19 Gennaio 2014 Cassano allo Ionio (CS). Nicola Campolongo, Cocò, bambino di appena tre anni. Ucciso e bruciato in un’auto insieme al nonno e alla compagna marocchina Ibtissam Touss, di 27 anni.

Foto da ilmessaggero.it

I resti di Nicola Campolongo, Cocò, bambino di 3 anni, vengono ritrovati nell’auto bruciata del nonno il 19 gennaio 2014 a Cassano Ionio (CS) insieme a quelli del nonno, Giuseppe Iannicelli di 52 anni e della compagna marocchina di quest’ultimo, Ibtissam Touss, di 27 anni.Sul tettuccio della macchina la firma degli assassini: una moneta da 50 centesimi.
“Certo che la cosca Abbruzzese volesse tendergli un agguato per motivi legati al commercio di stupefacenti si era recato ad un appuntamento tra le campagne di Cassano insieme alla ragazza e al bambino. In quell’occasione avrebbero dovuto pagargli una partita di droga già consegnata e distribuita tra i pusher. In realtà si trattava di una trappola. Il clan degli Zingari non ha avuto alcuna pietà per Iannicelli e la sua famiglia. Era un nemico da eliminare, in ogni caso, anche rischiando di versare sangue innocente. Troppo pericoloso per i ‘pettegolezzi’ che lo spacciavano come un futuro ‘pentito’, per i debiti di droga e l’autonomia che intendeva ritagliarsi nel blindato mercato degli stupefacenti della rotta cassanese.”

 

 

Articolo del 20 Gennaio 2014 da ilmessaggero.it
Cosenza, Cocò, bruciato in auto a 3 anni: moneta da 50 centesimi, forse firma dei killer

Corpi consumati, completamente distrutti dal fuoco appiccato con almeno 15 litri di benzina.
Sono questi i primi raccapriccianti elementi che emergono dalle indagini sul triplice omicidio di Cassano allo Jonio nel quale sono stati uccisi e dati alle fiamme Giuseppe Iannicelli, sorvegliato speciale di 52 anni, la compagna marocchina Ibtissam Touss, di 27, ed il nipotino dell’uomo, Nicola Campolongo, di appena tre anni. La crudeltà con la quale i killer si sono accaniti su un bambino così piccolo non ha precedenti nella storia della criminalità in Calabria e spinge il vescovo di Cassano allo Jonio, mons. Nunzio Galantino, ad affermare che il volto carbonizzato di quel «bambino è un appello senza parole».

Al vescovo fa eco il procuratore della Dda di Catanzaro, Vincenzo Antonio Lombardo, secondo il quale nell’area della Sibaritide «c’è una criminalità sanguinaria». Nel corso della notte i carabinieri del Comando provinciale di Cosenza hanno sentito numerosi familiari e conoscenti di Iannicelli, ma gli interrogatori non sembra siano serviti a raccogliere elementi utili alle indagini. Le testimonianze raccolte sono servite principalmente a ricostruire tutti gli spostamenti di Iannicelli prima della scomparsa e ad accertare se l’uomo avesse avuto recentemente contrasti con altre persone. Iannicelli, la sua compagna ed il piccola Nicola sono stati visti in vita per l’ultima volta giovedì sera, mentre la denuncia della loro scomparsa è stata presentata il giorno dopo dal figlio dell’uomo.

Al momento l’ipotesi più accreditata dagli investigatori è quella che il triplice omicidio sia maturato nell’ambito della criminalità che gestisce il traffico e lo spaccio di droga nella zona della Sibaritide. I carabinieri stanno anche valutando, viste le modalità efferate del triplice delitto, se ci sia stato anche un coinvolgimento diretto da parte delle cosche della criminalità organizzata locale. E proprio per questo motivo che la Dda di Catanzaro, in stretto contatto con la Procura di Castrovillari, ha aperto un fascicolo d’indagine. Dai primi accertamenti è emerso che l’automobile con a bordo le tre vittime ha bruciato per diverse ore, consumando completamente i corpi e risparmiando solamente un bossolo che è stato trovato nell’abitacolo dell’automobile. Inizialmente, quando i carabinieri sono arrivati sul luogo del ritrovamento, è stato anche difficile riuscire a capire quanti fossero i cadaveri carbonizzati che si trovavano nella vettura.

