17 Febbraio 1989 Tradate (VA) Scompare Andrea Cortellezzi, 22enne figlio di un piccolo industriale.

Foto da Archivio foto dell’Unità

Tradate (VA), Andrea Cortellezzi, 22enne figlio di un piccolo industriale di laterizi, scomparso il 17/02/1989. Ritenuto un ragazzo strano, gli inquirenti non credono al rapimento; polemiche dopo che l’anonima sequestri  ha fatto ritrovare il suo orecchio mozzato. Morì per un’infezione all’orecchio tagliato.

 

 

 

 

 

Fonte:  ricerca.repubblica.it 
Articolo del 27 luglio 1993
‘DOPO IL TAGLIO DELL’ ORECCHIO CORTELLEZZI MORÌ D’INFEZIONE’

MILANO – Andrea Cortellezzi, il ragazzo ventiduenne di Tradate rapito quattro anni fa e del quale non si sa più nulla dal 5 agosto dell’89, sarebbe morto in Calabria durante la detenzione per un’infezione subentrata dopo il taglio dell’orecchio che i rapitori inviarono alla famiglia insieme con la richiesta del riscatto. Il suo cadavere sarebbe poi stato gettato in un pozzo artesiano. Ma queste non sarebbero le sole agghiaccianti novità di quel tragico sequestro. Secondo una ricostruzione pubblicata ieri dal Tempo, il ragazzo sarebbe finito nelle mani della ‘ndrangheta dopo essere stato rapito da una banda di balordi emiliani. La gang di Parma, incapace di gestire un’operazione complessa, delicata e rischiosa come un lungo sequestro, avrebbe preferito cedere il suo prigioniero agli esperti calabresi. Prezzo dell’affare: 50 milioni. La ricostruzione avrebbe il conforto di alcuni riscontri affidati adesso alla magistratura. Il padre di Cortellezzi, però, non ne sa assultamente nulla. Ecco come viene ricostruita nei particolari la terribile sequenza che porta alla morte il giovane di Tradate. Andrea Cortellezzi si allontana per sua volontà da casa nel febbraio dell’89. Motivo della fuga: una ragazza, con la quale avrebbe avviato una relazione. La giovane, però, ha anche un altro uomo, un tossicodipendente, e per procurargli la droga è costretta a prostituirsi. D’ accordo con una banda di balordi di Parma, la coppia organizza il sequestro di Andrea con l’intenzione di chiedere il riscatto al padre: il ragazzo viene tenuto ostaggio in una cascina e da Parma parte la prima richiesta di riscatto. Ma qualcosa, a questo punto, non funziona più e Andrea viene ceduto alla ‘ ndrangheta, viene trasferito nel Vibonese, dove parte la seconda fase del sequestro, il taglio dell’orecchio e poi la morte.

 

 

 

Articolo del Corriere della Sera del 27/07/93
Una ragazza attirò in trappola Cortellezzi.
di Paolo Biondani

TRADATE (Varese) . Spunta una nuova verità sul rapimento di Andrea Cortellezzi, fin dall’ inizio etichettato come “caso anomalo”. Quel mattino del 17 febbraio 1989 il ragazzo, allora ventiduenne, avrebbe simulato il sequestro per sparire invece assieme a una ragazza, una tossicodipendente fidanzata con un piccolo spacciatore. Insomma, una “vittima consenziente”, che accetta di seguire i due amici fino a Parma. Partita la prima richiesta di riscatto (3 miliardi), però, la coppia viene assassinata dai complici: una banda locale che poi vende Cortellezzi all’ Anonima calabrese. Quindi il tragico epilogo: il rapito, mutilato di un’orecchio, muore a causa dell’infezione. “Non ho ancora letto i giornali e non so se lo farò, dice Pierluigi Cortellezzi, piccolo industriale di laterizi .. In 4 anni e mezzo, sul rapimento di mio figlio ne ho sentite di tutti i colori. Dalla Procura di Varese non ho ricevuto alcuna comunicazione ufficiale. Purtroppo penso che per loro il caso sia chiuso”. Le nuove rivelazioni giungono da “Sos Impresa”, l’associazione antiracket creata a Saronno nel 1991, dopo la morte di Libero Grassi, da Paolo Bocedi, 44 anni, e Angelo Langella, 42. Il primo aveva dovuto chiudere il suo negozio di mobili dopo aver fatto arrestare 9 taglieggiatori, il secondo si era visto distruggere il bar da un’attentato. In questi mesi i due difensori d’ ufficio dei commercianti lombardi hanno condotto un’indagine privata e informale sul caso Cortellezzi, raccogliendo testimonianze anche in ambienti vicini alla malavita. E qualche giorno fa Bocedi si è presentato a Palazzo di giustizia a Varese per una deposizione fiume e consegnare un dossier che ricostruisce la presunta fuga volontaria finita in tragedia. Il procuratore Giovanni Pierantozzi “non conferma né smentisce” che i carabinieri abbiano già trovato i primi riscontri alla “pista emiliana”. “Ho l’ obbligo tassativo di non violare il segreto istruttorio, si limita a dire Bocedi, e intendo rispettare l’impegno preso con il giudice. Posso solo aggiungere che i carabinieri hanno avviato accertamenti. La denuncia è considerata attendibile”. Di un “sequestro di consenziente”, per Andrea Cortellezzi, si era parlato subito. Voci incontrollabili accusavano una banda della zona, piccoli delinquenti incapaci di gestire un rapimento, di aver venduto l’ostaggio ai carcerieri dell’Anonima. Prezzo: 50 milioni. Di nuovo c’è il ruolo della ragazza che, stanca di prostituirsi per una dose, avrebbe convinto Andrea, d’accordo con il fidanzato tossicodipendente, a spillare soldi al padre ingegnere. Di fatto la prima lettera dei rapitori, recapitata a Tradate 20 giorni dopo la scomparsa del giovane, porta il timbro di Reggio Emilia. Ma sul fascicolo giudiziario la scritta “sequestro” compare solo a fine luglio, quando a casa Cortellezzi, dopo 24 telefonate e tre missive, da Locri arriva in una busta l’orecchio mozzato all’ostaggio. “Andrea, ricorda papà Cortellezzi, è scomparso tra le 6.15 e le 7.30 del mattino. Un’ora più tardi avevo già firmato la denuncia di sequestro di persona. Ma gli inquirenti erano scettici. Per sei mesi nessuno ha prelevato le impronte digitali dalla Renault 5 di mio figlio, abbandonata nel bosco. L’ultima telefonata dei rapitori risale al 25 agosto di quattro anni fa. Da allora più nulla, se non l’annuncio che secondo il capo della polizia, Vincenzo Parisi, per il mio Andrea non c’è più speranza”

 

 

Articolo dal Corriere della Sera del 24 febbraio 1995
Cortellezzi, il pozzo dei misteri
di Andrea Biglia
I resti di un corpo 80 metri sotto terra. Il pm: ” Recuperate le ossa ”
Si riapre il caso del ragazzo di Tradate rapito, il padre: “Ormai ho perso ogni speranza”

