25 Settembre 1979 Palermo. Uccisi in un agguato mafioso il magistrato Cesare Terranova e Lenin Mancuso, Maresciallo P.S., suo collaboratore e guardia del corpo.

Cesare Terranova (Foto da: Wikipedia) – Lenin Mancuso (Foto da CoispNewsPortale.it)

Il 25 settembre del 1979, verso le 8,30 del mattino, una Fiat 131 arriva sotto casa del giudice Cesare Terranova a Palermo per condurlo in ufficio. Il magistrato si pone alla guida della vettura; accanto a lui siede il maresciallo di Pubblica Sicurezza Lenin Mancuso, al quale è stata affidata la sua protezione. L’auto imbocca una strada secondaria che trova inaspettatamente chiusa per “lavori in corso”. A quel punto, alcuni killer affiancano l’auto e aprono il fuoco con una carabina Winchester e con delle pistole. Il magistrato ingrana la retromarcia nel tentativo di sottrarsi ai proiettili; il maresciallo Mancuso impugna la Beretta di ordinanza. Viene esplosa una trentina i colpi. Il giudice muore sul colpo, Mancuso poche ore dopo in ospedale.
Durante la sua attività di Giudice Istruttore a Palermo, Terranova seppe cogliere le metamorfosi che la mafia stava subendo nel suo divenire da agricola a imprenditrice, conquistando privilegi, commesse e licenze edilizie. Nei suoi scritti, il magistrato pone spesso l’accento sulla necessità di “leggi adeguate, polizia efficiente, giudici sereni” quali strumenti indispensabili nella lotta contro le mafie. Per Terranova non dovevano esistere “santuari inviolabili”: “La mafia non è un concetto astratto, non è uno stato d’animo, ma è criminalità organizzata, efficiente e pericolosa, articolata in gruppi o famiglie e non c’è una mafia buona o cattiva perché la mafia è una sola ed è associazione per delinquere. E, tuttavia, è cosa diversa dalla comune delinquenza: è, per dirla come Leonardo Sciascia, un’associazione segreta che si pone come intermediazione parassitaria fra la proprietà e il lavoro, tra la produzione e il consumo, tra il cittadino e lo Stato, con fini di arricchimento per i propri associati”.
Solamente il 15 maggio del 2000 Salvatore Riina, Bernardo Brusca, Bernardo Provenzano, Francesco Madonia, Pippo Calò, Nenè Geraci, Michele Greco (tutti i membri della Commissione mafiosa al momento del delitto) sono stati condannati all’ergastolo come mandanti dell’omicidio Di Terranova (Liggio era morto). Leoluca Bagarella, Vincenzo Puccio, Pippo Gambino, Ciccio Madonia, esecutori materiali. Dopo 25 anni, nel mese di ottobre 2004, la Corte di Cassazione ha confermato gli ergastoli per Totò Riina, Michele Greco, Nenè Geraci e Francesco Madonia. (Tratto da associazionemagistrati.it)

 

 
 

Tratto da: Link non più disponibile
Cesare Terranova, Magistrato
Palermo 25 Settembre 1979

Cesare Terranova, nato nel 1921 a Palermo e deceduto nella stessa città nel 1979, è stato uno dei primi grandi magistrati siciliani ad essere impegnato attivamente, professionalmente e socialmente, nella lotta alla mafia. È considerato il predecessore dei magistrati, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, uccisi nel 1992. Terranova viene ricordato per il forte impegno durante la prima guerra di mafia negli anni 60, conclusasi con la strage di Ciaculli del 1963, nella quale, a seguito dello scoppio di un’alfetta riempita di tritolo, persero la vita un maresciallo dei carabinieri, due appuntati ed un artificiere dell’Esercito.
L’enorme mole di lavoro, svolta dal giudice, relativa ad una serie di omicidi che si perpetrarono a Corleone fra il 1958 e il 1963 (omicidio di Michele Navarra, fino ad allora capo dei Corleonesi, del quale Luciano Liggio, suo campiere, fu accusato) che portò al processo nel 1965 in cui vennero coinvolti 115 mafiosi, tra cui il capo dei Corleonesi, Luciano Liggio, fu purtroppo vanificata dal Tribunale di Catanzaro nel 1968 che assolse, per insufficienza di prove, gli imputati. Terranova fu il primo a sospettare dell’esistenza di una Commissione mafiosa in Sicilia, grazie ad un rapporto confidenziale dei Carabinieri, datato 28 maggio 1963, che provava l’esistenza di un gruppo di 15 persone dedite ad attività mafiose, di cui solamente 6 nella città di Palermo. Cesare Terranova condusse indagini inerenti alla collusione dell’ex sindaco di Palermo, Salvo Lima, con i mafiosi Angelo e Salvatore La Barbera per la richiesta di favori da parte del primo ai secondi, e ciò costituisce la base delle indagini che verrano fatte negli anni successivi relativamente ad infiltrazioni mafiose nella vita pubblica.

Il 10 giugno del 1969 un altro colpo mortale all’operato del giudice viene inferto dal Tribunale di Bari nel 1969 che assolve 64 imputati, tra cui il braccio destro di Liggio, Salvatore Riina che rimase in libertà fino all’arresto avvenuto nel 1993 come mandante di numerosi delitti e delle stragi di Capaci e di Via D’Amelio. Il ricorso contro la sentenza di Catanzaro porta al riconoscimento della colpevolezza relativamente alle accuse mosse da Terranova contro Liggio, e quest ultimo verrà condannato all’ergastolo nel 1974 dopo il suo arresto.

