7 Luglio 1976 Catania. Giovanni La Greca, Riccardo Cristaldi, Lorenzo Pace e Benedetto Zuccaro vennero trucidati come dei boss. Il più grande aveva 15 anni.

È una afosa mattinata d’estate, il 7 luglio del 1976, e quattro ragazzini di San Cristoforo (Catania) scompaiono misteriosamente. Qualche giorno prima, uno di loro, aveva scippato la borsa alla madre di Benedetto Santapaola. I loro nomi: Giovanni La Greca, Lorenzo Pace, Riccardo Cristaldi e Benedetto Zuccaro. Erano tutti giovanissimi, tra i tredici e quindici anni, erano poco più che bambini.
“Ricorda Antonino Calderone: Quando arrivai in quella specie di stalla di Ciccio Cinardo, a Mazzarino, quei quattro ragazzini erano legati come salami in mezzo al fango. Cinardo era arrabbiato perché non voleva tenerli lì… poi nella stalla entrò Salvatore Santapaola e, in quello stesso momento, si prese la decisione di uccidere i quattro bambini. Antonino Calderone spiega perché: Uno di loro riconobbe Santapaola e, sperando in un suo intervento, gridò: Guardate, guardate c’è Turi di San Cristoforo…. Un’ora dopo i quattro ragazzini erano sulle colline di San Cono, morti”. (Fonte: La Repubblica)

 

 

 

Fonte:  ricerca.repubblica.it
Articolo del 11 marzo 1988
«HO UCCISO ANCHE QUATTRO RAGAZZI»
di Umberto Rosso

PALERMO Lo avevano catturato sulla Costa Azzurra, la mattina del 9 maggio dell’ 86. Nella dolce Nizza, paradiso di turisti e miliardari, Antonino Calderone 60 anni, il boss pentito che ha fatto scattare il blitz di ieri, si sentiva al sicuro. Lontano dalla vendetta dei killer di Nitto Santapaola, il boss un tempo alleato che ha fatto terra bruciata attorno al suo clan. Una famiglia temuta e rispettata fin dagli anni ‘ 60 e fino alla metà del 1970.

Un nome, quello dei Calderone, che incute paura. Una famiglia di intoccabili: il fratello Giuseppe, soprannominato Cannarozzu d’argentu per quella protesi che aveva in gola a causa di un tumore, è il capo assoluto delle cosche catanesi. I Calderone sono sbarcati a Catania e hanno assunto il controllo delle cosche. Ai loro ordini ubbidiscono tutti gli altri, da Santapaola a Ferlito, dai Cursoti ai fratelli Mazzei.

Proprio nella villa di Cannarozzu d’argentu Ligio, così il boss ha raccontato al maxi-processo, incontrò Totò Greco e Buscetta che lo contattarono per mettere le sue truppe mafiose al servizio del golpe Borghese. Poi, con la rapida ascesa dei nuovi boss, che stringono un patto di ferro con i corleonesi che a Palermo portano avanti un’analoga operazione di sterminio contro la vecchia guardia, gli equilibri cambiano.

Crolla un impero: Giuseppe Calderone cade una sera di settembre del ’78, la sua 112 viene fatta a pezzi dalla violenza delle lupara e dei mitra. Calderone preferisce cambiare aria e dal febbraio dell’83 si rifugia a Nizza. La moglie, Margherita Gangemi, 43 anni, lascia il suo impiego all’università e con i 5 figli fa le valige dall’appartamento nella centralissima via Etnea. Sulla Costa Azzura restano per un po’ nell’ombra, attenti a non fare passi falsi. Poi decidono che è venuto il momento di uscire allo scoperto: acquistano una lavanderia, mandano i figli a studiare nei collegi di Nizza.

