17 Febbraio 1989 Tradate (VA) Scompare Andrea Cortellezzi, 22enne figlio di un piccolo industriale.

Foto da Archivio foto dell’Unità

Tradate (VA), Andrea Cortellezzi, 22enne figlio di un piccolo industriale di laterizi, scomparso il 17/02/1989. Ritenuto un ragazzo strano, gli inquirenti non credono al rapimento; polemiche dopo che l’anonima sequestri  ha fatto ritrovare il suo orecchio mozzato. Morì per un’infezione all’orecchio tagliato.

 

 

 

 

 

Fonte:  archiviolastampa.it
Articolo del 11 luglio 1989
Lo «scomparso» era rapito
di Giuseppe Zaccaria
I giudici «informati dalla mafia» di un sequestro a Varese mai denunciato
In una busta a Locri l’orecchio di un giovane

LOCRI. Una lettera vergata con grafia incerta, un portasapone di plastica, e dentro un altro orecchio mozzato. In piena «campagna d’Aspromonte», ieri i giudici di Locri hanno scoperto così, con stupore e rabbia, che le ricerche, le battute in grande stile, i «blitz» a ripetizione di elicotteri e uomini armati non puntano a scoprire le prigioni di cinque sequestrati, ma di sei.

Ce n’era un altro che, incredibilmente, nessuno aveva segnalato: si chiama Angelo Andrea Cortellezzi, ha 22 anni, è figlio di un costruttore di Tradate, in provincia di Varese. Era scomparso da quasi cinque mesi, ma dalle sue parti pensavano a una fuga d’amore. Adesso una foto fatta ritrovare in una cassetta postale lo ritrae con l’orecchio mozzato, la barba lunga e una catena al collo; in una lettera, il giovane implora i genitori di pagare. Sono le otto e un quarto di ieri, all’ufficio postale di Locri arriva una telefonata: «Nella cassetta c’è un pacco per la Gazzetta del Sud». Gli impiegati avvertono i carabinieri, che lo aprono. Avvolta intorno alla custodia per saponette, la foto di un giovane con la barba lunga. All’interno, un brandello di carne umana. L’hanno ripreso di profilo, l’ostaggio, usando una «Polaroid»: l’orecchio sinistro è mozzato nella parte superiore. Al collo, una catena fermata da un vistoso lucchetto. Poi una patente, intestata ad Andrea Cortellezzi e una lettera scritta dal giovane: «Vi prego, pagate. Voglio tornare a casa, non ce la faccio più». La richiesta è di tre miliardi. A Locri si scatena il putiferio.

Ma chi è quel Cortellezzi, quando è stato rapito, come mai il suo nome non emerge neanche dai terminali della Criminalpol? Fra la Procura, la base del «nucleo antisequestri», il Viminale, l’ufficio dell’alto commissario Domenico Sica cominciano a incrociarsi telefonate sempre più surreali, messaggi sempre più irati. Un giudice sbotta: «Se ci nascondono perfino i rapiti, allora torniamocene a casa…». Sica, raccontano, manifesta l’intenzione di chiedere un definitivo chiarimento su ruoli, competenze e soprattutto sul significato del termine «coordinamento».

Poi, dalla Procura di Varese, le prime imbarazzate spiegazioni. È vero, quel ragazzo risulta scomparso dal 17 febbraio scorso ma nessuno, a Tradate, aveva dato credito alla tesi di un sequestro. Viene descritto come personaggio singolare, Andrea Cortellezzi: spesso si allontanava da casa per chiudersi in lunghe pause di meditazione. Quello di metà febbraio, all’inizio era parso solo come un viaggio un po’ più lungo degli altri. Almeno fino a quando ai genitori del giovane era giunta la prima telefonata. «Vostro figlio ce l’abbiamo noi — comunicava una voce dall’accento meridionale —, preparatevi a pagare». Poi altre telefonate, altri messaggi, fra cui due lettere spedite da Locri. Eppure per magistrati e carabinieri del Varesotto era solo una «scomparsa». Qualcuno aveva pensato che il giovane Cortellezzi si fosse inventato tutto, per ottenere soldi dalla famiglia. I più benevoli ipotizzavano l’impresa di una banda di dilettanti.

