6 Gennaio 1980 Palermo. Ucciso Piersanti Mattarella, politico della DC e Presidente della Regione Sicilia.

Foto da: siracusanews.it

Piersanti Mattarella, figlio di Bernardo Mattarella, uomo politico della Democrazia Cristiana in Sicilia, e fratello di Sergio Mattarella ( 12º Presidente della Repubblica Italiana).
Dopo l’attività nell’Azione cattolica, si dedicò alla politica nella Democrazia Cristiana. Fra i suoi ispiratori ci fu Giorgio La Pira. Si avvicinò alla corrente politica di Aldo Moro e divenne consigliere comunale a Palermo.
Assistente ordinario all’Università di Palermo, fu eletto all’Assemblea regionale siciliana nel 1967 nel collegio di Palermo, per tre legislature.
Dal 1971 al 1978 fu assessore regionale alla Presidenza. Fu eletto presidente della Regione Siciliana nel 1978, guidando una giunta di centro sinistra, con il sostegno esterno del PCI. Nel 1979 dopo una breve crisi politica, formò un secondo governo.
Rappresentò una chiara scelta di campo il suo atteggiamento alla Conferenza regionale dell’agricoltura, tenuta a Villa Igea la prima settimana di febbraio del 1979. L’onorevole Pio La Torre, presente in quanto responsabile nazionale dell’ufficio agrario del Partito Comunista Italiano (sarebbe divenuto dopo qualche mese segretario regionale dello stesso partito) attaccò, con furore, l’Assessorato dell’agricoltura, denunciandolo come centro della corruzione regionale, e additando lo stesso assessore come colluso alla delinquenza regionale. Mentre tutti attendevano che il presidente della Regione difendesse vigorosamente il proprio assessore, sgomentando la sala, Mattarella riconobbe pienamente la necessità di correttezza e legalità nella gestione dei contributi agricoli regionali.
Il 6 gennaio 1980, appena entrato in auto insieme con la moglie e col figlio per andare a messa, un killer si avvicinò al suo finestrino e lo uccise a colpi di pistola. In quel periodo stava portando avanti un’opera di modernizzazione dell’amministrazione regionale. Si presume che a ordinare la sua uccisione fu Cosa Nostra, a causa del suo impegno nella ricerca di collusioni tra mafia e politica. (Fonte:  vivi.libera.it )

 

 

Fonte:  it.wikipedia.org

Piersanti Mattarella (Castellammare del Golfo, 24 maggio 1935 – Palermo, 6 gennaio 1980) è stato un politico italiano, assassinato da Cosa nostra durante il mandato di presidente della Regione Siciliana.

Biografia
Secondogenito di Bernardo Mattarella, uomo politico della Democrazia Cristiana, ebbe come padrino di battesimo Pietro Mignosi, con cui il padre aveva un rapporto profondo. Nel 1941 nacque il fratello minore Sergio, 12º Presidente della Repubblica Italiana.

Crebbe con istruzione religiosa, studiando a Roma al San Leone Magno, dei Fratelli maristi. Dopo l’attività nell’Azione Cattolica (associazione in cui ricoprì anche incarichi nazionali), si dedicò alla carriera politica nella Democrazia Cristiana avendo fra i suoi ispiratori Giorgio La Pira e avvicinandosi alla corrente politica di Aldo Moro. Divenne assistente ordinario di diritto privato all’Università di Palermo.

Aveva due figli: Maria e Bernardo, quest’ultimo deputato all’Assemblea regionale siciliana dal 2008.

 

Attività politica

Consigliere comunale a Palermo
Nel novembre del 1964 si candida nella lista DC alle elezioni comunali di Palermo ottenendo più di undicimila preferenze (quarto dopo Salvo Lima, Vito Ciancimino e Giuseppe Cerami) e divenendo consigliere comunale di Palermo nel pieno dello scandalo del Sacco di Palermo.

Deputato regionale
Alle elezioni regionali del 1967 fu eletto deputato all’Assemblea regionale siciliana, nel collegio di Palermo con più di trentaquattromila preferenze, nonostante molti dubitassero delle sue possibilità visto che negli stessi anni il padre Bernardo stava venendo coinvolto in un acceso scontro giudiziario con il sociologo Danilo Dolci che lo aveva accusato di collusioni mafiose.

Durante i quattro anni successivi fece parte della Commissione Legislativa regionale, della Giunta per il Regolamento e della Giunta per il Bilancio venendo nominato, cosa inusuale per un deputato di prima nomina, relatore della legge sul bilancio di previsione della regione per l’anno 1970. Fu inoltre membro della Commissione speciale incaricata di riformare la burocrazia regionale, divenendo relatore della legge di riforma.

