6 Gennaio 1980 Palermo. Ucciso Piersanti Mattarella, politico della DC e Presidente della Regione Sicilia.

Foto da: siracusanews.it

Piersanti Mattarella, figlio di Bernardo Mattarella, uomo politico della Democrazia Cristiana, e fratello di Sergio Mattarella. Crebbe con istruzione religiosa, studiando a Roma al San Leone Magno, dei Fratelli maristi. Dopo l’attività nell’Azione cattolica, si dedicò alla politica nella Democrazia Cristiana. Fra i suoi ispiratori ci fu Giorgio La Pira, avvicinandosi alla corrente politica di Aldo Moro e divenendo consigliere comunale a Palermo.
Assistente ordinario all’Università di Palermo, fu eletto all’Assemblea regionale siciliana nel 1967 nel collegio di Palermo, rieletto per tre legislature. Dal 1971 al 1978 fu assessore regionale alla Presidenza. Fu eletto presidente della Regione Siciliana nel 1978, guidando una giunta di centro sinistra, con il sostegno esterno del PCI. Nel 1979 dopo una breve crisi politica, formò un secondo governo.

Lotta alla mafia
Rappresentò una chiara scelta di campo il suo atteggiamento alla Conferenza regionale dell’agricoltura, tenuta a Villa Igea la prima settimana di febbraio del 1979. L’onorevole Pio La Torre, presente in quanto responsabile nazionale dell’ufficio agrario del Partito Comunista Italiano (sarebbe divenuto dopo qualche mese segretario regionale dello stesso partito) attaccò, con furore, l’Assessorato dell’agricoltura, denunciandolo come centro della corruzione regionale, e additando lo stesso assessore come colluso alla delinquenza regionale. Mentre tutti attendevano che il presidente della Regione difendesse vigorosamente il proprio assessore, sgomentando la sala, Mattarella riconobbe pienamente la necessità di correttezza e legalità nella gestione dei contributi agricoli regionali.

Un solo periodico sfidando il clima imposto pubblicò il resoconto, sottolineando come fosse generale lo sconcerto e come fosse comune la percezione che si apriva, quel giorno a Palermo, un confronto che non avrebbe non potuto conoscere eventi drammatici. Un senatore comunista e il presidente democristiano della regione si erano, di fatto, esposti alle pesanti reazioni della mafia.

Assassinio
Il 6 gennaio 1980, appena entrato in auto insieme con la moglie e col figlio per andare a messa, un killer si avvicinò al suo finestrino e lo uccise a colpi di pistola. In quel periodo stava portando avanti un’opera di modernizzazione dell’amministrazione regionale. Si presume che ad ordinare la sua uccisione fu Cosa Nostra, a causa del suo impegno nella ricerca di collusioni tra mafia e politica.

Inizialmente considerato un attentato terroristico, il delitto fu indicato da Tommaso Buscetta come delitto di mafia. Secondo il collaboratore di giustizia Francesco Marino Mannoia, Giulio Andreotti era consapevole dell’insofferenza della mafia per la condotta di Mattarella, ma non avvertì né l’interessato né la magistratura, pur avendo partecipato ad almeno due incontri con capi mafiosi aventi ad oggetto proprio la politica di Piersanti Mattarella e, poi, il suo omicidio. Il fatto viene riportato nella sentenza del giudizio di Appello del lungo processo allo stesso Giulio Andreotti confermata dalla Cassazione nel 2004. La stessa sentenza afferma che l’allontanamento di Andreotti dal sodalizio mafioso fu dovuta proprio all’efferato delitto Mattarella.
Fonte: Wikipedia

 

 

 

Rai Regione Sicilia
Andato in onda il: 09/1/1981
Ricordo di un presidente
Il ricordo di Piersanti Mattarella, a un anno dalla sua tragica morte

Rai Regione Sicilia
Andato in onda il: 09/1/1981

Piersanti Mattarella
Ricordo di un presidente
Il ricordo di Piersanti Mattarella, a un anno dalla sua tragica morte, attraverso schede di approfondimento, immagini e foto d’archivio, interviste e attraverso il ricordo degli ospiti in studio. Piersanti Mattarella, il giovane presidente della Regione Sicilia, figlio del politico Bernardo, viene assassinato domenica 6 gennaio 1980 in via Libertà, appena entrato in auto insieme con la moglie e col figlio. Un killer si avvicinò al suo finestrino e lo uccise a colpi di pistola. In quel periodo stava portando avanti un’opera di modernizzazione dell’amministrazione regionale. Si presume che ad ordinare la sua uccisione fu Cosa Nostra a causa del suo impegno nella ricerca di collusioni tra mafia e politica. Mattarella, infatti, era noto per il suo impegno quotidiano nella lotta alla mafia, per la legalità, il rinnovamento della Sicilia e il perseguimento della pace.

