarmi e me la prendevo con la persona che volevo più bene… eri tu e per questo ti affido i miei figli, dove non ce l’ho fatta io so che puoi […] ma di un’unica cosa ti supplico, non
fare l’errore mio… a loro dai una vita migliore di quella che ho avuto io, a tredici anni sposata per avere un po’ di libertà… credevo potessi tutto, invece mi sono rovinata la vita perché non mi amava né l’amo, e tu lo sai. Ti supplico, non fare l’errore a loro che hai fatto con me… dagli i suoi spazi… se la chiudi è facile sbagliare, perché si sentono prigionieri di tutto.»

Per i suoi figli Maria Concetta vuole un destino diverso dal suo: «In fondo sono sola, sola con tutti e tutto, non volevo il lusso, non volevo i soldi… era la serenità, l’amore che si prova quando fai un sacrificio, ma avere le soddisfazioni, a me la vita non ha dato nulla che solo dolore».

È con una pena bruciante che dovrà convivere ogni singolo giorno della sua nuova vita da donna libera, e lo sa bene: «La cosa più bella sono i miei figli» scrive «che li porterò nel mio cuore, li lascio con dolore, un dolore, che nessuno mi ricompensa. Non abbatterti perché non lo farai capire ai miei figli, datti forza per loro, non darglieli a suo padre, non è degno di loro. […] Io vivrò finché Dio mi lascia ma voglio capire come si può trovare la pace in me stessa […] Mamma perdonami, ti prego ti chiedo perdono di tutto il male che ti sto provocando. Ti dico solo che dove andrò avrò la pace, non mi cercate perché vi mettono nei casini. E non voglio arrivare dove sono arrivati gli altri, per stare in pace. Ora non riesco a parlare più, so solo io quello e come la sto scrivendo ma non potevo lasciarti senza dirti e darti un saluto, so che non ti abbraccerò né ti vedrò ma negli occhi ho solo te e i miei figli. Ti voglio bene… mamma abbraccia i miei figli come hai sempre fatto e parlagli di me, non lasciarli a loro, non sono degni di loro, di nessuno. Mamma Addio e Perdonami, Perdonami se puoi».

Nel flusso di parole pesanti di emozione trova spazio, prima dell’ultimo addio, un risentito rimprovero per chi in fondo l’ha messa nelle condizioni di fare quello che sta facendo: «So che non ti vedrò Mai perché questa sarà la volontà dell’Onore, che ha la famiglia, per questo che avete perso una figlia». È per colpa dell’onore che lei è costretta a fuggire, è perché loro, il padre, il fratello e in fondo anche la madre, hanno sempre anteposto il codice a lei, alle sue esigenze, alla sua felicità. E ora che se ne sta andando trova il coraggio di rinfacciarglielo.

La notte tra il 29 e il 30 maggio 2011 Maria Concetta Cacciola viene prelevata di nascosto dai carabinieri del Ros e trasferita in un agriturismo a Cassano sullo Ionio. Assapora le prime settimane di vera indipendenza della sua vita. Chi la conosce in questa fase – il gestore della struttura, un cliente e una cameriera che saranno più tardi interrogati dagli inquirenti – la descrive come una ragazza solare, aperta, sempre di buon umore. Dentro, il dolore per i suoi figli è vivo, ma la leggerezza della libertà
è inebriante per questa donna che non l’ha mai davvero sperimentata.

Il 22 giugno Maria Concetta viene trasferita a Bolzano, da dove cinque giorni più tardi, per motivi di sicurezza, è condotta a Genova. Da un mese è lontana da casa, non ha più avuto contatti con nessuno dei suoi familiari, come prescrive il regime di protezione, e in lei si insinua la nostalgia della madre e dei figli. La voglia di sentirli è tanta, forse più di quella che pensava di dover affrontare. Si accorge di non essere abbastanza preparata. Così il 2 agosto, d’impulso, chiama la madre, le rivela dove si trova e le dice di volerla incontrare.

Anna Rosalba Lazzaro e il marito non aspettano altro, si mettono subito in viaggio e la raggiungono a Genova. Da qui ripartono la sera stessa per
tornare a Rosarno, portandosi dietro la figlia. Un attimo di debolezza? Un ripensamento improvviso? L’amore materno che ha avuto la meglio? Forse è l’insieme di tutte queste cose a indurre Maria Concetta a salire in auto con i genitori.

Durante il viaggio capisce di aver fatto un errore. Il padre, come rivelano agli inquirenti i microfoni nascosti nell’auto, cerca come prima cosa di capire quanto compromettenti siano le dichiarazioni rilasciate dalla figlia ai pm, e quando lei ammette di aver parlato addirittura di un omicidio, lui e la moglie esplodono: «Hai fatto… omicidio?… ah disg…» inveisce la madre maledicendola.

Maria Concetta evidentemente sa più di quanto pensassero. Vivendo in famiglia, per quanto non abbia alcun ruolo nelle attività criminali, ha assorbito informazioni preziose, ha ascoltato «discorsi di malavita che a lei non piacevano», come rivela all’amante all’inizio del loro rapporto, confessandogli di appartenere a una potente famiglia di ’ndrangheta.

Sfogata l’ira, i coniugi Cacciola cambiano registro, sforzandosi di apparire concilianti. «Cetta» le dice il padre rassicurante, «ti giuro a papà che nel giro di dieci giorni a Rosarno non si parlerà più di noi, stai sicura e tranquilla.» E ancora: «A noi può darci il torto, non a te, a noi… tu hai una vita davanti, stai tranquilla con la tua famiglia». Dentro di lui cova la rabbia, ma la gioia per aver riconquistato la figlia sembra più forte, e pare anche sincera.

«Me la prendevo con te […] per il fatto dello sgarro, perché lo sgarro non me lo meritavo» le dice. «Io sono sicuro al cento per cento, lo sa tuo fratello, lo sanno tutti, lo sa tutto Rosarno, loro le cose me le fanno di altre cose, io voglio che mia figlia ritorni a casa, non la voglio […] ricordati che gente siamo, ricordatelo, ricordati che non c’è nessuno […] e se io debbo fare sacrifici per […] io vado […] hai capito? Perché tu sei sangue mio, e se io debbo passare problemi, e io li passo e non mi interessa. […] Che ho passato lo so solo io, però non mi interessa niente, io lo so di essere stato disonorato.»

A poco a poco, dietro tutte queste manifestazioni di amore paterno, comincia a intravedersi un intento preciso: tenersi buona la figlia affinché, una volta a casa, si rimangi tutto quello che ha raccontato ai pm. È questo che preme a Michele Cacciola, sopra ogni altra cosa. Maria Concetta, chilometro dopo chilometro, si rende conto sempre di più di essere in trappola.

Arrivati a Reggio Emilia, dove lei e i genitori vengono ospitati per la notte da una cugina di Anna Rosalba, chiama gli uomini del servizio di protezione, dice loro dov’è e chiede che la vengano a riprendere. Il mattino seguente i coniugi Cacciola sono costretti a ripartire per Rosarno senza la figlia, ma nelle ore trascorse con lei hanno potuto saggiarne la vulnerabilità: se ha ceduto una volta, è probabile che lo faccia di nuovo, basta solo essere compatti e mettere in atto una strategia efficace.

Così, quando il figlio Giuseppe li chiama, mentre ancora stanno viaggiando, Michele lo esorta a recarsi subito dall’avvocato e a stare tranquillo, perché «a lei la teniamo noi […] al magistrato deve andare lei e gli deve dire che non vuole essere più protetta». Il padre ha chiaro il percorso, occorre soltanto indirizzarci la figlia, che lui, nonostante la fuga recente, sente di avere in pugno. Ma bisogna cominciare a muoversi da subito, prima che diventi troppo tardi.

Quando Maria Concetta, in serata, chiama la madre da Genova, il piano scatta. Giocando subdolamente con i suoi sentimenti, Anna Rosalba Lazzaro comincia a tesserle intorno una tela vischiosa di promesse e rassicurazioni. Vuole che torni, magari potrebbero andare a vivere insieme, tutto si aggiusterà, basta solo che lei lasci perdere tutto e ritratti. «Cetta, vedi che me ne vengo anch’io con te… me ne vengo anch’io con te… ha detto papà che ci intestiamo una casa e me ne vengo anch’io con te […] tu vieni con me… eh, Cetta lasciala stare… lascia stare tutte cose» le dice. «O Cetta, ascoltami, tu devi dire la verità, Cetta… che tu non sapevi niente… come non esiste.»

Ogni volta che si sentono al telefono la madre la incalza, non le dà tregua, vuole sfibrare la sua resistenza: «Cetta tornatene, tornatene indietro che questi qua vogliono il male nostro, loro lo sanno che tu non sai niente e tu devi dirgli che non sai niente… va bene?». L’unica cosa che deve fare Maria Concetta è chiamare l’avvocato, che è già stato preavvisato ed è addirittura disposto a recarsi a Genova per portarsela via: «Viene a prenderti e ti porta dove vuoi tu» le spiega la madre, «dalla zia Giovanna o dalla zia Angela, che ti mando i figli pure».

Anna Rosalba sa quanto a Maria Concetta manchino i figli, sa che l’amore materno è in quel momento il suo punto debole, ed è proprio lì che colpisce. «I figli vengono lì con te, non vuoi venire qua? Vai dalla zia Angela, dalla zia Santina, dove vuoi tu.» Insiste ed è tenace, Anna Rosalba, non molla la preda, la sfianca, e quando la figlia sbuffa perché si sente troppo pressata, lei replica asciutta: «Non sei spronata,
Cetta, ti stanno spronando loro, non sei spronata, tu devi scegliere: o noi o loro».

Maria Concetta è indecisa, si sente fragile, confusa. In quei giorni si sfoga con l’uomo che ama, a cui sa che le toccherebbe rinunciare nel caso tornasse a Rosarno: «So che se torno a casa ti ho perso. I miei non perdonano l’onore e la dignità e io gli ho toccato tutte 2 di queste» gli scrive in un sms il 5 agosto.

Il giorno dopo Maria Concetta chiama Emanuela, la sua amica del cuore. Le parole intercettate dagli inquirenti ricostruiscono il ritratto di una donna lucidamente consapevole del destino che la attende a Rosarno, ma incapace di fondare su questa certezza una scelta definitiva. Ammette di avere molta paura di tornare, non tanto per il padre, che per quanto arrabbiato dice di averla perdonata, ma per Giuseppe, che anche Emanuela ritiene molto più pericoloso: «Può anche darsi, Cetta, che tuo padre ha capito tante cose, che tuo padre ha capito tante cose, tanti sbagli che tu davvero hai fatto perché tuo fratello era davvero accanito. Lui era un malato mentale […] in questo modo, che tuo padre sta soffrendo per te, stai tranquilla che tuo padre a tuo fratello non lo farà avvicinare a te nemmeno con un dito».

Giuseppe, d’altra parte, non è certo disposto a tornare in galera, e questa volta per omicidio: «Secondo il mio parere» cerca di rassicurarla l’amica, «non ti fa niente… perché poi lo deve mettere in conto anche lui». «E poi se dovesse succederti qualcosa, chi paga?». Ma l’eventualità che Maria Concetta potesse essere uccisa, qualcuno l’aveva messa in conto davvero a Rosarno. Emanuela le confida infatti che il giorno in cui lei è sparita, la madre si è vestita di nero in segno di lutto e ha cominciato a piangerla come morta. Gli altri «invece di consolarla le dicevano di rassegnarsi, questa era la parola di tutti».

«Me lo ha detto, mia mamma, che tutti le dicevano di rassegnarsi, che non è la prima né l’ultima, gli sembrava che me ne fossi andata con qualcuno», replica Maria Concetta. Ma l’amica precisa: «No, o che sei andata con qualcuno o che sei morta». «Ti giuro» le dice, «perché facevano esempi di certe persone che da trent’anni, da quaranta anni non c’erano più nemmeno nella faccia della terra, hai capito? Pensavo io. Pensavo io e gli dicevo a tua mamma: “Ma tu ti rendi conto di quello che ti stanno dicendo? Non possono paragonarti a te con queste persone”».

Sono passati decenni ma il codice non è cambiato. Le donne che infangano l’onore è molto probabile che spariscano, quindi non è assurdo che Anna Rosalba si vesta a lutto e pianga la figlia. Maria Concetta però non è morta, è viva, e sta pure raccontando ai magistrati cose che non andrebbero raccontate. Non solo. Gli uomini della sua famiglia sono riusciti a recuperare i tabulati delle sue telefonate all’amante. Hanno scoperto chi è, e sono pure andati a fargli una visita a casa. Glielo ha rivelato la madre e lei, in quel momento, non ha potuto più continuare a negare.

«Mia madre mi ha detto che ci sono i tabulati con quella persona […] mi ha detto: “Vedi che loro sanno tutto”. Quando ti dicono vedi che loro sanno tutto tu cosa fai?». «Mia madre quel giorno mi ha detto: “O figlia, vedi che hanno tutti i tabulati… che hanno i tabulati di quando tu parlavi con una persona”. Ed io quindi a mia mamma in quel momento gli ho detto la verità». «Gli ho detto io… gli ho raccontato le cose come stanno… quando gli ho detto in quel modo si è messa a piangere e mi ha detto: “Figlia, tu devi sapere… io ti aiuto”».

Maria Concetta ora sa che la sua condanna è stata emessa. Il padre e il fratello hanno in mano le prove del suo tradimento e se lei tornasse la ucciderebbero perché «l’onore non lo perdonano e questa cosa gli è caduta più del fuoco della fiamma» dice a Emanuela. Anche la madre sa che la figlia rischia la vita se rimette piede in paese, ma questa certezza non la distoglie dalla sua azione di logoramento, che continua a svolgere con più tenacia che mai.

Maria Concetta deve uscire dal programma di protezione e rientrare all’ovile, è indispensabile. Perché la priorità, in questo momento, per lei e per il marito non è proteggerla, bensì costringerla a ritrattare. E Maria Concetta lo sa: «Ti dico la verità, che se torno loro sanno perché devo tornare!» spiega amara all’amica. «Loro mi fanno tornare apposta così loro dicono: “Mi cacci stì cose che c’erunu” [ritratti quello che hai detto] hai capito?». E ancora: «Dentro di me un po’ ho paura… anche se lei mi dice di ritornare per lei sono figlia, lo so, però gli uomini sappiamo come sono fatti, specialmente gli uomini lì da me no! Dicono: “Scendi. Così ritratti tutto quello che hai detto e che non hai detto”. Hai capito?».

Maria Concetta non si fa illusioni su quello che l’attende a Rosarno. Ma è lì che ci sono i suoi figli, e i genitori se li tengono ben stretti. «Io non so, Manuela… io non ho l’idea… io vorrei tornare a casa mia per i miei figli… perché i figli non me li mandano… non vedi che non me li hanno mandati […] Non me li hanno mandati i figli e non me li mandano perché loro hanno capito che se mi mandano i figli è finita, non torno più.» Alla fine sarà proprio questa l’arma che la farà capitolare.

L’8 agosto, nel primo pomeriggio, la donna chiama la madre e scopre che è in viaggio per Genova insieme all’altro fratello, Gregorio, e alla figlia più piccola. Maria Concetta è stupita, non vuole vederli perché sa di essere debole, dice loro di tornarsene a casa, che l’hanno già spostata in un’altra città. La madre però non le crede, e allora lei chiede tempo, dice di dover avvisare qualcuno prima di poterli incontrare. In quel preciso istante dal telefono le arrivano le grida e i lamenti della bambina, subito sovrastati dalla voce imperiosa del fratello, che la aggredisce: «Cetta, a chi devi chiamare? Perché devi fare così? Ma la senti tua figlia cosa sta facendo?». «Digli di stare tranquilla» risponde lei, ma si sente replicare: «Che sta tranquilla, Cetta, che questa qua sta morendo». «Va bene dai, aspetta che ora glielo dico… chiudi chiudi, adesso li chiamo», sospira lei. È la sua resa definitiva. Quella sera Maria Concetta Cacciola lascia Genova e torna a Rosarno.

Dodici giorni più tardi, il 20 agosto, il padre e la madre raccontano di averla trovata priva di vita nel bagno del seminterrato della loro villetta. Ha bevuto acido muriatico. Michele e Anna Rosalba caricano in macchina la figlia e corrono in ospedale, ma ormai non c’è più nulla da fare. Maria Concetta Cacciola è morta. La sua storia però non è ancora finita. Tre giorni dopo, senza nemmeno aspettare che la figlia venga sepolta, i coniugi Cacciola depositano un esposto alla procura di Palmi.

È uno scritto in cui viene fornita una versione dei fatti palesemente distorta, tesa a far apparire Maria Concetta come vittima di un raggiro da parte delle forze dell’ordine, che l’avrebbero forzata a rilasciare dichiarazioni infamanti contro la sua volontà.

Sostengono che, approfittando del suo stato di debolezza psicologica, i militari le avrebbero promesso «in maniera subdola […] una condizione di vita personale di assoluto vantaggio», ovvero una condizione di vita «migliore lontana da qualunque problematica di carattere familiare e personale, oltre forse anche di carattere economico», «che in realtà poi al contrario si è rivelato un autentico inferno», ma che in quel momento ha avuto buon gioco nel convincerla a offrire collaborazione. «Che mai avrebbe potuto offrire essendo la stessa lontana da sempre da qualunque tipologia di collegamento e/o circuito criminale o delinquenziale che dir si voglia.»

Una volta tornata a Rosarno, in famiglia, la figlia aveva finalmente ritrovato serenità, spiegano i Cacciola nell’esposto, tutti la ricoprivano di premure e attenzioni, «a parte qualche scenata di ordinaria e naturale gelosia». Se si era tolta la vita, era anche per colpa di chi con l’inganno l’aveva costretta a collaborare, ovvero forze dell’ordine e magistrati, sul cui comportamento era dunque opportuno far luce.

Insieme all’esposto, Michele e Anna Rosalba Cacciola depositano la lettera di addio scritta dalla figlia prima di lasciare Rosarno e un’audiocassetta che dicono di aver trovato due giorni prima nel taschino di una camicia. Contiene un messaggio della figlia, che in sostanza confesserebbe di avere accusato il padre e il fratello soltanto per vendicarsi di loro. Tutto quello che ha rivelato finora ai pm, dunque, sarebbe semplicemente frutto della sua fantasia.

Si tratta di un testo finalizzato a invalidare tutte le dichiarazioni rilasciate da Maria Concetta nel corso degli interrogatori, ma non è lei ad averlo pensato e non lo ha registrato spontaneamente. Oggi si scopre che a redigere il testo sono stati altri con la complicità degli avvocati arrestati. Lo dimostrano alcuni dettagli, come la presenza in sottofondo di una voce femminile che suggerisce certi passaggi o il fatto che in casa Cacciola, come rilevano le perquisizioni, non ci siano registratori.