Rocco Lombardo, procuratore di Locri, non nasconde l’amarezza, anche se tenta di sfumare i toni polemici. «Mi chiede se è vero che una persona era stata rapita da 5 mesi senza che ne sapessimo nulla? È proprio così. A noi la notizia è giunta ora, del tutto inaspettata. Certo, a indagare su quell’episodio sono i giudici di Varese, la competenza è loro. Ma almeno una comunicazione, una segnalazione, una telefonata…».

 

 

 

Fonte:  archivio.unita.news
Articolo del 12 luglio 1989
Mutilato per dire: «È un sequestro»
di Aldo Varano
Secondo i sanitari l’orecchio di Cortellezzi è stato mozzato non più tardi di domenica scorsa.
Smentita la Criminalpol. Un suo rapporto riservato parlava di «vittima presunta» e di «ragazzo non normale».

Dai medici una terribile conferma: un colpo secco di forbice ha mozzato la parte superiore dell’orecchio sinistro di Andrea Cortellezzi. Non esistono più dubbi: l’Anonima ha spedito per posta proprio un brandello umano. Aperta dal sostituto Cario Macrì un’inchiesta per accertare com’è stato recapitato il macabro plico.  Fino all’ultimo gli inquirenti non hanno creduto all’ipotesi del sequestro.

LOCRI. La rudimentale operazione, è stato spiegato, non risale a più di 24 ore dalle analisi dei medici dell’ospedale di Locri. Fatti i calcoli, il “chirurgo” della ‘ndrangheta è entrato in azione al massimo domenica mattina e deve aver “operato” lì vicino. Insomma, le probabilità che anche Andrea Cortellezzi, il ragazzo sparito da Tradate il 17 febbraio scorso, sia chiuso in una cella dell’Aspromonte, sono altissime.

Ora a Locri, tra esperti e tribunale, circola un sospetto atroce: l’ignobile mutilazione a cui il ragazzo è stato sottoposto è in qualche modo conseguenza degli errori che gli inquirenti avrebbero accumulato nella vicenda di Andrea. Perché le cosche hanno lanciato un messaggio così devastante proprio in questo momento? Per terrorizzare tutti gli altri parenti dei prigionieri, ma anche perché il sequestro Cortellezzi si trascinava ormai da troppo tempo senza trattativa, in un clima in cui la cosca lo gestisce non veniva presa in considerazione da nessuno, nonostante telefonate, prove scritte e foto, confusa con qualche mitomane o addirittura, con una sceneggiata messa in piedi con l’aiuto dello stesso Andrea.  Da qui il bisogno di far sapere all’opinione pubblica che Andrea è prigioniero della ‘ndrangheta, che chi lo ha catturalo ha intenzione di fare sul serio, e vuole che l’opinione pubblica sappia come stanno le cose, perché nessuno possa poi dire, in particolare i familiari di Andrea, che loro non avevano sospettato quella tragedia. «C’è un particolare significativo» spiegano gli inquirenti «il plico è stato inviato ai giornalisti, non alla famiglia o ai carabinieri. Obiettivo era quello, raggiunto, di far sapere all’opinione pubblica che Andrea è in mano all’Anonima veramente».  Insomma, dai clan una sfida allo Stato.

In procura a Locri nessuno ha voglia di parlare di questa nuova drammatica partita che la mafia dei sequestri ha aperto all’improvviso ed in modo clamoroso.  Ma la polemica, sotterranea e rovente, si respira fin tra i corridoi dell’ultimo piano del tribunale, dove un procuratore e due sostituti devono fronteggiare un’emergenza che dura da sempre.  Sabato scorso i magistrati erano volali a Roma per un super vertice riservato con l’Alto commissario Sica. C’erano tutti i magistrati che si ritrovano per le mani qualche sequestro. I calabresi ed i pavesi di Casella, i vicentini di Celadon, i pugliesi di Patini, i toscani di Belardinelli, ma dei giudici di Varese neanche l’ombra. Lì da Sica, a cominciare da lui stesso, nessuno sapeva niente ed anche chi sapeva, o perlomeno aveva il dubbio, è rimasto zitto. Il dito accusatore è puntato contro la procura di Varese, che fino all’ultimo non ha creduto che Andrea fosse stato rapito. Una ipotesi inizialmente legittimata dalla stessa famiglia, ma via via diventata sempre più concreta dopo l’arrivo delle telefonate e delle prime lettere, soprattutto di quella imbucala a Locri.

