Corleone (PA): 28 Gennaio 1995 Giuseppe Giammona, 23 anni – 25 Febbraio 1995 Giovanna Giammona e suo marito Francesco Saporito

Corleone (PA):
28 Gennaio 1995 Giuseppe Giammona, 23 anni
25 Febbraio 1995 Giovanna Giammona e suo marito Francesco Saporito

Corleone (PA). Una storia che ha dell’incredibile. Giuseppe Giammona fu assassinato il 28 gennaio 1995 nel proprio negozio di abbigliamento, la sorella Giovanna il 25 febbraio mentre era in auto assieme al marito, Francesco Saporito. La donna protesse col proprio corpo il figlio che teneva in braccio, sul sedile anteriore. Il bambino, che allora aveva un anno e mezzo, rimase miracolosamente illeso, così come il fratellino di quattro anni che dormiva sul sedile posteriore.
Per i boss il sospetto era che i Giammona fossero coinvolti in un fantomatico progetto, ispirato dalle cosche perdenti, per rapire il figlio del capomafia Totò Riina. Il processo agli esecutori e ai mandanti dell’uccisione è stato celebrato tra la fine degli anni ’90 e i primi anni del 2000, davanti alla Corte di Assise di Palermo. Imputati erano Leoluca Bagarella, Leonardo e Vito Vitale, Giovanni Brusca considerati gli autori materiali degli omicidi e Giovanni Riina, allora incensurato, figlio del capomafia Salvatore Riina. La Corte di Assise ha condannato tutti gli imputati e sancito che «non emerge alcun minimo elemento che conforti l’ipotesi di legami o contatti di qualsiasi genere stabiliti tra Giuseppe Giammona e persone o comunque a gruppi o ambienti della criminalità organizzata».
Nel 2012 alla famiglia, la madre dei Giammona ed ai nipoti che lei sta crescendo, è stato riconosciuto lo stato di famigliari di vittime innocenti di mafia.

 

 

 

Fonte: https://archivio.unita.news/assets/main/1995/01/29/page_011.pdf
Articolo del 29 gennaio 1995
Corleone Pace infranta: assassinato commerciante

CORLEONE (Palermo).  Un assassinio portato a compimento con lo stile di una vera e propria esecuzione: viene così spezzata.  dopo anni dl tranquillità la «pace» nella cittadina di Corleone, patria dl Totò Riina e delle cosche vincenti della malia siciliana. È accaduto ieri sera, in via Bentivegna, in un negozio di abbigliamento. Giuseppe Giammona, 22 anni, il proprietario, era accanto al banco assieme alia sua fidanzata quando due sicari hanno fatto irruzione, armi alla mano.

Secondo una prima ricostruzione, i due hanno mirato direttamente alla testa di Giuseppe Giammona e hanno fatto fuoco molte volte uccidendolo all’istante davanti alla fidanzata, T. C., atterrita.
Al delitto non avrebbero assistito altri testimoni.

In un primo tempo, gli inquirenti avevano preso in considerazione anche l’ipotesi dl un tentativo di rapina ma poi hanno accantonato la pista.  Giammona non aveva precedenti penali e, stando alle prime Informazioni, non aveva rapporti con personaggi o ambienti in odor di mafia.

II delitto si presenta di difficile decifrazione anche perché quei colpi di pistola hanno infranto il silenzio delle armi durato diversi anni.

In virtù del suo essere patria delle cosche vincenti, Corleone ha goduto dl una lunghissima, anche se forse solo apparente, tranquillità, del tutto anomala rispetto ad altre zone calde della regione in cui I boss sono particolarmente attivi e dove, a tratti, si consumano sanguinosamente antichi rapporti di rivalità e vendette tra famiglia e famiglia per il controllo dell’industria del crimine. Si tratta ora dl appurare se il giovane commerciante abbia In qualche modo sfidato l’ordine dei corleonesi.

 

 

 

Fonte: ricerca.repubblica.it
Articolo del 26 febbraio 1995
COPPIA ASSASSINATA SOTTO GLI OCCHI DEL FIGLIO
di Francesco Viviano

CORLEONE – Sono stati uccisi a colpi di pistola davanti agli occhi atterriti del figlioletto di due anni. Assassinati a bruciapelo a Corleone, la patria di Luciano Liggio, Totò Riina, Bernardo Provenzano. Le vittime sono Francesco Saporito di 30 anni e la moglie, Giovanna Giammona di 27.