Ma lo rendono evidente anche i numerosi messaggi che la donna invia negli ultimi giorni di vita al suo amante, da cui non traspare traccia del clima idilliaco che sul nastro dice di aver ritrovato in famiglia. «Mia madre bene, ma mio fratello all’inizio mi ha detto tutto e di più. Ora non mi rivolgono la parola. Mi portano avvocati, avvocati x farmi ritrattare dirgli che uso psicofarmaci e che l’ho fatto x rabbia… ora mia madre mi fa la loro freddezza verso di te mi fa paura… ma io lo so xche lo fanno anche le mogli».

In realtà Maria Concetta non ha mai fatto uso di psicofarmaci, le uniche pasticche che ingerisce sono pillole per dimagrire, ma facendola passare per depressa si lede la sua attendibilità di teste. La registrazione è con ogni probabilità effettuata nello studio dell’avvocato della famiglia, forse sulla base di un canovaccio che qualcuno ha già scritto e che Maria Concetta si limita a seguire.

Una versione dei fatti che sarebbe peraltro corroborata da una frase che la figlia maggiore di lei, Tania, pronuncia durante un colloquio telefonico col padre detenuto. Quando lui le domanda dove sia in quel momento la madre, lei risponde che è andata dall’avvocato per registrare.

In quegli ultimi giorni prima di morire, Maria Concetta è in completa balia dei suoi familiari, che hanno reso i controlli ancor più serrati e la stanno pesantemente manipolando. Vorrebbero addirittura imporle di andare in carcere a trovare il marito, ma lei, almeno su questo, riesce a far prevalere la sua volontà. Ha paura a uscire di casa, non perché teme di incontrare qualcuno che ha denunciato, ma perché si vergogna delle cose che l’hanno costretta a dire i suoi genitori per screditarla e salvarsi.

Tutti ormai sanno che lei è tornata e sta ritrattando, anche perché Michele e Anna Rosalba Cacciola si sono premurati di inviare ai giornali l’esposto, la lettera e la registrazione, che vengono pubblicati con grande evidenza. Sanno quanto può essere importante manipolare l’informazione, per incutere timore e cercare consenso. Non tutti i giornalisti si piegano, molti resistono a testa alta, malgrado intimidazioni e minacce. Ma qualcuno disposto ad assecondarli, i clan lo trovano sempre.

Maria Concetta è pentita di essere tornata a Rosarno, come scrive negli sms inviati all’amante in quei giorni, e ha deciso di andarsene di nuovo. Così chiede all’uomo di mettersi in contatto con Gennaro, il nome in codice del maresciallo suo riferimento nei Ros, e di illustrargli la situazione: «Parla con Gennaro, digli che i miei mi portano
in tutti gli avvocati che x colpa della mia leggerezza sono qui». E ancora: «Prova a chiamare Gennaro spiegagli come è andata e gli dici che voglio rientrare».

Il 17 e il 18 agosto Maria Concetta Cacciola telefona più volte alla caserma dei carabinieri. Parla con Gennaro, cui ribadisce di voler riprendere il programma di protezione. Il problema però è trovare il modo di uscire di casa senza farsi vedere. Il padre, la madre e il fratello la sorvegliano ogni istante. Lei vorrebbe che fossero i carabinieri a convocarla in caserma con una scusa, ma il maresciallo le spiega che è meglio di no, è più opportuno che sia una macchina a prelevarla di nascosto per strada.

Maria Concetta indugia, ha paura, sembra fare resistenza. È lei che chiama per cercare un accordo, è chiaro che vuole andarsene, ma poi rimanda, tergiversa. Ha preso la sua decisione ma lasciare i suoi figli, di nuovo, le risulta difficile. Inoltre non vuole che la madre possa essere accusata dal padre di averla coperta, e quindi esclude di potersi far prelevare quando è fuori in sua compagnia. «Non è facile, il modo di uscire da qua, non è facile» spiega a Gennaro, «perché poi mio padre se la prende, perché mi lascia con mia madre, e quello se la prende con lei!»

In un moto di confidenza, sentendo la madre come unica figura che in qualche modo le dà sostegno, Maria Concetta le rivela il suo piano. Ma Anna Rosalba non le offre la complicità che sperava. La figlia non può assolutamente fare una cosa del genere, lei lo impedirà, perché questa volta non vuole rassegnarsi a perderla.

Il 18 agosto, nel pomeriggio, Maria Concetta chiama di nuovo Gennaro e gli dice che la fuga va rimandata «perché mia figlia che sta male, la seconda, so che non è una cosa facile» aggiunge sospirando preoccupata. «Voglio vedere come va, perché sto facendo dei controlli ed ho paura, non si sente tanto bene, aspetto due o tre giorni e vi richiamo.» È l’ultima volta che Gennaro la sente.

Due giorni dopo Maria Concetta si toglierà la vita. È molto strano che i genitori l’abbiano lasciata a casa da sola, quel pomeriggio, ed è altrettanto strano che l’amore materno capace di trattenerla in quella prigione domestica non l’abbia tenuta con altrettanta forza attaccata alla vita. E poi c’era il suo nuovo amore, con cui progettava di rifarsi un’esistenza, come l’uomo racconterà agli inquirenti dopo il suicidio di lei.

Perché Maria Concetta avrebbe deciso di rinunciare a tutto questo? Se davvero si fosse trattato di un suicidio, a spingere Maria Concetta verso quella morte atroce non sarebbe stata certo la vergogna per aver raccontato bugie ai magistrati, quanto l’esasperazione e il senso di impotenza provocati in lei dalla brutale insensibilità dei suoi familiari, preoccupati soltanto di salvare l’onore e di non finire in galera per colpa sua.

Ma in galera ci finiscono lo stesso. Nel febbraio 2012, Fulvio Accursio, giudice per le indagini preliminari del tribunale di Palmi, dispone l’arresto per Michele e Giuseppe Cacciola, concedendo ad Anna Rosalba i domiciliari. Li ritiene responsabili di aver indotto la figlia al suicidio esercitando su di lei un’insostenibile pressione psicologica e sottoponendola a ripetuti maltrattamenti e soprusi, non ultimo quello di costringerla a ritrattare.

Il giudice è convinto non solo che possano comportarsi verso i nipoti con la stessa brutalità riservata alla figlia, ma che possano intimidire i testimoni e inquinare le prove. Per questo ritiene opportuno tenerli in carcere. Rischiano fino a vent’anni. E non sono riusciti minimamente a screditare l’attendibilità di Maria Concetta come testimone di giustizia: le sue dichiarazioni, come quelle della cugina Giusy Pesce, hanno consentito ai magistrati di sferrare pesanti colpi alle cosche di Rosarno e della Piana di Gioia Tauro.

A distanza di oltre un anno dall’omicidio-suicidio di Maria Concetta, nella villetta color giallo ocra della famiglia Cacciola vive ormai solo la madre. È agli arresti domiciliari e dunque non può parlare con gli estranei. Sulla parete accanto all’ingresso di casa è ancora incollato con il nastro adesivo un grande manifesto a lutto che ricorda la morte di «Cacciola Maria Concetta». Una sorta di sigillo della riconquistata rispettabilità familiare.

Poi è arrivato l’arresto anche per lei, insieme al marito, al figlio e ai due avvocati. Tutti in carcere. Eppure Maria Concetta voleva solo una vita che fosse la sua. Cercava, come scrive il gip Accurso nell’ordinanza di custodia cautelare, «quella libertà che da anni le veniva rubata a forza, mediante l’inflizione di penose umiliazioni, che erano compiute ad opera di chi avrebbe dovuto invece amarla di più, perché fatta del suo stesso sangue, e che pur tuttavia la rendeva prigioniera, costringendola a subire in silenzio le ferite fisiche e morali di chi pratica tra le mura domestiche le regole ferree dell’apparenza, che sono soprattutto quelle proprie di una famiglia contigua alla ’ndrangheta, dove il concetto di Onore viene elevato a principio cardine dell’esistenza».

Un principio in ossequio al quale «nessuno viene scrutato negli occhi e nel cuore, e per la cui osservanza si impone spesso, a chi non lo condivide, di morire lentamente in un inferno di regole non volute, da cui a volte è possibile fuggire via solo a costo della propria vita». È questo che è accaduto a Maria Concetta Cacciola. La speranza è che davvero le sue figlie possano avere un destino migliore del suo.