Ma la polemica più dura è con la Criminalpol. C’è chi sostiene che si sia scelto di tener nascosto il sequestro per non gettare altra benzina sul fuoco acceso da mamma Casella.  L’immagine dei nostri 007, già malridotta da quella donna scavata dal dolore che andava in giro a mostrarsi Incatenata come il figlio che lo Stato non riusciva a restituirle, era già fin troppo per i vestici della Criminalpol e per il ministro Gava. Da qui la decisione di correre il rischio e di star zitti su Andrea Cortellezzi, la “voglia di credere” che il giovane fosse in realtà scappato da casa per una storia, come insinuano gli investigatori lombardi “giallo-rosa”. Un errore che ha forse concesso all’ Anonima un vantaggio ormai incolmabile.

Di certo, un rapporto riservatissimo della questura di Milano arrivato in Calabria nelle scorse settimane parla di Andrea come di «vittima presunta» e sostiene che il ragazzo è «non normale psichicamente» e prende per buona, senza ulteriori approfondimenti, la testimonianza raccolta «dall’Arma di Tradate» a metà marzo, cioè una ventina di giorni dopo il sequestro, secondo cui il ragazzo sarebbe stato visto libero e contento in un bar della zona. In più il rapporto avverte che L’ingegnere Cortellezzi è «contrario ad ogni forma di patteggiamento o di trattativa» fino al punto di aver rifiutato qualsiasi proposta dei telefonisti di nominare un intermediario, per decidere modi, tempi e modalità del rilascio. Una contrarietà radicale dell’ingegnere, dice la polizia, che avrebbe perfino chiesto ai telefonisti della ‘ndrangheta di non telefonare più e di lasciarlo in pace.

 

 

 

Fonte:  archiviolastampa.it
Articolo del 13 luglio 1989
SEQUESTRO CORTELLEZZI – Il padre: «Sono pronto a trattare»

VARESE. «Sono pronto a trattare con i rapitori di mio figlio Andrea». Pierluigi Cortellezzi, il padre del ventunenne di Varese rapito il 17 febbraio scorso, lo ha annunciato ieri, rispondendo così all’ultimatum dei sequestratori che gli avevano fatto pervenire un orecchio dell’ostaggio. La decisone è stata comunicata al procuratore della Repubblica di Varese, Giovanni Pierantozzi, nel corso di un incontro al quale erano presenti anche un fratello e la zia del rapito.

Successivamente, rivolto ai giornalisti, Pierluigi Cortellezzi, che appariva provato dall’angoscia di questi 5 mesi di attesa, ha detto: «Da domani vi chiedo il silenzio stampa, ogni notizia potrebbe ostacolare le trattative».

Ha poi ricordato di avere denunciato subito la scomparsa del figlio e spiegato che proprio Andrea si occupava della rivendita di laterizi nella piccola azienda di famiglia. La fornace per la produzione di mattoni è ferma da alcuni anni, ora è rimasto solo il commercio, ma da quando Andrea è scomparso anche questo è praticamente fermo: un ulteriore ostacolo nella ricerca dei fondi necessari per il pagamento del riscatto.

A proposito della cifra richiesta dai rapitori e delle possibilità economiche della famiglia, Cortellezzi ha detto che «io non ho mai trattato miliardi».

 

 

 

Fonte:  ricerca.repubblica.it 
Articolo del 27 luglio 1993
‘DOPO IL TAGLIO DELL’ ORECCHIO CORTELLEZZI MORÌ D’INFEZIONE’

MILANO – Andrea Cortellezzi, il ragazzo ventiduenne di Tradate rapito quattro anni fa e del quale non si sa più nulla dal 5 agosto dell’89, sarebbe morto in Calabria durante la detenzione per un’infezione subentrata dopo il taglio dell’orecchio che i rapitori inviarono alla famiglia insieme con la richiesta del riscatto. Il suo cadavere sarebbe poi stato gettato in un pozzo artesiano. Ma queste non sarebbero le sole agghiaccianti novità di quel tragico sequestro.