È stata una vera e propria esecuzione, un agguato con modalità tipicamente mafiose. Un duplice delitto compiuto ad un mese esatto dall’omicidio del fratello di Giovanna Giammona, Giusto, di 23 anni, ucciso all’ interno del suo negozio nel centro del paese. È una mattanza. Quella famiglia deve essere sterminata. Perché? È un mistero. Un giallo. Il giallo di Corleone.

Già un mese fa, il 28 gennaio scorso, quando dopo vent’anni a Corleone si è tornati a sparare uccidendo in maniera plateale Giovanni Giammona, polizia e carabinieri erano impegnati nel tentativo di dare una spiegazione a quel delitto compiuto certamente da due sicari, giunti da Palermo e con “licenza di uccidere”. Il giovane venne assassinato, trucidato con colpi di pistola davanti alla fidanzata che venne graziata. Lo uccisero con otto proiettili l’ultimo dei quali, il colpo di grazia, gli spappolò il cervello. I sicari agirono a viso scoperto usando due pistole da professionisti del crimine, una calibro 38 ed una 9 per 21, come quelle in uso a polizia e carabinieri. Un omicidio che non poteva essere compiuto senza l’assenso di Cosa nostra.

Corleone è nota nel mondo per avere dato i natali a Luciano Liggio, Totò Riina, Provenzano e Bagarella, è però sempre stata una zona “off-limits”. È certamente uno dei paesi più tranquilli del mondo, niente rapine, niente furti, niente scippi, niente di niente. E invece ieri sera i sicari sono tornati a sparare ancora. Francesco Saporito e Giovanna Giammona sono stati assassinati poco dopo le 21. Marito e moglie viaggiavano a bordo di una Fiat Uno bianca con il loro figlioletto di due anni che dormiva sul sedile posteriore della vettura. La macchina di Saporito si è dovuta bloccare quando una Fiat Punto con a bordo tre persone, dopo averla superata, si è fermata improvvisamente.

Due killer armati di pistola sono scesi dall’ autovettura, si sono avvicinati a quella di Saporito ed hanno cominciato a sparare da distanza ravvicinata. Marito e moglie sono stati raggiunti da almeno quattro proiettili ciascuno, mentre il loro figlioletto, terrorizzato ed in lacrime, si è ranicchiato in un angolo della Fiat Uno ed è stato “graziato”. Il piccolo ha riportato soltanto un’ escoriazione al viso, probabilmente provocata dai frammenti di vetro del parabrezza andato in frantumi.

Compiuto il duplice delitto gli assassini sono fuggiti e la loro automobile è stata ritrovata qualche ora dopo dai carabinieri a pochi chilometri di distanza dal luogo dell’assassinio. Alcuni automobilisti hanno soccorso il bambino che è stato portato prima in ospedale e subito dopo presso i parenti della madre. Sul posto sono intervenuti polizia e carabinieri e sono stati organizzati posti di blocco, ma senza nessun esito. I killer sono riusciti a far perdere le loro tracce così come un mese fa, quando uccisero Giusto Giammona.

Ci si chiede perchè tanto accanimento contro la famiglia Giammona che fino a qualche mese fa era una come tante altre, che non aveva mai fatto “discutere”. Ma qualcosa ha scatenato la mattanza, la vendetta. Una vendetta certamente “autorizzata” da Cosa nostra, dai corleonesi, che non permetterebbero, se non per un motivo “gravissimo”, che nel loro paese si spari, attirando l’ attenzione delle forze dell’ ordine e dell’ opinione pubblica.

 

 

 

Francesco Saporito e Giovanna Giammona – Foto da archiviolastampa.it

 

Fonte:  archiviolastampa.it
Articolo del 27 febbraio 1995
Rotta la tregua nel regno di Cosa Nostra
di Antonio Ravidà
Corleone: una coppia l’ultimo bersaglio. La donna ha salvato il bimbo facendogli da scudo
Tre omicidi dopo 16 anni

CORLEONE Ha fatto da scudo con il proprio corpo, a quello del figlioletto di due anni, contro i proiettili degli assassini. Così è morta Giovanna Giammona, 27 anni, una delle due vittime del secondo delitto che ha segnato la fine della pax mafiosa a Corleone, il paese di Riina. L’altra vittima è suo marito, Francesco Saporito, 30 anni. Erano diretti in pizzeria, con il loro bambino, dov’erano attesi da amici. Poi l’arrivo dei killer con Kalashnikov e pistole, l’inferno di proiettili, la morte.

