BORIS GIULIANO – La squadra dei giusti di Daniele Billitteri

BORIS GIULIANO – La squadra dei giusti
di Daniele Billitteri

Fonte: alibertieditore.it

Per la prima volta parlano i famliari del poliziotto che in soli tre anni mise a nudo Cosa Nostra,
fino a diventarne il nemico numero uno.

Con un inedito inserto fotografico.

Giorgio Boris Giuliano arrivò a Palermo alla fine degli anni Sessanta.
Ci sarebbe rimasto per più di dieci anni fino al giorno in cui vi morì, ucciso mentre pagava un caffè al bar, il 21 luglio 1979.
Era il capo della squadra mobile solo da tre anni. Ma era già il nemico numero uno di Cosa Nostra. Da commissario era arrivato a Palermo mentre la mafia stava attraversando una delle sue frequenti fasi di cambiamento e di adattamento ai tempi. Tempi d’oro. Era l’epoca del “sacco di Palermo”, delle migliaia di licenze edilizie firmate in una notte. Agli investigatori mancava una visione d’insieme. E arrivò lui. Nuovi metodi, nuove strategie. Duro, intelligente, capace di scavare nell’omertà, di riannodare i fili di una struttura allora magmatica e per molti versi sconosciuta, Cosa Nostra, che solo sei anni prima un pentito, Leonardo Vitale, aveva denunciato finendo in manicomio. Perché nessuno ci credeva. Ma la storia di Giuliano non è solo quella di un uomo, di un poliziotto, di un servitore dello Stato. È anche la stroria della nascita di un approccio nuovo alla lotta alla mafia. Giuliano era entrato relativamente tardi in Polizia.
Aveva avuto altre esperienze di lavoro; aveva compiuto anche scelte allora considerate coraggiose. A Palermo Giuliano costituì una squadra di giovani funzionari che la pensavano come lui. Che volevano cambiare la Sicilia. Fu una rivoluzione che diede clamorosi risultati. Fu, infatti, Giuliano a individuare nei rapporti tra la mafia siciliana e quella americana uno dei pilastri di Cosa Nostra, costruendo un solido rapporto di collaborazione con l’FBI.
E per questo era diventato un nemico da eliminare. E qui c’è tutto. L’uomo Giuliano: così lo raccontano il figlio Alessandro, adesso anche lui poliziotto, la moglie Maria, il fratello Nello. E ne ricordano la tenerezza, l’ironia, la passione. Ma c’è anche il poliziotto Giuliano: così lo raccontano gli uomini che erano con lui e hanno continuato il suo lavoro a Palermo, in Italia e in mezzo mondo. E c’è pure l’eroe Giuliano: quello cui i bimbi di Palermo ancora guardano, ogni volta che gli viene intitolata una scuola o una strada, come il primo simbolo della lotta alla mafia. Perché se è vero che fu presto ucciso, è altrettanto vero che il seme era stato gettato.

 

Articolo del 16 Luglio 2008 da  ricerca.repubblica.it
Boris Giuliano lo sceriffo giusto
di Attilio Bolzoni

E’ cominciato tutto là dentro, nelle stanze buie di un antico convento fra le torri e i bastioni del potere siciliano. Il Palazzo dei Normanni, la curia arcivescovile, le caserme degli alti comandi militari. E’ cominciato tutto verso la metà di quel 1979 quando è morto il poliziotto più amato della città. Ucciso, preso alle spalle da un sicario di mafia. Poi la Sicilia è scivolata nella sua tragedia. L’ ex convento era il quartier generale della Squadra Mobile di Palermo, il poliziotto si chiamava Giorgio Boris Giuliano. Tutti ancora lo ricordano, molti non l’ hanno mai incontrato, in pochi conoscono la sua storia. A quasi vent’ anni dalla morte un libro racconta per la prima volta la vita dello «sceriffo». Così era chiamato quel poliziotto con i baffi spioventi, il primo funzionario del Ministero degli Interni italiano invitato alla scuola dell’ Fbi a Quantico. E per la prima volta parlano anche gli uomini e le donne che gli sono stati più vicini. La mogli e Maria, le figlie Emanuela e Selima, il fratello Nello, il figlio Alessandro che oggi anche lui fa il poliziotto. E’ Daniele Billitteri, suo amico e allora cronista di «nera» de L’ Ora – il quotidiano delle grandi battaglie siciliane – che ha scritto Boris Giuliano, La Squadra dei Giusti (Aliberti Editore, pagg. 221) e ricostruito quella Palermo degli anni ’70 avvolta nel mistero. Dalle Giuliette al tritolo ai Corleonesi che conquistano la Sicilia, dall’ uccisione del procuratore capo della repubblica Pietro Scaglione alla scomparsa del giornalista Mauro De Mauro. Tutti «casi» finiti sulla scrivania dello «sceriffo», delitti eccellenti, lupare bianche, stragi, le vicende palermitane che stavano annunciando l’ assalto allo Stato di Cosa Nostra. Il libro scava tanta fra le pieghe intime di un poliziotto arrivato a Palermo alla fine del 1963, su sua domanda alla sezione «Omicidi». Al fianco ha Bruno Contrada, l’ altro famoso «sbirro» di Palermo che dopo i massacri dell’ estate 1992 sarà arrestato e poi condannato per concorso in associazione mafiosa. Daniele Billitteri insiste sulla profonda amicizia fra i due non dimenticando le risultanze processuali (Contrada è praticamente accusato di avere tradito dopo l’ omicidio di Boris), riporta testimonianze, rievoca le paure di Palermo alla fine di quel decennio. Un capitolo del libro è dedicato al 21 luglio 1979. Stanzone di cronaca del quotidiano L’ Ora, otto e un quarto del mattino, tre giornalisti dietro le loro scrivanie ascoltano la radio che capta le frequenze della polizia. C’ è anche lui, Billitteri. Le prime comunicazioni sono confuse: «Attenzione, attenzione per tutti», è una voce che arriva dalla centrale operativa agli equipaggi delle «volanti». E poi: «Attenzione, sparatoria in via Di Blasi, bar Lux». Il bar sotto la casa del capo della squadra mobile. E ancora: «Trattasi di un omicidio, la vittima è un avventore». Un’ ultima comunicazione proviene dall’ agente della «volante 25», che era appena arrivato in via Di Blasi: «Centrale, la vittima era armata. Un attimo, un attimo… Pronto centrale… è il dottor Giuliano. Ripeto: hanno ammazzato Boris Giuliano».

 

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *