4 Novembre 1983 San Ferdinando (RC). Uccisi Domenico Cannatà, bambino di 10 anni, e Serafino Trifarò, 15 anni, solo per inviare un messaggio al padre di uno dei due ragazzi.

Domenico Cannatà, undici anni ucciso insieme a Serafino Trifarò, 14 anni in un agguato a San Ferdinando, centro agricolo della Piana di Gioia Tauro, la sera del 4 novembre 1983. I due sono rimasti coinvolti in una sparatoria avvenuta davanti a un locale. Secondo la ricostruzione della sparatoria, l’obiettivo dei sicari, i quali hanno sparato da una macchina in corsa numerosi colpi di pistola e di fucile da caccia caricato a pallettoni, era il padre del piccolo Domenico Cannatà, Vincenzo, di 39 anni, pregiudicato, schedato come mafioso. Vincenzo si trovava accanto al figlio e al ragazzo Serafino Trifarò. I due ragazzi sono stati colpiti al petto e alla testa da numerosi pallettoni e la loro morte è stata istantanea. Vincenzo Cannatà ha cercato di soccorrere il figlio e lo ha accompagnato egli stesso nell’ospedale di Gioia Tauro, dal quale poi si è allontanato facendo perdere le sue tracce.
Fonte: vivi.libera.it

 

 

 

Tratto da Dimenticati Vittime della ‘ndrangheta di Danilo Chirico e Alessio Magro
Cap XIX Troppo piccoli per morire

La sera del 4 novembre c’è parecchia gente al ritrovo Enal, un circolo col bar molto frequentato a San Ferdinando. Attorno alle venti Vincenzo Cannatà entra col figlio Domenico Cannatà, di undici anni, e con un altro ragazzo, Serafino Trifarò, di quattrodici anni. Consumano qualcosa al bancone e poi si piazzano davanti al locale in Via Rosarno, nel centro della piccola cittadina costiera. L’arrivo di un’auto di grossa cilindrata non dà nell’occhio, ce ne sono tantissime nella zona (i boss sembrano gradire molto le sciccose Mercedes e Bmw, per poi passare alle Audi). La macchina rallenta e s’accosta a un paio di metri dall’ingresso del bar. Sparano in tre, con una pistola semiautomatica e due doppiette. A due metri di distanza è difficile sbagliare il bersaglio, anche per un dilettante. E nella Piana i killer della ‘ndrangheta hanno la mira olimpionica. Vincenzo Cannatà è pregiudicato e schedato come mafioso. I pallettoni nemmeno lo sfiorano. Feriti a morte sono i due ragazzi Domenico Cannatà e Serafino Trifarò, l’uno accanto all’altro al momento del blitz. Un altro giovane è lievemente ferito, ma a colpirlo è una scheggia di cristallo della vetrina, saltata sotto i colpi dei pallini. E’ inutile la corsa in ospedale: i due muoiono prima di entrare in sala operatoria. Ad accompagnarli è stato Cannatà, subito pronto a dileguarsi. Non ha ancora capito che l’agguato non lo riguarda direttamente, anche se è stato il figlioletto a rimetterci la vita. Il commando assassino ha puntato al ragazzo di casa Trifarò, figlio del boss Pasquale, dato in quota Piromalli, titolare di una ditta di trasporti e movimento terra attiva nel porto di Gioia.

Quei due ragazzi morti sono un macabro messaggio recapitato all’ambiente. Nè il primo né l’ultimo. E’ inutile dire che per l’omicidio di Cannatà e Trifarò nessuno ha pagato. Il messaggio, così, è ancora più chiaro.

 

 

 

Articolo da L’Unità del 5 Novembre 1983
Calabria, due ragazzi assassinati in una sparatoria
A San Ferdinando, nella piana di Gioia Tauro – Le vittime avevano rispettivamente 15 e 10 anni

