9 Febbraio 1981 Alessandria Della Rocca (AG). Uccisi Domenico Francavilla, Mariano Virone e Vincenzo Mulè (15 anni)

Foto dal libro Cosa Muta di Alfonso Bugea

Il 9 febbraio del 1981 lungo il fiume Platani, in territorio di Alessandria della Rocca nell’Agrigentino ci fu un sanguinoso agguato di Cosa Nostra. Le vittime, che si trovavano su un trattore quando i killer entrarono in azione, furono Domenico Francavilla, Mariano Virone e Vincenzo Mulè. Quest’ultimo, quindicenne, si trovò per caso in compagnia delle altre tre vittime, alle quali aveva chiesto un passaggio sul trattore per attraversare il fiume. Obiettivo dei killer era Liborio Terrasi, morto insieme agli altri, ritenuto il capo mafia di Cattolica Eraclea, entrato in conflitto con il boss di Ribera Carmelo Colletti, poi anche lui assassinato.

 

 

 

Articolo di La Stampa del 10 febbraio 1981
Mafia a Corleone 4 uccisi a lupara
I carabinieri «avvertiti» per telefono

AGRIGENTO — Esplosione di violenza mafiosa in provincia di Agrigento, con quattro vittime. Hanno sparato un’altra volta i fucili caricati con la micidiale lupara. La strage è avvenuta tra due paesini, Cianciana ed Alessandria della Rocca a nord di Agrigento vicino a Corleone, in un entroterra brullo, poverissimo, dóve l’unica alternativa alla disoccupazione da oltre un secolo è l’emigrazione. Uno degli uccisi aveva appena 16 anni e si chiamava Vincenzo Mulè.

Gli altri sono: Liborio Terrasi e Domenico Francavilla, di 47 e 32 anni, di Cattolica Eraclea, un paese sulla riviera meridionale, come Vincenzo Mulè. Il quarto, Mariano Virone, di 47 anni, invece, era di Raffadali in un altro centro agricolo dell’Agrigentino. Una telefonata anonima ha avvertito i carabinieri che in un incidente con un trattore in campagna erano rimaste uccise alcune persone. Giunti sul posto i militari dell’Arma si sono ben presto resi conto invece della verità. Mariano Virone, l’ucciso che era di Raffadali, comunque, costituisce in partenza una valida pista. Infatti Raffadali è insanguinato da una faida mafiosa che si sussegue da tre anni. Le vittime sono finora 12. L’ultimo regolamento di conti risale a pochi giorni fa, al 27 gennaio, con la spietata soppressione di Giuseppe Rancasi, di 30 anni e Giovanni Panarisi, di 35 anni.”

 

 

 

Articolo del 12 Febbraio 1981 da L’Unità
Eccidio di Raffadali: le vecchie cosche guardano oltreoceano
di Vincenzo Vasili
Una lunga catena di sangue sfociata nel massacro di lunedì – Inquietanti legami tra boss e settori politici – Appello del sindaco

RAFFADALI (Agrigento) Contadini, minatori, intellettuali, rivolte per il «pane e il lavoro». Poi le zolfatare smantellate, l’emigrazione, l’assalto all’impiego, il paese che si rigonfia di impiegati,  mentre molti, tanti, emigrano.
Cianciana, in provincia di Agrigento, dove sono morti in quattro l’altra sera per un agguato mafioso, è tradizionale e tipica « terra di rapina», per questo le indagini sulla nuova strage mafiosa  rischiano, come sembra, di arenarsi sull’alternativa (probabilmente fasulla) tra «vecchie» e «nuove» cosche.

Ad Altofonte, vicino Palermo, un paese molto simile a Cianciana, per anni la polizia, per spiegarsi una faida analoga a questa, andò invano appresso alla pista della vecchia mafia rurale e delle vendette di famiglia. Per scoprire, alla fine, che anche su quelle montagne la posta in gioco era la droga.