Giovanna era la sorella di Giusto Giammona, 24 anni, caduto in un agguato la sera del 28 gennaio nel suo negozio di generi d’abbigliamento in via Bentivegna, sempre nel centro del paese. Fu risparmiata la sua fidanzata che uno degli assassini, prima di sparare, spinse a terra dietro al bancone.

C’è un superstite anche stavolta: il bambino di Francesco e Giovanna, Antonino, di 2 anni appena, salvato dall’ultimo atto d’amore di sua madre. Nel lunotto posteriore della loro «Fiat Uno» spicca un adesivo con la scritta «bimbo a bordo», per invitare alla prudenza, che, adesso, ha un sapore amaro. Figurarsi quanta possano averne avuta gli assassini che con un’altra «Fiat Uno» rubata hanno affiancato in via Crispi quella dei Saporito. Il disoccupato è stato colpito per primo e, perso il controllo della guida, ha urtato contro un’auto in sosta. I killer non hanno rinunciato a sparare ancora e hanno rivolto le armi anche contro la donna raggiunta in testa e nelle spalle.

Dopo duecento metri, il commando ha abbandonato l’auto con i passamontagna che per non farsi riconoscere aveva indossato durante l’assalto. Oltre al caricatore di un Kalashnikov c’erano molti giornali inzuppati di benzina perché la vettura avrebbe dovuto essere incendiata, cosa che nella fretta gli assassini non hanno fatto. Una dimenticanza o un scelta? Hanno comunque proseguito la fuga su un’altra auto che si sono fatti consegnare da due fidanzati dopo averli minacciati con le armi.

In ospedale Antonino è stato portato dai soccorritori. Piangeva ed era insanguinato. Il medico di guardia ha ben presto accertato che era illeso e quello che lo imbrattava era il sangue della madre. L’inchiesta è coordinata dal sostituto procuratore della Repubblica Giuseppe Fici che ovviamente ha subito stabilito il nesso con il delitto del 28 gennaio.

Ma perché tanto accanimento contro i Giammona? Si pensa a una vendetta trasversale per il filo di parentela che essi hanno con Giacomo Riina, zio del boss, e con i Leggio, chiamati «Fria» che però da anni risiedono vicino a Bologna. Il clima a Corleone, dove non si sparava da 16 anni, adesso è pesante. Qualche preavviso c’era stato comunque: la rottura dell’insegna stradale intitolata a Falcone e Borsellino attribuita inizialmente a due figli di Riina e il 14 dicembre, dopo un precedente «avvertimento» al sindaco Giuseppe Cipriani, del pds, un messaggio con minacce di morte ancora al sindaco e a due poliziotti ora allontanati dal paese.

Con fiaccolate e varie altre manifestazioni Corleone si era ribellata. La commissione antimafia aveva visitato il paese dove perfino l’Eti, l’Ente teatrale italiano, con la presenza di Pino Caruso, aveva testimoniato la sua solidarietà. Adesso Cipriani dice perplesso: «Aspettiamo un segnale forte dallo Stato e, se verrà, credo che i cittadini non molleranno. Le recenti minacce sono ben poca cosa rispetto a questi gravissimi delitti che non ci aspettavamo. Ci sentiamo spiazzali». Un segnale è arrivato dal nuovo prefetto di Palermo, Serra: ha convocato per domani, a Palermo, il comitato per l’ordine pubblico e la sicurezza.

 

 

 

Articolo da La Stampa del 24 Novembre 2001
È carcere a vita per il figlio di Riina
di Lirio Abbate

 È carcere a vita per il figlio di Riina Giovanni, 25 anni, primogenito del boss di Corleone, è colpevole di 4 omicidi. Il pm: «Non è condannato perché porta quel nome». Il giallo di un giudice popolare che prima della sentenza dà forfait.

PALERMO La famiglia Riina ha atteso l’esito della sentenza della III sezione della Corte d’assise nella propria abitazione di Corleone. Ninetta Bagarella ha voluto attorno i tre figli ed il genero, Tony, fresco sposino di Concetta. Tutti si sono tenuti lontani dall’aula giudiziaria in cui veniva inflitto l’ergastolo a Giovanni Riina, 25 anni. Una condanna che pesa, un fardello pesante per lui e per l’intera famiglia del boss Totò che ha appreso la notizia nella sua cella del carcere di Ascoli.

