31 gennaio 2002 Lauro (AV). Assassinato Francesco Santaniello, 50 anni, titolare di una impresa di materiali edili. Si era opposto alle richieste del racket

Foto da   wikivallopedia.it

Francesco Antonio Santaniello nacque nel 1952 a Quindici dove, per tutti, era Totonno. La sua era una famiglia di contadini. Nel 1967 raggiunse suo padre in Germania per lavorare come manovale. Nel 1982 decise di tornare in Italia e investire i suoi risparmi, fondando la Edil Santaniello, che ingranò immediatamente. Santaniello venne ucciso il 31 gennaio del 2002 a Lauro, in provincia di Avellino, nel corso di un agguato nel suo deposito di laterizi. Potrebbe essere stata la pioggia di miliardi in arrivo per il ripristino dell’assetto idrogeologico del Vallo di Lauro, scosso dalla marea di fango che travolse Sarno nel maggio del 1998, la scintilla che ha riacceso una faida sopita da tempo, quella che per anni ha contrapposto i Cava e i Graziano. Santaniello era incensurato e tuttavia era cugino di primo grado di Biagio Cava, detto “ndondo”, il boss che, dopo aver scontato cinque anni in carcere, è sparito, governando dalla latitanza gli affari della famiglia. Lontanissimo, come confermò la polizia, dal mondo e dalla mentalità camorristica, potrebbe dunque essere stato vittima di una vendetta trasversale. L’altra pista su cui si mossero gli inquirenti fu quella del racket: Santaniello, deciso e poco propenso a farsi intimidire, non avrebbe mai ceduto a una qualunque richiesta di pizzo. Le modalità dell’omicidio furono immediatamente ricondotte alla camorra. Quattro colpi esplosi da una carabina calibro 22: tre alla schiena e uno alla spalla. A trovare il corpo fu Arturo Santaniello, figlio della vittima, che lavorava nel capannone e non vide né sentì nulla.

Fonte: vivi.libera.it

 

 

Foto da: fondazionepolis.regione.campania.it

Fonte:  fondazionepolis.regione.campania.it

Francesco Santaniello
Francesco Santaniello vive gli anni della sua giovinezza in Germania, dove lavora come manovale. A Bietighein conosce Carolina Grasso e nel 1977 i due decidono di sposarsi. A distanza di un anno nascono Graziella e Rosalinda (gemelle) e questa epifania fa crescere sempre di più il desiderio della famiglia di ritornare a Quindici, nella provincia avellinese.
La famiglia Santaniello decide quindi di ritornare in Italia e nel 1982 il terzo figlio, Arturo, nasce proprio ad Avellino. Nel 1992 Francesco decide di fare il grande passo: apre un magazzino di materiali edili. Per ottenere l’autorizzazione necessaria, Francesco ritorna a scuola e prende la licenza media, mentre Carolina continua a dedicarsi alla cura della famiglia.
Grazie alla sua mentalità da investitore, l’attività avviata cresce sempre più e, a ridosso del nuovo millennio, Edil Santaniello è un’azienda leader nel settore materiali da costruzione, nel Vallo di Lauro ed oltre.
Una vita fatta di lavoro, sacrificio e sudore che compromette gli equilibri di chi specula sulle attività oneste di persone perbene.
Francesco Santaniello, sottoposto alle richieste estorsive del clan di camorra che controlla il territorio, si rifiuta di pagare. Il clan allora si organizza: aspetta la chiusura del negozio di Francesco e spara. Quattro volte, da lontano, alle spalle.
Sono le 17:00 del 31 gennaio 2002, Santaniello cade tra le braccia del figlio. Francesco morirà poco dopo trasportato al pronto soccorso dell’ospedale civile di Nola.
Il 21 marzo 2014 i familiari dell’imprenditore hanno preso parte alla XIX giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie organizzata da Libera a Latina, in cui sono stati ricordati i nomi di tutte le vittime cadute, tra cui Francesco Santaniello.