Accanto a Raffadali, neanche venti chilometri di strada, ci sono altri paesi come Aragona, S. Elisabetta, dove sino a qualche anno fa si ammazzavano per un pascolo, e adesso — la faida locale ha ormai gettato nel lutto una ventina di famiglie — ci si scanna con eguale e spietata ferocia per gli appalti e il traffico di droga.

Una delle quattro vtittime, sorprese dai killers sulla sponda del fiume Platani — Mario Virone, 46 anni, incensurato — veniva, appunto, da Raffadali. Quest’ultimo è un paese di contadini, dove proprio qualche giorno fa, sull’onda dell’emozione per un altro, duplice, omicidio, il sindaco comunista, Salvatore Di Benedetto (protagonista della lotta antifascista e della costruzione nella clandestinità del PCI) ha voluto lanciare alla popolazione e alle autorità dello Stato e della Regione un drammatico SOS, nella forma, singolare, di un manifesto contro la mafia, affisso a tutti gli angoli.

Stato e Regione  — dice l’amministrazione democratica di Raffadali devono ancora fare fino in fondo tutto il loro dovere per stroncare una violenza e un  imbarbarimento che ormai rischia di mettere in crisi la convivenza civile dei lavoratori, dei cittadini, degli onesti.
L’inchiesta sulla lunga catena di sangue che sconvolge Raffadali punta, infatti, sull’intreccio nuovo che si è stabilito tra vecchie e recenti cosche criminali, passate dai conflitti tipici della mafia rurale ai grossi «business» della droga e del cemento.

Troppi nomi, infatti, emersi  nella inchiesta di Palermo sui clan, che, in combutta con «Cosa nostra» hanno realizzato, nell’alveo del vecchio sistema di potere DC, la scalata ai grandi affari e ai delitti «politici» e «preventivi», coincidono con questa, solo geograficamente periferica, sequenza di dodici omicidi in tre anni.

La chiamano «la mafia delle province interne». Ma essa ha legami con le famiglie siculo-americane. Dentro c’è gente da sempre in odor dì mafia. Ma anche insospettabili professionisti, assessori comunali DC, commercianti.
Nel 1977 i carabinieri dì Agrigento e di Caltanisetta stilano un dossier inquietante, colgono alcune delle connessioni che stringono le organizzazioni mafiose d’Aragona e di Riesi con settori del potere politico: sono tutti capi elettori DC, don Totò Tuttolomondo — la prima vittima — i quattro della famiglia Di Giacomo (padre e tre figli), sterminata nel giro dei primi mesi del 1977.

E, l’anno dopo, quando in aperta campagna, in un altro tipico agguato mafioso, viene ucciso appena di ritorno dagli Stati Uniti, Pasquale Fretto, carico di dollari e con una storia da chili e chili di eroina venduta negli States, si comincia a vedere chiaro sulla vera origine del fiume di denaro sul quale scorre, con un ritmo impressionante, la sequenza, non ancora terminata, di attentati, agguati, intimidazioni. Suo fratello, Alfonso — il nuovo boss di Raffadali— lo scorso luglio diventa cosi uno dei capi lista dell’inchiesta sul «terminale» della Sicilia interna del traffico di eroina pilotato dalla mafia palermitana.

E che metodi gangsteristici si siano aperti una breccia anche nel cuore della Sicilia, nel luglio del ’78 lo dimostrerà ancora un delitto clamoroso: tre killers travestiti da agenti di PS bussano alla porta di Salvatore Lattuca (rintanato a casa da un anno, dopo un altro agguato) e l’uccidono, crivellandolo con 16 pistolettate. Il 27 gennaio scorso, due altri morti in piazza a Raffadali: Giovanni Panarisi, 30 anni, titolare di un’impresa di calcestruzzo, il fratello di un suo socio d’affari, Giuseppe Randisia.