 

 

Articolo del 30 Luglio 2014 da  ildispaccio.it
Giustizia per Cetta Cacciola: condannata la famiglia e un avvocato
di Claudio Cordova

Per mesi, sulla stampa, il fango aveva provato a ricoprire la dignità di Maria Concetta Cacciola e dei pm della Dda di Reggio Calabria. Articoli di stampa, insinuazioni, chiacchiericcio con cui veniva paventato che nella morte della testimone di giustizia avrebbero potuto pesare le presunte pressioni effettuate dagli inquirenti. Ora arriva una prima verità processuale, con la condanna di tutti gli imputati nel procedimento “Onta”. Il Gup di Reggio Calabria, infatti, ha accolto l’impostazione portata avanti dai pm Giovanni Musarò e Giulia Masci, che avevano chiesto la condanna per tutti gli imputati che hanno scelto di essere giudicati con il rito abbreviato nel processo per far luce sulle dinamiche che porteranno alla morte la giovane testimone di giustizia Maria Concetta Cacciola. Nel dettaglio, sono stati inflitti sei anni e sei mesi per Michele Cacciola, cinque anni e otto mesi per Giuseppe Cacciola, quattro anni e dieci mesi per Anna Rosalba Lazzaro e quattro anni e sei mesi per l’avvocato Vittorio Pisani. Secondo le indagini svolte dai pm Musarò e Masci (nell’inchiesta ha operato anche il pm Alessandra Cerreti), nella morte della testimone di giustizia Maria Concetta Cacciola, deceduta nell’agosto 2011 in seguito all’ingestione di acido muriatico, sarebbero coinvolti anche i due legali della famiglia, Vittorio Pisani, condannato in primo grado, e Gregorio Cacciola, unico tra gli imputati ad aver scelto il rito ordinario, che si celebrerà a Palmi. Riconosciuta la responsabilità penale anche per Anna Rosalba Lazzaro, Giuseppe e Michele Cacciola, mamma, fratello e padre di Maria Concetta Cacciola. La donna morirà dopo una vicenda molto complicata, che vedrà la giovane rendere dichiarazioni accusatorie contro la sua famiglia e poi ritrattare.

Ma dietro quelle ritrattazioni vi saranno violenze e angherie di ogni genere.

Lo stabiliscono le sentenze dei Tribunali (quella redatta dalla Corte d’Assise di Palmi, chiamata a decidere sul reato di istigazione al suicidio) che darà un grosso input alla nuova inchiesta della Dda di Reggio Calabria. L’indagine ha riportato in carcere i genitori di Maria Concetta, Michele Cacciola e Anna Rosalba Lazzaro, nonché il fratello Giuseppe Cacciola. Il dato nuovo (e devastante) sarà però l’arresto dei legali di famiglia, Gregorio Cacciola e Vittorio Pisani: secondo le indagini svolte dai sostituti procuratori della Dda di Reggio Calabria, Giovanni Musarò e Alessandra Cerreti, nonché dal pm di Palmi, Giulia Masci, i due legali avrebbero avuto un ruolo fondamentale in relazione alla ritrattazione (e alla fase che l’ha preceduta) della giovane Maria Concetta. La testimone di giustizia renderà dichiarazioni a partire dal maggio 2011, collegando i propri familiari alla potente cosca dei Bellocco di Rosarno. Morirà poi ad agosto, dopo settimane di violenze fisiche e psicologiche: fatti che porteranno la Corte d’Assise di Palmi a rispedire gli atti in Procura per i reati di maltrattamenti in famiglia, violenza e minaccia per costringere a commettere un reato, ma, soprattutto, omicidio pluriaggravato. Le manovre della famiglia, dunque, sarebbero partite fin da subito con l’obiettivo di stoppare le affermazioni della giovane. E in tal senso si inquadrerebbe il ruolo fondamentale svolto dagli avvocati Gregorio Cacciola e Vittorio Pisani. I genitori di Maria Concetta, infatti, penseranno fin da subito di far scrivere una lettera di ritrattazione alla figlia, accusando i magistrati di pressioni indebite: e qui si sarebbero avvalsi dell’avvocato Cacciola. Nonostante la ritrosia della giovane a rimangiarsi tutto, la famiglia insisterà e si affiderà ai servigi dei legali Cacciola e Pisani. Sarà una microspia nello studio dei legali a far emergere il grave quadro indiziario dei due avvocati, nell’attività di costrizione alla ritrattazione messa in atto nei confronti di Maria Concetta: una ritrattazione finalizzata – è evidente – allo scopo di favorire i Bellocco, tirati in ballo dalle dichiarazioni rese alla Dda: le conversazioni nello studio Cacciola, infatti, dimostreranno, a partire da ottobre 2013 e fino a pochi giorni fa, la contiguità del legale con la ‘ndrangheta di Rosarno.

Il ruolo dei due avvocati era già emerso negli scorsi mesi e anche la sentenza della Corte d’Assise d’Appello, che paventerà scenari inquietanti sulla morte della giovane Maria Concetta Cacciola, riserverà loro alcuni passaggi. Secondo quanto accertato dalle indagini svolte dai pm Giovanni Musarò, Alessandra Cerreti e Giulia Masci, i due legali avrebbero fornito “un contributo di natura morale nella qualità di “consigliori” di ogni mossa compiuta dai Cacciola; fra l’altro, recandosi in data 8.08.11 presso gli Uffici della Procura di Reggio Calabria-D.D.A. per verificare lo status libertatis di Maria Concetta Cacciola e, subito dopo, comunicando ai familiari della stessa che la ragazza poteva essere condotta a Rosarno senza correre rischi (comunicazione che faceva cessare le ultime resistenze di Maria Concetta Cacciola, che, a quel punto, nel pomeriggio dello stesso giorno si incontrava con Lazzaro Anna Rosalba e con il fratello Cacciola Gregorio cl. 87, che la riportavano a Rosarno)”.

Due avvocati al servizio della famiglia, dunque. Cacciola perché legato da vincoli di parentela, Pisani perché legale storico della cosca Bellocco, clan ampiamente colpito dalle dichiarazioni di Maria Concetta e quindi sul piede di guerra. I due legali avrebbero avuto un ruolo determinante nelle pressioni che la famiglia Cacciola farà sulla figlia Maria Concetta, al fine di indurla a interrompere la collaborazione a ritrattare quanto già affermato ai pubblici ministeri.

Presso lo studio dell’avvocato Gregorio Cacciola verrà anche registrata su supporto audio la ritrattazione della giovane donna, a pochi giorni dalla morte. E’ il 12 agosto 2011, quando la testimone registrerà un audio in cui dirà di aver detto tutto sulla scorta della rabbia nei confronti dei familiari. Maria Concetta Cacciola morirà il 20 dello stesso mese.

A pesare sulla posizione degli avvocati Cacciola e Pisani sono le dichiarazioni illogiche e contraddittorie rese in dibattimento a Palmi, oltre che le numerose intercettazioni ambientali a carico dei Cacciola (già annoverate tra le prove che porteranno la famiglia a essere condannata sia in primo grado che in appello).

Ma non solo.

I dati più affossanti raccolti dai pm Musarò, Cerreti e Masci saranno costituiti dalle intercettazioni svolte nello studio dell’avvocato Cacciola: “Da queste, in specie dai colloqui captati presso lo studio Cacciola (mentre molto più oculato e prudente è l’avv.to Pisani evidentemente timoroso di essere intercettato), emerge una pericolosissima contiguità del professionista con soggetti appartenenti ad ambienti criminali locali cui, abdicando alla sua importante e nobile funzione, dispensa consigli di certo non di carattere tecnico, si presta a portare ‘mbasciate a detenuti, concorda dichiarazioni che avrebbero dovuto rendere alcuni testi della difesa, utilizza un lessico mafioso (es. gli appartenenti alle forze dell’ordine vengono qualificati con disprezzo come “sbirri”), riceve e riferisce confidenze su fatti gravissimi avvenuti nel mandamento tirrenico (es. omicidi) e su dinamiche interne alla ‘ndrangheta operante nella medesima zona, ipotizzando finanche l’elininazione fisica del collega e concorrente negli odierni reati Vittorio Pisani” è scritto nell’ordinanza di custodia cautelare in carcere.

L’avvocato Pisani, dunque, avrebbe dimostrato di sospettare un controllo da parte degli investigatori. Per questo, per esempio, eviterà di parlare all’interno del proprio studio, preferendo i colloqui all’aria aperta. Meno cauto il collega Cacciola. Questa la definizione che forniscono gli inquirenti: “Un professionista che ha definitivamente saltato il fosso e che funge stabilmente da “consigliori” dell’attività di diversi soggetti appartenenti o contigui alla associazione denominata ‘ndrangheta operante nel c.d. mandamento tirrenico, dispensando consigli e direttive che nulla hanno a che fare con un mandato difensivo lecito, neanche di un professionista che opera in un contesto difficile come quello rosarnese: ad esempio, consigliando ad un soggetto di darsi alla latitanza, invitando il padre di un detenuto a non parlare durante i colloqui perché potevano esservi in corso operazioni di intercettazione ambientale, dichiarandosi disponibile a portare ‘mbasciate al medesimo detenuto, concordando dichiarazioni che avrebbero dovuto rendere alcuni testi della difesa, utilizzando un lessico da mafioso e non da avvocato (es. gli appartenenti alle forze dell’ordine vengono qualificati con disprezzo come “sbirri”), ricevendo e riferendo confidenze su fatti gravissimi avvenuti nel mandamento tirrenico (es. omicidi) e su dinamiche interne alla ‘ndrangheta operante nella medesima zona”.