SAN FERDINANDO (Reggio Calabria) — Un ragazzo di 15 anni, Serafino Trifarò, ed un bambino di 10, Domenico Cannatà, entrambi di San Ferdinando, centro agricolo della «piana» di Gioia Tauro, sono stati uccisi poco dopo le 20 di ieri all’interno di un ritrovo ENAL nel centro del paese. Secondo quanto si è appreso il ragazzo ed il bambino sono rimasti coinvolti in una sparatoria avvenuta davanti al locale. I due sono stati accompagnati dal padre del piccolo Cannatà, che si è subito allontanato, al pronto soccorso dell’ospedale civile di Gioia Tauro. Ma per il ragazzo e il bambino non c’era più nulla da fare. Secondo la ricostruzione della sparatoria l’obbiettivo dei sicari, i quali hanno sparato da una macchina in corsa numerosi colpi di pistola e di fucile da caccia caricato a pallettoni, era il padre del piccolo Domenico Cannatà, Vincenzo, di 39 anni, pregiudicato, schedato come mafioso, il quale si trovava accanto al figlio ed al ragazzo rimasto ucciso, Serafino Trifarò. Anche il padre di quest’ultimo, Pasquale, di 29 anni, è pregiudicato, ma non si trovava nel locale. I due ragazzi sono stati colpiti al petto ed alla testa da numerosi pallettoni e la loro morte è stata istantanea. Vincenzo Cannatà ha cercato di soccorrere il figlio e lo ha accompagnato egli stesso nell’ospedale di Gioia Tauro, dal quale poi si è allontanato facendo perdere le sue tracce. Nella sparatoria, secondo quanto si è appreso, è rimasto ferito anche un giovane sui 20 anni, il quale è stato visto allontanarsi sanguinante.

 

 

 

Fonte:  mafie.blogautore.repubblica.it
Articolo del 13 aprile 2020
La colpa di essere figli di un boss
a cura di Martina Beni

Due ragazzi uccisi in un agguato mafioso, un bambino e un adolescente la cui unica colpa è stata quella di essere figli di due pregiudicati: Vincenzo Cannatà, schedato come mafioso e Pasquale Trifarò. Le vittime sono Domenico Cannatà, dieci anni e Serafino Trifarò, quattordici anni.
Due giovani vite spezzate che ancora oggi non hanno ricevuto giustizia.

4 novembre 1983, erano le venti all’incirca, Vincenzo, insieme al padre e Serafino, si dirigeva verso un locale molto frequentato in Via Rosarno, a San Ferdinando.
Vincenzo, Domenico e Serafino, dopo aver consumato qualcosa al bancone del bar, decisero di recarsi in centro città, non molto distante da dove si trovavano. Nonostante fosse una tranquilla sera di novembre, a causa dell’evento conviviale nel locale, c’era un notevole viavai di persone. La musica, gli schiamazzi, le urla dei bambini che giocavano e degli anziani che borbottavano riempivano la strada. Un’auto di grossa cilindrata, passando inosservata – nonostante i boss gradissero girare con auto molto vistose – avvicinandosi al locale, rallentò.

All’improvviso una raffica di proiettili provenienti dall’auto colpì il petto e la nuca dei due ragazzi, fino a farli crollare a terra in una pozza di sangue.
Il caos colmò l’atmosfera. Tre sicari avevano sparato dalla macchina in movimento, la forza di una pistola semiautomatica e due doppiette si scagliò contro quei due corpi flebili, fino a strappare loro la vita. Dei dolori atroci si dilagavano lungo tutto il corpo, dalle mani alle gambe, le quali cedettero e fecero cadere i corpi incoscienti dei due bambini. Il padre di Domenico tentò invano di portare il figlio e Serafino all’ospedale, per poi allontanarsi subito dopo, dileguandosi: i due ragazzi morirono prima di entrare in sala operatoria.

La sparatoria, inoltre coinvolse un altro ragazzo, un ventenne, che venne ferito dalle schegge di vetro della vetrina infranta dai colpi di pistola.

Un macabro messaggio, diretto probabilmente a Vincenzo Cannatà, che ha coinvolto due bambini innocenti. Una storia agghiacciante che non ha avuto nessun lieto fine; nessuno ha pagato per l’omicidio di Domenico Cannatà e Serafino Trifarò.

Lo Stato non può riconoscerli come vittime innocenti di mafia in quanto per essere ritenute tali non bisogna avere alcuna relazione con persone appartenenti ad una cosca mafiosa o ad esse legate, ma almeno, in quanto vittime di un agguato mafioso, sarebbe il caso che in tribunale ricevano giustizia, con la condanna dei loro assassini.

 

 

 

 

 

One Comment

  • Melina

    Salve!Sn la sorella di Domenico Cannatà,voglio chiarire alcuni passaggi inerenti all articolo da voi pubblicato.Inizio ha chiarire che mio fratello nn è stato vittima di mafia visto che lo stato nn lo a mai riconosciuto in più invito i giornalisti prima di scrivere minchiate di informarsi dei fatti ed avere rispetto x la famiglia che a distanza da 36 anni dalla morte il ricordo e ancora vivo e lo sarà x sempre.

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