Ora la macchia di sangue si allarga sino a Cianciana. Tremila e 770 ettari di territorio comunale. 168 improduttivi, delimitati da quattro corsi d’acqua. Fosso Cavalieri, Vallone Introiata, Vallone Ciniè, asciutti di estate, pieni e tremendamente rovinosi, lasciati senza argini, di inverno. Popolazione all’anagrafe: 7.779 unità. 6.038 residenti, 1.076 «assenti», vale a dire emigrati, ma la maggior parte dell’esodo composta da ventenni e trentenni e la statistica tarda a registrarlo. Si coltiva fave e grano, il vigneto stenta ad affermarsi: l’ultima storia «nera» di Cianciana (emblema di tanta parte della Sicilia interna) era, fino all’altro ieri, il sequestro nell’ottobre del ’55, in una grotta, del barone palermitano Francesco Agnello, musicologo, durato 55 giorni per la vittima, scontato in dieci anni di galera da un contano siciliano, Giuseppe Di Maria, un «morto di fame» che diventò bandito.

La mafia, a quei tempi, si occupava d’altro. Presidiava altrettanto sanguinosamente i confini dei feudi contro le lotte contadine: ora anche a Cianciana ha scoperto i «grandi affari». E torna a sparare e ad ammazzare.

 

 

 

Articolo di Rainews24.it dell’8.11.2002
Mafia. Ergastolo a boss Madonia per quadruplice omicidio

La pena dell’ergastolo e stata inflitta dai giudici della corte d’assise di Agrigento al palermitano Salvatore Madonia, 47 anni, accusato di avere fatto parte del commando che il 21 febbraio del 1981 uccise quattro persone, nella guerra di mafia tra le cosche mafiose agrigentine.

A chiamare in causa Madonia e stato il collaboratore Giovanni Brusca che ha rivelato di avere fatto parte anche lui del gruppo di fuoco. L’agguato avvenne lungo il fiume Platani, in territorio di Alessandria della Rocca nell’ Agrigentino.

Le vittime che si trovavano su un trattore quando i killer entrarono in azione,  furono Liborio Terrasi, Domenico Francavilla, Mariano Virone e Vincenzo Mulé. Quest’ultimo, appena dodicenne, si trovò per caso in compagnia delle altre tre vittime, alle quali aveva chiesto un passaggio sul trattore per attraversare il fiume.

Obiettivo dei killer era Liborio Terrasi, ritenuto il capo mafia di Cattolica  Eraclea, entrato in conflitto con il boss di Ribera Carmelo Colletti, poi anche lui assassinato. Per il quadruplice omicidio e stato già condannato al carcere a  vita Toto Riina, che diede il proprio assenso al delitto.

 

 

 

SENZA STORIA: vittime innocenti rubate dalla mafia, uccise dal piombo e dal silenzio
Alfonso Bugea, Elio Di Bella

Tratto dal libro Senza Storia di Alfonso Bugea e Elio Di Bella – Ed. Concordia, 2006