Con riferimento ai fatti oggetto del procedimento, Gregorio Cacciola criticherà aspramente il comportamento di Vittorio Pisani, accusandolo di aver fatto fin dall’inizio il “doppio gioco”, in quanto aveva avuto un atteggiamento fintamente collaborativo con gli inquirenti per accollare tutta la responsabilità su di lui: “Ma tu pensi Teresa, tu pensi che questo qua quando è successo il fatto….ma tu pensi che mi sfuggiva in tutte le maniere cornuto, invece … invece di stare vicino a me…. e sai perchè? … perchè quando è successo il fatto il cornuto, parlando con lui se n’è andato nella Caserma dei Carabinieri e gli disse “tutti i castelli che sono stati creati, li ha creati l’avvocato Cacciola”

Proseguendo, Gregorio Cacciola sottolineava che il Pisani si era comportato in modo poco intelligente, perché proprio il suo comportamento aveva ingenerato il sospetto negli inquirenti e non si era reso conto del fatto che in tal modo aveva accusato anche se stesso: “E’ tre…tremendo e se ha fatto “u sbirru” con me che eravamo colleghi, non solo e che aveva interessi a non farlo “u sbirru” perchè facendo “u sbirru” per me… automaticamente te lo fai per te stesso… è arrivato a questo…. è un cornuto perchè ha creato lui ora le condizioni che dice lui… e faceva il doppio gioco, siccome quelli non sono storti, non sono fessi dicono “tu hai fatto doppio gioco… “tu hai fatto il doppio gioco perchè avevi paura di stare vicino alla vicenda e ti allontanavi ci davi indirettamente la conferma che la vicenda puzzava guarda quanto è cornuto, che la vicenda puzzava, “in più rispetto a quello che dice l’avvocato Cacciola tu dici al contrario” perchè io lo difendevo a lui Teresa”.

Gregorio Cacciola evidenziava, ancora, che la pretesa di Pisani di scaricare le responsabilità solo su altri era non solo scorretta, ma anche oggettivamente non credibile: “Li abbiamo denunciati a tutti e lui mi ha inculato a me, ora dico: cretino se tu sei codifensore con me, che sei un altro avvocato, uno che dovrebbe essere un avvocato eh, eh è possibile che era un fantoccio nelle mani mie? eh..eh… una persona che è seria dice “aspetta o li concordiamo insieme o ti saluto, tu ti vedi i fatti tuoi”. Dal tenore complessivo del dialogo si desume chiaramente che, secondo l’Avv. Gregorio Cacciola, le anomale modalità con le quali l’avv. Vittorio PISANI ha rinunciato alla difesa di Gregorio Bellocco e di Teresa Cacciola rientrano nel tentativo di fare il “doppio gioco” per allontanare i sospetti da se stesso in relazione ai fatti dell’agosto del 2011. In un altro colloquio, Cacciola sottolineava che nella vicenda relativa alla ritrattazione di Maria Concetta Cacciola entrambi i legali avevano giocato un ruolo fondamentale, uno quale “rappresentante della famiglia Cacciola”, l’altro, Pisani, quale “rappresentante di Gregorio Bellocco”: “… gli hanno fatto il culo tanto …(ride)… a me! a me almeno mi hanno detto guarda, rappresentante della famiglia Cacciola”, mi sta anche bene, ma tu rappresentante di Gregorio Bellocco “ta zicchi nto culu e non ti nesci mancu… se ti votunu sutta supra” …(te la ficchi in culo e non ti esce nemmeno se ti girano sotto sopra)…”.

E poi tutta una serie di conversazioni, che dimostrerebbero la grande affinità del legale con i soggetti della ‘ndrangheta della Piana.

E allora a Gaetano Rao, padre di Rosario, arrestato come appartenente ai Pesce, consiglierà di non parlare di argomenti sensibili nei colloqui in carcere: “Un’altra cosa importante Nuccio, vedi che appena …(inc.)…. là, voi siete controllati!… ….parlate di Juventus! Chiaro… si sente!…”. A Giuseppe Bellocco, rampollo classe 1987 del boss ergastolano Gregorio Bellocco, consiglierà invece di darsi alla macchia: “Allora fai una cosa prima di andartene…mi firmi due nomi e cambi aria un poco!….firmami queste cose li….”.

CACCIOLA Gregorio: aspetta! aspetta un minuto! no con questo…

BELLOCCO Giuseppe: no…

CACCIOLA Gregorio: sai perché? perché questo ora lo stanno diramando a tutte le parti…(n.d.r. verosimilmente il passaporto)…

BELLOCCO Giuseppe: ora che fanno?

CACCIOLA Gregorio: questo qua che ti hanno fotocopiato qua…

BELLOCCO Giuseppe: eh…

CACCIOLA Gregorio: questo già lo hanno diramato a tutte le parti…

BELLOCCO Giuseppe: si?…(inc)…

CACCIOLA Gregorio: aeroporti pure…quello! a meno che non ne hai un altro tu!

BELLOCCO Giuseppe: ne ho un altro!

CACCIOLA Gregorio: con nome diverso?

BELLOCCO Giuseppe: si si!

CACCIOLA Gregorio: ok! …(inc)…

BELLOCCO Giuseppe: si ma io devo andarmene…

CACCIOLA Gregorio: cambia aria…

BELLOCCO Giuseppe: …due tre mesi me ne vado!

CACCIOLA Gregorio: e poi devi avere contatti, non chiami a me… con qualcuno con una scheda particolare e ti chiami Pasquale ti chiami Rocco!

E poi ci sono le frasi che scambierà con Antonio Sibio e Domenico Corrao, entrambi uomini dei Pesce di Rosarno. L’avv. Cacciola, dopo aver spiegato che aveva preferito non inserire fra i testi della difesa ufficiali di P.G. (che definiva “sbirri”:”abbiamo tutti, tutti i militari che mandano loro, come lista del Pubblico Ministero, a noi non ci conviene che chiamiamo gli sbirri, noi difensori, difesa, perché gli sbirri….”.

Interessantissima, infine, risulta la conversazione fra l’Avv. Gregorio Cacciola e tale Rosario (soggetto gravitante della ‘ndrangheta del mandamento tirrenico, in corso di identificazione), captata nel pomeriggio del 20.12.13 all’interno dello studio legale. Si tratta di un dialogo fra due soggetti che, parlando “alla pari”, discutevano di episodi (fra i quali diversi omicidi) riservati e più o meno risalenti nel tempo, relativi alla ‘ndrangheta operante nel mandamento tirrenico.

Non solo le circostanze riferite, ma anche i ragionamenti fatti nell’occasione dai due interlocutori denotavano una profonda conoscenza dei personaggi e delle dinamiche interne alla ‘ndrangheta operante nella fascia tirrenica della provincia reggina. Particolarmente informato si rivelava l’avv. Gregorio Cacciola, il quale spiegava a Rosario che un vecchio boss ormai defunto gli raccontava fatti che non riferiva neanche ai suoi figli (“se c’era il vecchio gli faceva le orecchie, ma no a loro a mezza Calabria, sapete che …inc… che io lo frenavo al vecchio, lui con me stava …mi ha raccontato fatti, gli dissi io: no cazzo non ne raccontate più mannaia, non volevo sapere io, perchè non …inc…? per un fatto, intanto non sapevano se c’era prima … gli dicevo : gli dicevo io: che cazzo volete, non so niente io, primo che io non sapevo e secondo se succedeva qualcosa lui diceva “io con questo ho parlato”… non volevo sapere niente, lui “no questo cazzo te lo devo raccontare non lo sanno nemmeno i figli miei” mi diceva “cose che se lo sanno i i figli miei lo fanno ora” e mi disse un nome di uno che secondo lui se l’è cannata quando lo hanno arrestato, nome e cognome… mi disse “sai perchè non gli ho tagliato la testa” mi disse… “perchè e sposato con una nipote mia, con una cugina mia e mi dispiace che rimane orfanella” e quando mai lui ha detto “mi dispiace”, eppure gli dispiaceva per quello, disse “non gli ho tagliato la testa per questo fatto e non glielo detto ai figli miei che gliela tagliavano e se ne fottevano pure della moglie” e mi disse chi era proprio, io non gli ho creduto mai però, vi giuro… insomma lui ormai è morto e lo possiamo dire, sapete chi era? … (abbassa il tono della voce bisbigliando e dice “Michele …inc… vrs. Erricu”) che è un nipote suo”).

Da qui, dunque, le dure parole utilizzate nell’ordinanza firmata dal Gip: “E’ appena il caso di sottolineare che, come é fin troppo evidente leggendo il dialogo di seguito riportato, Gregorio Cacciola raccontava fatti che aveva appreso nella veste non di avvocato, ma di soggetto perfettamente inserito, non certo per ragioni professionali, negli ambienti della criminalità organizzata rosarnese. Le circostanze e gli episodi di cui si discuteva, infatti, oltre a non essere noti, erano particolarmente riservati e potevano essere portati a conoscenza solo di persone di assoluta fiducia (quale, evidentemente, l’Avv. Cacciola era nell’ambiente della ‘ndrangheta della Piana”.

Un materiale probatorio che è stato valorizzato in primo grado dal Gup di Reggio Calabria, che riconoscerà la responsabilità penale degli imputati. Ancora da smacchiare, invece, la responsabilità morale di quanti sono fatti strumento delle forze

 

 

Fonte:  liberainformazione.org
del 27 gennaio 2018
Giustizia per Maria Concetta: ultimo atto
di Antonio Nicola Pezzuto

La Corte di Cassazione ha scritto l’ultimo atto della triste storia di Maria Concetta Cacciola, testimone di giustizia, uccisa barbaramente a soli trentun anni. Maria Concetta era una ragazza bella, giovane e piena di vita, che sognava un’esistenza diversa da quella che i suoi familiari volevano imporle. Aveva avuto la sfortuna di nascere in una famiglia di ‘ndrangheta, quella dei Cacciola, legata e imparentata con i più potenti Bellocco. Cacciola e Bellocco, due nomi che pronunciati nella Piana di Gioia Tauro incutono rispetto e timore.