Sulle pagine del giornale Sicilia Domani, nel giugno 1970, Piersanti denunciò diverse criticità dell’Assemblea regionale. Il primo punto riguardava le pratiche clientelari dei consiglieri regionali con una prassi che denominò “provincializzazione” dell’attività della Regione: i deputati regionali, troppo legati al territorio dove venivano eletti, risultavano incapaci di perseguire una linea politica organica per tutta la Sicilia in quanto troppo impegnati nel cercare di ottenere leggi e provvedimenti di spesa a favore dei propri collegi. A questo Mattarella cercava di porre rimedio proponendo una riforma elettorale con collegi più ampi di quelli provinciali. Il secondo punto critico riguardava l’eccessivo numero di incarichi in Assemblea e Giunta regionale che riducevano l’efficacia dell’azione di governo: per questo Mattarella proponeva una soluzione con il taglio degli assessorati da dodici ad otto e delle commissioni legislative da sette a cinque, chiedendo di prevedere per l’ufficio di presidenza la nomina di due soli vice, un segretario e un questore. Mattarella chiedeva inoltre l’introduzione di criteri di rotazione degli incarichi a cui fossero posti anche dei limiti temporali. Terzo punto debole della regione riguardava la scelta degli assessori regionali, al tempo eletti dall’ARS in una votazione differente da quella del presidente di Regione, generando così un sistema che favoriva gli accordi sottobanco. Per il politico di Castellamare occorreva dunque che fosse il presidente a nominare la giunta, così da poter attingere anche a esterni, lasciando all’Assemblea un unico voto di fiducia da dare a tutta la giunta.

In quegli stessi anni Piersanti Mattarella si fa largo nella DC provinciale e regionale, grazie al sostegno di Aldo Moro e della sua corrente, favorendo l’elezione di Giuseppe D’Angelo alla segreteria regionale del partito. L’azione moralizzatrice di D’Angelo farà approvare al congresso regionale due ordini del giorno: il primo in merito al contrasto degli esattori privati dei tributi pubblici (i potenti cugini Salvo in primis) e il secondo riguardante un impegno più duro contro la mafia.

Sempre in questo periodo Mattarella contribuisce a fondare l’Asael (Associazione siciliana amministratori enti locali).

Assessore regionale
Mattarella verrà rieletto per due legislature (1971, con più di quarantamila preferenze, e 1976, con quasi sessantamila preferenze). Dal 1971 al 1978 è assessore regionale alla Presidenza con delega al Bilancio nelle diverse giunte presiedute da Mario Fasino, Vincenzo Giummarra e Angelo Bonfiglio.

L’azione di Mattarella come assessore al Bilancio è subito incisiva: nel 1971 vengono approvati otto rendiconti arretrati e negli anni successivi presenta e fa votare entro i termini di legge i bilanci di previsione evitando la prassi consolidata del ricorso all’esercizio provvisorio. Nella primavera del 1975 su suo impulso viene approvato a larghissima maggioranza, con i voti del PCI, il Piano regionale d’interventi per gli anni 1975-1980 (legge regionale n. 18 del 12 maggio 1975), primo tentativo di programmazione a lungo termine delle risorse regionali.

Presidente della Regione Siciliana
Fu eletto dall’Ars presidente della Regione Siciliana il 9 febbraio 1978 con 77 voti su 100, il risultato più alto della storia dell’Assemblea, alla guida di una coalizione di centro-sinistra con l’appoggio esterno del Partito Comunista Italiano.

Il suo staff comprende, tra gli altri, Maria Grazia Trizzino come capo di gabinetto, prima donna a ricoprire questo incarico, Rino La Placa, capo della segreteria e futuro deputato regionale, e Leoluca Orlando, successivamente sindaco di Palermo, come consigliere giuridico.

La presidenza di Mattarella si distingue per l’azione riformatrice portata avanti in regione. All’inizio di aprile viene riformato il governo regionale accentuando la collegialità dell’azione della giunta dando la possibilità al presidente di avocare a sé decisioni spettanti ai singoli assessori e allargando le materie da sottoporre all’intero governo, razionalizzando le competenze degli assessorati, la previsione di tempi certi e rapidi per la pubblicazione degli atti approvati dall’Ars e nuovi criteri molto più severi per la nomina dei dirigenti pubblici. In ottobre viene creato il Comitato della programmazione, che unisce deputati regionali ed esperti della società civile, e rappresenta una nuova misura di razionalizzazione politico-amministrativa. Altri importanti risultati raggiunti in quell’anno furono il piano d’emergenza per la mobilitazione di risorse per l’occupazione, provvedimenti contro la disoccupazione, l’attuazione di un radicale decentramento a favore dei comuni, il piano di rifinanziamento degli asili nido e la legge sul settore agricolo e sui consultori familiari. Altri importanti provvedimenti furono la legge urbanistica (legge regionale n. 71 del 1978) che riduceva drasticamente gli indici di edificabilità dei terreni agricoli e portava sulle spalle dei costruttori alcuni degli oneri per le opere di urbanizzazione prima a carico degli enti pubblici rappresentando un duro colpo per speculatori e costruttori abusivi; e la legge sugli appalti che favoriva trasparenza e imparzialità nella pubblica amministrazione, riformando anche il sistema di collaudo delle opere pubbliche affidato precedentemente sempre alle solite persone. Sotto quest’ultimo aspetto Mattarella avvalendosi dei poteri ispettivi del presidente della regione ordina inchieste sui beneficiari dei contributi regionali, sugli assessorati e sui comuni più grandi portando alla luce illeciti e abusi.