Cesare Terranova decide di farsi mettere in lista dalla magistratura, essendo stato eletto nel 1972 come rappresentante nel Parlamento Italiano, sotto la bandiera della Sinistra Indipendente sotto l’egidia del PCI. Diventa il segretario della Commissione Parlamentare Antimafia fondata nel 1963 dopo la strage di Ciaculli. Viene rieletto nel 1976 e, come vice del segretario del PC Pio La Torre, scrive l’importante relazione di minoranza della Commissione Antimafia che mette in luce e denuncia i legami fra mafia e politica mettendo in risalto, come farà successivamente nel 1982 il generale Carlo Alberto dalla Chiesa prefetto di Palermo, che la famiglia politica siciliana della DC è quella più inquinata d’Italia.

Nel 1979 Terranova chiede di essere riammesso in magistratura, uscendo definitivamente dalla politica, e viene nominato Capo dell’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, convinto più che mai che i 13 anni di vita della Commissione Parlamentare Antimafia fossero stati inutili visto che le sue denunce non furono quasi mai prese in considerazione, e per questo importante era per lui riprendere la lotta alla mafia come giudice piuttosto che come politico.

Il collegamento fra la sua attività giudiziaria ed il tentativo di portare in Parlamento le sue idee sulla mafia indussero al suo omicidio e a quello della sua guardia del corpo, il maresciallo di PS Lenin Mancuso, avvenuto a Palermo il 25 settembre 1979.

Solamente il 15 maggio del 2000 Salvatore Riina, Bernardo Brusca, Bernardo Provenzano, Francesco Madonia, Pippo Calò, Nenè Geraci, Michele Greco (tutti i membri della Commissione mafiosa al momento del delitto) sono stati condannati all’ergastolo come mandanti dell’omicidio Di Terranova (Liggio era morto). Leoluca Bagarella, Vincenzo Puccio, Pippo Gambino, Ciccio Madonia, esecutori materiali. Dopo 25 anni, nel mese di ottobre 2004, la Corte di Cassazione ha confermato gli ergastoli per Totò Riina, Michele Greco, Nenè Geraci e Francesco Madonia.

 

 

 

Fonte:  it.wikipedia.org
Lenin Mancuso (Rota Greca, 6 novembre 1922 – Palermo, 25 settembre 1979) è stato un poliziotto italiano.

Biografia
Era il maresciallo della Polizia assegnato alla scorta del giudice istruttore del Tribunale di Palermo Cesare Terranova. Oltre ad occuparsi della scorta fu anche stretto collaboratore di Terranova, e nel 1971 durante il mandato di Terranova a procuratore di Marsala partecipò alle indagini del mostro di Marsala, un caso di cronaca nera di triplice rapimento e omicidio di tre bambine. Venne assassinato in un agguato mafioso il 25 settembre 1979, pochissimo tempo dopo che il giudice aveva chiesto di essere nominato capo dell’ufficio istruzione di Palermo. Gli assassini sono rimasti ignoti. Benché i condòmini dell’edificio sotto al quale fu ucciso (fra la via Rutelli e la via De Amicis) rifiutarono di consentire l’apposizione di una targa che ricordasse l’accaduto, a Lenin Mancuso è stata comunque dedicata una via a Palermo, in zona Boccadifalco. Una via gli è stata intitolata anche nel comune di Belmonte Mezzagno.

Il figlio Carmine, ex poliziotto, è un politico, la cui linea politica è fortemente improntata alla lotta alla mafia.

 

 

 

Articolo da L’Unità del 26 Settembre 1979
Dalla sentenza contro Liggio al tragico caso di Marsala
di Giorgio Frasca Polara
Il coraggioso lavoro del giudice negli anni roventi delle lotte fra i clan per il primato a Palermo. Lucide accuse ai protettori politici dei caporioni.
Rifiuto del linciaggio per scoprire l’assassino delle due bambine rapite.

ROMA – Ho avuto la rara ventura di fare il mio apprendistato di giornalista dietro al giudice Cesare Terranova; e di concludere con lui, otto anni fa, il mestiere di cronista di «nera» in una terra così carica di drammatici umori come la Sicilia. Quattordici anni filati di fatti spaventosi e carichi di grandi significati politici, sociali, umani, siglati dall’ostinazione — civilissima — con cui, procuratore a Marsala all’epoca della tragedia delle bimbe rapite e uccise, si rifiutò di assecondare un’insensata  «caccia al mostro», cercando sempre e soltanto il responsabile dell’atroce delitto, non un assassino come che sia.

Fu una lezione esemplare. servì anche a fornire un’ulteriore riprova, a posteriori, dell’animo con cui, anni prima a Palermo, Cesare Terranova aveva potuto – ostinatamente, ma con piena serenità di giudizio – ricercare, individuare e denunciare da giudice istruttore non solo i caporioni mafiosi, ma anche le essenziali complicità loro fornite da un sistema di potere corrotto e corruttore senza il quale la mafia non sopravviverebbe, non sarebbe neppure tale.
A questo assunto fondamentale Terranova àncora tutta la sua iniziativa quando, da magistrato di provincia, compare sulla scena giudiziaria palermitana.