Si è così concluso il “Processo Onta” che prende il nome proprio dall’onta che la giovane ragazza di Rosarno aveva arrecato alle potenti ‘ndrine calabresi. Un’onta che andava cancellata per sempre, bruciando quella bocca che aveva osato raccontare fatti importanti ai magistrati e alle forze di polizia. Sì, perché Maria Concetta è stata uccisa in un modo orribile, costretta a ingerire acido muriatico. Un eclatante e simbolico omicidio di mafia come stabilito nella sentenza della Corte d’Assise di Palmi, condivisa dalla Corte d’Assise d’Appello e confermata dalla Corte di Cassazione, pur non essendo ancora noto il nome dell’assassino.

Brutta storia quella di Maria Concetta, la cui voglia di vivere si scontrava con l’opprimente presenza della ‘ndrangheta. Una storia nella quale la povera Maria Concetta rischiava di venire descritta per sempre come una psicopatica che si è suicidata. Era, invece, una persona forte che voleva opporsi ad un sistema mafioso e per questo è stata uccisa.

Tutto ha inizio l’11 maggio 2011 quando Maria Concetta Cacciola, figlia di Michele Cacciola e Anna Rosalba Lazzaro e sorella di Giuseppe Cacciola, si recava presso la Tenenza dei Carabinieri di Rosarno. Approfittando della convocazione ricevuta per la notifica di un’informazione di garanzia nei confronti del figlio Alfonso Figliuzzi (indagato per il reato di guida senza patente), aveva espresso ai militari il desiderio di parlare di fatti riguardanti la sua famiglia e, in particolare, della sua condizione all’interno della stessa. Confidava poi ai Carabinieri che doveva andare via subito perché se i suoi parenti avessero scoperto che si stava intrattenendo in caserma a fornire dichiarazioni, l’avrebbero uccisa. I militari la invitavano a ripresentarsi il successivo 19 maggio in occasione dell’interrogatorio di garanzia del figlio.

Maria Concetta cominciava così a raccontare della sua vita in seno alla famiglia. Lei era sposata con Salvatore Figliuzzi, condannato in via definitiva nel “Processo Bosco Selvaggio” quale soggetto affiliato al clan Bellocco. Un matrimonio, come dichiarato dalla giovane donna, che non era più felice da tempo, già da prima che suo marito venisse arrestato. In una circostanza, in seguito ad un litigio avvenuto per motivi banali, l’uomo le aveva addirittura puntato contro una pistola. Ma in quelle famiglie esiste un codice d’onore che non prevede ribellioni a soprusi e ingiustizie e quando Maria Concetta racconta l’episodio in famiglia, manifestando la volontà di separarsi, il padre le risponde: «Questo è il tuo matrimonio, questa è la tua vita e così te la tieni».

Sopraffazioni pesanti quelle che doveva sopportare la ragazza. Picchiata dal padre e dal fratello aveva riportato la lesione di una costola. In quella occasione non fu portata neanche in ospedale, ma rimase tre mesi a casa dove venne curata da un medico amico di famiglia, zio del padre, che non stilò mai un referto. Maria Concetta aveva più paura del fratello che del padre. Riteneva, infatti, che le ire di quest’ultimo potessero essere placate dalla madre, mentre il fratello Giuseppe era un tipo particolarmente testardo che si era guadagnato il rispetto della popolazione.

Dopo i primi due incontri, i Carabinieri, resisi conto della delicata situazione che stava vivendo Maria Concetta, informarono i superiori che l’ascoltarono in data 23 maggio 2011 su ordine della Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria.

I racconti degli investigatori parlano di una ragazza terrorizzata che temeva di essere uccisa ma, allo stesso tempo, determinata a collaborare con lo Stato abbandonando il suo ambiente familiare.

In data 25 maggio 2011 veniva ascoltata dai magistrati della DDA di Reggio Calabria che, valutando la gravità delle dichiarazioni della giovane donna e la delicatezza della situazione in cui viveva, decisero di trasferirla in una località segreta. Nella notte tra il 29 e 30 maggio 2011 Maria Concetta fu prelevata da Rosarno e portata in una struttura di Cassano All’Ionio dove cominciava la sua nuova vita come testimone di giustizia. Forniva così un prezioso contributo alle indagini svelando segreti in merito a fatti di sangue e consentendo agli investigatori di ritrovare due bunker. Purtroppo Maria Concetta, che era stata spostata a Genova in località protetta, non riuscì a sopportare la lontananza dai tre figli e riprese i contatti con la sua famiglia. Fu così che il 2 agosto 2011 i genitori della ragazza si misero in viaggio verso il capoluogo ligure dove riuscirono a prelevare la figlia per riportarla a Rosarno. Durante il viaggio di ritorno, quando i Cacciola si erano fermati per fare una sosta a Cerredolo (in provincia di Reggio Emilia), gli uomini del Servizio di Protezione e del R.O.S., allertati da Maria Concetta, riuscivano a raggiungerli e a riportarla indietro. Dalle intercettazioni degli investigatori emerge che, durante il viaggio, la giovane donna aveva cominciato a riferire ai genitori il contenuto di alcune dichiarazioni che aveva reso ai magistrati, al che Michele Cacciola e Rosalba Lazzaro cominciavano a pressarla affinché ritrattasse tutto.

Sulla scena, a questo punto, irrompono due avvocati: Gregorio Cacciola, cugino di Michele Cacciola e Vittorio Pisani che, in questa storia, dopo essere stato condannato, collaborerà con gli inquirenti.

I due legali avevano il compito di convincere la ragazza a ritrattare per tutelare gli interessi delle famiglie mafiose che Maria Concetta stava accusando con le sue dichiarazioni. Tra i due la figura dominante è sicuramente quella di Gregorio Cacciola. Lo si evince dalla lettura degli atti giudiziari. Le pressioni della famiglia su Maria Concetta, affinché si mettesse in contatto con l’avvocato Pisani, diventavano sempre più forti. È a questo punto che durante una conversazione telefonica tra la ragazza e sua madre, veniva intercettata quella che si può definire la frase simbolo del processo: « O cu nui o cu iddi a stari» (Devi stare o con noi o con loro), intimava Rosalba Lazzaro alla figlia. O stai con noi o con lo Stato, insomma. Parole che fanno capire la dura realtà di alcuni contesti territoriali e, nello specifico, a quali pressioni fosse sottoposta la povera Maria Concetta.

Alla fine la testimone di giustizia capitolava e chiamava l’avvocato Pisani. Il suo rientro a Rosarno avveniva nella notte tra l’8 e il 9 agosto 2011.

Nel frattempo, però, dalle conversazioni intercettate emergeva lo stato d’animo che aveva la ragazza in quei giorni. In una telefonata, intercorsa il 6 agosto 2011, confidava alla sua cara amica Emanuela, alla quale era legata da reciproco e consolidato affetto, di vivere schiacciata tra la paura di essere uccisa al suo ritorno e il timore di non vedere più i suoi figli. La minaccia più ignobile che le veniva intimata, infatti, era proprio questa: «Torna o non vedrai più i tuoi figli». Un vero e proprio ricatto al quale la povera ragazza cedeva come estremo atto d’amore verso di loro, pur consapevole che al suo ritorno sarebbe stata uccisa.

“Io vorrei tornare a casa per i miei figli. I miei non me li hanno mandati perché loro hanno capito che se me li mandano io non ritorno più”. E quando Emanuela la invitava a pensarci su, Maria Concetta rispondeva: «Sono tre mesi che penso, penso…però la ruota mi gira sempre da una parte, ai figli. Chi me la fa fare a ritornare, se vivo un anno, un altro anno e mezzo».

 

Era consapevole, Maria Concetta, che al suo rientro a Rosarno sarebbero riprese le vessazioni perché i familiari le avrebbero nuovamente impedito qualsiasi contatto con l’esterno. E continuava a manifestare le sue preoccupazioni e le sue angosce all’amica del cuore: «Mi ha detto che mi perdonano che…basta che ritorno a casa che per loro sono perdonata…Io posso capire in questo momento che lo dicono…Che vuoi, a mio padre gli manco, a mia mamma gli manco, però io penso tempo ci vuole però…Loro lo fanno apposta per farmi tornare, hai capito? Questo è quello che mi spaventa, Emanuela». Quindi il richiamo a quel codice d’onore che caratterizza le famiglie mafiose come la sua e che tanto la terrorizzava: «Lo sappiamo queste cose come vanno nelle famiglie nostre, no?! Almeno nella mia famiglia». E poi la consapevolezza che una volta ritrattato quanto dichiarato ai magistrati, si sarebbe giocata la polizza sulla sua vita che a quel punto non avrebbe avuto più alcun valore: «Dice ritorna, ritorna…così ritratti tutte cose, quello che hai detto e quello che non hai detto, capito? Si sa le cose come vanno, no?».

La drammatica telefonata con l’amica Emanuela si chiudeva con ulteriori rassegnate affermazioni, di chi sapeva che andava incontro a un tragico destino: «Ti dico la verità a te come una sorella…io un poco mi spavento…io un poco mi spavento a ritornare, Emanuela, perché adesso…tu lo sai che questi fatti non te li perdonano, no? Me lo dicono tutti, renditi conto di quello che ti aspetta, perché ormai l’hai fatto, il passo l’hai fatto…ti dicono che ti perdonano però che so nel cuore…mi spavento a ritornare, le cose sono delicate, le cose sono assai…già l’onore non lo perdonano, questa cosa poi gli è caduta più del fuoco e della fiamma».

Ormai aveva maturato la decisione che le costerà la vita, Maria Concetta. Arrivata a Rosarno veniva costretta, in data 12 agosto 2011, a registrare una ritrattazione delle dichiarazioni che aveva fornito agli inquirenti. Tutto avveniva nello studio dell’avvocato Cacciola, sotto la sua regia.