Nel 1979 dopo una breve crisi politica dovuta al Partito Comunista, formò un secondo governo. Il programma di riforme continuò con l’attuazione del Piano di sviluppo per la Sicilia frutto del Comitato della programmazione, il nuovo piano di ammodernamento agricolo, l’istituzione delle unità sanitarie locali e una riforma degli enti economici siciliani (Esa, Ast, Crias, Ircac, Istituto Vitevino ed Eas) che introduceva criteri di efficienza e trasparenza oltre che norme che prevedono incompatibilità e limiti di durata degli incarichi dirigenziali.
Il presidente della Regione Siciliana Piersanti Mattarella in visita a Catenanuova, accolto dal sindaco Mario Mazzaglia e dal vescovo di Nicosia Salvatore Di Salvo – 23 settembre 1979


Lotta alla mafia

Poco dopo l’omicidio di Peppino Impastato, conduttore radiofonico candidato sindaco a Cinisi per Democrazia Proletaria, avvenuto per ordine di Tano Badalamenti, Mattarella si recò nella città per la campagna elettorale comunale pronunciando un durissimo discorso contro Cosa nostra che stupì gli stessi sostenitori di Impastato.

Rappresentò una chiara scelta di campo il suo atteggiamento alla Conferenza regionale dell’agricoltura, tenuta a Villa Igiea la prima settimana di febbraio del 1979.

Il deputato Pio La Torre, presente in quanto responsabile nazionale dell’ufficio agrario del Partito Comunista Italiano (sarebbe divenuto dopo qualche mese segretario regionale dello stesso partito) attaccò con furore l’Assessorato dell’agricoltura, denunciandolo come centro della corruzione regionale e additando lo stesso assessore come colluso alla delinquenza regionale. Mentre tutti attendevano che il presidente della Regione difendesse vigorosamente il proprio assessore, Giuseppe Aleppo, Mattarella riconobbe pienamente la necessità di correttezza e legalità nella gestione dei contributi agricoli regionali.

Sfidando il clima imposto, un solo periodico, Terra e Vita, pubblicò il resoconto, sottolineando come fosse generale lo sconcerto e come fosse comune la percezione che quel giorno, a Palermo, si fosse aperto un confronto che non avrebbe potuto non conoscere eventi drammatici. Un senatore comunista e il presidente democristiano della regione si erano, di fatto, esposti alle pesanti reazioni della mafia. Il mese successivo comunque Mattarella confermò Aleppo alla guida dell’assessorato.

Il Procuratore Gian Carlo Caselli, in un’intervista a Repubblica del 12 agosto 1997, ha affermato: “Piersanti Mattarella un democristiano onesto e coraggioso ucciso proprio perché onesto e coraggioso”.

Il Procuratore nazionale antimafia, Pietro Grasso, nel libro Per non morire di mafia, ha scritto che Piersanti Mattarella «stava provando a realizzare un nuovo progetto politico-amministrativo, un’autentica rivoluzione. La sua politica di radicale moralizzazione della vita pubblica, secondo lo slogan che la Sicilia doveva mostrarsi ‘con le carte in regola’, aveva turbato il sistema degli appalti pubblici con gesti clamorosi, mai attuati nell’isola».

Assassinio

La domenica del 6 gennaio 1980, in Via della Libertà a Palermo, non appena Mattarella fu entrato in una Fiat 132 insieme alla moglie, ai due figli e alla suocera per andare a Messa, un sicario si avvicinò al finestrino e lo freddò a colpi di pistola.

In seguito alla sua morte, il vice presidente, il socialista Gaetano Giuliano, guidò la giunta regionale fino al termine della legislatura, avvenuta cinque mesi dopo. Nel luogo dove è avvenuto l’omicidio è stata posta una targa in suo ricordo.

Inizialmente fu considerato un attentato terroristico, poiché subito dopo il delitto arrivarono rivendicazioni da parte di un sedicente gruppo neofascista[13]. Pur nel disorientamento del momento, il delitto apparve anomalo per le sue modalità, portando il giorno stesso lo scrittore Leonardo Sciascia ad alludere a “confortevoli ipotesi” che avrebbero potuto ricondurre l’omicidio alla mafia siciliana.

Le indagini

Le indagini giudiziarie procedettero con difficoltà e lentezza, anche se una chiara linea interpretativa del delitto si rileva negli atti giudiziari che portarono la Procura di Palermo a quella corposa requisitoria sui “delitti politici” siciliani (le uccisioni di Michele Reina, segretario provinciale della Democrazia Cristiana, dello stesso Mattarella, di Pio La Torre e del suo autista Rosario Di Salvo) che, depositata il 9 marzo 1991, costituì l’ultimo atto investigativo di Giovanni Falcone. Questi, che la sottoscrisse nella qualità di procuratore aggiunto, puntava fermamente sulla colpevolezza dei terroristi di estrema destra Giuseppe Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini, membri dei NAR, quali esecutori materiali del delitto, in un contesto di cooperazione tra movimenti eversivi e Cosa Nostra. Nell’ipotesi accusatoria di Falcone e della Procura della Repubblica Fioravanti, di cui risultava accertata la presenza a Palermo nei giorni del delitto, avrebbe goduto dell’appoggio di esponenti dell’estrema destra palermitana quali Francesco Mangiameli, dirigente siciliano di Terza posizione poi ucciso dallo stesso Fioravanti il 9 settembre del 1980, e Gabriele De Francisci, militante del FUAN, che avrebbe messo a disposizione un appartamento nei pressi dell’abitazione della vittima.

