3 Maggio 1982 Reggio Calabria. Gennaro Musella, stimato professionista, ucciso dilaniato dall’esplosione della sua autovettura.

Foto da: Stop ‘ndrangheta.it

Ingegnere salernitano, Gennaro Musella aveva trasferito in Calabria la sua azienda perché impegnato in lavori di opere marittime. Era un professionista stimato, un uomo semplice.
Viene ucciso a Reggio Calabria il 3 maggio 1982, dilaniato dall’esplosione della sua autovettura. Da allora la sua famiglia cerca giustizia.
L’ombra della Sicilia “senza sole” si affaccia anche sul delitto Musella che fu inquadrato nell’assegnazione dell’appalto per il porto di Bagnara Calabra, le cui gare furono vinte prima e dopo, dai famosi “cavalieri del lavoro” di Catania, Costanzo e Graci.
I carabinieri del nucleo operativo di Reggio Calabria, in un rapporto all’autorità giudiziaria, denunciarono per quell’appalto un’associazione tra la ‘ndrangheta calabrese e la mafia catanese, rispettivamente guidate dai boss Paolo de Stefano e Nitto Santapaola; nell’elenco comparivano anche nomi di imprenditori, politici e funzionari del genio civile di Reggio Calabria. Al delitto Musella lo Stato non ha mai dato una risposta. Il caso fu archiviato nel 1988 contro ignoti per essere riaperto poi dalla DDA nel 1993. L’inchiesta malgrado portata a termine dal procuratore aggiunto della Dda di Reggio Calabria Salvatore Boemi unitamente alla criminalpol, non ha avuto alcun seguito, non essendo mai stato celebrato un processo. La giustizia rimane sepolta da strati di polvere tra le carte ingiallite di un vecchio fascicolo, mentre le imprese mafiose continuano a giudicarsi gli appalti, le tangenti sono sempre in rigore così come l’alleanza tra mafia e ‘ndrangheta.
E’ stato riconosciuto vittima innocente della ‘ndrangheta solo nel 2009. Si conclude quindi con una vittoria la battaglia che da anni combatte sua figlia, Adriana Musella, impegnata ad animare il movimento antimafia Riferimenti – che ha avuto come presidente un uomo prestigioso come il giudice Antonino Caponnetto – che ogni anno organizza la manifestazione “La Gerbera gialla” per gli studenti di tutta Italia. A Gennaro Musella la città di Reggio Calabria ha dedicato recentemente una strada. (Stop ‘ndrangheta.it)

 

 

Articolo di La Stampa del 4 Maggio 1982
Dilaniato da una bomba nell’auto Quattro feriti, evitata la strage
Reggio Calabria, esecuzione di stampo mafioso per un impresario edile Dilaniato da una bomba nell’auto Quattro feriti, evitata la strage

REGGIO CALABRIA — Un noto Industriale, Gennaro Musella, 57 anni, originario di Salerno ma da anni trapiantato in Calabria, è morto nello scoppio della sua auto, imbottita d’esplosivo. La deflagrazione, violentissima, ha ferito altre 4 persone. Ancora oscure le cause dell’agguato. Alle 8,35, l’Ingegner Musella, come era solito fare, è sceso dalla sua abitazione di via Apollo, nel centro cittadino, e si è messo al volante della sua Mercedes 240 diesel. La moglie, al balcone, gli ha rivolto un saluto, l’ultimo. Il professionista ha inserito le chiavi e scaldato la vettura per qualche istante. Inserita la prima, aveva percorso meno di un metro quando una potente carica, collocata sotto l’automobile, è esplosa, uccidendolo sul colpo. La vettura è stata scaraventata dall’altra parte della strada.