Al momento, però, non è stato ancora possibile stabilire se il luogo del ritrovamento dei cadaveri sia lo stesso in cui è avvenuto l’omicidio delle tre vittime. Stamane, intanto, a Cosenza si è svolta la riunione del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, allargato al Procuratore di Castrovillari, Franco Giacomantonio, ed al sindaco di Cassano, Gianni Papasso. Durante la riunione è stato deciso di incrementare i controlli del territorio per «riaffermare la presenza dello Stato nell’area della Sibaritide».

Una moneta da cinquanta centesimi è stata ritrovata vicino alla Fiat Punto bruciata nella contrada impervia di Cassano dove il 52enne Giuseppe Iannicelli, il nipotino di tre anni Cocò e la 27enne marocchina chiamata Betty sono stati trovati carbonizzati ieri mattina. Potrebbe essere significativa, ma gli investigatori stanno ancora lavorando alacremente sul caso. «Naturalmente non possiamo dire se sia stata lasciata lì apposta oppure sia un ritrovamento casuale -spiega all’Adnkronos il capo della Dda di Catanzaro, Vincenzo Antonio Lombardo che assumerà le indagini – però nel caso fosse stato fatto apposta, ed è già successo in altri casi, penso che vorrebbe dire lasciare un messaggio, tipo tu non vali niente».

 

 

 

 

La Fiat Punto incendiata a Cassano dove sono stati trovati i cadaveri di Iannicelli, della compagna e del nipote di tre anni