Solo dopo la morte di Falcone nella strage di Capaci, l’uccisione di Mattarella venne indicata esclusivamente come delitto di mafia dai collaboratori di giustizia Tommaso Buscetta e Gaspare Mutolo. Nel 1993 Buscetta, in particolare, dichiarò in un nuovo interrogatorio che «Bontate e i suoi alleati non erano favorevoli all’uccisione di Mattarella, ma non potevano dire a Riina (o alla maggioranza che Riina era riuscito a formare) che non si doveva ammazzarlo […] In ogni caso […] fu certamente un omicidio voluto dalla “Commissione”».

A ordinare la sua uccisione fu Cosa nostra perché Mattarella voleva portare avanti un’opera di modernizzazione dell’amministrazione regionale e per questo aveva incominciato a contrastare l’ex sindaco Vito Ciancimino per un suo rientro nel partito con incarichi direttivi; Ciancimino infatti era il referente politico dei Corleonesi. Per queste ragioni, alla fine del 1979 Mattarella aveva deciso di chiedere al segretario nazionale del partito, Benigno Zaccagnini, il commissariamento del Comitato Provinciale di Palermo della Democrazia Cristiana, perché aveva visto «ritornare con forte influenza Ciancimino», il quale aveva siglato un patto di collaborazione con la corrente andreottiana, in particolare con l’onorevole Salvo Lima.

Francesco Cossiga ha sostenuto che la mafia volle la morte di Piersanti Mattarella perché questi non era disponibile a concederle contropartite per quell’appoggio elettorale che essa aveva concesso alla DC proprio su richiesta del padre della vittima, Bernardo; questi infatti, grazie alla moglie “appartenente a famiglia non mafiosa ma rispettata dalla mafia”, aveva potuto avvicinare Cosa Nostra nel Trapanese e dissuaderla dal votare per le sinistre.

L’agente segreto francese Pierre de Villemarest, appaiandosi alle ricordate impressioni di Sciascia, ha suggerito che mafia e P2, quest’ultima presumibilmente tramite l’eversione di destra, abbiano collaborato sin dal 1970 per sorvegliare e poi uccidere Mattarella per conto del KGB, in quanto il politico siciliano sosteneva il compromesso storico per snaturare il PCI e sottrarlo all’influenza sovietica.

Giovanni Falcone, che nel 1988 ricopriva il ruolo di giudice istruttore, dichiarò: “È un’indagine estremamente complessa perché si tratta di capire se, e in quale misura, la pista nera sia alternativa a quella mafiosa, oppure si compenetri con quella mafiosa” come è emerso dalla pubblicazione dell’audio integrale dell’audizione tenutasi in data 3 novembre 1988 davanti alla commissione dell’epoca.

Il processo

Nel 1995 vennero condannati all’ergastolo i mandanti dell’omicidio Mattarella: i boss mafiosi Salvatore Riina, Michele Greco, Bernardo Brusca, Bernardo Provenzano, Giuseppe Calò, Francesco Madonia e Nenè Geraci. Durante il processo, la moglie di Mattarella, testimone oculare, dichiarò inoltre di riconoscere l’esecutore materiale dell’omicidio nella persona di Giuseppe Valerio Fioravanti, che tuttavia sarà assolto per questo crimine poiché la testimonianza della signora Mattarella e le altre testimonianze contro di lui (quella del fratello Cristiano Fioravanti e del criminale comune pluriomicida Angelo Izzo) non furono ritenute abbastanza attendibili. Gli esecutori materiali non sono mai stati individuati con certezza, anche se il pentito Francesco Marino Mannoia sostenne che a uccidere Mattarella furono Salvatore Federico, Francesco Davì, Santo Inzerillo e Antonino Rotolo.

Secondo il collaboratore di giustizia Francesco Marino Mannoia, oggetto di diverse valutazioni nel corso del processo Andreotti perché ritenuto in primo grado non attendibile ma in secondo grado – confermato dalla Cassazione – attendibile, Giulio Andreotti era consapevole dell’insofferenza di Cosa Nostra per la condotta di Mattarella, ma non avvertì né l’interessato né la magistratura, pur avendo partecipato ad almeno due incontri con capi mafiosi aventi ad oggetto proprio le azioni politiche di Piersanti Mattarella. Mannoia dichiarò :

{{Citazione|Attraverso Lima del nuovo atteggiamento di Mattarella fu informato anche Giulio Andreotti, che scese a Palermo e si incontrò con Bontate Stefano, i cugini Salvo, Lima, Nicoletti, Fiore Gaetano e altri. Ho appreso di questo incontro dallo stesso Bontate Stefano, il quale me ne parlò poco tempo dopo, in periodo tra la primavera e l’estate 1979… Egli mi disse solo che tutti quanti si erano lamentati con Andreotti del comportamento di Mattarella, e aggiunse poi: “Staremo a vedere”. Alcuni mesi dopo fu deciso l’omicidio Mattarella.