 

 

Articolo del 1 Febbraio 2002 da ricerca.repubblica.it
Non cede al racket costruttore ammazzato
di Pierluigi Melillo

AVELLINO – Si era ribellato alla logica dei clan. Lo hanno assassinato brutalmente. Quattro colpi di pistola alla schiena, sparati a bruciapelo. Francesco Santaniello, cinquant’anni, di Quindici, titolare della “Edil Santaniello”, impresa di materiali edili, è stramazzato sul selciato in fin di vita. Per lunghi minuti, nessuno si è accorto dell’agguato e l’imprenditore ha agonizzato sull’asfalto, mentre gli assassini si garantivano la tranquillità della fuga. E’ accaduto ieri, poco dopo le diciotto, nei pressi del deposito dell’impresa, situato al vicolo di Santa Maria della Pietà a Lauro, in una terra di camorra tristemente famosa negli anni Ottanta per la faida sanguinosa tra i clan dei Cava e dei Graziano. Ma Francesco Santaniello non era un pregiudicato, e non aveva rapporti con le organizzazioni malavitose. «Una persona perbene», dice il commissario Gerardo Puopolo, che da poche settimane è stato inviato dal Questore di Avellino a guidare questo commissariato di frontiera. L’imprenditore era solo, al momento dell’agguato. Dunque non si sa che cosa sia accaduto esattamente, se i sicari lo hanno raggiunto alle spalle, di sorpresa, o se si sono introdotti nel deposito con un pretesto. E’ stato uno dei tre figli della vittima, Arturo, ad accorgersi che il padre era stato raggiunto dai colpi d’arma da fuoco. Stava entrando nel deposito per ritirare qualcosa, quando ha visto il corpo riverso a terra. «Mi sono avvicinato e ho visto che respirava ancora. Per un momento ho sperato che ce l’avrebbe fatta», dirà più tardi agli agenti di polizia. Ma quando Francesco Santaniello è stato soccorso la situazione era già disperata: è spirato poco dopo che l’ambulanza aveva raggiunto il pronto soccorso dell’ospedale di Nola. Nessuno ha visto nulla, dunque, e nessuno ha sentito nulla, neppure i colpi dell’arma che faceva fuoco. Sembra infatti che i killer abbiano utilizzato armi con il silenziatore, impedendo così a chiunque di accorgersi dell’agguato mortale. Le indagini, coordinate dalla Procura di Avellino, sembrano quanto mai difficili. Si segue la pista della camorra, e gli investigatori sono inclini a credere che l’imprenditore possa essere stato ucciso perché ha tentato di resistere alle pressioni dei clan. Gli inquirenti stanno verificando se negli ultimi tempi la vittima avesse ricevuto minacce o subisse ricatti della malavita organizzata, in particolare per quanto riguarda le forniture di materiali edili a ditte ritenute sospette. Pochi giorni fa, nella stessa zona, la camorra aveva dato fuoco ai mezzi di sollevamento terra di Felice Graziano, un altro imprenditore edile di Quindici. Due attentati in pochi giorni, sia pure di così diversa gravità, inducono a tenere alto il livello di attenzione: per individuare i colpevoli, ma anche per capire quel che succede. Si tratta di una malavita feroce che raggiunge senza pietà chi si sottrae alla logica del racket o si tratta invece dell’ effetto di uno scontro fra bande, che tentano di spartirsi il mercato senza esclusione di colpi e senza farsi scrupolo di versare sangue innocente? Nelle ultime ore sono state controllate le posizioni di numerosi affiliati ai due clan che da anni sono impegnati in una guerra per il controllo degli affari illeciti al confine tra l’Irpinia ed il Napoletano. E la gente torna ad avere paura.

 

 

Articolo del 2 Marzo 2014 da clementescafuro.wordpress.com
Francesco Santaniello, vittima di camorra.
Quando i giornali locali e qualche emittente di zona raccontavano l’accaduto, qualcuno, incredulo, non riusciva a trovare alcuna giustificazione al fatto che Francesco Santaniello, detto Totonno, fosse stato ucciso in un agguato nel suo magazzino di materiali edili.

“E’ il 31 gennaio 2002. Alle 17.00 circa, Totonno rientra da un lavoro e si accinge a chiudere il magazzino. D’inverno a quell’ora è buio, la gente non viene a comprare e lui ha qualcosa da fare, forse nel cantiere dove sta costruendo delle case, perchè in tasca ha dei chiodi ed un arnese; le case le sta costruendo per le figlie, a Lauro, in una zona residenziale, di fronte alla Caserma dei Carabinieri. In ufficio c’è Arturo, il figlio, il più giovane dei tre. Ha compiuto da poco 18 anni e il papà vuole che dopo il diploma si occupi di questa florida azienda familiare.