Imputato Brusca Giovanni: (…) Dunque un giorno dopo una riunione, che è venuto Carmelo Colletti a San Giuseppe Jato, incontrandosi con Salvatore Riina e mio padre. Dopodiché mi dissero di recarmi a Ribera per mettermi a disposizione di Carmelino Colletti. Dovevamo commettere uno, due … Perché veramente eravamo andati là per commettere diversi fatti criminosi. E allora ci siamo recati a Ribera nella concessionaria Fiat. Carmelo Colletti, dopo averci salutato e cose varie, che arrivammo nel tardo pomeriggio, ci accompagnò nella zona di Raffadali da una persona che poi con il tempo ho saputo che si chiamava Lillo, era Calogero Lauria. Lì abbiamo trovato, oltre a questo, pure delle persone palermitane che non facevano parte di Cosa nostra, però erano vicino a Carmelino Colletti, che l’adoperava per fare commettere omicidi a Ribera e dintorni. Dopodiché eravamo là a disposizione di questo Calogero Lauria, ad un dato punto ci porta in una casa di campagna, c’era una macchina rubata, armi. Ci attrezziamo e, dopo avere fatto il punto della situazione, dovevamo colpire non so se fratelli, o cugini, tali Vella. Abbiamo fatto dei tentativi andati a vuoto, perché non avevamo, come si suol dire, la battura precisa. Dopodiché abbiamo aspettato pure qualche altro giorno, si doveva commettere un altro fatto e non si andava in porto. A un dato punto questo Lauria ci indica, dice:”Ci sono altre persone, questi qua hanno l’abitudine di camminare su un trattore. Tutti quelli che sono su questo trattore li eliminate tutti, che non ci sono problemi, sono tutti parenti, tutti responsabili”. Ci indicò il posto, ci guidò, perché io in quella zona ci sono andato solo quella volta, quindi non so chiamarla. Eravamo vicino a un fiume, o torrente, comunque zona di campagna. E ci dice: “Passa solo questo trattore a tale ora, non ci sono problemi, potete fare quello che dovete fare”. Al che ci siamo messi lì ad aspettare, abbiamo atteso un quarto d’ora, venti minuti, il tempo che queste persone passassero. Appena questi con il trattore hanno attraversato il fiume, noi eravamo a bordo di una Fiat 128 di colore bianco, io e un certo Tanuzzo – poi scomparso per lupara bianca – era alla guida della macchina, a bordo di questa 128. Appena abbiamo avvistato il trattore, che ha attraversato il fiume, siamo scesi e subito ci siamo andati incontro. Abbiamo cominciato a sparare. Erano in tre, quattro le persone sul trattore e li abbiamo eliminati tutti senza, però, che sapessimo chi erano, chi non erano. Non sapevamo nulla. Dopodiché il trattore si è fermato, si è messo su una scarpata, si è messo un po’ di traverso, che si spaventavano pure che si stava ribaltando, c’erano queste persone. Poi io ho sparato con il fucile, altri con la pistola. Abbiamo completato l’operazione e ce ne siamo tornati a San Giuseppe Jato.

 

 

 

Vincenzo Mulè – Foto da: comunicalo.it

Fonte:  comunicalo.it
Articolo del 4 settembre 2014
Mafia: ricordato Vincenzo Mulè, il pastorello ucciso nella “strage del Platani”
di Calogero Giuffrida

 

Fu ucciso a soli quindici anni nella “strage del Platani” ordinata personalmente da Totò Riina nella seconda guerra di mafia scoppiata nel 1981. Adesso, a trentatré anni dal delitto, il ricordo del giovane pastorello Vincenzo Mulè di Cattolica Eraclea, ucciso perchè poteva diventare testimone scomodo di una faida mafiosa, rivive nelle giovani generazioni: a lui è stato dedicato il presidio territoriale di Libera, l’associazione guidata don Luigi Ciotti, inaugurato a Raffadali con una manifestazione in Piazza Europa. Insieme al coordinatore regionale di Libera in Sicilia, Umberto Di Maggio, hanno partecipato a Raffadali alla sottoscrizione del patto che lega le associazioni e i cittadini costituenti il presidio – che promuoverà iniziative per la legalità e per l’utilizzo a fini sociali dei beni confiscati alla mafia – i familiari della giovane vittima innocente della mafia, il difensore della famiglia, l’avvocato Salvatore Bellanca, il giornalista e scrittore Gaetano Alessi, l’incaricato del gruppo scout Agesci Sicilia Gaetano Cascino e il vice sindaco di Cattolica Eraclea Gaetano Veneziano Broccia. I giovani raffadalesi di Libera hanno scelto di dedicare il nuovo presidio territoriale a Vincenzo Mulè, di Cattolica Eraclea, nato il 23 luglio del 1965 e assassinato all’età di soli quindici il 9 febbraio 1981.
vincenzo mulèL’agguato avvenne lungo il fiume Platani, in territorio di Cianciana. Le vittime – che si trovavano su un trattore quando il commando di fuoco giunto da Corleone entrò in azione – furono Liborio Terrasi, 47 anni, e Domenico Francavilla, 32 anni, di Cattolica Eraclea, Mariano Virone 47 anni, di Raffadali e il giovane cattolicese Vincenzo Mulé. Obiettivo predestinato dei killer arrivati da Corleone su ordine di Riina – Salvatore Madonia e Giovanni Brusca, come rivelò poi lo stesso pentito – era l’allora boss di Cattolica Eraclea Liborio Terrasi, entrato in conflitto con il capo mafia di Ribera Carmelo Colletti (poi anche lui ucciso). Insieme a Terrasi furono uccise le persone che erano con lui, riconosciute poi vittime innocenti della mafia. Una carneficina definita all’epoca dai giornali la “strage del Platani”. “E’ motivo di orgoglio per noi cattolicesi – ha detto il vice sindaco di Cattolica Eraclea Gaetano Veneziano Broccia – il fatto che dei ragazzi di Raffadali abbiano intitolato il presidio di Libera a un nostro concittadino ucciso barbaramente dalla mafia a soli 15 anni mentre andava a lavorare per aiutare la sua famiglia. Così la storia di Vincenzo Mulè non finisce nel dimenticatoio”. “Per noi familiari – ha detto il fratello Pasquale Mulè – questo è un importante riconoscimento che ci riempie di emozione e che contribuirà a tenere vivo il ricordo di Vincenzo, un giovane innocente ucciso senza pietà dalla mafia”.