I giudici (uno dei giudici popolari della Terza sezione della Corte di Assise di Palermo ha rinunciato all’incarico all’ultimo momento ed è stato sostituito prima che la Corte entrasse in camera di consiglio) hanno riconosciuto il figlio maggiore del capomafia corleonese colpevole di quattro delitti compiuti nel ’95, in particolare per quello di Antonio Di Caro, un laureato in Agraria, strangolato a mani nude dal rampollo di casa Riina che allora aveva 19 anni. Per questo «battesimo del fuoco», racconta Giovanni Brusca, «il ragazzo era gasato, non stava nella pelle per la gioia di aver ucciso» e lo zio Leoluca Bagarella «ne andava fiero». Lo ha fatto, hanno detto i pm Vittorio Teresi e Alessandra Serra (quest’ultima trasferita a Forlì) durante la requisitoria con la quale hanno chiesto la condanna all’ergastolo, per «provare agli altri boss della cosca la freddezza e la capacità di sopprimere una vita umana».

«Questo non era il processo al figlio del boss – ha spiegato il pm Teresi -, Giovanni Riina non è stato condannato per il cognome che porta. Qui era imputato per omicidio e noi siamo riusciti a produrre ai giudici le prove della sua colpevolezza». Nella cella dell’aula bunker del carcere di Pagliarelli, il giovane Riina (rispetto ad alcuni anni fa ha cambiato completamente look, vestendo alla moda) ha atteso la lettura del dispositivo di sentenza passeggiando nervosamente. Quando la corte è uscita, Giovanni si è ritirato in un angolo ed è rimasto immobile fino a quando il presidente Angelo Monteleone ha dichiarato chiusa l’udienza. Lui ha fatto cenno all’avvocato di parlargli e i due hanno scambiato poche parole, poi si è sistemato in fondo alla cella dando le spalle al banco della Corte e con la testa chinata in avanti ha atteso gli agenti della polizia penitenziaria per la traduzione in carcere.

I quattro figli di Totò Riina, nati tutti in clandestinità durante la latitanza del padre in una delle migliori cliniche della città, sono cresciuti nel lusso e vivendo in grandi ville di Palermo a causa della latitanza del boss durata quasi trent’anni. La loro ultima abitazione, fino al 15 gennaio 1993, giorno dell’arresto del capo di Cosa nostra, è stata una sfarzosa villa in via Bernini alla periferia di Palermo, con tanto di piscina e bagni con vasca idromassaggio. A Corleone i figli di Riina e la madre, Ninetta Bagarella, arrivano il pomeriggio del 13 gennaio di otto anni fa, subito dopo l’arresto del padre. Giovanni si fa subito notare, scorrazzando in paese con la sua moto enduro, rimanendo coinvolto anche in qualche rissa davanti a una discoteca. In breve tempo i ragazzi si creano le loro amicizie, Giovanni ha la sua comitiva di ragazzi; il fratello Salvo frequenta altri coetanei e la sorella Concetta conosce Tony, che ha poi sposato nei mesi scorsi.

Il dubbio che componenti di una cosca rivale possano sequestrare qualcuno della sua famiglia, si insinua alla fine del ’94 nella mente di Giovanni Riina che inizia a sospettare di alcuni compaesani, in particolare dei fratelli Giammona. Ipotesi poi smentita dagli investigatori: non vi era alcun pericolo per i Riina. La paura però per Giovanni si fa sempre più forte e per questo ne parla con lo zio Leoluca Bagarella. Il boss non perde tempo, dopo una serie di «accertamenti» individua i Giammona e decide di passare all’azione con la complicità di Giovanni Brusca (condannato a 12 anni) e Leonardo Vitale (condannato all’ergastolo).

Quello che accade nel gennaio del ’95 lo raccontano i pentiti. Ed è con le loro dichiarazioni che si fa luce sugli omicidi: Giuseppe Giammona muore con una scarica di proiettili nel suo negozio di abbigliamento a Corleone. Un mese dopo vengono uccisi in macchina, con fucili a pallettoni e pistole a tamburo, anche Giovanna Giammona (la sorella di Giuseppe) e suo marito Francesco Saporito, si salva il figlio di un anno, rimasto incolume e adesso parte civile attraverso la nonna, Caterina Somellini con l’avvocato Canneto Franco. La donna ha assistito alla lettura del dispositivo accanto al suo legale e con lei anche il sindaco di Corleone, Giuseppe Cipriani, che si era costituito parte civile. «Le tesi accusatorie della Procura – questo il primo commento del procuratore capo di Palenno, Piero Grasso – sono state accolte dai giudici».