Quando era in Germania, Totonno, col padre ed il fratello maggiore Andrea, lavorava duro: faceva il manovale, era un bravo stuccatore e il capomastro tedesco lo riteneva uno dei migliori operai al suo servizio. Certo, facevano un sacco di sacrifici, turni intensificati e lavoro duro per mandare i soldi giù, a Quindici, un paesino di Avellino, dove le sue sorelle studiavano e la madre Rosa si occupava della famiglia. Lavoravano nei pressi di Stoccarda. Qui Totonno incontrò Carolina Grasso, emigrante anche lei di Quindici, che lavorava lì con la madre Lucia, dopo che il padre, Antonio, era morto in fabbrica. Una famiglia non molto fortunata, quella di Carolina. I fratelli erano rimasti in Campania, a studiare, mentre lei era venuta in Germania con la madre per lavorare: il padre non c’era più, servivano soldi. Carolina conosceva bene la famiglia di Totonno: il padre di lui, Arturo, era soprannominato “ciuccetto” (asinello) per la sua dote di instancabile lavoratore, e il giovane non era da meno: un brav’uomo, dedito al lavoro ed al sacrificio.

Si sposarono nel 1977, a Quindici, ovviamente, ma poi ritornarono entro breve tempo in Germania perchè il lavoro li aspettava. Vivevano a Bietigheim. Nel 1978 nacquero Graziella e Rosalinda, le gemelle, e nella mente di Totonno girava sempre lo stesso pensiero: passi per i sacrifici immensi, passi per il duro lavoro, ma prima o poi si doveva ritornare a Quindici, perchè quello era e sarà il loro mondo. Nel 1982 la famiglia Santaniello lasciò la Germania, per non farvi più ritorno. In Italia, nel 1983, nacque Arturo. Certo, c’era (e tuttora c’è) un bel divario tra la florida nazione tedesca e un piccolo paese del sud Italia; ma l’entusiasmo di Totonno non si affievolì: era l’epoca post – terremoto, era in atto una profonda ricostruzione ed i Santaniello sapevano lavorare nel settore edile con estrema serietà e competenza. Andrea e Francesco, Totonno, crearono una ditta; successivamente il più piccolo dei due cambiò un paio di maestranze, per poi compiere il gran passo, il sogno: aprire un magazzino di materiali edili. Era il 1992. Aveva trovato il posto giusto in un terreno sito in via Pietà nella vicina Lauro, molti dei lavori di adeguamento li avrebbe fatti per conto suo, piano piano iniziò a fare consegne con un camioncino. Per ottenere l’autorizzazione commerciale aveva preso la licenza media, sempre nel 1992, insieme alle sue figlie. Carolina curava la famiglia, nella nuova casa che avevano costruito con tanti sacrifici, e qualche volta stava in magazzino, quando lui usciva per ritirare o consegnare materiale. Pian piano l’azienda cresceva e Totonno non mollava la sua mentalità da investitore: ampliò il magazzino, comprò altri mezzi, compreso un pontone per la sistemazione del ferro. A ridosso del nuovo millennio, Edil Santaniello era un’azienda leader del settore, nel Vallo di Lauro ed oltre. I sacrifici avevano ripagato Francesco, ma non era ancora il tempo di godere dei profitti. Un uomo, onesto lavoratore e dedito alla fatica, non doveva ancora fermarsi. L’idea di costruire quelle case gli balenò nella mente: “Quasi quasi provo a vedere se si può avviare questa nuova attività…”.

Sacrifici su sacrifici, fatica e sudore. Svegliarsi presto la mattina, arrivare stanchissimo a casa ed andare a letto presto. Per il resto, di coraggio ce ne vuole, ma è sufficiente quello che la gente pensa di te, che sei un uomo onesto, che non ti si vede tanto in giro per i bar, che il tuo lavoro lo fai bene e con competenza e a molti giovano i tuoi consigli.

Eppure, a qualcuno tanta onestà non piace.

Qualcuno non vede di buon occhio un lavoratore che cammina a testa alta e sa di fare tutto con merito e razionalità: certi atteggiamenti possono compromettere alcuni equilibri.

“Totonno non paga“.

E allora vanno adottate precauzioni, soluzioni drastiche. E’ necessario far parlare le armi. Basta attraversare una mulattiera, appostarsi al buio, aspettare e poi colpire alle spalle, quattro volte, da lontano. Non c’è abbastanza dignità per colpire faccia a faccia.