Articoli del 20 Gennaio 2014 Fonte: antimafiaduemila.com

Tratto da: La Repubblica

Anche due adulti carbonizzati. Ipotesi vendetta per droga
di Attilio Bolzoni

E Riina diceva: ne muoiono tanti, non è un problema

La mafia non uccide mai bambini, la mafia i bambini li rispetta. Questa è la favola che tramandano i boss, generazione dopo generazione. La mafia in realtà ha sempre ucciso i bambini,  quando è «necessario» l’omicidio non ha età. «Liberati del canuzzu», liberati del cagnolino dice Giovanni Brusca a uno dei suoi, indicando una larva, un corpicino che non pesa neanche 30 chili. E che da 779 giorni è prigioniero, incatenato in una botola. Lo chiama così, «canuzzo», il piccolo Giuseppe Di Matteo, 11 anni, figlio di Santino «Mezzanasca» che ha la colpa di essere diventato un pentito della strage di Capaci. Suo figlio Giuseppe oramai non fa più resistenza, non sente nemmeno la corda che gli passa intorno al collo. Poi sparisce in un bidone di acido muriatico. «Ha reagito»?, chiede ancora Brusca. «No, non era come tutti gli altri bambini, lui era debole debole», gli risponde Giuseppe Monticciolo la sera dell’11 gennaio 1996 quando il piccolo Di Matteo se ne va per sempre.
Lo fanno per vendetta o per ricatto, lo fanno per eliminare un testimone pericoloso, uno che ha visto o sentito. Li bruciano, li sotterrano, li squagliano, tre anni, otto anni, dodici anni, la data di nascita è ininfluente quando c’è un capo che dà l’ordine o se bisogna salvare se stessi.
È capitato anche a Nicolas l’altro giorno quando era con suo zio e la donna di suo zio nelle campagne di Cassano allo Jonio, capita sempre quando un bambino è nel posto sbagliato nel momento sbagliato. In quel mondo innocenti non ne esistono.
La mafia non uccide mai i bambini, ripetono in Sicilia e in Calabria già negli Anni Sessanta quando i sicari — è il gennaio del 1961 — sparavano due fucilate alla schiena a Paolino Riccobono, il figlio di un mafioso della borgata di Tommaso Natale. Un errore di persona? Un pazzo? Un proiettile vagante?
La mafia vecchia è sempre «buona» e la mafia nuova sempre «cattiva». Così si seppellisce il passato. Pochi se lo ricordano ma subito dopo la guerra, nel ‘48, Giuseppe Letizia, pastorello di dodici anni, fu ucciso con un’iniezione letale all’Ospedale dei Bianchi di Corleone dal medico condotto e capomafia Michele Navarra. La notte prima Giuseppe aveva visto gli uomini che avevano rapito il sindacalista Placido Rizzotto. Gli sgherri di Navarra. Ufficialmente deceduto per «tossicosi», il pastorello fu assassinato da un veleno.
I bambini non si toccano. Come non toccarono nel 1976 i quattro picciriddi di San Cristoforo, quattro bambini del quartiere più malfamato di Catania che avevano scippato la borsa alla mamma del boss Benedetto Santapaola. Furono prelevati e trasportati in un casolare a più di cento chilometri di distanza, in una campagna fra San Cono e Mazzarino, ai confini con la provincia di Caltanissetta. Il più grande aveva 14 anni, il più piccolo 11. Li tennero lì per due giorni, poi li soffocarono e li gettarono in un pozzo. Tutta l’antica cavalleresca mafia del tempo fu d’accordo: ammazziamoli.
Gli anni passano ma la mafia non cambia mai quando deve uccidere. La storia di «Dodo», Domenico Gabriele, anche lui 11 anni, assassinato in un campo di calcio a Crotone. Il sicario voleva uccidere un suo rivale, ha cominciato a sparare all’impazzata e ne ha fatto fuori due e feriti altri dieci che inseguivano il pallone. Uno era «Dodo», tre mesi di agonia.
Come Nadia e Caterina Nencioni, 8 anni una e 2 mesi soltanto l’altra, morte in via dei Georgofili a Firenze con la bomba del «terrorismo mafioso» del maggio 1993. Come i gemelli Giuseppe e Salvatore Asta, 6 anni, saltati in aria con la madre Barbara nell’attentato del 2 aprile 1985 a Trapani contro il giudice Carlo Palermo. Come Letterio Nettuno, 13 anni, sparito nel gennaio del 1991 a Reggio Calabria, rapito, torturato, sgozzato. I suoi aguzzini sospettavano che aveva fatto da palo in un agguato contro un boss della cosca Ficara.
Piccole vittime cercate e piccole vittime «casuali», fra sventagliate di mitraglia e artificieri. Diceva Totò Riina ai suoi macellai quando c’era da mettere qualche bomba: «Di bambini a Sarajevo ne muoiono tanti, perché ci dobbiamo preoccupare proprio noi di Corleone?». Ma non sempre è andato tutto «normalmente», tranquillamente.
Palermo, autunno del 1986, il maxi processo è iniziato da otto mesi. La città è avvolta in un silenzio surreale, è vietato uccidere, vietato rapinare, vietato rubare. Non deve accadere nulla mentre i boss sono alla sbarra in attesa di giudizio. Ma la sera del 7 ottobre un sicario in motocicletta, il viso coperto dal casco, si avvicina a un bambino di 10 anni che cammina in una strada della borgata di San Lorenzo e lo chiama: «Claudio». Claudio si volta e lui gli spara un colpo in mezzo agli occhi. Il giorno dopo, nell’aula bunker dell’Ucciardone, Giovanni Bontate che era uno dei rappresentati dell’aristocrazia mafiosa di Palermo, si alza in piedi, chiede la parola. E si rivolge alla Corte: «Non siamo stati noi, questo è un delitto che ci offende ». Per quel «noi» — noi mafiosi, voleva dire — pronunciato pubblicamente e violando quindi il vincolo più sacro — la segretezza — della sua organizzazione, Giovanni Bontate fu ucciso nella sua casa qualche giorno dopo  la scarcerazione. Claudio Domino — sapremo in seguito — era stato testimone di uno scambio di una partita di eroina.

 

 

Tratto da: La Repubblica del 20 gennaio 2014
Orrore in Calabria, ucciso e bruciato a tre anni
di Giuseppe Baldessarro

Vendetta per un debito di droga: i sicari ammazzano un pregiudicato, la compagna e il nipotino

Cassano allo Jonio (Cosenza). L’ultimo a cui hanno sparato è stato Nicola, il bersaglio più facile. Aveva tre anni ed era nel seggiolino sul sedile posteriore della Fiat Punto. Le belve pochi istanti prima avevano ucciso il nonno del bambino Giuseppe Iannicelli, di 52 anni, e la sua compagna Ibtissan Touss, una giovane marocchina che di anni ne aveva 27. Un massacro, di cui ieri mattina sono stati ritrovati soltanto pochi resti carbonizzati.
Gli scheletri delle tre vittime li ha scoperti per caso un cacciatore. I corpi erano ancora tra le lamiere dell’auto bruciata per cancellare le tracce. L’uomo era nel cofano, la donna davanti, e dietro i resti del piccolo. Sul tettuccio della macchina la firma degli assassini: una moneta da 50 centesimi che spiega tutto. Iannicelli è stato punito per non aver pagato una partita di droga. I killer secondo una prima ricostruzione gli hanno teso un agguato, era lui l’obiettivo. Una trappola, dalla quale pensava di essersi messo al riparo presentandosi con la compagna e il nipotino. Invece niente, i sicari lo hanno freddato appena sceso dall’auto, poi hanno sparato ancora sui due innocenti. Senza pietà. Per gli investigatori il triplice omicidio non è stato compiuto sul posto. La Fiat Punto e i cadaveri sono stati portati successivamente dietro il vecchio capannone isolato di contrada Fiego. Il luogo ideale per dare fuoco a tutto lontano da occhi indiscreti. Un massacro che ha turbato persino un magistrato esperto come il procuratore della Repubblica di Castrovillari, Franco Giacomantonio: «Come si fa ad uccidere un bambino di tre anni in questo modo? Si è superato ogni limite. In tanti anni di lavoro credo che questo sia uno degli omicidi più efferati di cui mi è toccato occuparmi».
L’auto era fredda, e questo fa ritenere che il rogo possa risalire ai giorni precedenti. Gli assassini sarebbero entrati in azione venerdì pomeriggio, quando era scattato l’allarme lanciato da uno dei figli di Iannicelli che non li aveva visti tornare. L’uomo era sottoposto all’obbligo di stare a casa dalle 8 di sera alle 8 di mattina in quanto sorvegliato speciale. L’indagine è affidata al pm Guido Quaranta, è tutt’altro che semplice. La moneta lasciata come firma dai killer e i precedenti penali di Iannicelli, che aveva già scontato una condanna a 8 anni di carcere, raccontano che era ben introdotto negli ambienti della criminalità che gestisce il narcotraffico. Iannicelli doveva essere ammazzato per un debito non onorato con i clan. Lo spaccio legava le sorti di molti dei componenti della famiglia. La moglie del sorvegliato speciale è agli arresti per droga, così come i genitori del piccolo Nicolas e un’altra delle figlie di Iannicelli.
Il sindaco Gianni Papasso ha parlato di una comunità “sbigottita”. In contrada Fiego si è recato anche il vescovo della diocesi Nunzio Galantino, da poco nominato da Papa Francesco, Segretario generale ad interim della Conferenza Episcopale Italiana. La modalità della strage ha scosso tutti gli abitanti di Cassano allo Jonio.

 

 

Articolo del 20 gennaio 2014 da ilquotidianodellacalabria.it
L’atroce storia di Cocò e quell’appello del nonno dalle colonne del Quotidiano: «È in pericolo»
di Francesco Mollo

Il bimbo ucciso e bruciato a Cassano insieme al nonno e a una donna, aveva vissuto in carcere con la madre. E in quel periodo Giuseppe Iannicelli scrisse una lettera aperta: quasi un presentimento

CASSANO IONIO – E’ una storia atroce quella di Nicola Campolongo, il piccolo Cocò il cui corpo è stato trovato domenica mattina a Cassano Ionio, nel Cosentino, arso sul seggiolino della sua auto dopo che qualcuno aveva ucciso lui, suo nonno Giuseppe Iannicelli e la ventisettenne marocchina Ibtissam Touss che era con loro.

Cocò aveva tre anni, ma già aveva vissuto la tragedia del carcere nel penitenziario di Castrovillari insieme alla madre. E nel corso di quella detenzione ha dovuto assistere con lei, nella gelida aula bunker del penitenziario del Pollino, all’udienza del processo antimafia che la vede imputata in qualità di appartenente a una presunta organizzazione dedita al traffico di stupefacenti. Fu in quel periodo che nonno Giuseppe lanciò un appello sul Quotidiano.

«Lo so – ha detto – mia figlia ha sbagliato, ma bisogna capire che è ancora una ragazzina che non ha retto a quella che a noi sembra solo un’ingiustizia. È necessario che venga perdonata adesso, che la situazione è diventata ingestibile, prima che succeda qualcosa di grave». A rileggerla oggi fa rabbrividire quella disperata richiesta di clemenza invocata nel maggio scorso da Giuseppe Iannicelli attraverso le colonne del Quotidiano per chiedere la scarcerazione delle figlia e il suo ritorno a casa per occuparsi del piccolo Nicola e gli altri due bambini. Ha qualcosa di sinistro, come una premonizione. Oppure Giuseppe Iannicelli  temeva per sé e, di riflesso, per quel bambino che era costretto a stare con lui? Forse. Di certo quel padre era preoccupato.

«Ma ora è urgente che torni a casa» dice il padre. «I suoi figli piangono tutto il giorno; il piccolo Cocò non smette di singhiozzare e chiedere della madre. E poi è incontrollabile. Mia figlia Simona abita in centro, e spesso Cocò corre fuori, in strada; con la madre invece potevano stare, e potrebbero ora starci anche i bambini di Simona, in una casa fuori paese, con un ampio cortile recintato da un muro molto alto».

Antonia Maria è stata arresta il 10 giugno 2011 nell’ambito dell’operazione con la quale i carabinieri hanno messo fine allo spaccio organizzato dell’intera famiglia Iannicelli. Ma subito il tribunale le ha concesso, come alla sorella Simona che si trovava nella medesima condizione, il beneficio degli arresti domiciliari perché madre di bambini sotto i tre anni. Nel dicembre 2012 alla ragazza è stata revocata la misura meno afflittiva e ha dovuto fare ritorno nel carcere e – come prevede la legge – ha potuto (ma è più giusto dire dovuto) portare con sé il piccolo Nicola Jr, che all’epoca aveva solo due anni e non poteva lascialo al nonno Giuseppe – l’unico familiare fuori dalla galera – o alla sorella alla quale aveva già lasciato gli altri due figli nonostante l’altra (incinta) ne avesse due suoi. Dopo quella udienza che fece scalpore, anche grazie alla campagna di Franco Corbelli, che da sempre si batte contro «la vergogna dei bambini in carcere» lo stesso giudice davanti al quale la madre era a processo, il presidente della sezione penale di Castrovillari, Loredana De Franco, ha firmato la revoca della custodia cautelare in carcere per la madre, nonostante il parere negativo della Dda di Catanzaro. Ma qualche mese dopo Antonia Maria Iannicelli è stata rimessa in galera, sempre per violazione degli obblighi imposti dai domiciliari. In pratica, dopo due anni di dinieghi da parte del tribunale, un giorno, nella primavera scorsa, ha preso i suoi tre bambini ed è andata a Catanzaro per farli vedere al padre,  Nicola Campolongo, che è detenuto presso il carcere di Siano sempre a causa del procedimento “Tsunami”.

Stavolta il piccolo Cocò è rimasto con il nonno e la zia. In più occasioni lo studio legale Bellusci ha fatto istanza per la sua scarcerazione; l’ultima il 9 gennaio scorso, durante al quale il so legale ha implorato i giudici per la concessione degli arresti domiciliari.«Se Antonia non ha rispettato la legge ed è andata a trovare il marito in carcere – ci aveva detto Giuseppe Iannicelli – è perché in due anni non le è stato mai consentito di vederlo, nonostante ad altri detenuti dello stesso processo,  parenti tra loro, è stato permesso di incontrarsi. Erano due anni che lei non parlava col marito e che lui non vedeva i bambini. Questa è una ingiustizia inspiegabile, che ha indotto mia figlia a fare questo errore». Insomma, Giuseppe Iannicelli, che era consapevole di non meritare per sé la clemenza della giustizia, aveva fatto appello lo stesso, sapendo che senza la madre Cocò e suoi fratellini correvano grossi rischi. Ma difficilmente avrebbe potuto prevedere tanto.

 

 

 

Articolo del  23 gennaio 2014 da ilquotidianoweb.it
Via da Cassano le sorelline di Cocò e le cugine
Con loro ci sono lo zio 14enne e altri due adulti
Attuato il provvedimento del tribunale dei minori che ha disposto l’allontanamento dei piccoli dalla zona. Con loro andrà a vivere la zia che era ai domiciliari e il marito

CASSANO JONIO (CS) – Sono stati trasferiti nel primo pomeriggio le due sorelle, tre cugini e lo zio quattordicenne del piccolo Nicola, il bimbo di tre anni ucciso e carbonizzato a Cassano allo Jonio insieme al nonno, Giuseppe Iannicelli, ed alla compagna di quest’ultimo. La decisione di trasferire i minori in una località protetta, per ragioni di sicurezza, era stata presa ieri dal tribunale dei minori di Catanzaro ma non era stata immediatamente eseguita. Contrario al trasferimento si era detto lo zio di Cocò.
La zia del bimbo ucciso, Simona Iannicelli, che è detenuta ai domiciliari, ha, intanto, ottenuto il trasferimento di domicilio presso la struttura protetta dove sono stati trasferiti i minorenni. Il marito di Simona Iannicelli ha lasciato anche il lui Cassano allo Jonio per trasferirsi nel comune dove si trova la struttura protetta.
Intanto, sarà affidato domani mattina l’incarico per l’autopsia sui cadaveri carbonizzati di Giuseppe Iannicelli, di 52 anni, della compagna marocchina Ibtissam Touss, di 27, e del nipotino dell’uomo, Nicola, di soli tre anni. I magistrati del pool della Dda di Catanzaro incaricheranno il medico legale che dovrà eseguire l’autopsia sui cadaveri. Gli accertamenti assumono particolare rilevanza per fornire risposte ad una serie di interrogativi sulla dinamica del triplice omicidio.
Tra i primi accertamenti ci sarà quello della comparazione del Dna in modo da stabilire l’identità ufficiale delle tre persone uccise. Sarà accertato inoltre se le vittime erano già morte al momento dell’incendio e da quanti colpi d’arma da fuoco sono state raggiunte. Proseguono senza sosta le indagini dei carabinieri del comando provinciale di Cosenza e della compagnia di Castrovillari per riuscire ad individuare gli autori del delitto ed il movente. Gli inquirenti ritengono che all’origine del triplice omicidio ci siano contrasti sulla gestione di affari illeciti.

 

 

Fonte:  quotidianodelsud.it
Articolo del 24 gennaio 2014
Betty, l’altra vittima innocente di Cassano e le nozze che hanno spiazzato l’immigrazione

CASSANO (CS) – Carina, giovane e – dice chi la conosceva – molto intelligente. E, sembrerebbe, anche innocente: Ibtissam Taouss, Betty per gli amici, è l’altra vittima innocente che ha pagato un conto salato non destinato a lei. Ma chi era la ragazza marocchina che sabato scorso si trovava con Giuseppe Iannicelli e il piccolo Cocò (Nicola jr) Campolongo? Aveva ventisei anni, la stessa età delle figlie di Giuseppe Iannicelli. All’anagrafe risulta sposata, ma lo dice anche il suo profilo facebook. A giudicare dalle foto e dai rari commenti alle immagini che ha postato, soprattutto nel corso del 2013, si direbbe sposata con Iannicelli. Tanto che un vistoso tatuaggio sul suo braccio destro proclamava “il mio uomo è Peppe”; e nel commento a fianco alla foto pubblicata su Facebook è specificato “il mio uomo è giuseppe iannicelli”. La foto risale all’11 agosto del 2013, e dunque il tatuaggio è anche precedente.

Ma la persona che Betty Taouss ha sposato non è Giuseppe Iannicelli, che tra l’altro è tranquillamente coniugato con Maria Rosa Lucera, la quarantatreenne detenuta nel carcere di Castrovillari insieme alla figlia, al genero, al fratello, alla consuocera; e fino a qualche mese fa anche al padre (poi deceduto), all’altra figlia e all’altro genero (poi passati entrambi agli arresti domiciliari). Tutti sotto processo di secondo grado perché accusati a vario titolo di spaccio di droga, di “vicinanza” al clan degli zingari di Lauropoli e di progettare l’omicidio del pm antimafia Vincenzo Luberto. Ufficialmente, il marito di Betty è un trentacinquenne di Firmo, noto alle forze dell’ordine in quanto sorvegliato speciale, arrestato nel 2011, ma poi scarcerato, per violazione degli obblighi imposti dalla misura cautelare. Ma il soggetto viene descritto come sostanzialmente “tranquillo” e soprattutto “fedele amico di Giuseppe Iannicelli”.