VARESE . Nelle profondità di questo pozzo artesiano colmo d’acqua fino al pelo, del diametro di 65 centimetri, lungo un muro della vecchia cartiera abbandonata nella brughiera di Cairate, i sequestratori di Andrea Cortellezzi (di lui finora è tornato a casa solo un orecchio mozzato) potrebbero avere scritto l’ ultimo degno capitolo della loro feroce storia. Ieri sera gli inquirenti, dopo che le telecamere avevano “visto” a 80 metri sotto terra qualcosa che potrebbe essere uno scheletro inchiodato a un blocco di cemento, hanno compiuto un sopralluogo. Un paesaggio da incubo, immerso nella nebbia: capannoni fatiscenti, calcinacci che continuano a cadere, vetri rotti, il gracchiare delle cornacchie a volo basso fra cumuli di rifiuti di ogni genere, la carcassa dell’ auto chissà quanto tempo fa data alle fiamme. Il p.m. di Busto Arsizio, Gianluigi Fontana: “La probabilità sarà una su mille. Ma non possiamo lasciare nulla di intentato”. Dunque si tenterà il recupero. Occorrerà trovare gli strumenti adeguati per ripescare dalle viscere della terra quel mucchietto di ossa. Possono davvero essere i resti di Andrea, scomparso il 17 febbraio di sei anni fa, sul quale i sequestratori, dopo una girandola di messaggi contraddittori e il macabro plico postale, calarono la cappa del silenzio? Appena, l’altra sera, una tv locale aveva dato la notizia del presunto ritrovamento da parte di tecnici che controllano lo stato delle falde, papà Cortellezzi, l’ingegner Pierluigi, villetta a Tradate, una piccola impresa di laterizi, si era precipitato alla ricerca della possibile ultima traccia di Andrea nel labirinto dei capannoni dismessi lungo l’Olona. Proprio pochi mesi dopo la scomparsa del giovane, una segnalazione aveva detto di cercare nella cartiera, a pochi chilometri dalla fornace dei Cortellezzi dove quella mattina Andrea doveva andare ad aprire l’azienda e invece non è mai andato: trecento uomini, aiutati da elicotteri e cani poliziotto, avevano buttato all’aria tutto il vasto perimetro degli stabilimenti. Niente. Adesso, pochi giorni dopo che la madre Anna, nel sesto anniversario, ha lanciato un disperato appello (“Restituiteci almeno il corpo”), il riaprirsi della “pista” della cartiera si carica di angosciosa attesa. Papà Cortellezzi però scuote la testa: “A questo punto non credo e non spero più in nulla. Ne ho passate tante in sei anni. E anche questa volta noi siamo gli ultimi a essere informati. Tutto quello che so l’ho letto sui giornali”. Tragico bivio davanti ai genitori: da una parte poter almeno piangere sopra una tomba; dall’altra, se di nuovo la cartiera si rivelasse una pista falsa, l’ obbligo di continuare ad alimentare una impossibile, folle speranza. A quale delle due ipotesi cercano di aggrapparsi in queste ore? No, non chiedetelo all’ ingegner Cortellezzi. “È meglio non pensarci neppure . dice .. Attorno a noi vedo solo un tremendo buio”. Una cosa però il padre di Andrea la vuole ancora sottolineare: “Ma quale sequestro anomalo… In tutto questo tempo, oltre a sbattere la testa contro il muro degli inquirenti che verso di noi hanno fatto sempre le sfingi, ci siamo sentiti messi quasi dalla parte dei colpevoli: sequestro anomalo, come chissà quali cose coprisse il rapimento… Io mezz’ora dopo avevo già denunciato la scomparsa di Andrea. “Mi hanno fregato il ragazzo” ero corso a dire ai carabinieri. C’è scritto nei verbali. E invece mi sono sentito accusare di avere quasi cercato di tenerlo nascosto. Sono magari loro che, prima di muoversi, hanno lasciato perdere troppo tempo”. “Ma quale anomalia, insiste: tutti i sequestri sono diversi l’uno dall’altro, purtroppo mi sono dovuto fare una cultura. Anche quelli Casella e di Celadon, che pure sono stati compiuti dalla stessa organizzazione”. Ora, dopo il sopralluogo del magistrato di Busto, il pozzo di Cairate è stato sigillato e il mistero celato nel suo profondo è piantonato in attesa dell’operazione di recupero che non si preannuncia facile. Gli inquirenti invitano alla prudenza. Non è sicuro che siano resti umani. E poi il Varesotto conta altre vittime dell’ Anonima mai restituite, da Emanuele Riboli (‘ 74) a Tullio De Micheli (1975). A un primo sommario controllo sembra comunque da scartare l’ipotesi che un uomo, o un animale, possa essere precipitato casualmente in fondo al budello. L’ apertura è troppo stretta, un corpo vivo, agitandosi, sarebbe riuscito facilmente a bloccare la caduta. Quel laccio a un piede e il blocco di cemento individuati, pare, dalla telecamera aiutano piuttosto a ricostruire il film di come ci si può liberare di un corpo morto, che non serve più. Se fosse proprio quello del giovane di Tradate, la girandola dei messaggi dell’Anonima, il plico con l’orecchio mozzato imbucato in una cassetta delle lettere di Locri (Reggio Calabria), capitale della ‘ndrangheta, sarebbero solo un tragico gioco per deviare le indagini. Andrea nelle mani dei banditi non sarebbe andato molto lontano.

 

 

 

 

 

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