In seguito, al termine di un lungo iter giudiziario terminato nel 2004, venne emessa una sentenza per cui all’epoca (più precisamente fino alla primavera del 1980) Giulio Andreotti aveva rapporti stabili con la mafia. L’omicidio Mattarella è in effetti un punto critico del processo Andreotti. I due presunti incontri tra il Presidente democristiano e Bontate sarebbero avvenuti solo per i problemi creati alla mafia dal segretario della DC siciliana. Di quello summenzionato Mannoia ha dato una testimonianza di seconda mano ma ha indicato la data, mentre di uno successivo al delitto, in cui si sarebbe consumata la rottura tra Andreotti e la Cupola, Mannoia sarebbe stato testimone oculare ma non sapeva dare indicazione temporale. Per questo la difesa di Andreotti poté per il primo incontro dimostrare che il suo assistito era altrove e per il secondo no. Il primo grado di giudizio ritenne insufficiente la testimonianza di Mannoia e decisiva la smentita della difesa, onde dedurre che nessuno dei due incontri fosse mai accaduto. Il secondo grado capovolse la sentenza ritenendo Mannoia credibile e affermando che egli aveva solo ricordato una data sbagliata, per cui considerò i due meeting realmente avvenuti. La Cassazione confermò questa sentenza non avendo essa difetti formali da correggere.

Nella sentenza della Corte di Assise del 12 aprile 1995 n. 9/95, che ha giudicato gli imputati per l’assassinio di Piersanti Mattarella, è scritto che «l’istruttoria e il dibattimento hanno dimostrato che l’azione di Piersanti Mattarella voleva bloccare proprio quel perverso circuito (tra mafia e pubblica amministrazione) incidendo così pesantemente proprio su questi illeciti interessi» e si aggiunge che da anni aveva «caratterizzato in modo non equivoco la sua azione per una Sicilia con le carte in regola».

Nel 2018 quotidiani nazionali hanno diffuso la notizia di una riapertura delle indagini sull’omicidio, anche con riferimento ai rapporti tra Cosa nostra palermitana e l’eversione del terrorismo di destra: l’indagine della Procura di Palermo è affidata al Procuratore Francesco Lo Voi, all’Aggiunto Salvatore De Luca e al Sostituto Roberto Tartaglia.

 

 

 

Rai Regione Sicilia
Andato in onda il: 09/1/1981
Ricordo di un presidente
Il ricordo di Piersanti Mattarella, a un anno dalla sua tragica morte

Rai Regione Sicilia
Andato in onda il: 09/1/1981

Piersanti Mattarella
Ricordo di un presidente
Il ricordo di Piersanti Mattarella, a un anno dalla sua tragica morte, attraverso schede di approfondimento, immagini e foto d’archivio, interviste e attraverso il ricordo degli ospiti in studio. Piersanti Mattarella, il giovane presidente della Regione Sicilia, figlio del politico Bernardo, viene assassinato domenica 6 gennaio 1980 in via Libertà, appena entrato in auto insieme con la moglie e col figlio. Un killer si avvicinò al suo finestrino e lo uccise a colpi di pistola. In quel periodo stava portando avanti un’opera di modernizzazione dell’amministrazione regionale. Si presume che ad ordinare la sua uccisione fu Cosa Nostra a causa del suo impegno nella ricerca di collusioni tra mafia e politica. Mattarella, infatti, era noto per il suo impegno quotidiano nella lotta alla mafia, per la legalità, il rinnovamento della Sicilia e il perseguimento della pace.

 

 

Foto Wikipedia

Articolo del 5 Gennaio 2015 da  resapubblica.it
Omicidio Piersanti Mattarella 35 anni dopo
Torna ogni anno il 6 gennaio un pezzo di storia amara della Repubblica.
Di Roberto Conigliaro

Mattarella è un cognome che ricorre spesso ed alle più alte sfere della storia della Repubblica. Nel bene e nel male, fin dalla sua fondazione. Certe fatti stanno nella cronaca politica da sempre. Il capostipite di una famiglia politica che in piccolo somiglia a quella dei Kennedy, Bernardo Mattarella, fu co-fondatore della Democrazia Cristiana e, fin dagli esordi, autorevole Parlamentare e Ministro della Repubblica, poi trascinato nella polemica politica da Danilo Dolci, che di dolce aveva solo l’aspetto e invece era caparbio e testardo come un mulo quando si batteva per il riconoscimento dei diritti dei siciliani.

Piersanti, invece, è il martire abbattuto, nemmeno cinquantenne, dal piombo mafioso in via Libertà la mattina del 6 Gennaio del 1980. A 35 anni dall’omicidio Mattarella, cosa resta del messaggio politico legato a quel dramma lo dicono in pochi. In chi lo ha conosciuto, di lui resta il ricordo di un uomo pragmatico e intelligente, che nel suo cenacolo “Laboratorio Politica” aveva raccolto numerosi giovani intelligenti che sarebbero diventati protagonisti della vita politica dei decenni successivi. Ma che faceva di così grave Piersanti Mattarella per essere ucciso in un giorno di festa, al ritorno dalla messa, in auto accanto alla moglie? I processi ci hanno restituito una verità giudiziale a tratti indefinita. Non si sa con certezza chi premette il grilletto della pistola. La mafia ha eliminato un protagonista della vita politica di quegli anni plumbei. E ci sarebbe da incitare più d’uno politico d’oggigiorno che con tanta facilità si appresta alla rituale commemorazione, per poi vanificare quotidianamente il suo messaggio e la sua azione da Presidente della Regione Siciliana.