È l’anno 1958, e tra gli incartamenti che trova nel nuovo ufficio di giudice istruttore c’è un dossier alto così su Luciano Liggio. Si riferisce alla spaventosa guerra di Corleone attraverso la quale il già famoso gangster (che, non dimentichiamolo, ha comincialo la sua carriera come sgherro dell’agraria,  assassinando il segretario della Federterra Placido Rizzotto) ha liquidato tutti i concorrenti, a cominciare dal capomafia, e capo della bonomiana, Michele Navarro. Liggio è da sempre inafferrabile: troppo latitante per non essere ben protetto. Cesare Terranova fa fare lentamente, ma inesorabilmente, il vuoto intorno a lui.

Nel maggio del ’64 è finalmente catturato. Tre mesi dopo Terranova – che sino a quel momento aveva lavorato pazientemente, e in silenzio – ha pronto il rinvio a giudizio di Luciano Liggio. Ma solo parecchi anni dopo (dopo altre fughe, assoluzioni di comodo) la «primula» comincerà a scontare l’ergastolo. E nel rinviarlo a Giudizio fornisce le prime preziose documentazioni, dopo quella della ormai lontana sentenza di Viterbo sulla banda Giuliano, del retroterra che ha fatto la forza della mafia sì, ma anche le fortune dei notabili democristiani «che (Liggio) appoggia e fa e da appoggiare dalla sua cricca durante le elezioni nazionali e regionali».

È un campo essenziale, ma praticamente vergine. E sarà arato ancor più a fondo in altre due sentenze, di qualche anno successive, con le quali Cesare Terranova decide il rinvio a giudizio di oltre cento grossi mafiosi: quel che resta delle bande che s’erano date battaglia tra il ’62 e il ’63 sulle aree edificabili di Palermo per orientare le direttrici del sacco urbanistico della città. Anche qui c’è lo zampino di Liggio ma qui soprattutto emerge la «nuova», ancor più sbrigativa mafia dei fratelli La Barbera, dei Greco (alleati di Liggio) dei Buscetta.

Com’erano cresciuti tanto, e così in fretta?, si chiese Terranova. E fornì qualche indicativa risposta. I La Barbera: «conoscevano l’allora primo cittadino di Palermo Salvo Lima (poi deputato e anche sottosegretario, ndr) ed erano in rapporti tali da chiedergli favori» e «influire su di lui». Giuseppe Annaloro e Tommaso Buscetta: quello «ottenne l’integrale approvazione di un progetto di costruzione», e questo si fece ripagare, dell’intermediazione a suon di milioni «destinati agli amici del comune di Palermo». Giuseppe Marsala: «Vito Ciancimino (allora segretario provinciale della DC, poi sindaco di Palermo ndr) gli fece ottenere una casa popolare, e il figlio era il suo autista».

Il clamore per le denunce di Terranova (poi puntualmente confermate dall’inchiesta della Commissione parlamentare antimafia) è enorme; ma ancor di più lo sgomento dei chiamati in causa, che non hanno neanche un appiglio cui aggrapparsi. Del resto, lo scrupolo di Cesare Terranova è tale da spingerlo – quando dalla sua inchiesta saltano fuori altri sospetti, tuttavia non confermati da prove – a franche ammissioni d’impotenza. « Non è stato possibile chiarire – scrive a proposito di un altro boss – la natura dei suoi rapporti con l’ex sindaco Lima e con gli on. Gioia e Barbascia».

Questo tipo di scrupolo – prima di decidere e di accusare – sarà ancora accentuato nell’ultimo caso giudiziario che Cesare Terranova affronta e dipana prima di diventare deputato per la Sinistra indipendente. Il 21 ottobre del 71,  a Marsala dove da appena due mesi è procuratore, sono rapite Antonietta Valenti, nove anni, e le sorelline Ninfa e Virginia Marchese cinque e sette anni. Antonella verrà trovata uccisa cinque giorni dopo. Ninfa e Virginia quasi un mese dopo. Ed è un mese di tensione fortissima, oltre che di sgomento e di emozione: decine di segnalazioni anonime sul tavolo di Terranova, il rischio continuo di criminalizzare tutti i «diversi» di Marsala l’incubo del «mostro» e una campagna di destra per trovarlo, comunque e dovunque, ma soprattutto subito.

«Non arresterò un colpevole – mi ripeteva ossessivamente Terranova in quei giorni -, ma il colpevole». Ci riesce, una notte dopo quattordici ore di interrogatorio sempre più incalzante, ma tutto puntato su toni contenuti umanissimi, di quella sconcertante e sciagurata figura di Michele Vinci, lo zio di Antonella. E non lo arresta neppure al momento della drammatica confessione ma solo quando, sulla base delle sue indicazioni, i vigili del fuoco recuperano in fondo ad una cava abbandonata, i corpi delle due bambine. Solo allora, alle quattro e dieci di un’alba di mezzo novembre, il brigadiere Lenin Mancuso (l’ombra di Terranova, da sempre e ancora ieri sino all’ultimo istante) si stacca dal procuratore. Con passo lento dalla cava raggiunge, poche decine di metri più in là, l’auto in cui, sorvegliato a vista, c’è Michele Vinci. E lo ammanetta.
Oggi anche a Marsala lutto cittadino.