 

 

 

Fonte:  liberacartascritta
Articolo del 21 gennaio 2018
Vincenzo Mulè: un giovane innocente
di Floriana Lo Bosco

Vincenzo Mulè nasce a Cattolica Eraclea il 23 luglio 1965, da una famiglia molto umile, dedita al lavoro e al sacrificio. Inizia prestissimo per lui una vita fatta di sacrifici: Finite le elementari, decide di lasciare la scuola per andare a lavorare. Già alle prime ore dell’alba si reca in campagna per portare al pascolo il gregge di pecore e la mandria di mucche.

Si appassiona sin da subito a quel lavoro umile. Il suo impegno e la sua dedizione, permettono di portare avanti la società che il padre aveva fondato per ottenere lo spazio necessario al pascolo degli animali. La sua passione lo porta anche dedicarsi alla coltivazione del terreno e a convincere il padre all’acquisto di un trattore per offrire sempre più servizi ai clienti. Con lui e il padre, lavorava anche il fratello.

Era questa la vita semplice di un ragazzo normale, sincero, che credeva nel valore dell’amicizia: nonostante il pesante lavoro, non si privava del tempo da trascorrere con gli amici a giocare con quelli che erano gli svaghi di allora, come una partita a stecche.

La mattina del 9 febbraio 1981, per Vincenzo, si prospetta una giornata come tutte le altre.

Il suo dovere lo chiama nei campi, stavolta ad Alessandria della Rocca a sostituire il fratello, rimasto a casa per via di una febbre.

Si reca al lavoro insieme Liborio Terrasi, Domenico Francavilla, soci nel settore della pastorizia.

Al termine della giornata, salgono sul trattore che avrebbe permesso loro di oltrepassare il fiume Platani. Con loro, anche Mariano Virone, un raffadalese che usufruisce solamente del passaggio per fare rientro a casa.

Fu proprio in quel momento che sopraggiunsero, aprendo il fuoco, Brusca e Salvo Madonia.

Nel mirino dei killer, Liborio Terrasi. Ma la violenza non risparmiò nessuno.

Fu Carmelo Colletti a dare mandato di esecuzione a Brusca e Madonia per aiutarlo a risolvere problemi della zona, con la collaborazione di un certo Lauria.

L’ ordine dato consisteva nell’uccidere “quello che portava il trattore e tutti quelli che sono con lui, ma ha precisato di avere successivamente saputo che erano state uccise delle persone, tra le quali un ragazzo “ che nulla aveva a che fare” con il Colletti, il Lauria e la vittima designata.