Poi la fuga, di nascosto.

Totonno cade tra le braccia del figlio, inconsapevole di quanto stia accadendo. Morirà tra qualche minuto, mentre viene trasportato al Pronto Soccorso”.

Gli anni successivi saranno pesantissimi per la famiglia Santaniello e tutti quelli che a loro sono vicini. Se all’inizio la prima sensazione fu di un fortissimo sgomento perchè nessuno si aspettava una simile tragedia, tantomeno aveva ipotizzato alcuna motivazione, col passare del tempo questo sentimento ha lasciato il posto allo sconforto e, in alcuni istanti, alla rassegnazione. La moglie, i figli, hanno subìto la tragedia, magari nella inutile speranza di sopire l’immenso dolore… ma il tempo non ha guarito le ferite, come succede nei film. Questa è la realtà. Carolina, Graziella, Rosalinda e Arturo allora hanno intrapreso un percorso, prima giudiziario e successivamente anche sociale, per ridare al nome di Francesco Santaniello la dignità che merita e che qualcuno, con maldestro tentativo, ha tentato (e tuttora tenta) di infangare. Sono passati 12 anni, da quel 31 gennaio e qualche giorno fa Marco Cillo, dell’Associazione “Libera” di Avellino, ha telefonato, come altre volte, ai familiari di Totonno. Qualcosa si muove: “… Come ogni anno, da 19 anni, anche quest’anno Libera celebra la Giornata nazionale della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime delle mafie. Verranno letti circa 900 nomi. Tra quelli, per la prima volta ci sarà anche il nome di Francesco Santaniello.”

 

 

 

Fonte: orticalab.it
Articolo del 21 marzo 2014
«Mio padre Totonno, imparentato coi Cava, era un uomo onesto ed è stato ucciso»
di Giulia D’Argenio
Rosalinda Santaniello, figlia di Francesco Antonio ammazzato a Quindici nel 2002, racconta la sua storia

Rosalinda Santaniello è una giovane donna dagli occhi vividi e dal viso estremamente dolce, così come il suo modo di parlare, di raccontare. Le parole escono dalla sua bocca tremanti per l’emozione propria di chi non è abituato a stare al centro dell’attenzione e che mai avrebbe immaginato di doverlo essere per un motivo tanto truce: raccontare di suo papà che non c’è più, ucciso dalla camorra a soli 49 anni, il 31 gennaio 2002. L’emozione di chi racconta un dolore grande, ancor più grande perché non ha una spiegazione razionale, e che lei condivide, con delicatezza, per un grande bisogno di giustizia.

Un bisogno maturato alla fine di un lungo percorso di rielaborazione, nel quale è stata accompagnata da persone che hanno voluto condividere questa sofferenza e sostenere lei e la famiglia in questo cammino. Alla fine, in lei è maturata la forza necessaria a raccontare e fare, ogni volta, il sacrificio di riaprire ferite profonde che non hanno mai smesso di sanguinare. E a me fa il dono prezioso di questo racconto che nasce da un profondo bisogno di giustizia. Prima, ha portato la sua storia a docenti e studenti perché è nelle scuole che si gettano le fondamenta del domani, che si creano le condizioni perché non accada mai più.

Insieme ad Antonietta Oliva e Silvia Campanello, vedova e figlia di Pasquale Campanello, a Costanza Santaniello, vedova di Francesco Graziano, che sarà accompagnata dalla sorella e a Gilda Ammaturo, figlia del Commissario Antonio, Rosalinda, con sua mamma Carolina, è partita alla volta di Latina. A Napoli si sono unite agli altri che dalla Campania hanno viaggiato verso la città laziale, dove si ritroveranno in occasione della Giornata per la Memoria e l’Impegno in ricordo delle vittime innocenti di tutte le mafie.

È la prima volta per Rosalinda ed è emozionata all’idea di partecipare alla veglia cui, questo pomeriggio alla Chiesa San Gregorio VII, prenderanno parte tutti i parenti delle vittime e che sarà presieduta dal Papa. «Io, così piccola, avrò la possibilità di incontrare una persona tanto meravigliosa, carismatica» mi dice.

Rosalinda parte per commemorare il suo papà, un uomo onesto morto per la violenza cieca e assurda che è propria della camorra.

Rosalinda, chi era Francesco Antonio Santaniello?