Ma stava male, Maria Concetta, e si era accorta dell’errore commesso.

«Ascolta cm posso uscire da sta cosa? Mi vergogno delle cose che ho detto». È il testo di un sms che la poveretta inviava il 13 agosto ad un uomo con cui aveva intrapreso una relazione.

E ancora, in un altro sms all’uomo, scriveva: «Pa prova a chiamare Gennaro spiegagli come è andata e gli dici che voglio rientrare». Gennaro è lo pseudonimo di un Carabiniere del R.O.S. di Reggio Calabria che per la donna era diventato un punto di riferimento.

Cominciano a questo punto tutta una serie di conversazioni tra Gennaro e Maria Concetta. Commovente è lo sforzo dell’uomo che cerca di strapparla all’atroce destino. «…Voi per qualunque comunicazione fate riferimento a questo numero qua, noi stiamo qua», affermava il Carabiniere in una delle conversazioni. E ancora: «Basta che uscite fuori dal cancello di casa e magari, insomma, cioè, ci sarà qualcuno ad attendervi… Fateci uno squillo, il tempo che noi partiamo da qua ci sarà un quarto d’ora. Voi l’abitazione, giusto?…».

Purtroppo, Maria Concetta, quello squillo, a Gennaro, non lo farà mai. Stretta tra il terrore di essere scoperta dai familiari: «Va bene, dai. Vediamo come posso fare qua, perché qua è difficile che c’è mio padre e mio fratello qua vicino…» e l’imprevisto di un malore alla figlia più piccola: «Eh, però… Aspettate. Adesso sto… Vi volevo fare una domanda. Siccome voglio aspettare an… voglio vedere un attimino le cose, perché c’è mia figlia che sta male, la… la seconda. Infatti non è cosa facile però… No, voglio vedere come va, perché sta facendo dei controlli e ho paura che… non si sente tanto bene. Aspetto due/tre giorni e vi richiamo». «… okay. A dopo signora, a dopo», rispondeva Gennaro il 18 agosto 2011.

Un dopo che purtroppo non c’è stato mai. Il 20 agosto 2011 Maria Concetta veniva ritrovata moribonda nella sua abitazione. A nulla è valsa la corsa presso il Pronto Soccorso di Polistena dove si constatava il suo decesso. È stata uccisa, Maria Concetta, con la ferocia tipica delle belve selvatiche. Non poteva suicidarsi una donna che tanti testimoni descrivono allegra, socievole e piena di vita. Era terrorizzata che le potesse accadere qualcosa ma voleva combattere. Non poteva di certo suicidarsi una donna che il giorno prima era stata dal parrucchiere e che teneva tantissimo alla cura del suo aspetto. Non poteva suicidarsi una donna che era controllata in maniera ferrea dai familiari e che, guarda caso, proprio in quei momenti era stata persa di vista. No, non poteva.

Ancor più vergognoso è quello che è successo dopo la morte della ragazza.

Il 23 agosto 2011, infatti, prima ancora che fossero celebrati i suoi funerali, i coniugi Cacciola depositavano presso la Procura di Palmi un esposto indirizzato al Ministro della Giustizia, al Procuratore Generale di Reggio Calabria, al CSM, al Procuratore Generale della Corte di Cassazione, al Procuratore della Repubblica di Messina, al Comando Generale dei Carabinieri. All’esposto veniva allegata un’audiocassetta con la relativa trascrizione della ritrattazione che Maria Concetta era stata costretta a registrare e una sua lettera scritta quando aveva deciso di collaborare. Nell’esposto, in sintesi, c’era scritto che la figlia soffriva di “depressione psichica”; che i Carabinieri le avevano promesso “in maniera subdola” “una condizione di vita personale di assoluto vantaggio che in realtà poi si era rivelato un autentico inferno”; che negli ultimi giorni Maria Concetta aveva raccontato “tutto quello che le era accaduto, ivi compreso le dichiarazioni che ha rilasciato ai magistrati che l’hanno sentita, le forzature che lei si era inventata, anche su suggerimento degli stessi interroganti, nonché l’intenzione di ingraziarsi le simpatie dei magistrati”; che da quando era rientrata in famiglia la loro figlia aveva ritrovato la serenità, che la figlia era “fortemente condizionata dal suo stato psichico-depressivo per cui era stata convinta di poter intraprendere un’esistenza migliore di quella che viveva in cambio di una collaborazione di giustizia “che mai avrebbe potuto offrire essendo la stessa lontana da sempre da qualunque tipologia di collegamento e/o circuito criminale o delinquenziale che dir si voglia”. Sottolineavano che “la tragica vicenda in cui aveva perso la vita la figlia poteva essere riscontrata dalla viva voce della medesima”, ascoltando la registrazione dell’audiocassetta.

“Chiedevano infine agli inquirenti di fare piena luce sulla vicenda e di colpire i comportamenti passibili di rilevanza penale che avevano indotto la figlia a compiere un così grave atto di autolesionismo”.

Così, a tre giorni dalla sua morte, Maria Concetta veniva uccisa un’altra volta. Forse, ancora in modo più atroce. È questa la vera “Onta”, fare passare per pazza una ragazza forte, coraggiosa, piena di vita e gettare fango sul lavoro degli inquirenti.

In abbreviato erano già stati condannati Anna Rosalba Lazzaro a 4 anni e 10 mesi di carcere, a 6 anni e 6 mesi di reclusione Michele Cacciola e a 5 anni e 8 mesi Giuseppe Cacciola. I tre, come detto, sono rispettivamente madre, padre e fratello di Maria Concetta. Condannato a 4 anni e sei mesi di reclusione l’avvocato Vittorio Pisani che ha poi deciso di collaborare.

L’unico a scegliere di essere giudicato con il rito ordinario era stato l’avvocato Gregorio Cacciola. La Corte di Cassazione, con la sentenza emessa nel novembre 2017 e depositata lo scorso 12 gennaio con le relative motivazioni, lo ha condannato a quattro anni e otto mesi di carcere per i reati di favoreggiamento, violenza e minaccia; reati aggravati dall’aver agevolato la cosca Bellocco. I Giudici della Suprema Corte hanno annullato un capo d’imputazione, quello relativo alla violenza privata aggravata, per cui l’uomo ha beneficiato di un anno di sconto sulla pena che gli era stata inflitta lo scorso luglio dalla Corte d’Appello. Sulla storia di Maria Concetta Cacciola è stato ascoltato in Commissione Parlamentare Antimafia il Pubblico Ministero Giovanni Musarò che ha sostenuto l’accusa nel “Processo Onta”: «Maria Concetta era attendibile. Quando l’abbiamo ascoltata era terrorizzata. Le sue dichiarazioni hanno portato anche ad operazioni di polizia giudiziaria importanti. Le intercettazioni, registrate poco prima che tornasse a Rosarno e al suo rientro a Rosarno, sono veramente terribili, materia per una tragedia greca. Questa ragazza torna infatti a Rosarno consapevole di quello che sarebbe successo e che nel momento in cui avesse ritrattato le dichiarazioni sarebbe finita quella che lei chiama “la garanzia sulla vita”. Era una ragazza che non aveva mai commesso reati e non era indagata. In una telefonata terrificante con una sua amica dice: “So che succede. Io torno, mi fanno ritrattare e poi mi ammazzano, ma io ho paura a tornare, però devo farlo per i miei figli”. E succede esattamente questo, con la chicca che simulano un suicidio. La trovano morta per aver ingerito acido muriatico, che purtroppo è anche un gesto evocativo, cioè una fine che viene riservata ai collaboratori di giustizia, a chi parla troppo».

Molto interessanti sono anche le dichiarazioni del Pubblico Ministero Giovanni Musarò sulla campagna mediatica orchestrata dalla ‘ndrangheta: «Il collaboratore Vittorio Pisani ci ha parlato dei rapporti con la stampa. Non è mio interesse o abitudine fare polemiche però si è verificata una situazione molto particolare quando dicevano che Maria Concetta Cacciola si fosse suicidata il 20 agosto 2011. Qualche giorno dopo partì una campagna di stampa molto pesante su un quotidiano, L’Ora della Calabria. Erano degli articoli in esclusiva fatti per giorni e il titolo era: “Cronaca di un suicidio annunciato”. Veniva attaccata pesantemente la DDA di Reggio Calabria, il modo in cui era stata gestita e veniva pubblicato un esposto dei familiari in cui gli inquirenti venivano accusati di aver approfittato di una depressione psichica di Maria Concetta Cacciola, che poi si è accertato non essere mai esistita, di aver prospettato la possibilità di un futuro migliore se avesse reso una collaborazione che, come scrivevano in questo esposto, “mai avrebbe potuto rendere”. In dibattimento l’avvocato Pisani, sentito come collaboratore, ha raccontato che mentre redigevano questo esposto, l’avvocato Cacciola era in contatto con la stampa, non solo con L’Ora della Calabria, ma anche con La Gazzetta del Sud, con i due direttori ai quali preannunciava l’invio di questo materiale prima o in concomitanza con il deposito dell’esposto. Era appena morta una ragazza, che necessità c’era di alzare tutto questo polverone, non solo di fare l’esposto, che aveva la finalità di favorire quelli che erano stati accusati dalla Cacciola, ma addirittura di darlo alla stampa con questa cura per il particolare? L’avvocato Pisani in dibattimento ha detto chiaramente che il fine dei Cacciola era quello di utilizzare la stampa per delegittimare il modo in cui venivano gestiti i collaboratori di giustizia dalla DDA di Reggio Calabria in quel momento storico, che da quel punto di vista era particolarmente proficuo. La frase finale dell’esposto che loro depositano e poi danno ai giornalisti è una specie di monito: noi quali genitori (lo scrivono gli avvocati, ma lo firmano i genitori di Maria Concetta Cacciola) chiediamo che non succeda mai più che altre giovani ragazze vengano rapite e violentate psicologicamente (questo il senso), ma era chiaramente una cosa che andava oltre la vicenda Cacciola. Scrivevano che la figlia era depressa, cosa che non era vera, che non poteva sapere niente, e che quindi non aveva niente da raccontare. Quella era la parte dell’esposto chiaramente finalizzata a depotenziare le dichiarazioni che aveva reso. C’è la finalità di disincentivare future collaborazioni, di renderle impopolari. Poi il tempo è stato galantuomo, anche se purtroppo la tragedia è rimasta».