Piersanti Mattarella, infatti, è stato l’autore dell’azione di contrasto alla mafia e ai poteri criminali che con la mafia volevano condividere obiettivi politici, determinata, intelligente ed ispirata dalla cultura di governo. In un libro pubblicato pochi mesi fa a cura di Giovanni Grasso, del quale un suo compagno di partito, Pierluigi Castagnetti, consiglia dalle pagine di Europa la lettura, c’è la storia politica di Piersanti Mattarella. La Sicilia, si legge nel libro, è stata e continua ad essere terreno delle contraddizioni che nel tempo ne hanno fatto una regione definita ricorrentemente “laboratorio” per la soluzione di tanti conflitti che non sono mai stati risolti in Sicilia. A partire dalla scelta tra monarchia e repubblica e quella tra il separatismo e l’autonomismo. E come non ricordare la contrapposizione tra la questione meridionale e quella della questione nazionale e la composizione tra le opposte ideologie con la stagione del milazzismo. Si potrebbe continuare ma si può benissimo concludere con la contraddizione drammaticamente esportata dall’isola anche in altre regioni, tra il godimento dei diritti e la loro concreta applicazione. Piersanti Mattarella pensava che gli anni ottanta potevano essere buoni per ricomporre i conflitti e strappare i siciliani all’utopia dei diritti, per trascinarli al godimento dei principi sanciti dalla Costituzione.

Ma evidentemente sbagliava. I tempi non erano affatto maturi. Scrive Castagnetti nell’articolo di Europa, che Piersanti Mattarella è stato uomo politico che ha pagato con il prezzo della vita il tentativo di capovolgere questa immagine, cercando di comporre uomini e cose, nella convinzione che uomini e cose potessero cambiare. In sintesi, voleva modernizzare la Sicilia, capovolgendo l’immagine di un’isola arcaica e arretrata. Per realizzare il suo sogno politico egli rifiuta l’offerta di raccogliere il testimone di Aldo Moro, il suo maestro. Resta a Palermo, piuttosto che volare al sicuro a Roma. Da tempo ne abbiamo fatto un mito buono per le passerelle ma occorre ricordare come si trasforma una regione. Egli promosse e concretizzò un programma di interventi che colpirono gli interessi economici mafiosi. Gli uomini delle istituzioni, politiche e giudiziarie, che pagano con la vita la loro vera azione antimafia in quegli anni, sono coloro che decidono di attaccare il potere economico della mafia. Tra le leggi varate durante i due anni della sua Presidenza, ci sono una nuova legge urbanistica che riduce gli indici di edificabilità che passano da 21 a 7 per le aree urbane e da 0,20 a 0,03 per quelle agricole; una nuova normativa di trasparenza per gli appalti; la rotazione dei tecnici collaudatori delle opere pubbliche; l’attivazione dei poteri ispettivi della regione e la nomina di commissari ad acta per sopperire alle inadempienze delle amministrazioni comunali, spesso controllate direttamente dalla mafia.

Non é solo il tentativo di liberare la politica dal condizionamento mafioso. Si trattava di aprire un vero terreno di conflitto con la mafia e i suoi interessi, nel quale la mafia era costretta ad inseguire la politica. Si narra che uomini vicini alla sua corrente, con linguaggio criptico ma chiaro, consapevoli del fatto che il loro Presidente si stava spingendo pericolosamente oltre la soglia di pericolo, gli consigliassero di farsi una “giacca” diversa da quella che aveva e simile a quella di molti altri uomini politici del vertice della DC siciliana del tempo ma non la volle. Un po’ come Kennedy, egli è rimasto nel mito un uomo politico le cui ombre della cronaca hanno ceduto il posto alla luce della storia.

 

 

Video RayPlay


La Grande Storia – Piersanti Mattarella la buona battaglia – video – RaiPlay

La Grande Storia
Piersanti Mattarella: la buona battaglia

In occasione della XXII Giornata Nazionale della Memoria e dell’Impegno, in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, “la Grande Storia” dedica uno speciale alla figura e alla vicenda umana e politica del presidente della Regione siciliana Piersanti Mattarella, l’uomo che voleva tagliare alla radice i rapporti tra mafia e amministrazione in Sicilia. Il 6 gennaio del 1980 Mattarella, allievo di Aldo Moro, fu trucidato a Palermo di fronte alla famiglia da un killer rimasto senza nome. Il documentario ricostruisce la formazione religiosa, l’impegno politico e l’attività amministrativa di Piersanti; indaga sulle possibili cause della sua morte e ripercorre l’accidentato cammino processuale che portò alla condanna all’ergastolo dell’intera cupola di Cosa Nostra, senza però riuscire a fare luce pienamente sui misteri e sulla dinamica di questo gravissimo delitto politico che sconvolse la Sicilia e l’Italia intera. Nello speciale, la figura di Mattarella rivive attraverso numerose e significative testimonianze: la moglie Irma, i figli Maria e Bernardo, il fratello Sergio; Leoluca Orlando, Salvatore Butera, Giuseppe Pisanu, all’epoca capo della segreteria politica di Zaccagnini e amico personale di Piersanti, l’avvocato di parte civile Francesco Crescimanno, il presidente del Senato Pietro Grasso, che da giovane procuratore fu il primo a indagare sul delitto.