 

 

Foto Wikipedia

Articolo del 5 Gennaio 2015 da  resapubblica.it
Omicidio Piersanti Mattarella 35 anni dopo
Torna ogni anno il 6 gennaio un pezzo di storia amara della Repubblica.
Di Roberto Conigliaro

Mattarella è un cognome che ricorre spesso ed alle più alte sfere della storia della Repubblica. Nel bene e nel male, fin dalla sua fondazione. Certe fatti stanno nella cronaca politica da sempre. Il capostipite di una famiglia politica che in piccolo somiglia a quella dei Kennedy, Bernardo Mattarella, fu co-fondatore della Democrazia Cristiana e, fin dagli esordi, autorevole Parlamentare e Ministro della Repubblica, poi trascinato nella polemica politica da Danilo Dolci, che di dolce aveva solo l’aspetto e invece era caparbio e testardo come un mulo quando si batteva per il riconoscimento dei diritti dei siciliani.

Piersanti, invece, è il martire abbattuto, nemmeno cinquantenne, dal piombo mafioso in via Libertà la mattina del 6 Gennaio del 1980. A 35 anni dall’omicidio Mattarella, cosa resta del messaggio politico legato a quel dramma lo dicono in pochi. In chi lo ha conosciuto, di lui resta il ricordo di un uomo pragmatico e intelligente, che nel suo cenacolo “Laboratorio Politica” aveva raccolto numerosi giovani intelligenti che sarebbero diventati protagonisti della vita politica dei decenni successivi. Ma che faceva di così grave Piersanti Mattarella per essere ucciso in un giorno di festa, al ritorno dalla messa, in auto accanto alla moglie? I processi ci hanno restituito una verità giudiziale a tratti indefinita. Non si sa con certezza chi premette il grilletto della pistola. La mafia ha eliminato un protagonista della vita politica di quegli anni plumbei. E ci sarebbe da incitare più d’uno politico d’oggigiorno che con tanta facilità si appresta alla rituale commemorazione, per poi vanificare quotidianamente il suo messaggio e la sua azione da Presidente della Regione Siciliana.

Piersanti Mattarella, infatti, è stato l’autore dell’azione di contrasto alla mafia e ai poteri criminali che con la mafia volevano condividere obiettivi politici, determinata, intelligente ed ispirata dalla cultura di governo. In un libro pubblicato pochi mesi fa a cura di Giovanni Grasso, del quale un suo compagno di partito, Pierluigi Castagnetti, consiglia dalle pagine di Europa la lettura, c’è la storia politica di Piersanti Mattarella. La Sicilia, si legge nel libro, è stata e continua ad essere terreno delle contraddizioni che nel tempo ne hanno fatto una regione definita ricorrentemente “laboratorio” per la soluzione di tanti conflitti che non sono mai stati risolti in Sicilia. A partire dalla scelta tra monarchia e repubblica e quella tra il separatismo e l’autonomismo. E come non ricordare la contrapposizione tra la questione meridionale e quella della questione nazionale e la composizione tra le opposte ideologie con la stagione del milazzismo. Si potrebbe continuare ma si può benissimo concludere con la contraddizione drammaticamente esportata dall’isola anche in altre regioni, tra il godimento dei diritti e la loro concreta applicazione. Piersanti Mattarella pensava che gli anni ottanta potevano essere buoni per ricomporre i conflitti e strappare i siciliani all’utopia dei diritti, per trascinarli al godimento dei principi sanciti dalla Costituzione.