Secondo una ricostruzione pubblicata ieri dal Tempo, il ragazzo sarebbe finito nelle mani della ‘ndrangheta dopo essere stato rapito da una banda di balordi emiliani. La gang di Parma, incapace di gestire un’operazione complessa, delicata e rischiosa come un lungo sequestro, avrebbe preferito cedere il suo prigioniero agli esperti calabresi. Prezzo dell’affare: 50 milioni. La ricostruzione avrebbe il conforto di alcuni riscontri affidati adesso alla magistratura.

Il padre di Cortellezzi, però, non ne sa assultamente nulla. Ecco come viene ricostruita nei particolari la terribile sequenza che porta alla morte il giovane di Tradate. Andrea Cortellezzi si allontana per sua volontà da casa nel febbraio dell’89. Motivo della fuga: una ragazza, con la quale avrebbe avviato una relazione. La giovane, però, ha anche un altro uomo, un tossicodipendente, e per procurargli la droga è costretta a prostituirsi. D’accordo con una banda di balordi di Parma, la coppia organizza il sequestro di Andrea con l’intenzione di chiedere il riscatto al padre: il ragazzo viene tenuto ostaggio in una cascina e da Parma parte la prima richiesta di riscatto. Ma qualcosa, a questo punto, non funziona più e Andrea viene ceduto alla ‘ndrangheta, viene trasferito nel Vibonese, dove parte la seconda fase del sequestro, il taglio dell’orecchio e poi la morte.

 

 

 

Articolo del Corriere della Sera del 27/07/93
Una ragazza attirò in trappola Cortellezzi.
di Paolo Biondani

TRADATE (Varese) . Spunta una nuova verità sul rapimento di Andrea Cortellezzi, fin dall’inizio etichettato come “caso anomalo”. Quel mattino del 17 febbraio 1989 il ragazzo, allora ventiduenne, avrebbe simulato il sequestro per sparire invece assieme a una ragazza, una tossicodipendente fidanzata con un piccolo spacciatore. Insomma, una “vittima consenziente”, che accetta di seguire i due amici fino a Parma. Partita la prima richiesta di riscatto (3 miliardi), però, la coppia viene assassinata dai complici: una banda locale che poi vende Cortellezzi all’Anonima calabrese. Quindi il tragico epilogo: il rapito, mutilato di un’orecchio, muore a causa dell’infezione.

«Non ho ancora letto i giornali e non so se lo farò, dice Pierluigi Cortellezzi, piccolo industriale di laterizi .. In 4 anni e mezzo, sul rapimento di mio figlio ne ho sentite di tutti i colori. Dalla Procura di Varese non ho ricevuto alcuna comunicazione ufficiale. Purtroppo penso che per loro il caso sia chiuso».

Le nuove rivelazioni giungono da “Sos Impresa”, l’associazione antiracket creata a Saronno nel 1991, dopo la morte di Libero Grassi, da Paolo Bocedi, 44 anni, e Angelo Langella, 42. Il primo aveva dovuto chiudere il suo negozio di mobili dopo aver fatto arrestare 9 taglieggiatori, il secondo si era visto distruggere il bar da un’attentato. In questi mesi i due difensori d’ ufficio dei commercianti lombardi hanno condotto un’indagine privata e informale sul caso Cortellezzi, raccogliendo testimonianze anche in ambienti vicini alla malavita. E qualche giorno fa Bocedi si è presentato a Palazzo di giustizia a Varese per una deposizione fiume e consegnare un dossier che ricostruisce la presunta fuga volontaria finita in tragedia.

Il procuratore Giovanni Pierantozzi “non conferma né smentisce” che i carabinieri abbiano già trovato i primi riscontri alla “pista emiliana”. «Ho l’ obbligo tassativo di non violare il segreto istruttorio, si limita a dire Bocedi, e intendo rispettare l’impegno preso con il giudice. Posso solo aggiungere che i carabinieri hanno avviato accertamenti. La denuncia è considerata attendibile».