Ci sono storie speciali che toccano il cuore e coinvolgono emotivamente anche chi le racconta: quella di Maria Concetta è una di queste. Una storia simbolo di opposizione alla ‘ndrangheta sulla quale non deve mai calare l’oblio. Lo dobbiamo a Maria Concetta, al suo coraggio, al suo esempio e alla sua immensa voglia di vivere.

 

 

 

Fonte: mafie.blogautore.repubblica.it
Articolo del 5 maggio 2019
Maria Concetta morta di ‘Ndrangheta
di Ludovica Mazza

È il 20 agosto 2011 quando Maria Concetta Cacciola muore durante la corsa verso l’ospedale, dopo aver bevuto una bottiglia di acido muriatico. Come se fosse un normale caso di suicidio. Ma quando hai il nome Mafia inciso sulla pelle, niente di ciò che appare è limpido e trasparente.

Piana di Gioia Tauro, Rosarno, Calabria. Cosche dei Bellocco e dei Cacciola. Lei, 31 anni, figlia moglie e madre. E tutto intorno, ‘ndrangheta.
Un’esistenza intrappolata nell’esecrabile moralità delle famiglie mafiose, il codice d’onore come mantra e la rispettabilità come veste quotidiana. Un’esistenza intrappolata nel regime delle apparenze, aggrappata al sangue come vincolo di salvezza e di condanna, come utero e carnefice.

Maria Concetta Cacciola è donna “di mafia”? Costretta a vivere sotto controllo, osservata, definita in ogni azione, incastrata nei dettami che la ‘ndrangheta stabilisce: chinare la testa, accettare i soprusi, assecondare la violenza, dimenticare la libertà. La donna di mafia non appartiene a sé stessa, appartiene alla famiglia e al clan, così come a loro appartiene la sua vita.

Maria Concetta Cacciola è moglie “di mafia”? Sposata con l’illusione dell’amore con Salvatore Figliuzzi, per finire con una pistola puntata alla testa durante un litigio. Sognare la libertà di una vita condivisa, ritrovarsi ancora più sola, ancora più in gabbia, tra minacce e violenze. La voglia di scappare, per poter salvare i 3 figli dal destino che troppo pesante pendeva sulle loro vite, già stabilito. Ma “questo è il tuo matrimonio e te lo tieni per tutta la vita”, così le disse il padre, il boss Michele, rispondendo alla sua richiesta d’aiuto. Perché la moglie deve piegarsi alla volontà del suo uomo, perché solo così si rende rispettabile agli occhi del mondo mafioso.

Maria Concetta Cacciola è amante. Nel 2005 il marito viene arrestato e condannato a 8 anni di carcere nel processo “Bosco Selvaggio”. Lei rimane sola, dopo anni di sofferenza e reclusione, e ciononostante controllata in maniera sempre più invadente dalla famiglia. Su Facebook conosce un uomo, se ne innamora. Un uomo non di mafia, una parvenza di normalità, una scintilla di luce tra le sbarre della gabbia che ogni giorno diventava più soffocante. Un germoglio di amore, come una goccia di felicità che ha più forza di ogni vincolo imposto, che le dà il coraggio di decidere di lasciare il marito. Un germoglio di amore stroncato, distrutto, sventrato dai pugni del padre e del fratello Giuseppe, che la massacrano di botte, fracassandole una costola. Perché sopra ogni cosa, l’onore. E lei, donna infedele, lo stava infangando.

Maria Concetta Cacciola è testimone di giustizia. Lo diventa per caso, nel maggio del 2011, approfittando di una convocazione in caserma per un problema col motorino del figlio. Un appiglio per sfuggire a una vita di segregazione e tormenti, parole che diventano nomi, luoghi, fatti. Parole che condannano, che inchiodano. Perché la donna di mafia sa più di quanto dovrebbe sapere. E allora fuggire è l’unica via, il terrore che inizia a segnare i giorni della sua vita, la paura che diventa carne: i suoi figli, affidati alla madre, con una preghiera di perdono e la speranza che possano guardare il futuro a testa alta, senza mai avere paura.

E una condanna: “So che non ti vedrò mai perché questa sarà la volontà dell’onore che ha la famiglia, per questo avete perso una figlia”. Così la notte tra il 29 e 30 maggio viene prelevata dai Carabinieri e trasferita prima a Cassano sullo Ionio, poi a Bolzano e infine a Genova. I giorni passano lenti, assaporando quella libertà fino ad ora sconosciuta, finalmente padrona delle proprie azioni e dei propri pensieri, lontana dalla terra natia e dalla consapevolezza dell’aver violato il codice d’onore.

Ma Maria Concetta è donna, madre, figlia. La nostalgia penetra nelle vene come acido, le mancano i figli. Perché per lei è l’amore sopra ogni cosa. Cede, Maria Concetta, e chiama la sua famiglia, che per due volte va a prenderla. La prima, fallimentare, la seconda sarà quella buona. In macchina con i genitori Concetta sa di dirigersi verso la morte.

Maria Concetta Cacciola è figlia “di mafia”? Quando il legame più antico del mondo, quello tra madre e figlia, viene spezzato, quando la madre diventa boia e la figlia vittima. Quando la scelta diventa “o cu nui o cui iddi”, o con noi o con loro, capisci che la dicotomia tra amore e onore penderà sempre a favore di quest’ultimo. Perché fu la madre, Anna Rosalba Lazzaro, la genitrice, colei che avrebbe dovuto essere casa, rifugio, protezione, a condannarla al suo destino. Fu la madre a ricattarla giocando sulla nostalgia di Concetta per i figli. Fu la madre a logorarla, giorno dopo giorno, pregandola di tornare a casa. “Cetta, a noi puoi darci il torto, non a te, a noi.. tu hai una vita davanti, stai tranquilla con la tua famiglia…”.

L’apparenza del perdono, del ritorno a casa del figliol prodigo, una bontà quasi cristiana. In realtà, la volontà di far ritrattare tutto, di lavare l’onta che l’infame aveva gettato non solo sulla famiglia ma su tutti i clan della Piana di Gioia Tauro. E l’amore, l’amore di madre e la fiducia nella madre, vincono. Torna a Rosarno, Concetta, lucida, atrocemente lucida, nonostante tutto: “l’onore non lo perdonano e questa cosa gli è caduta più del fuoco e della fiamma”.

Maria Concetta Cacciola è vittima di mafia. Muore il 20 agosto 2011 dopo aver bevuto una bottiglia di acido muriatico. La morte riservata ai testimoni di giustizia. Soffocati e uccisi dalle proprie parole. Una morte atroce, dolorosa, una morte che lacera e taglia e devasta. Sangue che si rivolta contro il sangue.
Suicidio, così conferma il medico legale.

Il 23 agosto, dopo i funerali, i genitori depositano un esposto alla procura di Palmi che sostiene che Cetta è stata vittima di un raggiro delle forze dell’ordine che hanno fatto leva sulla sua instabilità psicologica per costringerla a raccontare falsità e menzogne contro la sua volontà. Allegano una cassetta in cui Cetta dichiara di aver inventato tutto solo per vendicarsi dei soprusi di padre e fratello.
Cosi Cetta muore due volte. Infangata da ogni lato.

Le investigazioni successive porteranno nel 2015 all’arresto del padre, della madre, del fratello Giuseppe, che verranno condannati per maltrattamenti e istigazione al suicidio, insieme a due avvocati complici nell’aver costretto Cetta a registrare la cassetta. Nel “Processo Onta”, che prende il nome proprio dall’onta che la giovane ragazza di Rosarno ha arrecato alle potenti ‘ndrine calabresi, conclusosi recentemente, si definisce quanto avvenuto un simbolico omicidio di mafia, come riportato nella sentenza della Corte d’Assise di Palmi, condivisa dalla Corte d’Assise d’Appello e confermata dalla Corte di Cassazione, pur non essendo ancora noto il nome dell’assassino.

Non una povera donna pavida e debole, traviata dalle forze dell’ordine. Non una suicida disprezzante la vita. Non una meschina bugiarda. Una coraggiosa, forte, impavida vittima di mafia, una donna che ha voluto sfidare il sistema ’ndrangheta in nome di una giustizia più alta.

 

 

 

Dal libro: Dead Silent  Life Stories of Girls and Women Killed by the Italian Mafias, 1878-2018 di Robin Pickering Iazzi University of Wisconsin-Milwaukee, rpi2@uwm.edu

 

 

 

 

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