 

 

 

Articolo del 16 Febbraio 2010 da LiveSicilia
Niente benefici per la vittima di mafia
di Giovanni Franco (ANSA)

Si costituì parte civile contro i boss che le uccisero nel 1995 a Corleone due figli e il genero. Ma ora Caterina Somellini, 68 anni, è amareggiata. A distanza di 15 anni il ministero dell’Interno ha rigettato la sua richiesta, per ottenere i benefici previsti per i familiari delle vittime della criminalità di tipo mafioso, presentata anche nella qualità di tutrice dei suoi due nipoti, rimasti orfani. “Non me lo aspettavo, non credevo che respingessero la mia pratica”, dice. Ma il Viminale ha ritenuto che non sarebbe stata raggiunta la “prova obiettiva della sussistenza dei requisiti oggettivi per l’ottenimento dei benefici e cioé della totale estraneità della vittima e del beneficiario ad ambienti e rapporti delinquenziali”.

Il figlio della Somellini, Giuseppe Giammona fu assassinato il 25 gennaio nel proprio negozio di abbigliamento, la sorella Giovanna il 28 febbraio mentre era in auto assieme al marito, Francesco Saporito. La donna protesse col proprio corpo il figlio che teneva in braccio, sul sedile anteriore. Il bambino, che allora aveva un anno e mezzo, rimase miracolosamente illeso, così come il fratellino, di quattro anni, che dormiva sul sedile posteriore. Il processo agli esecutori e ai mandanti dell’uccisione è stato celebrato tra la fine degli anni ‘90 e i primi anni del 2000, davanti alla Corte di Assise di Palermo.

Imputati erano Leoluca Bagarella, Leonardo e Vito Vitale, Giovanni Brusca considerati gli autori materiali degli omicidi e Giovanni Riina, allora incensurato, figlio del capomafia Salvatore Riina. Per i boss il sospetto era che i Giammona fossero coinvolti in un fantomatico progetto, ispirato dalle cosche perdenti, per rapire il figlio del capomafia. La Corte di Assise ha condannato tutti gli imputati e sancito che ”non emerge alcun minimo elemento che conforti l’ipotesi di legami o contatti di qualsiasi genere stabiliti tra Giuseppe Giammona e persone o comunque a gruppi o ambienti della criminalità organizzata”. Ma afferma il capo della polizia, Antonio Manganelli: “la legge impone che ci sia la prova certa che il beneficiario o la vittima richiedenti siano totalmente estranei a contesti criminali.

La commissione ministeriale ha preso questa decisione perché la totale estraneità dei due Giammona alla criminalità non è stata provata”. I legali della Somellini, gli avvocati Mario Milone e Carmelo Franco, hanno anticipato che proporranno ricorso alla decisione del Ministero. “E se il caso ci rivolgeremo anche al Presidente della Repubblica perché riteniamo ingiusto questo rifiuto”.

Caterina Somellini in questi anni ha scelto di stare in silenzio. E di condurre una vita ritirata. Ma ora intende farsi ascoltare: “Nessun potrà ridarmi i miei figli ma vorrei ottenere quello che mi spetta dalla legge – afferma – per aiutare e dare un futuro migliore ai miei nipoti rimasti orfani e che sono ancora minorenni”. E aggiunge: “In questi anni sono rimasta a Corleone, da dove non mi sono mai mossa. Ho continuato a vivere facendo tanti sacrifici e guardando avanti con dignità. Credo però che lo Stato debba sostenere chi lo aiuta a combattere la mafia”. A sostenere la sua domanda è stato anche l’ex sindaco di Corleone Pippo Cipriani, anche lui costituitosi parte civile per il Comune.

 

 

 

Articolo del 30 Aprile 2011  da  corleoneinforma.blogspot.com
Risarcimento al Comune di Corleone per il danno all’immagine arrecato dalla mafia

I boss Leoluca Biagio Bagarella ed Enzo Salvatore Brusca fratello di Giovanni, dovranno risarcire il comune di Corleone con 300mila euro per il danno all’immagine subito in relazione agli omicidi di: Giuseppe Giammona avvenuto in città il 28.01.1995 ed a quello dei coniugi Anna Giammona e Francesco Saporito avvenuti il 25 febbraio dello stesso anno.