 

 

 

Fonte:  ricerca.repubblica.it 
Articolo del 3 settembre 1988
“IO, POLIZIOTTO ANOMALO A PALERMO”
di Giampaolo Pansa

PALERMO Lei vuol sapere perché non vado alla fiaccolata del 3 settembre? Per dare la risposta più completa, dovrei farle vedere l’immagine che ho nella memoria. È l’immagine di mio padre, Lenin Mancuso, steso sul lettino del pronto soccorso all’ospedale di Villa Sofia, nudo, sforacchiato da otto colpi, sei di carabina automatica Winchester e due di revolver calibro 38, coperto di sangue, cianotico, gli ultimi respiri sempre più corti, affannosi, un ansimare sordo che diventa rantolo….

Carmine Mancuso, ispettore-capo di polizia a Palermo, ha 40 anni, ma conserva una faccia da ragazzo e un carattere conseguente: istintivo, ribelle, dolcissimo, impetuoso, ironico. È il presidente del Coordinamento Antimafia, libera associazione di cittadini che s’è fatta un’ottima (o pessima) fama replicando con durezza a Sciascia e alla figura da lui creata, quella dei professionisti dell’antimafia.

Winchester e Kalashnikov
Ripensata oggi, in una Palermo sospesa sul baratro del proprio futuro, una Palermo che potrebbe tornare indietro di anni, all’età dell’anti-Stato mafioso imperante con i suoi comitati d’ affari sorretti dalle raffiche dei Winchester e dei Kalashnikov, la costruzione sciasciana sembra ancor più priva di senso. Quali professionisti? Piuttosto poveri cristi, che ogni mattina riprendono la resistenza contro un potere smisurato. Gente con storie personali che spiegano come la rabbia della Palermo 1988 abbia radici lunghe, ben infisse in un passato dove tutto si tiene.

Racconta Carmine Mancuso: Mio padre era nato in un paese di Calabria, Rota Greca. Pensi alla sua data di nascita: il 6 novembre 1922, nove giorni dopo la marcia su Roma. Mio nonno era un socialista libertario iscrittosi al Pci appena fondato, e volle chiamare quel figlio Lenin. Un nome pesante per i tempi. Ma fu portato bene, anche dentro un mestiere dove chi si chiamava Lenin non aveva vita facile. Il mestiere di mio padre era il poliziotto. Nel 1943 entrò nella Squadra mobile di Palermo e lì rimase tutta la vita, raggiungendo il grado di maresciallo. Alla fine era un po’ la memoria storica della Mobile palermitana: il sottufficiale che aveva visto tutto, dalla lotta al banditismo sino alla guerra di mafia, sempre più estesa, brutale, gonfia di sangue.

In questa guerra, Lenin Mancuso incontra l’uomo accanto al quale morirà: Cesare Terranova, magistrato. Papà cominciò a lavorare con lui quando Terranova impostava l’indagine che poi sarebbe sfociata nel processo ai 114, a Catanzaro, quello con Liggio, Buscetta, Gerlando Alberti. Fu l’inizio d’un rapporto non soltanto professionale, ma d’una amicizia. Un legame fortissimo che continuò anche quando Terranova, eletto deputato con la Sinistra indipendente, interruppe il mestiere di magistrato per lavorare a Roma nella Commissione Antimafia, quella alle prese con le mutazioni dell’anti-Stato mafioso che scopriva la droga, la grande finanza, la compenetrazione sempre più intima con un potere politico deviato.

Nell’estate 1979, dopo due legislature, Terranova decise di riprendere il lavoro di giudice. “Lo ricorda quel tempo e quel clima?” mi chiede – Carmine La forza di Cosa Nostra s’espandeva trovando pochi ostacoli. Ma anche lo Stato dei cittadini disponeva di buoni combattenti a Palermo. La Procura era guidata da Gaetano Costa. Il capo della Mobile era Boris Giuliano, che stava inoltrandosi sul terreno minato del riciclaggio di denaro sporco. Infine c’ era Terranova, destinato a diventare capo dell’Ufficio Istruzione.

Anche i sassi sapevano che, una volta insediato in quell’incarico, Terranova non sarebbe rimasto a dormire. E poi l’esperienza di anni d’Antimafia gli consentiva di veder più in profondo di altri, di cogliere con maggior sicurezza certi intrecci, certi nessi, certe complicità sepolte. Terranova, Costa e Giuliano al lavoro insieme: ecco un rischio grave per Cosa Nostra, da evitare con una spietata prevenzione.

Per prima fu decisa la morte di Boris Giuliano. La mattina del 21 luglio 1979, appena uscito di casa, mentre sorbiva un caffè al Bar Lux di via Di Blasi, il capo della Mobile fu ucciso. Racconta Carmine: Quel giorno io ero di servizio alle volanti. Papà mi chiamò da Sciacca dove stava in ferie. Mi parlò angosciato. Conosceva da anni Giuliano, l’aveva visto crescere, gli voleva bene, era il suo capo. Nel parlarmi, mi trasmise una sensazione di paura: Prevedo cose funeste disse. Poi ci furono i funerali, la Mobile in lutto, commozione, tensione. La risposta dello Stato? Soprattutto parole.