Oltre dieci auto parcheggiate nella zona hanno riportato seri danni mentre i palazzi adiacenti hanno avuto le finestre rotte e i portoni divelti. Il boato è stato udito in tutta la città. Giuseppe Marrapodi, 58 anni, Demetrio Sicari, 62, e altri due passanti, fra cui un bimbo di otto anni, hanno riportato lesioni, fortunatamente superficiali, a seguito dello scoppio. L’attentato avrebbe potuto causare una strage, vista la zona di passaggio obbligato per migliaia di studenti che frequentano l’Istituto industriale o per i ragazzi dhe si recano ogni mattina nelle scuole elementari del quartiere. Altra circostanza fortunosa: di lunedi, il mercato coperto della zona, a poche decine di metri, è chiuso per riposo settimanale. Con l’attentato di ieri, la mafia calabrese o siciliana, probabile mandante dell’esecuzione, ha voluto ancora una volta mostrare la sua potenza In città. E a Reggio, divenuta ormai un «porto franco» per i crimini più disparati, la situazione è veramente drammatica. Da inizio anno risultano oltre cento gli attentati dinamitardi, molti di più 1 danneggiamenti. Gennaro Musella, da oltre vent’annl residente in Calabria, sposato e con quattro figli, aveva aperto numerosi cantieri, in massima parte per la costruzione di opere marittime. Ultimamente si era deciso a prendere lavori anche a Palermo, dove, tra l’altro, aveva la comproprietà di un grande albergo. e. 1.

 

 

 

Tratto da: Stop ‘ndrangheta.it    
Gennaro Musella e la giustizia dopo 26 anni
L’imprenditore salernitano Gennaro Musella viene ucciso da un’autobomba a Reggio Calabria nel 1982. Le indagini puntano su un asse tra Cosa nostra e ‘ndrangheta ma non raggiungono risultati apprezzabili. Nel 2009 il riconoscimento ufficiale di vittima innocente.

Ingegnere salernitano, Gennaro Musella aveva trasferito in Calabria la sua azienda perché impegnato in lavori di opere marittime. Era un professionista stimato, un uomo semplice.
Viene ucciso a Reggio Calabria il 3 maggio 1982, dilaniato dall’esplosione della sua autovettura. Da allora la sua famiglia cerca giustizia.
L’ombra della Sicilia “senza sole” si affaccia anche sul delitto Musella che fu inquadrato nell’assegnazione dell’appalto per il porto di Bagnara Calabra, le cui gare furono vinte prima e dopo, dai famosi “cavalieri del lavoro” di Catania, Costanzo e Graci.
I carabinieri del nucleo operativo di Reggio Calabria, in un rapporto all’autorità giudiziaria, denunciarono per quell’appalto un’associazione tra la ‘ndrangheta calabrese e la mafia catanese, rispettivamente guidate dai boss Paolo de Stefano e Nitto Santapaola; nell’elenco comparivano anche nomi di imprenditori, politici e funzionari del genio civile di Reggio Calabria. Al delitto Musella lo Stato non ha mai dato una risposta. Il caso fu archiviato nel 1988 contro ignoti per essere riaperto poi dalla DDA nel 1993. L’inchiesta malgrado portata a termine dal procuratore aggiunto della Dda di Reggio Calabria Salvatore Boemi unitamente alla criminalpol, non ha avuto alcun seguito, non essendo mai stato celebrato un processo. La giustizia rimane sepolta da strati di polvere tra le carte ingiallite di un vecchio fascicolo, mentre le imprese mafiose continuano a giudicarsi gli appalti, le tangenti sono sempre in rigore così come l’alleanza tra mafia e ‘ndrangheta.
E’ stato riconosciuto vittima innocente della ‘ndrangheta solo nel 2009. Si conclude quindi con una vittoria la battaglia che da anni combatte sua figlia, Adriana Musella, impegnata ad animare il movimento antimafia Riferimenti – che ha avuto come presidente un uomo prestigioso come il giudice Antonino Caponnetto – che ogni anno organizza la manifestazione “La Gerbera gialla” per gli studenti di tutta Italia. A Gennaro Musella la città di Reggio Calabria ha dedicato recentemente una strada.

 

 

 

 

 

LA GERBERA GIALLA

E’ un fiore per non dimenticare
per esprimere la forza dell’amore sull’odio e sulla violenza;
forza che non conosce resa, supera qualsiasi barriera e vince anche la morte.
 
E’ un fiore che nasce dal dolore e dalle lacrime dei lutti.
 
E’ la vita che rinasce attraverso l’impegno di tutti e di ognuno per prendersi la propria rivincita,
così come maggio su novembre, perchè nessuno sia stato sacrificato invano e il silenzio non uccida per la seconda volta,
perchè la memoria sia più della polvere e della complicità.
 
E’ un messaggio di reazione e di speranza che trasmettiamo ai giovani,
perchè lo recepiscano e lo facciano proprio.
A loro affidiamo rinascita e riscatto, a loro il compito di costruire una nuova storia.
 
Adriana Musella

Dall’esigenza di non archiviare la memoria, nell’affermazione del diritto alla vita, nasce la gerbera gialla, testimone di rinascita e riscatto che viene dedicata alle vittime  della violenza criminale, quelle vittime  troppo spesso dimenticate dai tribunali e  dalle coscienze, vittime senza voce, ma ciascuna con la propria storia, alle cui morti ingiuste si ha il dovere di dare un senso per non renderle vane. La gerbera gialla, fiore che simbolicamente condensa in sé l’essenza drammatica di quei fatti e ne rappresenta il dolore, è anche il simbolo della rinascita della possibilità di fondare nuove etiche collettive.  La rappresentazione del passato, l’impegno civile, la visibilità sociale consentono infatti di rafforzare l’idea di stato e di democrazia e di declinare nuove modalità di convivenza civile nel presente come nel futuro.

La simbologia del fiore racchiude  un messaggio di memoria  e insieme di reazione; la gerbera, nonostante i lutti, la violenza e le guerre, ritorna a fiorire  nei  mesi che ci ricordano la rinascita della vita ma anche tante stragi  da Portella delle Ginestre a Piazza della Loggia a Brescia, da Impastato a Basile, da Musella a Schifani, da Bonsignore a Falcone.

Abbiamo il dovere di trasmettere ai giovani quelle nozioni di memoria storica che il nostro Paese, a volte, sembra avere dimenticato perché rappresentano un patrimonio essenziale per costruire un domani diverso.

Ogni primavera, la gerbera gialla compie il suo percorso  nel ricordo ma anche in una collettiva volontà di rinascita.  Le giornate della Gerbera Gialla rappresentano i pilastri di un ponte ideale tra le varie regioni, fatto di lutti sconosciuti e famosi ma anche di una collettiva volontà di rinascita.

 

 

Articolo del 26 Agosto 2012 da Il Fatto Quotidiano
Il fiore resistente della Calabria
di Nando dalla Chiesa

Per simbolo si è data una gerbera gialla. “Stelo robusto, coloratissima, da gente in trincea”. Adriana Musella non è proprio un milite ignoto per i movimenti antimafia. Se la racconti è perché d’un tratto ti dice cose della sua vita che fanno sobbalzare. La sua storia pubblica incomincia il 3 maggio del 1982. Trent’anni fa, anche lei, ma a Reggio Calabria. Quando di primo mattino saltò per aria l’auto di suo padre, nemmeno il tempo di metterla in moto. Faceva l’imprenditore, Gennaro Musella. Si occupava di cave e di lavori pubblici, e i suoi operai ancora oggi lo raccontano come un benefattore capace di mettere in mano, fuori busta, i soldi “per i bambini”. Pare anche che sapesse fare molto bene il suo mestiere. Conti in ordine, azienda efficiente (la Sider) e mente visionaria. Successe un giorno (questo non sapevo) che fu aperta una gara per realizzare il porto di Bagnara Calabra e che lui si innamorò del suo progetto. Cocciutamente. Ma la gara venne vinta da un’altra impresa.

Una proposta imbattibile, un massimo ribasso da mille e una notte. Musella andò al genio civile con le tabelle in mano: prezzi di mercato dei mezzi e delle forniture necessarie, anche all’ingrosso, anche scontate; salari minimi delle mansioni più basse. Come potevano, i vincitori, garantire quelle cifre? C’era aria di imbroglio. Il funzionario del genio civile dovette abbozzare. Anche se la gara l’aveva vinta un’ impresa di Gaetano Graci, uno dei quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa di Catania urlati da Giuseppe Fava . Si rifece la gara. Musella si preparò meticolosamente. Ma lo sgarro di mettersi di traverso al gruppo Graci non avrebbe dovuto farlo.

I cavalieri del lavoro catanesi, infatti, stavano sbarcando in Calabria, decisi a sfruttare le opportunità aperte oltre lo Stretto dai buoni uffici di Nitto Santapaola, che in terra reggina aveva stretto, in tema di stupefacenti, una solida alleanza con Paolo De Stefano, boss calabrese di prima grandezza. La gara la vinse Graci, che di lì a poco fece un consorzio con le imprese concorrenti battute. Venivano da tutta Italia ma le buste erano state spedite insieme da Reggio, nello stesso giorno e in ordine progressivo. Nel frattempo c’era stata l’autobomba. Le indagini non portarono da nessuna parte. E i cavalieri, dal canto loro, erano intoccabili.

Il procuratore di Reggio, Gaeta, disse ad Adriana che gli chiedeva giustizia: “Signora, se ne stia a casa, lei ha due figli”. Poco tempo fa la procura ha sostenuto che dietro la bomba c’erano stati gli uomini di Santapaola.“Già, è stato il primo delitto di mafia realizzato in Calabria su mandato di Cosa nostra. Ma il gip, l’attuale procuratore di Palmi, non ha accolto la richiesta di incriminazione. Tanto sono tutti morti, mi si dice. Ti rendi conto? Ho dedicato tutta la vita a chiedere giustizia e a coltivare il ricordo di mio padre. E non è stato facile riscattare la mortificazione della ferita, lottare in una terra ancora piena di vermi. Mi sono dovuta battere per ventisei anni perché lo riconoscessero vittima di mafia. Ho avuto vicino tante persone, soprattutto Antonino Caponnetto, uomo meraviglioso, eccolo in queste foto”.

Compare in più immagini il grande magistrato, come anche Pietro Grasso, e altri familiari di vittime. “Mi aiutò lui a dar vita a ‘Riferimenti’, l’associazione che oggi guido. La gerbera gialla nacque con lui, alla prima manifestazione a Reggio, nel maggio del ’93. Non sono belle queste distese di gerbere alle manifestazioni studentesche? Guarda qui”. Adriana oggi è una signora matura. Lontane trent’anni le foto con il padre che le tiene un braccio sulla spalla come fosse una bambina. Qualcuno le rimprovera una personalità molto forte, l’impeto, la “tigna”, anche; perfino di avere tenuto la segreteria della Consulta antimafia della Regione Calabria. “E questo mi amareggia . Nessuno ha mai coperto personaggi compromessi. In compenso sono state organizzate tante cose utili in una regione dove, come sai benissimo, la società civile non ha la forza della Sicilia. Facciamo anche la settimana bianca dell’antimafia, con l’aiuto dell’Azienda del Turismo di Folgaria. Quattrocento ragazzi da tante regioni d’Italia, a prezzi stracciati. Poi”, e qui si ferma un attimo, “se qualcuno fosse capace di fare ricordare mio padre senza di me ne sarei solo felice”.

Invece non accade. Invece i trent’anni che ricordano alcuni eroi dell’antimafia, per Musella sono stati celebrati a maggio con il ministro Cancellieri, la targa di Napolitano, ma addosso l’idea di una vicenda locale. Le guardi il viso abbronzato e avverti il senso di colpa, ma di che memoria parliamo… E pensi pure, visto che la fantasia non la controlla nessuno, a quei signori che anni fa cercarono di farci digerire i cavalieri del lavoro di Catania perché agli imprenditori “mica si possono fare le analisi del sangue”. Oggi molti dei loro amici dell’epoca, diversamente da Musella, sono ancora vivi, e con tutti gli onori. In politica e in Cassazione.

 

 

 

 

VITTIMA DI MAFIA. Nome comune di persona Foto e fonte pellegrinieditore.com
Autore  Salvatore Ulisse Di Palma

Ed. Luigi Pellegrini

Se la ’ndrangheta pensava (attraverso l’autobomba che ne ridusse a brandelli irriconoscibili le carni) di cancellare dalla memoria della storia Gennaro Musella, si sbagliava di grosso! A trent’anni dalla sua morte, egli è ancora qui, accanto a noi, ad indicarci, con il suo esempio, la strada da seguire.
Diceva Milan Kundera: “La lotta dell’uomo contro il potere, è la lotta della memoria contro l’oblio”.
Ma il non dimenticare deve oggi servire a non rendere vana la sua morte ed a costruire sulle basi della memoria il nostro futuro e quello della Calabria, dell’Italia tutta…
L’esempio di Gennaro Musella non può che costituire un punto di riferimento valido per gli imprenditori di oggi, per i cittadini e per i giovani…
La memoria dei fatti, puntualmente ricostruiti da questo libro, deve costituire un segnale chiaro e forte di cambiamento, di rinascita, di riscossa morale e sociale…
Sconfiggiamo l’atavica rassegnazione, la neutralità, l’indifferenza che ancora albergano diffusamente in queste terre: la storia, la vita, il sacrificio di Gennaro Musella deve rimanere in eterno come un monito alle coscienze di tutti gli italiani.

 

 

 

Fonte:  strill.it
Articolo del 5 maggio 2015
Reggio: 33 anni fa l’omicidio di Gennaro Musella
di Damiano Praticò

Era il 3 maggio 1982 quando Gennaro Musella, ingegnere salernitano trapiantato in Calabria per lavoro, veniva ucciso a Reggio Calabria.
Erano circa le 8 del mattino in via Apollo. Subito dopo aver aperto la portiera della propria auto, Musella saltava in aria con essa. Vi era stata piazzata una bomba pronta ad innescarsi al primo contatto. Di lui non rimase quasi nulla: una mano fu ritrovata in fondo alla via luogo della tragedia, addirittura parti di materia cerebrale imbrattarono le pareti dei palazzi limitrofi. Uno spettacolo da fronte bellico. Uno scenario che appare sin da subito alimentato dalla mano della ‘ndrangheta.
Da allora, la sua famiglia, soprattutto sua figlia Adriana, che porta avanti quotidianamente il ricordo del padre attraverso il coordinamento nazionale antimafia Riferimenti, cerca ostinatamente giustizia. Perchè venne ucciso Gennaro Musella?
Anni ’80: il decennio del “grande balzo in avanti” della ‘ndrangheta: droga e, in questo caso, appalti. Musella aveva trasferito la sua azienda dalla Campania alla Calabria per la costruzione di alcune opere marittime. Un’ottima occasione per il suo lavoro si presentò allorquando, nel marzo 1981, venne indetta una gara d’appalto per la costruzione del porto di Bagnara; Musella possedeva proprio a Bagnara una cava di massi e un’impresa estrattiva. Tentò di prendere parte all’appalto, ma la mano invisibile della ‘ndrangheta, intrecciata con quella di una parte connivente della politica, gli impedirono di partecipare alla gara. Coraggiosamente, l’imprenditore salernitano denunciò il fatto con un esposto alla Procura di Reggio Calabria.
Una reazione che gli costò la vita.
A un mese circa dalla sua morte, si svolse la gara d’appalto, vinta dai “cavalieri del lavoro” di Catania Costanzo e Graci. Ma i Carabinieri del Nucleo Operativo di Reggio Calabria, in un rapporto all’autorità giudiziaria riguardante proprio l’appalto sul porto di Bagnara, denunciarono forti irregolarità e condizionamenti causati da un’associazione tra ‘ndrangheta reggina e mafia catanese capeggiate rispettivamente da Paolo De Stefano e Nitto Santapaola. Nel rapporto venivano menzionati anche i nomi di politici, imprenditori e funzionari del Genio Civile di Reggio Calabria.
Le indagini sul delitto Musella furono archiviate nel 1988 contro ignoti. La Direzione Distrettuale Antimafia, poi, grazie al lavoro del Procuratore Aggiunto di Reggio Calabria Salvatore Boemi, in coordinamento con la CriminalPol, riaprì il fascicolo nel 1993. L’inchiesta fu completata, ma non portò mai ad un processo.
Solo nel 2008, Gennaro Musella è stato riconosciuto “vittima di ‘ndrangheta”. «Ci sono voluti 26 anni  – ha detto nell’occasione sua figlia Adriana –  affinché a mio padre fosse riconosciuto tale status».
Sono passati trent’anni dal quel fatidico 3 maggio. Molte cose sono state fatte per Gennaro Musella: il riconoscimento ufficiale di “vittima di ‘ndrangheta”, una via cittadina in suo nome. Quello che manca ancora, però, è un processo.

 

 

Foto da: strettoweb.com

Fonte: strettoweb.com
Articolo del 3 maggio 2017
Reggio Calabria: il commosso ricordo di Gennaro Musella nel 35° anniversario della strage di via Apollo
Reggio Calabria: il commosso ricordo di Adriana Musella che nel giorno del 35° anniversario della strage di via Apollo ricorda il padre con un post molto toccante

“35 anni fa…..in una strada di Reggio Calabria…..moriva mio padre….”. Queste le parole scritte sul proprio profilo facebook da Adriana Musella, presidente dell’associazione antimafia “Riferimenti” che ricorda questo triste giorno per la morte del padre avvenuta a Reggio Calabria a seguito di uno scoppio causato da un carico di tritolo posizionato sotto il sedile di guida.

Era una splendida e calda giornata di sole quel 3 maggio del 1982.
Gennaro Musella, alle 8,20, scese come al solito di casa, solo per un fortuito caso, senza la compagnia del caro nipotino Saverio, mio figlio, che ogni mattina era solito accompagnare a scuola.
Qualche giorno dopo, avremmo dovuto felicemente festeggiare il suo compleanno, ma non avevamo fatto i conti con il destino crudele.
Pochi metri, l’apertura della portiera, la messa in moto, il boato assordante.
La città tremò come scossa da un terremoto: mio padre veniva disintegrato da una potentissima carica di tritolo posizionata sotto il sedile di guida.
Il buio pesto, livide fiamme di fuoco, l’auto si accartocciò su se stessa, volando in aria per poi tornare al suolo, mentre l’urlo straziante della gente in strada si alzava in cielo, come grido lacerante di dolore.
Sull’asfalto si formò una voragine che ancora oggi, quando piove molto, riaffiora.
Una colonna di fumo nero, fitto, saliva verso il cielo, circondando gli edifici, mentre del corpo dilaniato e sventrato dell’uomo, non esisteva più nulla.
I suoi occhi spalancati sembravano essere quasi increduli.
Di lui rimase solo un tronco monco; il cervello spappolato fu trovato appiccicato sul muro di un edificio della via antistante, una mano raccolta sull’asfalto. Per uno strano scherzo del destino, un’agenda, rimasta a terra macchiata di sangue, unica superstite nella totale devastazione, indicava la data dell’8 maggio 1982, per la nuova gara d’appalto del porto di Bagnara Calabra.
Moriva così mio padre, Gennaro Musella, moriva in una terra non sua ma che aveva imparato ad amare e di cui s’era innamorato, sognando di creare una seconda Positano in terra di Calabria. Ma il suo sogno fu disintegrato con lui e il suo sorriso spento.
Dopo appena due giorni, avrebbe compiuto 57 anni.
In un attimo di follia, la distruzione di un corpo, di una vita, di una famiglia che non è mai stata più la stessa e che da ieri ad oggi non ha smesso mai di pagare le conseguenze di quella tragedia che ci ha timbrato a fuoco la vita è che ci portiamo dentro. Ancora oggi non riesco a spiegarmi il perché di tanta barbarie e ancora oggi non riesco a non essere emotivamente coinvolta nel ricordo.
Mio padre non era un eroe ma una persona semplice e buona che ha pagato a caro prezzo la sua ribellione alla prepotenza e alla sopraffazione mafiosa, nel difendere dignità e libertà.
Ho trascorso la mia vita nella testimonianza quotidiana al fine di trasmetterne memoria e ricordarlo alle coscienze della gente. Non so se ci sono riuscita ma certamente so di aver fatto tutto quello che potevo… bene o male, poco o molto, ma assolvendo al mio dovere di figlia e di cittadina… Quando ad essere ucciso è un personaggio delle Istituzioni, le Istituzioni stesse lo ricordano ma, se a cadere sono cittadini comuni, i palazzi restano molto lontani e si rischia di ucciderli due volte nella dimenticanza e nella negazione di verità e giustizia. Ecco che allora nasce per i familiari l’esigenza di mettersi in gioco e il dolore si fa forza e strumento indispensabile di riscatto.
Le vittime di mafia non gridano vendetta ma esigono e meritano giustizia, orfani di un futuro loro rubato con la sopraffazione.
Nell’antica Roma, per i condannati per fatti gravissimi, v’era la ”damnatio memoriae“, l’oblio forzato, l’eliminazione d’ogni traccia che potesse mantenerne il ricordo.
La lotta della memoria contro l’oblio rappresenta il riscatto dalla barbarie per non rendere vane tante morti ingiuste e dare un senso a ciò che senso non ha. Il ricordo di alcuni uomini e la loro orrenda fine va trasmesso perché possa trasformarsi in patrimonio comune. A loro è stata riservata la parte più difficile, quella di morire, a noi resta un compito molto più agevole, diffonderne e tutelarne la memoria per non renderne vano il sacrificio ma trasformarlo in opportunità nella costruzione di una coscienza civile.

Gennaro Musella sarà ricordato stamane in forma privata, a Reggio Calabria, alla presenza degli studenti, con una messa in suffragio, presso la chiesa di San Paolo alla rotonda, alle ore 10,30“.

 

 

 

 

Fonte: mediterraneocronaca.it
Articolo del 3 maggio 2018
Gennaro Musella, 3 maggio 1982
di Roberto Greco

È il 3 maggio 1982. Siamo a Reggio Calabria, in via Apollo. Sono circa le 8:20. Gennaro Musella, ingegnere salernitano trapiantato in Calabria per lavoro, esce da casa. Si dirige verso la sua auto. Quella mattina Gennaro è uscito da solo. Spesso, mentre andava al lavoro, accompagnava a scuola il nipotino Saverio. Ma non quella mattina. Come in un film di produzione americana, il tempo si dilata e tutto si muove con un effetto rallenty. La mano di Gennaro prende dalla tasca le chiavi dell’auto. Le chiavi entrano nella serratura e la fanno scattare. La mano sinistra di Gennaro apre lo sportello. Si siede e, con la stessa mano lo richiude mentre, con la mano destra infila le chiavi nel blocco di accensione. Il sordo rumore della portiera che si chiude si mescola al clic della chiave che illumina il quadro strumenti davanti agli occhi di Gennaro. La sua mano destra inizia la rotazione oraria della chiave per accendere l’auto. Le spie di segnalazione del quadro si spengono mentre un grosso boato rompe il lento scorrere della città. Di Gennaro non rimane quasi nulla. Una mano viene ritrovata in fondo alla strada luogo della tragedia, parti di materia cerebrale imbrattano le pareti dei palazzi limitrofi. Lo spettacolo che si presentò davanti ai primi che accorsero, era da fronte bellico. Uno scenario che appare, sin da subito, realizzato dalla mano della ‘ndrangheta. Ma chi è Gennaro Musella e perché la ‘ndrangheta ha voluto ucciderlo in maniera così eclatante?

Gennaro Musella è un imprenditore campano che decise di partecipare a un bando pubblico per la realizzazione del porto di Bagnara Calabra. La mano invisibile della ‘ndrangheta, intrecciata con quella di una parte connivente della politica, gli impedì di partecipare alla gara. Gennaro Musella rispose denunciando il fatto con un esposto alla Procura di Reggio Calabria. Non fece in tempo a partecipare alla gara d’appalto. Poco più di un mese dopo la sua morte, la gara d’appalto fu vinta dai cavalieri del lavoro di Catania, quei Renda, Costanzo e Graci contro il cui operato si scagliava Pippo Fava che da anni denunciava il loro operato e le loro collusioni con la sponda continentale della criminalità organizzata. I Carabinieri del Nucleo Operativo di Reggio Calabria, in un rapporto all’autorità giudiziaria riguardante proprio l’appalto sul porto di Bagnara, denunciarono forti irregolarità e condizionamenti causati da un’associazione tra ‘ndrangheta reggina e mafia catanese capeggiate rispettivamente da Paolo De Stefano e Nitto Santapaola. Nel rapporto erano menzionati anche i nomi di politici, imprenditori e funzionari del Genio Civile di Reggio Calabria. Le indagini sul delitto Musella furono archiviate nel 1988 contro ignoti. La Direzione Distrettuale Antimafia, poi, grazie al lavoro del Procuratore Aggiunto di Reggio Calabria Salvatore Boemi, in coordinamento con la CriminalPol, riaprì il fascicolo nel 1993. L’inchiesta fu completata, ma non portò mai a un processo.

Gennaro Musella nacque a Salerno nel 1925. Fu ucciso dalla ‘ndrangheta il 3 maggio 1982. Solo nel 2008, Gennaro Musella è stato riconosciuto “vittima di ‘ndrangheta”.

 

 

 

 

 

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