Anna Giammona, sorella di Giuseppe, al momento del suo assassinio teneva in braccio il figlioletto Antonino Saporito che allora aveva solo un anno e mezzo. Il piccolo rimase miracolosamente illeso perché protetto dall’abbraccio della madre.

Il comune di Corleone, è stato assistito dall’avvocato Carmelo Franco: “Questo provvedimento completa un importante percorso iniziato con Pippo Cipriani, che per la prima volta ha ritenuto di costituirsi parte civile in un processo per omicidi di mafia, impegno continuato dal sindaco Nino Iannazzo – dice l’avvocato Carmelo Franco – Una scelta storica che oggi sancisce: che gli enti locali hanno diritto ad un risarcimento dei danni subiti a seguito di delitti di mafia avvenuti sui loro territori”. I due boss sono stati condannati anche al pagamento delle spese legali per complessivi 6.103 euro. Il dispositivo della sentenza, porta la firma del giudice monocratico di Corleone dottor Francesco Antonino Cancilla del Tribunale di Termini Imerese ed è stata notificata ai tutori dei due boss.

Come si ricorderà le indagini su quegli omicidi mafiosi del 1995, furono condotte anche con l’ausilio di alcuni collaboratori di giustizia e portarono al rinvio a giudizio di Leoluca Bagarella e di Enzo Salvatore Brusca. Il comune di Corleone con il sindaco del tempo Pippo Cipriani si costituì parte civile. “ Allora – ricorda Cipriani – la città visse un momento di terrore. Il capo della Polizia Ferdinando Masone ci telefonò per incoraggiarci ed il prefetto Achille Serra convocò a Corleone il comitato per l’ordine e la sicurezza. Il procuratore Giancarlo Caselli in quella occasione garantì ogni sforzo possibile per assicurare alla giustizia gli autori degli omicidi. Sarebbe bello concedere a queste personalità – conclude Cipriani- un riconoscimento per il loro impegno a fianco della città”.

Brusca e Bagarella furono condannati all’ergastolo in tutti e tre i gradi di giudizio. Al comune di Corleone fu riconosciuta una provvisionale di 150 milioni (77.468,53 euro). Nella vicenda, si legge nella sentenza (…gli efferati crimini commessi dai mafiosi corleonesi, ampiamente divulgati dai mezzi di comunicazione, hanno leso gravemente la reputazione della città di Corleone nell’opinione pubblica nazionale ed internazionale, violando l’identità della città, finendo per creare un clima di pesante intimidazione mafiosa e di paura…. .., che ha reso la cittadina poco attrattiva per qualsiasi investimento idoneo alla crescita economica e sociale della città, vista come luogo emblematico del dominio esercitato dalla criminalità organizzata”.

“ La sentenza ha un doppio valore morale e giuridico – ha dichiarato il sindaco Nino Iannazzo – in quanto ha riconosciuto la sofferenza della nostra comunità nel vivere con la criminalità mafiosa organizzata, riconoscendo un risarcimento economico per ripagare la violazione dell’ordinata vita civile dei corleonesi. Ciò ripaga questa comunità che , anche quando i riflettori si sono spenti, ha continuato a percorrere la strada del cambiamento e della legalità. Peccato che questo risarcimento economico oggi è vanificato dalla nuova disciplina del fondo di solidarietà cui gli enti pubblici non possono accedere”.

 

 

 

Articolo del Corriere del Mezzogiorno del 24 febbraio 2012 
La mafia le uccise figli e genero nel 1995, Napolitano la riconosce vittima di mafia
di Simona Licandro

Lo status le era stato negato dal ministero dell’Interno nel 2010, ora otterrà i benefici previsti dalla legge

PALERMO – La mafia le ha ucciso i figli e il genero nel 1995 a Corleone. Uno dei nipotini si salvò per miracolo dall’agguato perché la madre lo coprì con il suo corpo proteggendolo dalle pallottole. A Caterina Somellini, madre delle vittime e nonna di due bambini rimasti orfani, è stato riconosciuto dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano lo status di vittima di mafia che le era stato negato dal ministero dell’Interno nel 2010. Caterina Somellini, assistita dagli avvocati Carmelo Franco e Mario Milione, ha vinto la sua battaglia. Dopo essersi costituita parte civile nel processo, la donna, che ha presentato il ricorso anche nella qualità di tutrice dei propri nipoti, otterrà i benefici previsti per le vittime della criminalità di tipo mafioso.