Venne l’agosto e poi settembre. In attesa dell’incarico all’Ufficio Istruzione, Terranova faceva il presidente di sezione alla Corte d’appello. Ogni mattina mio padre andava a prenderlo a casa. Parcheggiava l’utilitaria in via Rutelli, saliva dal giudice, poi entrambi andavano a Palazzo di Giustizia. No, niente auto blindata. Viaggiavano sulla 131 di Terranova, lui al volante, papà a fianco, armato della Beretta d’ordinanza.

Il martedì 25 settembre, Terranova doveva presiedere un processo. Il giudice e il maresciallo s’avviarono al lavoro. La 131 stava partendo quando fu affiancata da due giovani. Quello dalla parte di Mancuso cominciò a sparargli col Winchester. L’altro tirò sul giudice con la calibro 38. Terranova morì subito. Mancuso fu trovato ancora vivo, reclinato sul magistrato, quasi a proteggerlo. Aveva la mano destra sulla fondina della pistola che non aveva fatto in tempo ad estrarre.

Era un uomo bellissimo…
Io stavo a casa e fui avvisato dal funzionario di turno alla sala operativa. Corsi a prendere mia madre e andammo a Villa Sofia. Entrai d’impeto nella sala di medicazione. Mio padre era un uomo bellissimo, alto, slanciato, capelli neri ondulati, un attore del cinema. Dimostrava molto meno dei suoi 56 anni, c’ è un acquarello di Guttuso che lo ricorda così. Lo vidi là, straziato dal Winchester, rantolante. Il medico mi cacciò via con un grido. Dopo qualche minuto, uscì anche lui, facendo un gesto di sconforto.

Trascorsero poco più di tre mesi, poi gli squadroni della morte di Cosa Nostra ripresero il lavoro di prevenzione: a gennaio dell’80 uccisero il presidente della Regione, Mattarella, in maggio il capitano dei carabinieri Basile, in agosto il procuratore capo Costa. Nel frattempo, l’inchiesta sull’assassinio di Terranova e Mancuso s’era diretta verso Luciano Liggio, presunto mandante per motivi di rancore nei confronti del giudice. Ma Liggio fu assolto, sia pure con dubbio, tanto in primo che in secondo grado.

Carmine ha una sua certezza: Liggio il mandante? Ridicolo. È un’ipotesi che non rende giustizia alla logica. Quello di Terranova è stato un assassinio politico, l’anello d’una catena di delitti politici che arriva sino ai nostri giorni con l’omicidio dell’ex-sindaco di Palermo Insalaco. Tante morti. Troppe morti. Ma la repubblica italiana non ci ha ancora dato la spiegazione di queste morti.

Con l’istinto semplificante di chi mira al nocciolo dei problemi, Carmine aggiunge: A ben guardare, Terranova era il Falcone di quegli anni. Dopo l’esperienza in Parlamento e all’Antimafia, conosceva meglio di prima la mafia, la politica, la magistratura e il modo in cui si muovono, si combattono o s’alleano. Insomma, Terranova forse era in grado di fare ciò che poi i giudici del pool antimafia hanno cominciato a fare, soprattutto con l’istruttoria su Vito Ciancimino, il passaggio a nord-ovest per arrivare al cuore dell’anti-Stato mafioso.

Lei mi chiede chi è stato ad uccidere Terranova e mio padre. Vede, non esiste il Grande Vecchio della mafia. Esiste, invece, un coacervo d’interessi o un sistema di potere che impongono certe decisioni alle cosche. Queste decisioni nascono in un contesto politico che non è ancora stato scalfito. Lei lo ha chiamato il Grande Enigma. Qualcuno stava tentando di risolverlo, il pool antimafia guidato da Falcone. Guardi che fine rischia di fare, il pool! Ecco perché non vado alla fiaccolata. Temo che nel corteo ci sia anche gente non estranea a quel contesto, a quegli interessi, a quel sistema di potere che ha deciso certi delitti. E l’immagine di mio padre straziato sul lettino del pronto soccorso, mi rafforza nella decisione.

Quell’ immagine ha cambiato anche il destino umano di Carmine Mancuso. Io sono il primo figlio di Lenin Mancuso, il figlio della fame, nato in una casa dove allora mancava quasi tutto, tranne l’affetto. Vivevo nell’ammirazione per mio padre e sono entrato in polizia per imitarlo. Ho cominciato a capir qualcosa quando facevo l’agente a Milano. Avevo vent’anni ed ero in servizio a piazza della Scala, il 7 dicembre 1968, mentre gli studenti tiravano le uova marce sulle signore in pelliccia. Mario Capanna ci arringava col megafono: poliziotti, figli del popolo! L’ ascoltavo e capivo d’essere dalla sua parte…. Carmine sorride: Mi sento anomalo anch’io, come la giunta di Palermo.

Lo confesso: sono stato un poliziotto sessantottino, di nascosto, naturalmente. La sera, in borghese, andavo a cercar Capanna alla Statale. Siamo diventati amici, lo siamo ancora. Certo, erano anni aspri, violenti. Me lo ricordo bene, il collega Annarumma, quando fu ucciso in via Larga nel novembre 1969. Ero in servizio davanti al Palazzo di Giustizia, e da porta Vittoria vedevamo il fumo dei lacrimogeni venire da via Larga. Stavo alla caserma Sant’Ambrogio e quella notte ci ribellammo. Poi ho girato l’Italia e infine sono tornato a Palermo. Qui ho visto una violenza diversa, imparagonabile a quella d’allora: la violenza degli omicidi preparati, annunciati, eseguiti e poi festeggiati nell’ impunità.