Partono però le prime segnalazioni dalla Francia in Italia, iniziano i pedinamenti dell’Interpol. Due anni fa, infine, la Primula rossa viene ammanettata dagli investigatori giunti da Catania proprio all’interno della lavanderia. L’ex vice capo della commissione finisce in galera a Marsiglia. Cominciano gli interrogatori, e all’inizio il boss tiene la bocca chiusa. Poi si fa strada la paura, il suo clan decimato, dopo Contorno e Buscetta un altro capo mafia di Catania, Giuseppe Alleruzzo, ha deciso di vuotare il sacco facendo arrestare una sessantina di uomini delle cosche.

È la moglie a prendere contatti con il capo della narcontici di Marsiglia, Andreé Minana, e con i giudici De Bach e Michel (in seguito assassinato). Dice che il marito è disposto a parlare. La moglie di Calderone si mette in contatto telefonico anche con la Criminalpol di Palermo. Partono gli investigatori e i giudici siciliani, raccolgono la lunghissima confessione del boss pentito. Ci sono 30 anni della storia di Cosa Nostra nelle centinaia di pagine di verbali, fino all’82. Una mappa aggiornata, con nomi, date, fatti.

E Antonino Calderone si autoaccusa anche di sette delitti: quattro morti sono dei ragazzini. Un’esecuzione raccapricciante commessa nel luglio del ’76 nelle campagne di Mazzarino. Benedetto Zuccaro, Giovanni La Greca, Riccardo Cristaldi e Lorenzo Pace, tutti di età fra i dieci e i quindici anni, vennero strangolati e poi seppelliti. I corpi non sono mai stati recuperati. Ancora qualche mese fa le loro famiglie hanno lanciato un appello per poterli riabbracciare: credevano fossero fuggiti da casa. I quattro ragazzi, piccoli scippatori nel quartiere catanese di San Cristoforo, hanno pagato per aver osato offendere la famiglia Santapaola: uno scippo alla madre del boss, uno sberleffo per strada al fratello di Nitto.

 

 

 

Tratto dall’articolo di La Repubblica del 13 marzo 1988
“UCCIDETE MIO FIGLIO, È COMUNISTA” COSÌ ORDINÒ QUELL’UOMO D’ONORE

PALERMO Un mafioso, per difendere Cosa nostra, può arrivare ad uccidere suo figlio. Gli orrori degli uomini d’onore raccontati da un protagonista. Parla Antonino Calderone:

[…]

Dall’uccisione di un figlio al massacro dei picciriddi del popolare quartiere San Cristoforo di Catania. Erano quattro adolescenti e, uno di loro, ricorda Antonino Calderone era talmente basso da non arrivare nemmeno al finestrino dell’automobile che lo trasportava verso la morte. Un racconto macabro che il pentito narra in una cella del carcere della Bouvette di Marsiglia davanti a tre poliziotti e un giudice paralizzati dalla sorpresa e dall’orrore.

È una afosa mattinata d’estate, il 7 luglio del 1976, e quattro ragazzini di San Cristoforo scompaiono misteriosamente. Qualche giorno prima, uno di loro, aveva scippato la borsa alla madre di Benedetto Santapaola. I loro nomi: Giovanni La Greca, Lorenzo Pace, Riccardo Cristaldi e Benedetto Zuccaro. Erano tutti giovanissimi, tra i tredici e quindici anni, erano poco più che bambini.

Ricorda Antonino Calderone: Quando arrivai in quella specie di stalla di Ciccio Cinardo, a Mazzarino, quei quattro ragazzini erano legati come salami in mezzo al fango. Cinardo era arrabbiato perché non voleva tenerli lì… poi nella stalla entrò Salvatore Santapaola e, in quello stesso momento, si prese la decisione di uccidere i quattro bambini.

Antonino Calderone spiega perché: Uno di loro riconobbe Santapaola e, sperando in un suo intervento, gridò: Guardate, guardate c’è Turi di San Cristoforo…. Un’ora dopo i quattro ragazzini erano sulle colline di San Cono, morti. Con me c’erano Giuseppe Di Cristina, i due Cammarata padre e figlio, Luigi Annaloro, ricorda ancora Calderone. E continua il pentito nella sua confessione: No, io non saprei ritornare oggi in quel posto. I soli che potrebbero arrivare in quella zona impervia vicino a Monte Formaggio, a qualche chilometro da Mazzarino, sono i due Cammarata. In quel posto forse ci sono altri morti sepolti….

Nelle colline che circondano Riesi e Mazzarino decine di poliziotti cercano da un giorno e una notte un cimitero della mafia e la fossa dove, secondo il pentito catanese, sarebbero stati gettati i quattro ragazzini di San Cristoforo. Una cantata che ha svelato particolari raccapriccianti sul clan di Catania, una famiglia della quale nessuno, fino a pochi anni fa, conosceva nemmeno l’esistenza.

Nemmeno le madri di quei quattro picciriddi scomparsi a San Cristoforo sapevano nulla della mafia e della fine che avevano fatto i loro figli. Maria Giuffrida, la madre di Riccardo Cristaldi, ha saputo tutto dodici anni dopo quella mattina di luglio. Una vicina è corsa nella sua vecchia casa di San Cristoforo l’altra sera dopo il Tg delle 19.45: Signora Maria, signora Maria ha sentito la televisione?.

Dice la donna, stravolta, incredula, tra i singhiozzi: Quella mattina, era domenica, Riccardo mi disse che stava andando a giocare con i suoi compagni. Da allora non l’ho più visto. La stessa frase la ripetono altre madri, altre donne sconvolte, Vincenza Di Bella, Calogera Cucè, Nunzia Di Tommaso. Erano così piccoli dice ancora Maria Giuffrida perché? Perché una morte così atroce?

 

 

 

 

Gli uomini del disonore
di Pino Arlacchi

Ed. Il Saggiatore

Gli uomini del disonore è il racconto-confessione del grande pentito che negli anni ottanta, con Tommaso Buscetta, diede il contributo più determinante alla lotta contro la mafia. Antonino Calderone, all’epoca del suo pentimento, era un elemento di spicco della mafia siciliana, braccio destro del fratello Giuseppe, capo della Commissione regionale di Cosa Nostra. La sua testimonianza è perciò in assoluto il primo spaccato della mafia in Sicilia proveniente dai vertici dell’organizzazione. Una testimonianza preziosa, non solo dal punto di vista investigativo, ma anche ai fini di una conoscenza approfondita di Cosa Nostra, dei suoi codici, delle sue feroci lotte intestine. Da oltre quaranta ore di colloqui nel convento di clausura dove Calderone viveva nascosto, è nato questo libro-documento in cui, come in un grande thriller, tutti sono, allo stesso tempo, amici e nemici, professano lealtà e sono pronti all’inganno più astuto, progettano congiure, tradiscono e uccidono.

 

 

Fonte: archiviolastampa.it
Articolo del 14 giugno 1992
«Santapaola è innocente»
di Nicola Savoca
Catania, per la strage dei bimbi non bastano le accuse del pentito

CATANIA. La strage dei «picciriddi» rimane senza colpevoli. Resta un mistero quello che il pentito catanese Antonino Calderone ha definito uno dei delitti «più vergognosi che la mafia abbia mai commesso dal 1600 ad oggi». Le dichiarazioni del pentito non hanno però trovato alcun riscontro. Per questo motivo, i giudici della terza sezione penale della corte d’appello di Catania hanno rigettato il ricorso della procura generale contro la sentenza di proscioglimento del giudice istruttore Luigi Russo. Ai giudici, Antonino Calderone aveva riferito dell’atroce fine di quattro giovanissimi rapinatori di S. Cristoforo «condannati a morte» per avere scippato una borsa alla madre del boss Nitto Santapaola.

Il 10 luglio del 1976, per volere di Santapaola, quei quattro ragazzini, Lorenzo Pace, 14 anni; Riccardo Cristaldi, di 15; Giovanni La Greca, 14 e Benedetto Zuccaro, 15, furono rapiti per poi essere strangolati e buttati in un pozzo. I loro corpi non sono stati mai trovati. Gli investigatori non sono nemmeno riusciti a risalire con precisione al luogo dove i 4 sono stati tenuti per un paio di giorni prima di essere uccisi. Per i giudici catanesi, che considerano Calderone un pentito attendibile, mancano i «riscontri esterni» per accusare Santapaola e i suoi uomini. La scomparsa dei quattro giovani di S. Cristoforo è rimasta per anni un «giallo» inspiegabile. La fuga al Nord alla ricerca di una vita migliore sembrava essere l’ipotesi più probabile. A San Cristoforo, però, qualcuno sapeva. In una viuzza di quel quartiere, regno incontrastato di Nitto Santapaola, quei quattro sbandati avevano osato rubare una borsetta nientemeno che alla I boss Nitto Sa apaola madre del capo. La donna era caduta a terra e si era fratturata anche un braccio. «Quei ragazzi – ha raccontato Antonino Calderone – non sapevano nemmeno che quella fosse la madre di Santapaola, e se anche lo avessero saputo, era un motivo per ammazzarli?».

A decidere di dare loro una lezione fu lo stesso Santapaola insieme a due dei suoi fratelli, Antonino e Salvatore. Calderone lo ricorda nel recente libro-racconto «Gli uomini del disonore» di Pino Arlacchi. I quattro furono sequestrati e nascosti in una stalla di S. Cristoforo, prima di essere trasportati nella tenuta agricola di Francesco Cinardo, a Mazzarino, territorio controllato dal boss di Riesi, Giuseppe Di Cristina. «La maggior parte di noi ricorda Calderone – era contraria a far fuori quei bambini. Piuttosto che Uccidere quei quattro, Ciccio Cinardo disse che preferiva essere buttato fuori da Cosa Nostra. Santapaola era però deciso ad andare sino in fondo e fare tutto da solo. Se voi non ve la sentite, ripeteva, me li porto io quei piccoli fetenti e li scanno con le mie mani».

Calderone prese tempo, disse che c’era bisogno del parere del fratello Giuseppe (capomafia di Catania, ucciso nel 1978) e soprattutto del consiglio di Giuseppe Di Cristina, rappresentante provinciale di Cosa Nostra. Quest’ultimo diede ragione a Santapaola: i «picciriddi» potevano essere ammazzati. Uno di loro fu addirittura gettato ancora vivo dentro il pozzo, con il cappio al collo. Calderone assistette all’esecuzione dentro a una macchina, con i finestrini chiusi per non sentire le urla di quei ragazzi.

 

 

Fonte:  manrico.social
Articolo del 2 agosto 2016
La Sicilia vista dalla Luna
L’anti-anniversario
di Ernesto Consolo

Quattro adolescenti tra i 13 e i 15 anni uccisi senza pietà. In questo mese di luglio ricorreva l’anniversario. Quarant’anni esatti. I nomi dei quattro ragazzini sono: Riccardo Cristaldi, Giovanni La Greca, Lorenzo Pace e Benedetto Zuccaro.

Vengono rapiti in un giorno di festa, domenica 7 luglio 1976: per opera degli uomini di Nitto (Benedetto all’anagrafe) Santapaola, esponente di vertice della mafia di Catania, poi divenutone capo indiscusso fino ad oggi. I quattro ragazzini si sarebbero macchiati di alcuni scippi nel quartiere di San Cristoforo, prendendo di mira anche la madre di Nitto Santapaola. Non è però nemmeno accertato.

Si sussurra poi che alla base del rapimento ci fosse solo una frase infelice a danno di Salvatore Santapaola, fratello del boss. I quattro sequestrati dovevano essere addirittura cinque, ma una fatalità salva un loro amico. Forse l’obiettivo è dar loro soltanto una lezione. Vengono portati prima in una stalla dello stesso quartiere. E quindi trasferiti nella provincia di Caltanissetta, in un’altra stalla situata in località monte Formaggio, nei pressi di Mazzarino: Nitto Santapaola elude così il parere decisamente contrario del capomafia catanese Giuseppe Calderone e del fratello Nino. Anche Francesco Cinardo, capomafia di Mazzarino, pare sia decisamente contrario. Nitto Santapaola pensa invece di trascinare i quattro ragazzini fino a Gela e farli accoltellare con una refurtiva addosso che simulasse il movente.

E’ Salvatore Santapaola a sbloccare la situazione: entra nella stalla con i viveri e viene accolto festosamente dai quattro sequestrati. Che credono di aver salva la vita. Santapaola si fa invece, volutamente, riconoscere e rende “necessaria” la strage. Col placet del capomafia nisseno Di Cristina. Gli “incaricati” arriveranno da Catania e Caltanissetta, formando un corteo di quattro auto. Riccardo Cristaldi, Giovanni La Greca, Lorenzo Pace e Benedetto Zuccaro vengono strangolati e gettati in un pozzo profondissimo. Uno di loro probabilmente ancora vivo, perché nessuno ha il coraggio di ucciderlo.

Delle quattro vittime esiste solo qualche foto, come quelle passate come una meteora solo quindici anni dopo su un quotidiano locale. Con quelle c’erano le foto anche delle quattro madri, avvolte nei loro abiti neri, schiacciate da quel dolore che si somma alla paura. Che alimenta quel silenzio, costo incalcolabile della sottomissione. Indispensabile a ingrassare il consenso. Non ci sono tracce tangibili del dolore dei padri delle vittime, di fratelli, sorelle.

In quel luglio 1976, le quattro madri preferiscono fare solo qualche timido sondaggio presso i chiromanti e improbabili viaggi fuori dalla Sicilia. Ma rimanendo in silenzio. Non indossano fazzoletti bianchi come le madri dei desaparecidos a Plaza de Mayo. Non ci sono qui maneggioni delle indagini, fascicoli che scompaiono, perizie corrette col bianchetto. Quella strage non è la “giusta” sanzione per chi invade il territorio della polverina bianca. Nè qualcuno si azzarda a parlare di lupara. Bianca anche questa. Non parla nessuno. Come in una pasoliniana terra vista dalla Luna, in cui essere vivi o essere morti è la stessa cosa. Come il fatto clamoroso sia sfuggito dai radar sia del giornalismo d’ordinanza, sia di quello iconografico, rimane un mistero. Anche un po’ fastidioso. Ma il silenzio di adesso è uguale a quello di allora e ne è conseguenza.

Proprio il silenzio mediatico permette a Nitto Santapaola di cavarsela con un rimprovero davanti ai vertici di Cosa Nostra regionale: qui Salvatore Santapaola si giustificherà dicendo che le vittime erano tutte in età adulta. I quattro non verranno mai ritrovati, anche perché nessuno li cercherà prima che nella zona di monte Formaggio venisse realizzata la superstrada Caltanissetta-Gela. E nessuno avrebbe saputo alcunché, se, in uno degli interrogatori davanti a Giovanni Falcone, il collaboratore di giustizia Nino Calderone non avesse raccontato tutta la storia. E con dieci anni di ritardo. Spiega che il vero movente della carneficina era l’esigenza mafiosa di riaffermare la sovranità dei Santapaola sul quartiere di San Cristoforo, ripulendolo dagli scippatori. Nient’altro. Quattro vite torturate e cancellate, come bambolotti (s)gonfiabili in nome del consenso mafioso.

Nino Calderone era un mafioso di rango, ma non era un killer. Rimaneva sempre almeno un passo dietro gli altri, anche dietro suo fratello Giuseppe. E Nino decide di non prendere parte alla carneficina. Viene criticato perché “depone male”, ma rimane in auto, tirando perfino su i finestrini. Come se quell’auto fosse l’unico luogo in cui potersi difendere dall’incontinenza criminale dei Santapaola, l’unico posto in cui Cosa Nostra non potesse disintegrargli la vita.

 

 

Fonte: dabitonto.com
Articolo del 8 aprile 2018
Quattro ragazzi che rapinano la mamma del boss. La terribile strage dei Picciriddi a Catania
Il vergognoso episodio si consuma nel 1976. A volerlo Nitto Santapaola, uno dei boss più potenti all’epoca. I quattro sono strangolati e buttati nel pozzo.

Segniamoci questi nomi. Benedetto Zuccaro, anni 13. Lorenzo Pace, 14 primavere. Riccardo Cristaldi, 15enne. Giovanni La Greca, stessa età di Cristaldi.

Quattro ragazzi che nel 1976, in pienissima estate, abitano nel quartiere popolare di san Cristoforo, a Catania.

Purtroppo per loro, non sono giovani come tanti della loro età. Garzoncelli non tanto scherzosi, sicuramente, ma che fanno capire come per tanti anni ci hanno raccontato una bufala.

Quella che la mafia non uccide mai bambini, anzi li rispetta. Cosa Nostra, in realtà, ha sempre ucciso i bambini, perché quando è necessario l’omicidio non ha età. Lo fanno per vendetta o per ricatto, per eliminare un testimone pericoloso, uno che ha visto o sentito. Li bruciano, li sotterrano, li squagliano, tre anni, otto anni, dodici anni, la data di nascita è ininfluente quando c’è un capo che dà l’ordine o se bisogna salvare se stessi, o se qualcuno inizia a cantare.

Ce lo ricorda Giuseppe Di Matteo. Lo abbiamo visto, qualche settimana fa, con l’11enne Giuseppe Letizia. E sì, ci sono anche loro Benedetto, Lorenzo, Riccardo e Giovanni.

Quattro picciriddi, come chiamano i ragazzi nell’isola più grande del Mediterraneo. E, non è un caso, si parla della strage dei picciriddi.

Estate 1976, allora. Non è facile vivere nella Catania degli anni ’70, specie nel popoloso quartiere di San Cristoforo, tanto è vero che i quattro ragazzetti si cimentavano nei furtarelli. Un giorno, però, fanno il passo più lungo della gamba, ma loro non lo sanno. Rapinano la mamma di Benedetto ‘Nitto’ Santapaola, boss in costante ascesa nelle gerarchie della mafia della Sicilia orientale, vero e proprio capo della mafia catanese durante gli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90. Uno di coloro, per intenderci, vivo protagonista della strage di via D’Amelio e dell’uccisione di Carlo Alberto Dalla Chiesa.

Di lì a poco i quattro spariscono, e per anni nessuno sa niente di loro.

Lo racconta, anni dopo, Nino Calderone, sodale di Santapaola, quando diventa collaboratore di giustizia. I ragazzini vengono rapiti e portati in un casolare nelle campagne a due passi da Caltanissetta. Vengono lasciati per due giorni senza cibo e senza acqua. Nel frattempo si discute del da farsi. Calderone prova a convincere Santapaola che sarebbe bastato spaventarli, senza ucciderli. Ma lui, Nitto, non è d’accordo. Li vuole morti.

E lo fa in modo terribile. Sono portati in un pozzo e, lì, strangolati con delle corde. In seguito, i corpi sono gettati proprio in quel pozzo. Ma c’è un dettaglio, che rende tutto ancora più agghiacciante. Un cugino di Calderone, esecutore materiale del delitto, confessa che non ha avuto il coraggio di stringere fino in fondo il cappio di uno dei ragazzini, che quindi è gettato ancora vivo.

Già, come morire per nulla quando ancora beltà splendea. Per un capriccio di un boss. E per vendetta.

E Nino Calderone, assistendo al massacro dalla sua macchina, avrebbe commentato così:

“Qualcuno può dirmi, ora, se ci sono giudici in grado di giudicare noi altri? O se non fa una cosa giustissima, lodevolissima, chi mi spara e mi ammazza non appena esco da questa stanza? Come potevo restare ancora dentro quella congrega maledetta? Eppure ci sono rimasto ancora diversi anni. Con questa ferita, con questo macigno dentro di me che c’è ancora e ci sarà sempre. Ecco perché mi vergogno ogni volta che entro in chiesa: perché non ce la faccio ad alzare gli occhi. Non è cinema quello che racconto”.

Ma ormai la vergogna era stata consumata…

 

 

Fonte:  stampacritica.org
Articolo del 30 aprile 2018
Le piccole vittime della mafia
di Maria De Laurentiis

Il valore della vita è qualcosa di grande e prezioso e non ci vuole una grandissima capacità per percepire il grado di illiceità che sottende un omicidio.

Vittime di esecuzioni. Ma perché tanta ferocia? Uccidere per non lasciare testimoni, uccidere per compiere la propria vendetta, sfogare il proprio odio, rendere moltiplicato il danno e l’offesa che si presume aver subito. Immuni alla pietà, uccidere dà un senso di potenza, di poter decidere il destino degli altri, ci si sente come un dio del male che passa dove vuole e porta via chi vuole. Si uccide e basta. Per quanto assurdo e senza senso, per quanto efferato e ingiustificatamente crudele, si vede davanti solo il proprio scopo, per cui ogni ostacolo va eliminato senza esitazione, niente conta fuorché il raggiungimento del proprio obiettivo. Nessuna moralità. Tutti loro sono una manica di malviventi e un ricettacolo di malvagità.

Vittime, piccole vittime. Alcune appena si affacciavano alla vita, le più vecchie hanno 17 anni. Ammazzati per sbaglio, per vendette trasversali, per ragioni mai chiarite. Delitti intrecciati con i misteri più fitti di Cosa Nostra. Bambini vittime delle mafie in Italia. La maggior parte tra Sicilia, Calabria, Campania, Puglia, qualcuno anche nel resto d’Italia. Storie di vite di bambini interrotte dalla violenza criminale. Storie di tante vittime innocenti che ci hanno scandalizzato in questi anni. Vite, emozioni, sogni spezzati di questi uccisi senza nessuna colpa. Quei volti allegri, spesso giovanissimi, vogliono essere un richiamo per tutti i cittadini onesti a scegliere sempre la strada della legalità. Quei volti, tutti sorridenti, ci devono far riflettere.

La mafia non uccide i bambini? Falso. Si racconta che le mafie non tocchino i bambini, ma è solo un falso mito. Ci sono anche neonati, bambini e ragazzini tra le vittime innocenti delle mafie. Uccisi a freddo con un colpo di pistola, colpiti da esplosioni e proiettili per la sola colpa di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Ma anche sequestrati, dati in pasto ai maiali, sciolti nell’acido e bruciati. Ci sono anche le bare bianche seminate dalle mafie da Nord a Sud. La regola secondo la quale i bambini non vanno toccati è solo un falso mito. Le mafie hanno sempre ucciso i bambini. Nessuno viene risparmiato. Sui piccoli si scatena la stessa ferocia usata sui grandi. Non esiste la regola del rispetto, non esiste una regola d’onore per le mafie, non hanno alcuna umanità.

Storie note e meno note. Storie di minori vittime innocenti di mafia che diventano veri e propri simboli della barbarie umana. Bambini che non vengono mai ricordati ed è giusto farlo. Così racconto la strage di Santapaola, quando la mafia fece massacrare a sangue freddo quattro ragazzini tra i 13 ed i 15 anni. Ecco i nomi: Benedetto, Lorenzo, Riccardo e Giovanni. Benedetto Zuccaro, 13 anni, Lorenzo Pace, 14 anni, Riccardo Cristaldi e Giovanni La Greca, stessa età, 15enni. Quattro ragazzi che abitano nel quartiere popolare di San Cristoforo, a Catania. È qui che crescono questi quattro ragazzini che si cimentavano nei furtarelli. Nonostante la loro giovane età hanno già una certa esperienza.

Un giorno, nel 1976, in piena estate, fanno però il passo più lungo della gamba, ma loro non lo sanno. Rapinano la persona sbagliata. Rapinano la mamma del boss Benedetto detto “Nitto” Santapaola, vero e proprio capo della mafia catanese durante gli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90. In breve tempo i quattro spariscono e per anni nessuno sa niente di loro. Soltanto anni dopo lo racconta Nino Calderone, quando diventa collaboratore di giustizia.

I ragazzini vennero rapiti e portati in un casolare nelle campagne nei pressi di Caltanissetta, di proprietà del boss Giuseppe Di Cristina. Vengono lasciati per due giorni senza cibo e senza acqua. Nel frattempo si discute sul da farsi. Calderone provò a convincere Santapaola che uccidere dei ragazzini sarebbe stato troppo, che sarebbe bastato spaventarli, ma Nitto non è d’accordo, non volle sentire ragioni. Li vuole morti. E lo fa in modo terribile. Fece entrare il fratello nella cascina dove si trovavano i ragazzini. Questi lo riconobbero immediatamente. Ora sapevano chi li aveva rapiti, non avevano altra scelta. In questo modo il boss segnò il destino di Benedetto, Lorenzo, Riccardo e Giovanni.

I quattro vennero portati nei pressi di un pozzo e, lì, vennero strangolati a mani nude, vennero strangolati con delle corde. Infine i corpi vennero gettati nel pozzo, uno dei quali, il più piccolo, ancora vivo. Un cugino di Calderone, esecutore materiale del delitto, confessò al pentito che non ebbe il coraggio di stringere fino in fondo il cappio di uno dei ragazzini, il quale venne gettato nel pozzo ancora vivo. Un dettaglio che rende tutto ancora più agghiacciante. Antonino Calderone, deciso a collaborare con la giustizia anche per questi orrori, assistette al massacro dalla sua macchina, racconta di essere rimasto in macchina con i finestrini chiusi per non sentire nulla durante l’esecuzione. Questo crudele ed efferatissimo delitto rompe il mito della mafia “onorevole”, rispettosa dei bambini. Un mito ancora oggi piuttosto diffuso ma che ha poco a che fare con personaggi senza scrupoli e senza valori.

Catania negli anni ’70, nel popoloso quartiere di San Cristoforo, quattro ragazzetti: Giovanni La Greca, Riccardo Cristaldi, Lorenzo Pace e Benedetto Zuccaro, i primi due hanno 15 anni, il terzo 14 ed il quarto solo 13, uccisi da Cosa Nostra, rei di aver derubato la mamma del boss Benedetto Santapaola. Loro, purtroppo, non sono giovani come tanti della loro età.

E sì, ci sono anche loro, Giovanni, Riccardo, Lorenzo e Benedetto, insieme ad altri nomi di figli che avrebbero avuto bisogno dei loro genitori e viceversa, quattro giovanissimi morti per nulla, per un capriccio di un boss e per vendetta. Ragazzini trucidati per volere del clan. La mafia non uccide i bambini, anzi li rispetta. In realtà Cosa Nostra ha sempre ucciso i bambini, perché quando è necessario l’omicidio non ha età. Lo fanno per vendetta o per ricatto, per eliminare un testimone pericoloso, uno che ha visto o sentito. Li bruciano, li sotterrano, li squagliano. Tre anni, otto anni, dodici anni, la data di nascita è ininfluente.

Nomi, volti, storie che gridano che la mafia non conosce onore e rispetto, non ha nessun codice etico, la mafia non guarda in faccia nessuno.

Mi chiedo: dov’è giustizia? Mi rispondo: forse non esiste!

Non dimentichiamo, lottiamo, perché non ci sia più nessun bambino vittima di mafia dimenticato.

 

 

 

 

 

 

 

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