«Francesco Antonio Santaniello nacque nel ’52 a Quindici dove, per tutti, era Totonno. Il terzo di sei fratelli nati in una famiglia semplice di contadini, motivo per il quale lui ha sempre lavorato, fin da bambino. Pensa che a soli 15 anni, nel 1967, raggiunse suo padre, in Germania, per lavorare con lui come manovale. Ha sempre lavorato nell’edilizia ed era noto per essere un lavoratore onesto, instancabile, proprio come suo padre, motivo per il quale venivano chiamati i “ciuccetti”. In Germania conobbe mia mamma Carolina, anche lei quindicese. Nel ’77 si sposarono. Dal loro matrimonio siamo nate prima io e mia sorella gemella Graziella e poi nostro fratello Arturo. Noi in Germania e lui in Italia, nel 1983. Arturo è nato qui perché un anno prima, nel 1982, papà era voluto tornare. Il suo chiodo fisso era fare ritorno nel suo paese perché in Germania, diceva, saremmo rimasti pur sempre degli stranieri».

E una volta in Italia?

«Continuò a lavorare come manovale e poi investì tutto nel suo sogno: creare un’azienda sua, dal nulla, con la sola forza del suo lavoro. Iniziò da un appezzamento di terreno, un tavolino, una calcolatrice e un furgoncino. Così tirò su la Edil Santaniello, a via Pietà 80 a Lauro. Io gli facevo da segretaria. Io che studiavo al liceo e di conti non capivo nulla! Eppure era bello lavorare con lui. La ditta cominciò ad ingranare, gli affari andavano bene, tanto che lui decise di ingrandirsi e di sperimentare nuovi settori di investimento: l’importazione di ghisa dai Paesi orientali e di legno dall’Europa continentale. Era un uomo dinamico, intraprendente e meticoloso: è arrivò addirittura in Cina per constatare da vicino la qualità dei prodotti e strinse rapporti diretti con grandi fornitori di legnami austriaci».

Qual è il ricordo più bello che hai di lui?

«Amava i bambini. Era innamorato della famiglia: era orgoglioso di Arturo che avrebbe accolto l’eredità del suo lavoro, dei suoi sacrifici e delle sue gemelle. Prima di quel 31 gennaio, stava lavorando a quella che oggi è la mia casa. Era entusiasta all’idea che mi sarei spostata, che sarebbero nati i nipotini. All’epoca studiavo da fuori sede all’università e ricordo che quando andavo da lui per avere i soldi necessari a far fronte alle spese non chiedeva mai di quanto avessi bisogno. Mi consegnava direttamente il portafogli tra le mani e mi diceva: “fai tu”. Aveva piena fiducia in me. Papà era il mio eroe. Da piccola, la notte mi alzavo dal letto e andavo a guardare i miei genitori dormire. Quando li sentivo respirare mi tranquillizzavo e tornavo a dormire. Sì, perché se gli altri bambini possono aver paura dell’uomo nero, la mia più grande paura, invece, era quella di perderli. E quel timore poi è diventato realtà…».

Il racconto si fa sempre più difficile e chiedere a Rosalinda di proseguire sembra quasi una violenta intrusione nel suo intimo. È come vedere i ricordi che le scorrono davanti agli occhi. Ricordi che diventano parole…

«Papà era il mio eroe. Aveva 49 anni e per lui era giunto il momento di godere dei frutti dei suoi sacrifici. Quel giorno c’era mio fratello in negozio con lui. Stava entrando e Arturo lo vide accasciarsi, lo prese tra le braccia. Non capiva cosa stesse accadendo: pensò a un malore. Lo portò in ospedale mentre lui ripeteva di sentire un bruciore alla schiena e gli chiedeva di guidare piano perché sentiva dolore. Io ero all’università. Mio marito, che allora era il mio fidanzato, mi chiamò e mi disse: “Rosalinda, tuo padre…” Io capì subito sebbene non avesse finito la frase. Iniziai a piangere. Dopo poco arrivò mia sorella. Lei è sempre stata un tipo più… ».

Si interrompe…

«Si era messa in macchina per venirmi a prendere. Quando mi trovò, mi sentì che urlavo. Non potevo crederci. Gli avevano sparato: come era possibile? E invece sì: gli avevano sparato col silenziatore. Per questo Arturo non si rese conto di niente. Io non potevo crederci: dovevo vederlo e quando lo vidi disteso con quel lenzuolo che lo copriva cominciai a chiedere cosa ci facesse lì.»