Un’ insurrezione della coscienza
Quando toccò a mio padre, dapprima provai uno sgomento totale, un’angoscia indicibile, quindi caddi nella paura, nel terrore. Avevo inchiodata davanti agli occhi quella figura sul lettino, coperta di sangue. Poi, dentro di me, ci fu come un’insurrezione della coscienza, una voglia di reagire, di fare giustizia. Questo mi ha dato una specie di corazza, impenetrabile a qualsiasi pressione. E mi son reso conto che per ottenere giustizia la strada è lunga, ci vuole un grande impegno, anche culturale, nella lotta alla mafia. Ma questa lotta bisogna farla tutti i giorni, perché o vince la democrazia o vincono i poteri criminali, non c’ è via di mezzo.

Anche da questo è nata l’esperienza del Coordinamento Antimafia. Qualche giorno fa, Carmine è stato chiamato a Roma dal capo della polizia, Parisi, che gli ha detto di apprezzarlo e gli ha stretto la mano. Un po’ di giorni dopo, a convocarlo è stato il questore di Palermo, Milioni: Mi dispiace, Mancuso, ma abbiamo deciso che lei deve essere protetto da una scorta. L’ispettore Mancuso soffre per questa scorta, per il disturbo che reca ai colleghi. Non la voleva, però ha dovuto accettarla. Ero sereno prima e lo sono adesso dice sorridendo. Lo so, lo so: da quando sto nel Coordinamento Antimafia, certa gente mi definisce impolitico, estremista, giacobino, isolato, esaltato. Ma non m’ importa. La verità è che mi piacciono le posizioni nette. Tuttavia, non sono un leader, assolutamente. Non ne ho la statura, l’intelligenza, la cultura. Un leader è il sindaco Orlando. Lui è un’altra cosa! Mi piacciono gli uomini come Orlando, capaci di andare alle radici di certe contraddizioni, anche personali. Su Leoluca Orlando, Carmine il Semplice-Coraggioso mi regala un’immagine che colpisce: La giunta Orlando è una specie di primavera di Palermo. Orlando finirà come Dubcek, l’uomo della primavera di Praga? Spero proprio di no, con tutte le mie forze. Però i carri armati della cattiva politica si sono già messi in moto. Sento il frastuono dei motori. Scorgo il brandeggiare dei cannoni. Sì, settembre sarà un mese aspro, qui a Palermo.

 

 

 

 

Palermo ricorda gli omicidi Terranova, Mancuso e Saetta

blogsicilia – Pubblicato il 25 set 2013
Ricorre oggi il 34 ° anniversario della morte del giudice Cesare Terranova, ucciso a Palermo dalla mafia insieme al maresciallo Lenin Mancuso, suo collaboratore. Era il 25 settembre del 1979. Terranova e Mancuso vennero attesi in via De Amicis dai killer che spararono una raffica di piombo contro di loro, mentre si trovavano in auto.
Servizio di Alessio Anello

 

 

 

 

Articolo del 12 novembre 2013 da  associazionemagistrati.it/

In ricordo di Cesare Terranova
Capo dell’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, assassinato dalla mafia.

Cesare Terranova
(Palermo, 15 agosto 1921 – Palermo, 25 settembre 1979)
Consigliere della Corte di Appello di Palermo, assassinato dalla mafia.

Il 25 settembre del 1979, verso le 8,30 del mattino, una Fiat 131 arriva sotto casa del giudice Cesare Terranova a Palermo per condurlo in ufficio. Il magistrato si pone alla guida della vettura; accanto a lui siede il maresciallo di Pubblica Sicurezza Lenin Mancuso, al quale è stata affidata la sua protezione. L’auto imbocca una strada secondaria che trova inaspettatamente chiusa per “lavori in corso”. A quel punto, alcuni killer affiancano l’auto e aprono il fuoco con una carabina Winchester e con delle pistole. Il magistrato ingrana la retromarcia nel tentativo di sottrarsi ai proiettili; il maresciallo Mancuso impugna la Beretta di ordinanza. Viene esplosa una trentina i colpi. Il giudice muore sul colpo, Mancuso poche ore dopo in ospedale.

Secondo l’amico e scrittore Leonardo Sciascia, Cesare Terranova fu ucciso perché “stava occupandosi di qualcosa per cui qualcuno ha sentito incombente o immediato il pericolo”. Le prime importanti dichiarazioni sul duplice delitto di Palermo risalgono al 1984. A Giovanni Falcone, Tommaso Buscetta racconta che Terranova è stato ucciso su mandato di Liggio. Nel 1996, un altro collaboratore di giustizia conferma che Terranova era divenuto un obiettivo per Liggio e i corleonesi fin dal 1975. Liggio dal carcere ne aveva chiesto l’omicidio sia per vendicarsi della sentenza della condanna all’ergastolo subita sia perché Terranova si mostrava – quale componente della Commissione parlamentare antimafia – troppo determinato nel contrasto della criminalità organizzata. Secondo investigatori e giudici, quello di Terranova fu anche un “omicidio preventivo”. Fu ucciso per stroncare la sua carriera e impedirgli di divenire Capo dell’Ufficio Istruzione di Palermo: Ufficio dal quale avrebbe “perseguito con forza la strategia di recidere le trarne tra mafia e politica, obiettivo che contraddistinse sempre il suo operato, sia da magistrato che da politico”.