«Potevamo fare ricorso al Tar – ha spiegato l’avvocato Carmelo Franco – oppure rivolgerci a presidente della Repubblica. Abbiamo scelto questa seconda strada ed è stata fatta giustizia. Adesso il provvedimento è irrevocabile». Il figlio di Caterina Somellini, Giuseppe Giammona fu assassinato il 25 gennaio nel proprio negozio di abbigliamento, la sorella Giovanna il 28 febbraio mentre era in auto assieme al marito, Francesco Saporito. La donna protesse col proprio corpo il figlio che teneva in braccio, sul sedile anteriore. Il bambino, che allora aveva un anno e mezzo, rimase miracolosamente illeso, così come il fratellino di quattro anni che dormiva sul sedile posteriore.

Il processo agli esecutori e ai mandanti dell’uccisione è stato celebrato tra la fine degli anni ’90 e i primi anni del 2000, davanti alla Corte di Assise di Palermo. Imputati erano Leoluca Bagarella, Leonardo e Vito Vitale, Giovanni Brusca considerati gli autori materiali degli omicidi e Giovanni Riina, allora incensurato, figlio del capomafia Salvatore Riina. Per i boss il sospetto era che i Giammona fossero coinvolti in un fantomatico progetto, ispirato dalle cosche perdenti, per rapire il figlio del capomafia. La Corte di Assise ha condannato tutti gli imputati e sancito che «non emerge alcun minimo elemento che conforti l’ipotesi di legami o contatti di qualsiasi genere stabiliti tra Giuseppe Giammona e persone o comunque a gruppi o ambienti della criminalità organizzata».

 

 

Altre fonti:

http://archiviostorico.corriere.it/1995/dicembre/07/Volevano_rapire_Gianni_Riina_uccisi_co_0_9512079485.shtml

http://archiviostorico.corriere.it/2001/novembre/09/sentenza_processo_Giovanni_Riina_figlio_co_0_0111096881.shtml

http://www.repubblica.it/online/cronaca/riinadue/figlio/figlio.html

 

 

Fonte:  corleonedialogos.it
Articolo del 24 febbraio 2012
Corleone: Il Capo dello Stato riconosce che Giuseppe, Giovanna e Francesco sono vittime innocenti di mafia.   <
di Giuseppe Crapisi

Era il 28 Gennaio del 1995 in una Corleone che stava vivendo la sua primavera contro la mafia del dopo stragi un omicidio riscaldò quel freddo pomeriggio. Infatti, nel suo negozio di Via Bentivegna venne freddato il giovane Giuseppe Giammona che era con la sua fidanzata. Ricordo ancora che quella sera mi recai in quel luogo per piangere quell’amico conosciuto nella Banda Musicale di Corleone, ero incredule e con il sangue gelato.

Quella è stata la prima volta che ho toccato con mano cosa fosse la mafia, quella mafia che strappa l’essenza ad un giovane che era pieno di vita. Non lo potrò mai dimenticare. Quello fu proprio un omicidio di mafia come lo è stato quello che vide la morte, circa un mese dopo, della sorella Giovanna Giammona e del cognato Francesco Saporito. Nella macchina con loro c’erano i loro due figli che rimasero fortunatamente illesi. Per l’omicidio furono condannati, tra gli altri, Brusca e Gianni Riina, figlio maggiore di Totò.

