6 Ottobre 1980 Bovalino (RC). Rapito Silvio De Francesco, farmacista 70enne, muore nel tragitto per l’Aspromonte.

Foto da  impronteombre.it

Silvio De Francesco, un nobile di origini napoletane, ha la sfortuna di abitare aBovalino, il paese dei sequestrati.
Lo prendono la sera del 6 ottobre dell’80 a casa sua. Ha settantasei anni. Troppo vecchio per reggere la fatica della marcia sui monti. Arranca, non riesce più a respirare e si lascia andare in un fossato durante il trasferimento alla cella preparata per lui in Aspromonte. Lo abbandonano lì, senza vita, dove verrà ritrovato il 13 ottobre. Ci sono un cadavere da seppellire, una tomba da onorare, ma nessun indizio concreto. […]

Fonte: Dimenticati di Danilo chirico e Alessio Magro
Cap. IV – Aspromonte, solo andata – pag. 95

 

 

 

 

Fonte: archiviolastampa.it
Articolo di STAMPA SERA del 7 Ottobre 1980
Possidente rapito in Calabria

BOVALINO (Reggio Calabria) — Un nobile napoletano, Silvio De Francesco, di 76 anni, è stato rapito la notte scorsa nella sua abitazione a Bovalino, in provincia di Reggio Calabria. Il rapimento è stato scoperto stamane dal fattore del possidente, Vincenzo Marvelli, di 69 anni. Una battuta è in corso da parte delle forze di polizia nella zona circostante il luogo del rapimento.

De Francesco, secondo quanto accertato dagli investigatori, è stato rapito alle prime ore dell’alba. Stamane, infatti, quando il fattore si è recato nell’abitazione del possidente per svegliarlo, in una zona di campagna in località Pomadonna, ha trovato davanti al portone evidenti segni di ruote d’automobile, visibili nel terreno reso molle dall’abbondante pioggia caduta nelle prime ore del giorno nella zona.

Il portone era leggermente aperto e evidenti erano i segni di effrazione.

Marvelli ha dato subito l’allarme e sul posto si sono recati polizia e carabinieri. Gli investigatori ritengono che i banditi ed il loro rapito abbiano ormai raggiunto un nascondiglio sicuro, per il ritardo con cui è stato scoperto il rapimento.

 

 

 

Articolo da L’Unità dell’8 Ottobre 1980
Rapiscono anziano medico nella sua casa in Calabria

Catanzaro— Un ennesimo sequestro di persona è stato messo a segno lunedì notte nella  campagna di Bovalino (Reggio Calabria), centro costiero della Locride.

Questa volta è toccato al medico in pensione Silvio De Francesco, 78 anni, proprietario di un’azienda agricola nella zona. L’anziano possidente, originario di Campobasso e residente a Napoli, si trovava da due settimane nella sua proprietà calabrese dove assisteva, come ogni anno al lavori per la vendemmia. I rapitori hanno agito con sicurezza lntroducendosi nella proprietà De Francesco, in località Pomodonna, nel cuore della notte e abbattendo la porta della casa padronale dove l’anziano medico, che è vedovo e sordo, dormiva da solo.

Non certamente svegliato dal rumore, il dottor De Francesco, prima di arrendersi, deve aver comunque opposto resistenza ai banditi in quanto l’abitazione è stata trovata a soqquadro e con segni evidenti di una colluttazione. A denunciare il sequestro è stato, ieri mattina, il fattore dell’azienda Vincenzo Marvelli di 69 anni che, abitando poco distante dalla casa padronale, aveva
avvertito durante la notte rumori sospetti. Data l’età e trovandosi n una località completamente isolata, il Marvelli ha dovuto aspettare il mattino prima di uscire di casa.

I banditi hanno cosi avuto parecchie ore di vantaggio per far perdere le loro tracce. Infatti le battute disposte dal carabinieri n tutta la zona non hanno portato ad alcun risultato.
g.m.

 

 

 

Fonte:  archiviolastampa.it
Articolo del 8 ottobre 1980
Rognoni in Calabria per l’ordine pubblico la «’ndrangheta» domina, nuovo sequestro
di Clemente Granata
Vittima un anziano medico di Campobasso strappato dal letto mentre sta dormendo.
Dall’inizio dell’anno si sono registrati 70 omicidi, 10 rapimenti, oltre 400 attentati dinamitardi.

CATANZARO — La notte scorsa in contrada Pomadonna nelle campagne di Bovalino presso la costa ionica. Vincenzo Marvelli, 67 anni, mezzadro, si sveglia di soprassalto. Qualcuno sta sfondando la porta della casa accanto dove riposa il medico Silvio De Francesco, 76 anni. De Francesco abita a Campobasso, ma quando giunge la stagione della raccolta delle olive si trasferisce a Bovalino dov’è proprietario di vasti appezzamenti di terreno. E adesso De Francesco che si trova nella casa padronale è in pericolo. Marvelli vorrebbe intervenire. Il terrore lo blocca. E poi è debole e anziano: che potrebbe fare? Il trambusto dura un po’, Marvelli non saprà dire quanto. Poi uno scalpiccio, il rumore di un’auto che si allontana. Ed è di nuovo silenzio profondo. Marvelli scende, la casa padronale è deserta. De Francesco scomparso, prelevato, rapito.

È il 74° sequestro della Calabria da quando (anno 1970) questo tipo di attività criminosa che prima era caratteristica esclusiva dell’Italia insulare e soprattutto della Sardegna, si estese nel continente ramificandosi in ogni direzione. Il «fatturato» dei rapimenti in Calabria si aggira attorno ai 50 miliardi. Il che costituisce una conferma: l’industria del sequestro è la meno rischiosa e la più redditizia. E al particolare allarme sociale che simili imprese delittuose suscitano, si aggiunge ora lo sgomento derivante dall’«anomalia» dell’ultimo sequestro nelle campagne di Bovalino. Mai i criminali avevano osato tanto, mai avevano catturato un ostaggio penetrando nella sua abitazione.

Si ripropone cosi con forza l’intera questione dell’ordine pubblico della regione colpita anche da una grave crisi economica resa più pesante dal naufragio del «decretone» che aveva previsto alcuni interventi a favore di zone bisognose d’aiuto come quella di Gioia Tauro, tema ricorrente ogni qualvolta si parla della Calabria depressa. E non è senza significato il fatto che alla visita compiuta nei giorni scorsi dal ministro della Giustizia Morlino, segua oggi e domani la visita del ministro dell’Interno Rognoni.

Morlino si è incontrato con i magistrati, si è reso conto delle paurose carenze degli organici (anche di quelli del personale ausiliario) carenze che rendono impossibile il normale funzionamento dell’apparato giudiziario. Rognoni, che giunge questa mattina all’aeroporto militare di Lamezia Terme, si recherà a Cosenza, Catanzaro e, dopo una visita alla scuola di guardie di Pubblica Sicurezza di Vibo Valentia, raggiungerà Reggio Calabria. Potrà in tal modo avere un quadro esauriente dello «stato della criminalità» in Calabria.

Cosenza e Catanzaro furono per lungo tempo esenti da attività delittuose di notevole rilievo, non si andava al di là di una malavita di piccolo cabotaggio che nel furto modesto e nello scippo d’occasione esauriva ogni velleità. La situazione si è modificata negli ultimi due anni con l’apparire dei sequestri a Cosenza, il più clamoroso dei quali rimane quello di Marco Forgione, e il rapido estendersi a Catanzaro e soprattutto nel territorio di Crotone dell’attività estorsiva a danno di commercianti e di titolari di cantieri edili, mentre ancora a Catanzaro gli attentati avvenuti nei primi mesi di quest’anno contro il palazzo della Regione e le sedi del partito comunista e della democrazia cristiana sono interpretati come gli abbozzi di un’attività terroristica carica di segni ambigui.

Ma ogni sguardo, ogni preoccupazione sono rivolti a Reggio Calabria e alla sua provincia. Là è il centro propulsore della «’ndrangheta», il cuore di quella associazione per delinquere gerarchicamente ordinata e suddivisa in gruppi minori, a ciascuno dei quali sono attribuite rigide competenze territoriali, che le istruttorie dei magistrati Collcchia e Cordova e la sentenza del giudice Tuccio nel processo ai «sessanta» dello scorso anno, pur coraggiose per il loro significato e per le innovazioni giurisprudenziali introdotte, sono riuscite soltanto a lambire non a inciderne la sostanza, come gli stessi protagonisti delle iniziative giudiziarie constatano con amarezza.

Le cronache di Reggio da qualche tempo a questa parte appaiono una sorta di bollettino di guerra dove gli omicidi, gli attentati e i rapimenti si susseguono a ritmo convulso e le statistiche devono essere aggiornate di continuo e rischiano di essere imprecise per difetto. Più di 70 omicidi dall’inizio dell’anno, più di 70 tentati omicidi, dieci rapimenti, 12 tentati rapimenti, oltre 400 attentati dinamitardi sono il segno inequivoco di una proliferazione delle attività criminose che non conosce precedenti.

Non tutto è sempre e necessariamente «’ndrangheta». Alcuni atti illegittimi appaiono sorti sotto il segno di un certo «spontaneismo», ma lo spontaneismo come hanno accertato gli inquirenti ha un raggio d’azione molto circoscritto. Si riproduce perché è la stessa «’ndranghete» a tollerarlo. La mole dei crimini è riconducibile in modo diretto o indiretto all’organizzazione mafiosa. E quest’ultima appare tanto più pericolosa quanto più accanto al volto feroce di chi organizza assassinii, estorsioni e sequestri, compare l’aspetto ambiguo di chi persegue obiettivi illeciti con mezzi che hanno l’apparenza della legalità. Siamo all’infiltrazione della «’ndrangheta» nel potere politico. Ma a questo punto il problema non può esaurirsi nell’ambito dell’ordine pubblico, anche se l’efficienza delle forze dell’ordine e dell’apparato giudiziario è di grande importanza.

 

 

 

Articolo da L’Unità del 14 Ottobre 1980
Trovato cadavere medico napoletano sequestrato in Calabria

Bovalino (RC) – Il dott. Silvio De Francesco, un medico di Napoli, sequestrato alcuni giorni fa in Calabria, è stato rinvenuto cadavere nelle campagne di Ferruzzano.

Il dott. De Francesco, che aveva 76 anni, sarebbe morto per i disagi sopportati dopo il rapimento.

Il medico, che svolgeva la sua professione a Napoli, nella zona di Santa Lucia, fu sequestrato nella notte tra il 6 e il 7 ottobre scorso, nella propria abitazione a Bovalino, in provincia di Reggio Calabria, dove si era recato, come faceva ogni anno, per concludere la vendita delle olive raccolte nei propri fondi e in quelli ereditati dalla moglie, appartenente alla famiglia dei baroni Di Blasio.

Subito dopo il rapimento, il figlio del De Francesco, Vittorio, sostenne che la situazione economica della famiglia non era tale da consentire il pagamento di un rilevante riscatto.

 

 

 

 

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