Nato a Palermo nell’agosto del 1921, Cesare Terranova entra in magistratura nel 1946 appena tornato dalla guerra e dalla prigionia. È Pretore a Messina e poi a Rometta. Nel 1958 si trasferisce dal Tribunale di Patti a quello di Palermo, qui avviando i celebri processi di mafia contro Liggio e altri boss mafiosi. Giunge poi a Marsala, dove – quale Procuratore della Repubblica – svolge numerose e difficili indagini. Eletto deputato, diviene componente della Commissione parlamentare antimafia e qui si distingue per impegno, intuito e professionalità, ponendo al servizio delle più alte istituzioni la esperienza accumulata nel corso della carriera di magistrato. Proprio in questi anni alcune sentenze di condanna di pericolosi appartenenti all’organizzazione mafiosa vengono annullate. Molti mafiosi tornano liberi e alzano il livello di scontro contro lo Stato. Terminato nel 1979 il mandato parlamentare, Terranova decide di tornare “a Palermo per terminare il lavoro cominciato”. Il 10 luglio, il Consiglio Superiore lo nomina Consigliere della Corte di Appello. Tutti sanno che è una scelta “transitoria”. Quando si presenta al lavoro, molti danno per scontato che gli sarà attribuita la direzione dell’Ufficio Istruzione. Prestigio, anzianità e competenza sono dalla sua parte. Ma la mafia non gli darà il tempo di ricoprire il nuovo incarico.

Durante la sua attività di Giudice Istruttore a Palermo, Terranova seppe cogliere le metamorfosi che la mafia stava subendo nel suo divenire da agricola a imprenditrice, conquistando privilegi, commesse e licenze edilizie. Nei suoi scritti, il magistrato pone spesso l’accento sulla necessità di “leggi adeguate, polizia efficiente, giudici sereni” quali strumenti indispensabili nella lotta contro le mafie. Per Terranova non dovevano esistere “santuari inviolabili”: “La mafia non è un concetto astratto, non è uno stato d’animo, ma è criminalità organizzata, efficiente e pericolosa, articolata in gruppi o famiglie e non c’è una mafia buona o cattiva perché la mafia è una sola ed è associazione per delinquere. E, tuttavia, è cosa diversa dalla comune delinquenza: è, per dirla come Leonardo Sciascia, un’associazione segreta che si pone come intermediazione parassitaria fra la proprietà e il lavoro, tra la produzione e il consumo, tra il cittadino e lo Stato, con fini di arricchimento per i propri associati”.

Nel commemorarlo, il Capo dello Stato, Sandro Pertini, Io ricorda così: «Cesare Terranova fu uomo di alto sentire e di grande cultura: amava profondamente la sua Sicilia e viveva con angoscia la fase di trapasso che l’isola attraversava, dall’economia del feudo e rurale all’economia industriale e collegata con le grandi correnti di traffico europeo e mediterraneo. Ma egli era anche animato, oltre che da un virile coraggio, da infinita speranza, che scaturiva dalla sua profonda bontà d’animo: speranza nel futuro dell’Italia e della Sicilia migliori, per le quali il sacrificio della sua vita, fervida, integra ed operosa non è stato vano. Ancora una volta così la violenza omicida della delinquenza organizzata ha colpito uno degli uomini migliori, uno dei figli più degni della terra di Sicilia”.

E, nella sua “lettera-testamento” alla moglie Giovanna datata 1° marzo 1978, l’uomo” Cesare Terranova scrive: “Ad onore dei miei genitori voglio ricordare che i principi che mi hanno guidato in tutta la vita sono frutto della educazione da loro ricevuta e che, se in qualche misura sono riuscito ad operare bene da uomo e da cittadino, ciò lo devo soprattutto agli insegnamenti e agli esempi costanti di mio padre e di mia madre, ai quali va la mia infinita gratitudine”.

 

 

 

Articolo del 12 novembre 2013 da  associazionemagistrati.it/
In ricordo di Cesare Terranova
Capo dell’Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, assassinato dalla mafia.

Cesare Terranova
(Palermo, 15 agosto 1921 – Palermo, 25 settembre 1979)
Consigliere della Corte di Appello di Palermo, assassinato dalla mafia.

Il 25 settembre del 1979, verso le 8,30 del mattino, una Fiat 131 arriva sotto casa del giudice Cesare Terranova a Palermo per condurlo in ufficio. Il magistrato si pone alla guida della vettura; accanto a lui siede il maresciallo di Pubblica Sicurezza Lenin Mancuso, al quale è stata affidata la sua protezione. L’auto imbocca una strada secondaria che trova inaspettatamente chiusa per “lavori in corso”. A quel punto, alcuni killer affiancano l’auto e aprono il fuoco con una carabina Winchester e con delle pistole. Il magistrato ingrana la retromarcia nel tentativo di sottrarsi ai proiettili; il maresciallo Mancuso impugna la Beretta di ordinanza. Viene esplosa una trentina i colpi. Il giudice muore sul colpo, Mancuso poche ore dopo in ospedale.