 

 

 

Fonte: antimafiaduemila.com
Articolo del 6 gennaio 2019
Il ricordo di Piersanti Mattarella a 39 anni dal delitto
di Aaron Pettinari
Una storia ancora avvolta dal mistero

Una doppia cerimonia tra Palermo e Castellammare del Golfo (Trapani). Così viene ricordato oggi Piersanti Mattarella, presidente della Regione siciliana, allievo di Aldo Moro, ucciso il giorno dell’Epifania del 1980. In quel 6 gennaio di 39 anni fa, poco prima delle 13, Mattarella venne colpito in via Libertà, mentre usciva di casa per andare a messa a bordo di una Fiat 132.

Quel giorno era solo, senza scorta, per sua stessa scelta in modo da promettere agli agenti di stare con le loro famigli in un giorno di festa. Appena entrato alla guida della vettura, però, fu avvicinato dai killer che spararono una serie di colpi. Il tutto avvenne davanti alla moglie Irma Chiazzese, ai due figli e la suocera. Sul posto, immediatamente dopo il delitto, giunse anche il fratello Sergio, oggi Presidente della Repubblica, accorso in strada appena sentiti gli spari.

La vicenda giudiziaria legata all’omicidio Mattarella è stata piuttosto lunga e complessa, e si è conclusa senza fare piena luce sull’omicidio. Come mandanti sono stati condannati all’ergastolo i boss della commissione di Cosa Nostra (Totò Riina e Michele Greco condannati all’ergastolo, con altri esponenti della cupola: Bernardo Provenzano, Bernardo Brusca, Pippo Calò, Francesco Madonia e Antonino Geraci detto Nenè), ma l’inchiesta non è riuscita a identificare i sicari né i presunti mandanti esterni.

Già negli ultimi mesi del 1979, Mattarella si era reso pienamente e drammaticamente conto che la propria sorte e la propria vita erano strettamente intrecciate all’evoluzione dei rapporti di forza tra politica e mafia e al peso che all’interno del suo partito avevano quegli uomini che – secondo lui – “non facevano onore al partito stesso” e che “bisognava eliminare per fare pulizia”.
La sua azione politica, come presidente della Regione Siciliana stava contrastando fermamente proprio la criminalità organizzata. Proprio nel 1979, alla Conferenza regionale dell’agricoltura tenutasi a Villa Igea, Mattarella non usò mezzi termini quando sottoliniò la propria opposizione contro la mafia e il malaffare. E non si oppose quando il deputato del Partito Comunista Italiano Pio La Torre – ucciso nell’82 – accusò l’assessore dell’agricoltura Giuseppe Aleppo di essere colluso con la delinquenza della regione. Piuttosto, si limitò a confermare l’urgenza di garantire legalità e trasparenza nella gestione dei contributi agricoli regionali.

Durante le prime indagini sull’omicidio la vedova aveva riconosciuto in una fotografia l’estremista di destra Giusva Fioravanti come killer. Ma diversi collaboratori di giustizia smentirono che Fioravanti fosse stato coinvolto nel delitto e infine il suo nome uscì dal processo.
Oggi, però, la Procura di Palermo è impegnata in nuove indagini per dare un volto agli esecutori del delitto e non sono pochi gli spunti che rilanciano la pista dell’asse tra mafia e terrorismo neofascista che poterebbero al coinvolgimento dei Nar, Nuclei armati rivoluzionari, attraverso una comparazione balistica con i proiettili usati per una trentina di omicidi tra il ’77 e l’81.

Su questi aspetti, sin dal primo momento, aveva indagato anche Giovanni Falcone, il quale era convinto che gli ambienti eversivi di destra fossero implicati del delitto del Presidente della Regione. Per questo alla sbarra degli imputati portò i “neri” Giusva Fioravanti e Gilberto Cavallini, accusati – e poi assolti – di essere gli autori materiali dell’omicidio.

Nel corso del processo Mattarella emerse chiaramente che il delitto non fu solo di matrice mafiosa. L’insofferenza di Cosa nostra nei confronti dell’allora Presidente della Regione era ben conosciuta da Giulio Andreotti: fu proprio l’ex presidente del consiglio a prendere parte a due incontri al cospetto di boss di “prima classe”, dove si parlò della politica di Piersanti Mattarella e di come fosse necessario eliminarlo. Tanto che, sebbene Andreotti fosse “nettamente contrario” all’esecuzione del delitto – si legge nella sentenza – dopo l’omicidio il divo Giulio “non si è limitato a prendere atto, sgomento, che le sue autorevoli indicazioni erano state inaspettatamente disattese dai mafiosi ed a allontanarsi senz’altro dagli stessi, ma è sceso in Sicilia per chiedere conto al Bontade (il boss Stefano Bontade, ndr) della scelta di sopprimere il presidente della Regione”, già da lungo tempo nella “black list” di Cosa nostra.

La speranza è che con le nuove indagini si possa giungere ad un nuovo segmento di verità che si attende ormai da troppo tempo.

 

 

 

Fonte:  alqamah.it
Articolo del 6 gennaio 2020
Quelle trame tra destra eversiva e la mafia
di Rino Giacalone
Scenari che si ripropongono sempre di più scavando attorno ai delitti politici di Mattarella e Reina ma che erano emersi anche a proposito della strage di Portella della Ginestra. Tutto l’aveva raccontato un poliziotto che però…

Oggi sono 40 anni dal delitto del presidente della Regione Piersanti Mattarella. E come succede da qualche anno a ridosso dell’anniversario vengono proposti scenari investigativi che vedono Cosa nostra e destra eversiva messi assieme per compiere delitti e crimini vari in Sicilia. Ci sono tracce evidenti in tal senso, ma ancora il movente dell’omicidio del presidente della Regione non emerge. Certo è che l’azione riformatrice e per certi versi rivoluzionaria condotta da Mattarella contro certi schemi politici fin troppo compromessi con il malaffare mafioso, in quel 1980 dava fastidio ai mafiosi che si andavano scoprendo sempre di più palazzinari, speculatori, imprenditori…banchieri. Si perché non è stata certamente meno importante l’azione condotta da Piersanti Mattarella quando sedeva all’assessorato regionale all’Economia, la sua azione lì tesa a controllare il sistema bancario e a fermare certi intendimenti che pare provenivano in particolare dalla provincia di Trapani, da Salemi, la città dei Salvo ma non solo, all’epoca emergeva già il giovanissimo Pino Giammarinaro, il deputato legato ad ambienti di Cosa nostra, assolto si ma finito per due volte sorvegliato speciale. E pare che Mattarella avesse notato il movimentismo che arrivava da Salemi e che non portava nulla di buono. Certo è che se davvero la matrice di quel delitto deve ricercarsi nei contatti tra mafia e destra eversiva, più di qualcuno dovrebbe recitare mea culpa per avere reso carta straccia un rapporto che negli anni ’70 raccontava benissimo quelle trame. E’ un rapporto informativo firmato da Giuseppe Peri, capo della Squadra Mobile di Trapani. È del 1977 un rapporto finito sepolto sotto una montagna di carte. Lo stesso investigatore fu trasferito da Trapani a Palermo, presto morì per infarto. Un rapporto che varrebbe oggi la pena rileggere, considerato che alcuni dei potentati economici e criminali sono rimasti in piedi, hanno trovato precisi eredi, si sono pure radicati nella politica, l’obiettivo di sempre è rimasto quello di mostrare uno Stato incapace di agire.

«Esiste una potente organizzazione dedita alla consumazione dei sequestri di persona, con richiesta di altissimi riscatti per fini eversivi – scriveva Peri – I mandanti dei sequestri vanno ricercati negli ambienti politici delle trame nere e in ambienti insospettabili. Sequestri di persona, attentati, omicidi, tutto fa parte di un’identica strategia intesa a determinare il caos». Iniziava così il «rapporto Peri», inviato alle Procure di Palermo, Agrigento, Trapani, Marsala, ed anche a Torino, Roma e Milano. Quaranta pagine che finirono archiviate. Lo spunto investigativo del vice questore Peri erano stati quattro sequestri di persona, una serie di delitti. La «pista» seguita quella di un patto di sangue tra mafia ed eversione nera. Tra i capi di Cosa Nostra e capi terroristi come Pierluigi Concutelli, a capo di Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale. Tra i sequestri quelli degli imprenditori Campisi e Corleo. Base di tutto il territorio di Salemi, dove mafia, politica ed imprenditoria ancora oggi siedono allo stesso tavolo. Peri individuò anche dei campi paramilitari nel trapanese. Erano i primi anni ’70. Gli stessi campi sembrano essere quelli usati quasi 20 anni dopo da Gladio, tra Castelluzzo e Custonaci, tra Erice e Menfi. Tutto questo tra il 1970 ed il 1975. Anni caldi. Sono gli anni in cui nel Canale di Sicilia cominciano strani traffici, scambi di armi, depositi inviolati sarebbero esistiti dentro le grotte dell’isola di Levanzo. A stringere il patto sarebbero stati il terrorista nero Pierluigi Concutelli e il capo mafia di Salemi, Nino Zizzo. «Pecorai» divennero sequestratori, non erano mafiosi (lo sarebbero divenuti) e dunque, se individuati, potevano trarre in inganno sui mandanti dei sequestri di persona nei quali erano coinvolti. E nel rapporto del vicequestore Peri finì allora denunciato lo sconosciuto Salvatore Miceli, che nelle ultime indagini antimafia si è scoperto essere uno dei più grossi narcotrafficanti siciliani. Rufugiatosi per anni in Venezuela, è stato catturato pochi anni addietro dai Carabinieri.

Il disegno fatto da Peri era quello dell’esistenza di un piano per sostenere quella che oggi verrebbe chiamata la «strategia della tensione». E nel suo rapporto scrisse anche del «clima di terrore che si abbattè ad Alcamo. Prima gli assassini del socialista Antonio Piscitello e del democristiano Francesco Guarrasi e con una mancata strage in pieno centro, poi nella notte del 28 gennaio 1976, vennero uccisi nel sonno nella casermetta di Alcamo Marina due carabinieri, Carmine Apuzzo e Salvatore Falcetta».

Quattro anni dopo l’omicidio di Piersanti Mattarella. Quaranta anni dopo anche questa non è solo una storia da scrivere, ma una cronaca da far leggere carica com’è di tanta attualità.

 

 

 

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