Il Comune di Corleone e la signora Caterina Somellini, mamma di Giuseppe e Giovanna Giammona, si costituirono parte civile. La signora, tutrice dei nipotini rimasti senza genitori, chiese il riconoscimento di vittime innocenti di mafia. Tale riconoscimento un anno fa non arrivò, infatti per il ministero dell’interno non c’era la prova oggettiva della sussistenza dei requisiti. La signora Somellini già durante il processo dichiarò al Corriere della Sera che: “Non abbiamo mai avuto contatti con la mafia… ma non mi fido di voi giornalisti, non so come stanno le cose. Credo nella giustizia divina, in Gesu’, che sa cosa deve fare…”.I legali e i familiari non si sono dati per vinti ed hanno fatto ricorso al Capo dello Stato. Finalmente ad un anno di distanza il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha riconosciuto loro lo status di vittima della mafia. Il Sindaco di allora Pippo Cipriani ha affermato che “allora quegli omicidi scossero la Città, ma per la prima volta i familiari si sono costituiti parti civile nel processo per ottenere il riconoscimento di vittime innocenti di mafia. Questo di oggi è un fatto importante per la memoria collettiva, specie perché è un riconoscimento del Capo dello Stato”. L’attuale Sindaco di Corleone Antonino Iannazzo ha continuato dicendo che questo “è l’ultimo tassello mancante per la definizione processuale di questa bruttissima vicenda. Oltre al risarcimento economico finalmente c’è il riconoscimento di status giuridico di vittime innocenti di mafia. Ciò mette la parola fine al calvario dei giovani Saporito e della famiglia Giammona, i quali anche se non riavranno l’affetto dei loro cari hanno la dimostrazione che lo Stato è presente e che vuole garantire loro giustizia. Assisteremo, come Comune di Corleone, la famiglia per l’accesso ai benefici previsti da tale riconoscimento.”. Un’altra bella pagina è stata scritta per la Città di Corleone e credo che dovremo fare il possibile affinché il 17 Marzo per la giornata della Memoria e dell’impegno, che si terrà a Genova, siano ricordati anche Francesco Saporito e Giuseppe e Giovanna Giammona.

 

 

 

Fonte:  stampacritica.it
Articolo del 29 febbraio 2016
L’uccisione dei Giammona
di Patrizia Vindigni

La bestia a volte dorme per lunghi periodi. Non è in agguato, attende solo di risvegliarsi, per agire, per cacciare, per realizzare con barbarie i propri piani, a volte per tutelare se stessa nei propri figli. All’origine dell’omicidio di Giuseppe e Giovanna Giammona, fratello e sorella, pare vi sia stato un inutile, non necessario, tentativo di difendere i figli del boss Totò Riina da un rapimento.

I Riina pare avessero avuto notizia che dei rivali, facenti parte delle cosche perdenti sul territorio, stessero preparando un piano contro di loro e che, in questo piano, fossero coinvolti i membri della famiglia Giammona. Questa ipotesi aveva portato alla decisione di eliminare i presunti responsabili di un’eventuale futura azione contro la famiglia di uno dei boss di Corleone. Dalle successive testimonianze di pentiti di Cosa Nostra, tra cui Giovanni Brusca, si è poi saputo che non solo non vi era la certezza dell’esistenza di questo piano, ma anche che i Giammona erano del tutto estranei alla parte mafiosa di Corleone.

Bagarella e Riina però decisero che occorreva agire e questo anche contro il parere negativo di Bernardo Provenzano, che non avrebbe voluto creare inutile attenzione su Corleone.

La sorte dei Giammona fu quindi designata. Nel gennaio 1995 Giuseppe Giammona fu ucciso nel suo negozio. Un mese dopo, il 25 febbraio, in un agguato di chiaro stampo mafioso, degli assassini spararono contro l’auto in cui si trovava Giovanna Giammona, con il marito Francesco Saporito e i due figlioletti. Giovanna e Francesco non sopravvissero ai colpi esplosi contro di loro, mentre il bambino di pochi mesi, tutelato dal corpo dalla mamma che gli fece scudo, e quello di quattro anni, che si trovava sul sedile posteriore, furono trovati sani e salvi all’interno dell’auto. Miracolosamente vivi.

Nel processo che ne seguì fu ascritta una responsabilità per queste uccisioni anche al figlio di Totò “u curtu”, Giovanni Riina anche se, materialmente, non partecipò agli agguati.

Tre morti per tutelarsi da un rapimento su cui non vi era neanche la certezza che fosse stato progettato ma la bestia assopita si era svegliata e aveva morso fino ad uccidere.

La madre dei Giammona, Caterina Somellini, costituitasi parte civile, ha lottato per ottenere giustizia e ha dovuto faticare per ottenere il riconoscimento di familiare di vittima di mafia, riuscendoci nel 2012 grazie all’intervento del Presidente della Repubblica Napolitano, proteggendo in questo modo i figli di Giovanna Giammona, i bambini sopravvissuti all’agguato.

 

 

 

Dal libro: Dead Silent  Life Stories of Girls and Women Killed by the Italian Mafias, 1878-2018 di Robin Pickering Iazzi University of Wisconsin-Milwaukee, rpi2@uwm.edu

 

 

 

 

 

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