Secondo l’amico e scrittore Leonardo Sciascia, Cesare Terranova fu ucciso perché “stava occupandosi di qualcosa per cui qualcuno ha sentito incombente o immediato il pericolo”. Le prime importanti dichiarazioni sul duplice delitto di Palermo risalgono al 1984. A Giovanni Falcone, Tommaso Buscetta racconta che Terranova è stato ucciso su mandato di Liggio. Nel 1996, un altro collaboratore di giustizia conferma che Terranova era divenuto un obiettivo per Liggio e i corleonesi fin dal 1975. Liggio dal carcere ne aveva chiesto l’omicidio sia per vendicarsi della sentenza della condanna all’ergastolo subita sia perché Terranova si mostrava – quale componente della Commissione parlamentare antimafia – troppo determinato nel contrasto della criminalità organizzata. Secondo investigatori e giudici, quello di Terranova fu anche un “omicidio preventivo”. Fu ucciso per stroncare la sua carriera e impedirgli di divenire Capo dell’Ufficio Istruzione di Palermo: Ufficio dal quale avrebbe “perseguito con forza la strategia di recidere le trarne tra mafia e politica, obiettivo che contraddistinse sempre il suo operato, sia da magistrato che da politico”.

Nato a Palermo nell’agosto del 1921, Cesare Terranova entra in magistratura nel 1946 appena tornato dalla guerra e dalla prigionia. È Pretore a Messina e poi a Rometta. Nel 1958 si trasferisce dal Tribunale di Patti a quello di Palermo, qui avviando i celebri processi di mafia contro Liggio e altri boss mafiosi. Giunge poi a Marsala, dove – quale Procuratore della Repubblica – svolge numerose e difficili indagini. Eletto deputato, diviene componente della Commissione parlamentare antimafia e qui si distingue per impegno, intuito e professionalità, ponendo al servizio delle più alte istituzioni la esperienza accumulata nel corso della carriera di magistrato. Proprio in questi anni alcune sentenze di condanna di pericolosi appartenenti all’organizzazione mafiosa vengono annullate. Molti mafiosi tornano liberi e alzano il livello di scontro contro lo Stato. Terminato nel 1979 il mandato parlamentare, Terranova decide di tornare “a Palermo per terminare il lavoro cominciato”. Il 10 luglio, il Consiglio Superiore lo nomina Consigliere della Corte di Appello. Tutti sanno che è una scelta “transitoria”. Quando si presenta al lavoro, molti danno per scontato che gli sarà attribuita la direzione dell’Ufficio Istruzione. Prestigio, anzianità e competenza sono dalla sua parte. Ma la mafia non gli darà il tempo di ricoprire il nuovo incarico.

Durante la sua attività di Giudice Istruttore a Palermo, Terranova seppe cogliere le metamorfosi che la mafia stava subendo nel suo divenire da agricola a imprenditrice, conquistando privilegi, commesse e licenze edilizie. Nei suoi scritti, il magistrato pone spesso l’accento sulla necessità di “leggi adeguate, polizia efficiente, giudici sereni” quali strumenti indispensabili nella lotta contro le mafie. Per Terranova non dovevano esistere “santuari inviolabili”: “La mafia non è un concetto astratto, non è uno stato d’animo, ma è criminalità organizzata, efficiente e pericolosa, articolata in gruppi o famiglie e non c’è una mafia buona o cattiva perché la mafia è una sola ed è associazione per delinquere. E, tuttavia, è cosa diversa dalla comune delinquenza: è, per dirla come Leonardo Sciascia, un’associazione segreta che si pone come intermediazione parassitaria fra la proprietà e il lavoro, tra la produzione e il consumo, tra il cittadino e lo Stato, con fini di arricchimento per i propri associati”.

Nel commemorarlo, il Capo dello Stato, Sandro Pertini, Io ricorda così: «Cesare Terranova fu uomo di alto sentire e di grande cultura: amava profondamente la sua Sicilia e viveva con angoscia la fase di trapasso che l’isola attraversava, dall’economia del feudo e rurale all’economia industriale e collegata con le grandi correnti di traffico europeo e mediterraneo. Ma egli era anche animato, oltre che da un virile coraggio, da infinita speranza, che scaturiva dalla sua profonda bontà d’animo: speranza nel futuro dell’Italia e della Sicilia migliori, per le quali il sacrificio della sua vita, fervida, integra ed operosa non è stato vano. Ancora una volta così la violenza omicida della delinquenza organizzata ha colpito uno degli uomini migliori, uno dei figli più degni della terra di Sicilia”.

E, nella sua “lettera-testamento” alla moglie Giovanna datata 1° marzo 1978, l’uomo” Cesare Terranova scrive: “Ad onore dei miei genitori voglio ricordare che i principi che mi hanno guidato in tutta la vita sono frutto della educazione da loro ricevuta e che, se in qualche misura sono riuscito ad operare bene da uomo e da cittadino, ciò lo devo soprattutto agli insegnamenti e agli esempi costanti di mio padre e di mia madre, ai quali va la mia infinita gratitudine”.

 

 

 

 

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