Di un “sequestro di consenziente”, per Andrea Cortellezzi, si era parlato subito. Voci incontrollabili accusavano una banda della zona, piccoli delinquenti incapaci di gestire un rapimento, di aver venduto l’ostaggio ai carcerieri dell’Anonima. Prezzo: 50 milioni. Di nuovo c’è il ruolo della ragazza che, stanca di prostituirsi per una dose, avrebbe convinto Andrea, d’accordo con il fidanzato tossicodipendente, a spillare soldi al padre ingegnere.

Di fatto la prima lettera dei rapitori, recapitata a Tradate 20 giorni dopo la scomparsa del giovane, porta il timbro di Reggio Emilia. Ma sul fascicolo giudiziario la scritta “sequestro” compare solo a fine luglio, quando a casa Cortellezzi, dopo 24 telefonate e tre missive, da Locri arriva in una busta l’orecchio mozzato all’ostaggio.

«Andrea, ricorda papà Cortellezzi, è scomparso tra le 6.15 e le 7.30 del mattino. Un’ora più tardi avevo già firmato la denuncia di sequestro di persona. Ma gli inquirenti erano scettici. Per sei mesi nessuno ha prelevato le impronte digitali dalla Renault 5 di mio figlio, abbandonata nel bosco. L’ultima telefonata dei rapitori risale al 25 agosto di quattro anni fa. Da allora più nulla, se non l’annuncio che secondo il capo della polizia, Vincenzo Parisi, per il mio Andrea non c’è più speranza».

 

 

 

Articolo dal Corriere della Sera del 24 febbraio 1995
Cortellezzi, il pozzo dei misteri
di Andrea Biglia
I resti di un corpo 80 metri sotto terra. Il pm: «Recuperate le ossa».
Si riapre il caso del ragazzo di Tradate rapito, il padre: «Ormai ho perso ogni speranza».

VARESE. Nelle profondità di questo pozzo artesiano colmo d’acqua fino al pelo, del diametro di 65 centimetri, lungo un muro della vecchia cartiera abbandonata nella brughiera di Cairate, i sequestratori di Andrea Cortellezzi (di lui finora è tornato a casa solo un orecchio mozzato) potrebbero avere scritto l’ultimo degno capitolo della loro feroce storia. Ieri sera gli inquirenti, dopo che le telecamere avevano “visto” a 80 metri sotto terra qualcosa che potrebbe essere uno scheletro inchiodato a un blocco di cemento, hanno compiuto un sopralluogo.

Un paesaggio da incubo, immerso nella nebbia: capannoni fatiscenti, calcinacci che continuano a cadere, vetri rotti, il gracchiare delle cornacchie a volo basso fra cumuli di rifiuti di ogni genere, la carcassa dell’auto chissà quanto tempo fa data alle fiamme. Il p.m. di Busto Arsizio, Gianluigi Fontana: «La probabilità sarà una su mille. Ma non possiamo lasciare nulla di intentato». Dunque si tenterà il recupero.

Occorrerà trovare gli strumenti adeguati per ripescare dalle viscere della terra quel mucchietto di ossa. Possono davvero essere i resti di Andrea, scomparso il 17 febbraio di sei anni fa, sul quale i sequestratori, dopo una girandola di messaggi contraddittori e il macabro plico postale, calarono la cappa del silenzio? Appena, l’altra sera, una tv locale aveva dato la notizia del presunto ritrovamento da parte di tecnici che controllano lo stato delle falde, papà Cortellezzi, l’ingegner Pierluigi, villetta a Tradate, una piccola impresa di laterizi, si era precipitato alla ricerca della possibile ultima traccia di Andrea nel labirinto dei capannoni dismessi lungo l’Olona.