Ma evidentemente sbagliava. I tempi non erano affatto maturi. Scrive Castagnetti nell’articolo di Europa, che Piersanti Mattarella è stato uomo politico che ha pagato con il prezzo della vita il tentativo di capovolgere questa immagine, cercando di comporre uomini e cose, nella convinzione che uomini e cose potessero cambiare. In sintesi, voleva modernizzare la Sicilia, capovolgendo l’immagine di un’isola arcaica e arretrata. Per realizzare il suo sogno politico egli rifiuta l’offerta di raccogliere il testimone di Aldo Moro, il suo maestro. Resta a Palermo, piuttosto che volare al sicuro a Roma. Da tempo ne abbiamo fatto un mito buono per le passerelle ma occorre ricordare come si trasforma una regione. Egli promosse e concretizzò un programma di interventi che colpirono gli interessi economici mafiosi. Gli uomini delle istituzioni, politiche e giudiziarie, che pagano con la vita la loro vera azione antimafia in quegli anni, sono coloro che decidono di attaccare il potere economico della mafia. Tra le leggi varate durante i due anni della sua Presidenza, ci sono una nuova legge urbanistica che riduce gli indici di edificabilità che passano da 21 a 7 per le aree urbane e da 0,20 a 0,03 per quelle agricole; una nuova normativa di trasparenza per gli appalti; la rotazione dei tecnici collaudatori delle opere pubbliche; l’attivazione dei poteri ispettivi della regione e la nomina di commissari ad acta per sopperire alle inadempienze delle amministrazioni comunali, spesso controllate direttamente dalla mafia.

Non é solo il tentativo di liberare la politica dal condizionamento mafioso. Si trattava di aprire un vero terreno di conflitto con la mafia e i suoi interessi, nel quale la mafia era costretta ad inseguire la politica. Si narra che uomini vicini alla sua corrente, con linguaggio criptico ma chiaro, consapevoli del fatto che il loro Presidente si stava spingendo pericolosamente oltre la soglia di pericolo, gli consigliassero di farsi una “giacca” diversa da quella che aveva e simile a quella di molti altri uomini politici del vertice della DC siciliana del tempo ma non la volle. Un po’ come Kennedy, egli è rimasto nel mito un uomo politico le cui ombre della cronaca hanno ceduto il posto alla luce della storia.

 

 

Video RayPlay


La Grande Storia – Piersanti Mattarella la buona battaglia – video – RaiPlay

La Grande Storia
Piersanti Mattarella: la buona battaglia

In occasione della XXII Giornata Nazionale della Memoria e dell’Impegno, in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, “la Grande Storia” dedica uno speciale alla figura e alla vicenda umana e politica del presidente della Regione siciliana Piersanti Mattarella, l’uomo che voleva tagliare alla radice i rapporti tra mafia e amministrazione in Sicilia. Il 6 gennaio del 1980 Mattarella, allievo di Aldo Moro, fu trucidato a Palermo di fronte alla famiglia da un killer rimasto senza nome. Il documentario ricostruisce la formazione religiosa, l’impegno politico e l’attività amministrativa di Piersanti; indaga sulle possibili cause della sua morte e ripercorre l’accidentato cammino processuale che portò alla condanna all’ergastolo dell’intera cupola di Cosa Nostra, senza però riuscire a fare luce pienamente sui misteri e sulla dinamica di questo gravissimo delitto politico che sconvolse la Sicilia e l’Italia intera. Nello speciale, la figura di Mattarella rivive attraverso numerose e significative testimonianze: la moglie Irma, i figli Maria e Bernardo, il fratello Sergio; Leoluca Orlando, Salvatore Butera, Giuseppe Pisanu, all’epoca capo della segreteria politica di Zaccagnini e amico personale di Piersanti, l’avvocato di parte civile Francesco Crescimanno, il presidente del Senato Pietro Grasso, che da giovane procuratore fu il primo a indagare sul delitto.

 

 

 

Fonte: antimafiaduemila.com
Articolo del 6 gennaio 2019

Il ricordo di Piersanti Mattarella a 39 anni dal delitto
di Aaron Pettinari
Una storia ancora avvolta dal mistero

Una doppia cerimonia tra Palermo e Castellammare del Golfo (Trapani). Così viene ricordato oggi Piersanti Mattarella, presidente della Regione siciliana, allievo di Aldo Moro, ucciso il giorno dell’Epifania del 1980. In quel 6 gennaio di 39 anni fa, poco prima delle 13, Mattarella venne colpito in via Libertà, mentre usciva di casa per andare a messa a bordo di una Fiat 132.