Da uno stralcio delle deposizioni di Brusca: “Il trattore aveva appena superato il torrente quando io e Salvo Madonia e Tanuzzu siamo scesi e abbiamo fatto fuoco con le armi messe a disposizione. Le vittime erano tutte coperte, non li vedevamo in faccia, ci avevano detto tutti quelli che erano sul trattore e quindi noi…”

La sentenza della Corte di Assise di Agrigento Rg n°648/99 (così come confermato dalla Sent. n°4/2002 Rg 33/2001 della Sezione seconda della Corte di Assise di Palermo) ha riconosciuto colpevoli Riina Salvatore, nella qualità di mandante, Brusca Giovanni, Madonia Salvatore, per avere in concorso tra loro, e con Colletti Carmelo, Lauria Calogero e Garofalo Luigi cagionato la morte di Terrasi Liborio, Francavilla Domenico, Virone Mariano e Mulè Vincenzo.

 

 

 

Fonte:  mafie.blogautore.repubblica.it
Articolo del 14 marzo 2020
Vincenzo e la strage sul fiume Platani
di Emanuela Braghieri

Un’immagine spesso parla più di quanto una frase molto pensata possa comunicare.
Allo stesso tempo però, un secondo di vita congelato su carta potrebbe risultare assai limitante data una troppa superficialità in un osservatore disarmato.
Un qualunque essere vivente dotato di vista chiamato a descrivere la fotografia sovrastante, probabilmente porterebbe le lancette dell’orologio in un tempo parecchio remoto data l’assenza di colori, contrapposta alla presenza in primo piano di un trattore che giustificherebbe la sua collocazione in un plausibile campo. Un osservatore più attento, poi, noterebbe la macchina agricola in una posizione non conforme alla sua natura, in quanto leggermente inclinata rispetto all’orizzonte.
Un incidente. Quello stesso incidente che i carabinieri, avvertiti da una telefonata anonima, pensavano fosse accaduto mentre si dirigevano verso quella strage di mafia che oggi viene chiamata “Strage del Platani”.
Il 9 febbraio 1981, infatti, lungo il fiume Platani, tra Cianciana e Alessandria della Rocca a nord di Agrigento, lupare inizialmente ignote spararono colpi mortali che portarono via la vita a Vincenzo Mulè, Domenico Francavilla e Mariano Virone rispettivamente di 15, 32 e 47 anni, tutti incensurati.

Totò Riina fu il mandante della strage, colui che da Corleone mandò i killer Salvatore Madonia e Giovanni Brusca a seminare morte, con l’obiettivo di uccidere l’allora boss di Cattolica Eraclea Liborio Terrasi, entrato in conflitto con il capo mafia di Ribera, Carmelo Colletti, ucciso successivamente il 30 luglio 1983 in un agguato all’interno della concessionaria FIAT che gestiva. Racconta al processo Brusca: “Erano in tre, quattro le persone sul trattore e li abbiamo eliminati tutti senza, però, che sapessimo chi erano, chi non erano. Non sapevamo nulla. Dopodiché il trattore si è fermato, si è messo su una scarpata, si è messo un po’ di traverso, che si spaventavano pure che si stava ribaltando, c’erano queste persone. Poi io ho sparato con il fucile, altri con la pistola. Abbiamo completato l’operazione e ce ne siamo tornati a San Giuseppe Jato”.

Andy Warhol diceva che la cosa migliore di una fotografia è che non cambia mai, anche quando le persone in essa lo fanno.
Vincenzo Mulè era di Cattolica Eraclea e non si trovava lì per caso. Era un pastorello e lavorava per aiutare la famiglia, tra quelle infinite distese di campi coltivati a fave e grano. Quel giorno, però, “per caso” chiese ai tre uomini un passaggio sul trattore per attraversare il fiume. Ma quel trattore, invece di trasportare il piccolo Vincenzo nel posto desiderato, l’ha condotto verso la morte.

Quella foto che senza adeguata descrizione potrebbe essere confusa come un incidente, si è trasformata lentamente in sigillo certo ed immodificabile: Vincenzo è una giovanissima vittima innocente di mafia. Una morte “casuale”, accidentale. E la sua tragica fine va ricordata.

 

 

 

 

 

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