Proprio pochi mesi dopo la scomparsa del giovane, una segnalazione aveva detto di cercare nella cartiera, a pochi chilometri dalla fornace dei Cortellezzi dove quella mattina Andrea doveva andare ad aprire l’azienda e invece non è mai andato: trecento uomini, aiutati da elicotteri e cani poliziotto, avevano buttato all’aria tutto il vasto perimetro degli stabilimenti. Niente. Adesso, pochi giorni dopo che la madre Anna, nel sesto anniversario, ha lanciato un disperato appello («Restituiteci almeno il corpo»), il riaprirsi della “pista” della cartiera si carica di angosciosa attesa. Papà Cortellezzi però scuote la testa: «A questo punto non credo e non spero più in nulla. Ne ho passate tante in sei anni. E anche questa volta noi siamo gli ultimi a essere informati. Tutto quello che so l’ho letto sui giornali».

Tragico bivio davanti ai genitori: da una parte poter almeno piangere sopra una tomba; dall’altra, se di nuovo la cartiera si rivelasse una pista falsa, l’ obbligo di continuare ad alimentare una impossibile, folle speranza. A quale delle due ipotesi cercano di aggrapparsi in queste ore? No, non chiedetelo all’ingegner Cortellezzi. «È meglio non pensarci neppure . dice .. Attorno a noi vedo solo un tremendo buio». Una cosa però il padre di Andrea la vuole ancora sottolineare: «Ma quale sequestro anomalo… In tutto questo tempo, oltre a sbattere la testa contro il muro degli inquirenti che verso di noi hanno fatto sempre le sfingi, ci siamo sentiti messi quasi dalla parte dei colpevoli: sequestro anomalo, come chissà quali cose coprisse il rapimento… Io mezz’ora dopo avevo già denunciato la scomparsa di Andrea. “Mi hanno fregato il ragazzo” ero corso a dire ai carabinieri. C’è scritto nei verbali. E invece mi sono sentito accusare di avere quasi cercato di tenerlo nascosto. Sono magari loro che, prima di muoversi, hanno lasciato perdere troppo tempo».

«Ma quale anomalia, insiste: tutti i sequestri sono diversi l’uno dall’altro, purtroppo mi sono dovuto fare una cultura. Anche quelli Casella e di Celadon, che pure sono stati compiuti dalla stessa organizzazione».

Ora, dopo il sopralluogo del magistrato di Busto, il pozzo di Cairate è stato sigillato e il mistero celato nel suo profondo è piantonato in attesa dell’operazione di recupero che non si preannuncia facile. Gli inquirenti invitano alla prudenza. Non è sicuro che siano resti umani. E poi il Varesotto conta altre vittime dell’Anonima mai restituite, da Emanuele Riboli (‘ 74) a Tullio De Micheli (1975).

A un primo sommario controllo sembra comunque da scartare l’ipotesi che un uomo, o un animale, possa essere precipitato casualmente in fondo al budello. L’apertura è troppo stretta, un corpo vivo, agitandosi, sarebbe riuscito facilmente a bloccare la caduta. Quel laccio a un piede e il blocco di cemento individuati, pare, dalla telecamera aiutano piuttosto a ricostruire il film di come ci si può liberare di un corpo morto, che non serve più. Se fosse proprio quello del giovane di Tradate, la girandola dei messaggi dell’Anonima, il plico con l’orecchio mozzato imbucato in una cassetta delle lettere di Locri (Reggio Calabria), capitale della ‘ndrangheta, sarebbero solo un tragico gioco per deviare le indagini. Andrea nelle mani dei banditi non sarebbe andato molto lontano.

 

 

 

Fonte: prealpina.it
Articolo del 17 febbraio 2019
Andrea, il ricordo fa sempre male
di Silvio Peron
Trent’anni fa la scomparsa del ventiduenne mai più ritrovato. Il dolore dei familiari e dell’intera comunità

Si dice che il tempo sia un’infallibile medicina che guarisce anche le ferite più profonde. Ma il rapimento di Andrea Cortellezzi, un ragazzo che allora aveva 22 anni e che non ha più fatto ritorno a casa, è una ferita che neppure il tempo può guarire. Oggi è una data triste per la famiglia Cortellezzi, ma anche per la città che non ha mai dimenticato. Una città che, a perenne ricordo, voleva intitolare al ragazzo una strada o una piazza, ma la famiglia ha scelto di tenere dignitosamente per sé quella immane sofferenza.

Andrea scomparve il 17 febbraio del 1989, un brumoso venerdì, giusto trent’anni fa. Il suo ricordo è vivissimo non solo fra i suoi cari, chiusi nel loro dolore. Papà Pierluigi, i fratelli Filippo e Massimo e tutti i componenti della famiglia non hanno mai amato le luci di quei riflettori che, loro malgrado, alla fine degli anni ‘80 si erano accesi su quella tragica vicenda per la quale si era interessato anche il presidente del Senato di allora: Giovanni Spadolini fece visita ai familiari nella loro casa di via Trento Trieste.

Oggi i congiunti di Andrea preferiscono non commentare, preferiscono rimanere nel doloroso silenzio spalmato in questi trent’anni. Il ricordo, a nome della città, è affidato al vicesindaco facente funzioni Claudio Ceriani: «Quella brutta pagina della nostra storia rimane purtroppo indelebile per chi ha vissuto quel dramma e per la città che ha subito questo gesto infame. Personalmente e a nome dell’intera comunità ci sentiamo vicini alla famiglia Cortellezzi alla quale esprimiamo i nostri sentimenti più sinceri. Un abbraccio particolare a papà Pierluigi».

Già, il papà di Andrea che insieme con la moglie Anna (scomparsa qualche anno fa così come la zia Stella che quel nipote ha sempre portato nel cuore) non si è mai arreso, ha lottato con tutte le sue forze per conoscere la verità. «Ditemi dov’è – disse un giorno – affinché io e la mia famiglia possiamo portare un fiore sulla sua tomba». Ma il suo desiderio non è mai stato esaudito così come la sete di conoscenza di una comunità segnata profondamente.

 

 

 

Fonte: milano.fanpage.it
Articolo del 27 novembre 2019
Morto papà di Andrea Cortellezzi, scomparso 30 anni fa e mai trovato. Il parroco: “Ora sa la verità”
di Enrico Tata
Il 17 febbraio del 1989 Andrea Cortellezzi scomparve di casa a Tradate, Varese. Non si seppe più nulla. Il papà denunciò un sequestro e alla famiglia arrivò in seguito una richiesta di riscatto, ma Andrea non fu mai ritrovato. Nei giorni scorsi è morto il papà, Pierluigi Cortellezzi, all’età di 88 anni.

È morto Pierluigi Cortellezzi, imprenditore di 88 anni e papà di Andrea, che nel 1989, quando aveva 22 anni, fu sequestrato e non fu mai più ritrovato. “Il cuore di Pierluigi, il cuore di un papà a cui hanno strappato il figlio, ricercato per 30 anni battendo tutte le strade, cercando ogni incontro possibile per riportarlo a casa o almeno per sapere dove poterlo piangere. Trent’anni non sono bastati, finora la giustizia ha fallito, Ma Pierluigi con la sua ricerca ha sempre tenuto accesa l’umanità di tutti noi, quell’umanità persa da chi vende la vita di qualcuno in cambio di denaro maledetto. Ora lui dal cielo custodisce una verità che noi ancora non conosciamo, ma che finalmente ha raggiunto”, ha detto il parroco durante i funerali.
La scomparsa di Andrea Cortellezzi

Il 17 febbraio del 1989 Andrea Cortellezzi scomparve di casa a Tradate, Varese. Non si seppe più nulla. Il papà denunciò un rapimento, ma gli investigatori non riuscirono inizialmente a trovare indizi in merito a quell’ipotesi. Un allontanamento volontario, un sequestro da parte di una banda di criminali o ancora della ‘ndrangheta calabrese? Nessuna ricostruzione sembrava convincente. A luglio dello stesso anno si ebbero le prime e ultime, terribili notizie sul conto di Andrea e gli inquirenti cominciarono finalmente a seguire la pista del sequestro: a casa fu recapitato un orecchio tagliato e una richiesta di riscatto. C’era anche una foto del ragazzo con l’orecchio sinistro tagliato a metà e su una fotocopia della patente c’era scritto: “Se entro il 17 luglio non pagate 3 miliardi lo restituiremo a pezzettini”. Ci fu una telefonata ad agosto e poi più nulla. Nessuno sa dove sia o che fine abbia fatto Andrea, tuttora.

 

 

 

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