Quel giorno era solo, senza scorta, per sua stessa scelta in modo da promettere agli agenti di stare con le loro famigli in un giorno di festa. Appena entrato alla guida della vettura, però, fu avvicinato dai killer che spararono una serie di colpi. Il tutto avvenne davanti alla moglie Irma Chiazzese, ai due figli e la suocera. Sul posto, immediatamente dopo il delitto, giunse anche il fratello Sergio, oggi Presidente della Repubblica, accorso in strada appena sentiti gli spari.

La vicenda giudiziaria legata all’omicidio Mattarella è stata piuttosto lunga e complessa, e si è conclusa senza fare piena luce sull’omicidio. Come mandanti sono stati condannati all’ergastolo i boss della commissione di Cosa Nostra (Totò Riina e Michele Greco condannati all’ergastolo, con altri esponenti della cupola: Bernardo Provenzano, Bernardo Brusca, Pippo Calò, Francesco Madonia e Antonino Geraci detto Nenè), ma l’inchiesta non è riuscita a identificare i sicari né i presunti mandanti esterni.

Già negli ultimi mesi del 1979, Mattarella si era reso pienamente e drammaticamente conto che la propria sorte e la propria vita erano strettamente intrecciate all’evoluzione dei rapporti di forza tra politica e mafia e al peso che all’interno del suo partito avevano quegli uomini che – secondo lui – “non facevano onore al partito stesso” e che “bisognava eliminare per fare pulizia”.
La sua azione politica, come presidente della Regione Siciliana stava contrastando fermamente proprio la criminalità organizzata. Proprio nel 1979, alla Conferenza regionale dell’agricoltura tenutasi a Villa Igea, Mattarella non usò mezzi termini quando sottoliniò la propria opposizione contro la mafia e il malaffare. E non si oppose quando il deputato del Partito Comunista Italiano Pio La Torre – ucciso nell’82 – accusò l’assessore dell’agricoltura Giuseppe Aleppo di essere colluso con la delinquenza della regione. Piuttosto, si limitò a confermare l’urgenza di garantire legalità e trasparenza nella gestione dei contributi agricoli regionali.

Durante le prime indagini sull’omicidio la vedova aveva riconosciuto in una fotografia l’estremista di destra Giusva Fioravanti come killer. Ma diversi collaboratori di giustizia smentirono che Fioravanti fosse stato coinvolto nel delitto e infine il suo nome uscì dal processo.
Oggi, però, la Procura di Palermo è impegnata in nuove indagini per dare un volto agli esecutori del delitto e non sono pochi gli spunti che rilanciano la pista dell’asse tra mafia e terrorismo neofascista che poterebbero al coinvolgimento dei Nar, Nuclei armati rivoluzionari, attraverso una comparazione balistica con i proiettili usati per una trentina di omicidi tra il ’77 e l’81.

Su questi aspetti, sin dal primo momento, aveva indagato anche Giovanni Falcone, il quale era convinto che gli ambienti eversivi di destra fossero implicati del delitto del Presidente della Regione. Per questo alla sbarra degli imputati portò i “neri” Giusva Fioravanti e Gilberto Cavallini, accusati – e poi assolti – di essere gli autori materiali dell’omicidio.

Nel corso del processo Mattarella emerse chiaramente che il delitto non fu solo di matrice mafiosa. L’insofferenza di Cosa nostra nei confronti dell’allora Presidente della Regione era ben conosciuta da Giulio Andreotti: fu proprio l’ex presidente del consiglio a prendere parte a due incontri al cospetto di boss di “prima classe”, dove si parlò della politica di Piersanti Mattarella e di come fosse necessario eliminarlo. Tanto che, sebbene Andreotti fosse “nettamente contrario” all’esecuzione del delitto – si legge nella sentenza – dopo l’omicidio il divo Giulio “non si è limitato a prendere atto, sgomento, che le sue autorevoli indicazioni erano state inaspettatamente disattese dai mafiosi ed a allontanarsi senz’altro dagli stessi, ma è sceso in Sicilia per chiedere conto al Bontade (il boss Stefano Bontade, ndr) della scelta di sopprimere il presidente della Regione”, già da lungo tempo nella “black list” di Cosa nostra.

La speranza è che con le nuove indagini si possa giungere ad un nuovo segmento di verità che si attende ormai da troppo tempo.

 

 

 

 

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