E poi?

«E poi il silenzio. Il silenzio per difenderci dal vento insidioso della calunnia perché papà era imparentato coi Cava: un lontano legame di parentela ma non avevano nulla in comune. Due rami della famiglia completamente diversi. Nonostante ciò, doveva per forza avere a che fare qualcosa con i loro affari. Ecco perché era stato ucciso in quel modo: sparato alle spalle. Non poteva essere altrimenti. Questo cominciò a dirsi di lui che, invece, era un uomo onesto. Ci siamo abbracciati forte, ci siamo stretti l’uno all’altra. Dormivamo tutti e quattro nello stesso letto. Io, mia madre e mia sorella volevamo soprattutto tutelare Arturo che, allora aveva solo 18 anni ed era in una fase della sua crescita estremamente delicata. Mamma ci disse: “non chiedetevi perché. Dobbiamo solo andare avanti.” Dopo pochi giorni lei e Arturo erano di nuovo al negozio, a lavorare. Quella fu la prova del fatto che non era vero che papà fosse stato ucciso perché colluso: se così fosse stato avrebbero messo i sigilli all’attività. E invece no: non è stato così. Accettare quello che era accaduto era impossibile perché non c’era un perché. Ancora oggi, che indagini e processi sono in corso, continuiamo a chiederci quale sia il motivo per cui qualcuno abbia sancito la sua condanna. Come si può? Come si può decidere che qualcuno debba morire?»

Oggi?

«Oggi usciamo da 12 anni di silenzio. Un silenzio che è servito a tutelare soprattutto Arturo che si è visto caricato, tutto insieme e all’improvviso, di grandi responsabilità. Credo che sia lui più di tutti ad aver risentito dell’accaduto, proprio per questo motivo. Oggi Arturo ha 30 anni ma è stato costretto a crescere tutto d’un colpo. A diventare uomo prima: lasciò gli studi per portare avanti il frutto dei sacrifici di cui papà non ha mai potuto godere. Ed è per lui che io deciso di raccontare: per lui, per suo figlio che porta il nome di nostro padre, per i miei di figli. Il più grande è nato nel 2006 e una volta mi ha detto: “mamma io sarei dovuto nascere prima così avrei potuto conoscere nonno”. Non gli ho mai detto come sia morto davvero ma, un poco alla volta, dovrò farlo. Anche perché è giusto che sappia. È giusto che tutti sappiamo che mia padre era un uomo onesto. Che non è stato ucciso perché aveva colpe ma solo perché faceva il suo lavoro onestamente»

Cosa vuol dire per te andare a Latina? Di partire insieme alle altre donne di questa terra per partecipare a questo momento di commemorazione?

«Io sento una grande affinità con Antonietta e con tutte. Un legame fortissimo, come di sangue. Basta uno sguardo per capirci perché condividiamo lo stesso dolore. Io sono emozionata. Papà era il mio eroe e sapere che sentirò leggere il suo nome domani sarà sicuramente un’emozione grandissima perché lui era il mio eroe…»

Mentre Rosalinda parla della morte di suo padre si commuove: è inevitabile. Mentre parla colpisce quel suo ripetere di un silenzio necessario a difendersi dall’infamia, stretti in un dolore non condivisibile. A un certo punto nomina quella casa. La casa che fu del clan Graziano, per la cui costruzione Totonno fornì i materiali e dove, probabilmente, fu emessa la sentenza di morte. Lì dove forse si decise che Francesco Antonio Santaniello doveva morire perché aveva chiesto di essere pagato per il lavoro fatto. Materiali per i quali non fu pagato. Il vice questore di Lauro, Puopolo, scrisse fin da subito nei suoi rapporti che Totonno Santaniello era un uomo onesto, una vittima innocente. All’inizio si parlò di vendetta trasversale. Pochi mesi dopo la sua morte ci fu la strage delle donne. Un clima pesante: il silenzio sembrava l’unico modo per sopravvivere.

Oggi, però, non può più tacere: lo deve al suo eroe, ai suoi figli, a suo nipote.

Oggi che è il tempo dell’assunzione della responsabilità, da parte di tutti. Oggi che quella casa è divenuta un bene di tutti e che deve essere da noi riempito di contenuti e valori nuovi.

 

 

 

 

 

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