La data del matrimonio è del 7 ottobre scorso. Cioè di diversi mesi dopo l’inizio della relazione della ragazza con Peppe Iannicelli e di almeno due mesi dopo l’appariscente dichiarazione d’amore tatuata sul braccio di lei. Discrepanze che hanno mandato per un po’ in tilt gli agenti dell’ufficio immigrazione del commissariato di Castrovillari impegnati a notificarle esiti e documenti relativi alla sua richiesta di cittadinanza alla quale avrebbe avuto diritto perché coniugata con un italiano. Ma invece che nella casa coniugale, dove non era mai, gli agenti hanno sempre dovuta raggiungerla in quella di Iannicelli dove formalmente, però, abitava solo in qualità di baby sitter del piccolo Cocò.

Aggiunge poco al profilo di questa giovane ragazza, il fatto che su Facebook avesse messo “mi piace” su un telefilm come “Il capo dei capi”, una miniserie televisiva in sei puntate andata in onda sulle reti Mediaset, e su un personaggio come “Tony Montana”, il boss protagonista del film Scarface di Brian De Palma, interpretato da Al Pacino. Ma, al di là di questi aspetti più o meno misteriosi della sua vita, resta una giovane innocente – o solo colpevole d’amore – ammazzata solo perché si trovava nel posto sbagliato con l’uomo sbagliato. E così la pensano gli inquirenti che stanno indagando su questo delitto che non ha nulla di passionale né di onorevole. Ma è solo un barbaro massacro.

 

 

 

Articolo del 12 Ottobre 2015 da  repubblica.it
Arrestati gli assassini di Cocò, il bimbo ucciso e bruciato insieme al nonno

Due gli ordini di custodia cautelare emessi per la strage di Cassano allo Jonio. Cosimo Donato e Faustino Campilongo erano già in carcere per estorsione

di GIUSEPPE BALDESSARRO

COSENZA –  Lo hanno ammazzato perché avrebbe potuto riconoscerli. Gli hanno sparato in testa per evitare che quel bimbo di appena tre anni potesse puntare il dito contro Cosimo Donato. Per questo dopo avere sparato a Giuseppe Iannicelli (vero obiettivo dei killer) e Touss Ibtissam Touss, la ragazza marocchina che viveva con il nonno, non hanno esitato a puntargli la pistola alla tempia mentre era ancora seduto al sediolino dell’auto.

Le bestie poi hanno completato l’opera caricando i cadaveri in macchina e dando alle fiamme la vettura. Un lavoro “pulito” volevano fare, un lavoro che non lasciasse traccia. Cosimo Donato, 38 anni, detto “topo”, e Faustino Campilongo, di 39, “panzetta” non avevano fatto i conti con gli investigatori dei carabinieri e con la Dda di Catanzaro che tassello dopo tassello hanno messo assieme elementi che li inchiodano. Sono loro gli assassini di Cocò, non hanno dubbi il Procuratore di Catanzaro, Vincenzo Antonio Lombardo, e il suo Aggiunto, Vincenzo Luberto.

Cocò, Nicola Campolongo, conosceva bene Donato. Lo conosceva perché suo zio, Giuseppe Junior Iannicelli, era fidanzato con la figlia di Donato. Conosceva bene quelle facce e quella casa. Non solo. Nonno Peppe, quando aveva capito che per lui non tirava una buona aria, aveva iniziato a portarselo dietro, nella certezza che nessuno lo avrebbe ammazzato in presenza di un bambino. Con il nipote andava a incontrare i suoi spacciatori, andava a riscuotere sulle piazze di spaccio e a controllare gli affari. E tra i suoi pusher c’erano anche quelli che poi sarebbero diventati i suoi carnefici: Donato e Campilongo. Due pezzi di malacarne che in provincia di Cosenza distribuivano la droga tra Firmo, Lungro ed Acquaformosa per conto di Iannicelli. Un errore fatale, quello del nonno, costato la vita a lui, alla sua compagna e a quel ragazzino che lo seguiva quasi fosse un gioco.

Un gioco che, per dirla con le parole del Procuratore Lombardo, “si è trasformato nella carneficina del 16 gennaio 2014, giorno in cui tre corpi carbonizzati furono trovati in un luogo appartato proprio sulla strada che da Cassano porta a Firmo. Peppe Iannicelli, secondo le indagini dei carabinieri del Ros e del Comando provinciale di Cosenza, non era uno qualsiasi. Era da tempo dedito allo spaccio di droga, prima con la cosca degli zingari, gli Abbruzzese, e poi con il sodalizio contrapposto dei Forastefano. Era ormai inviso agli Zingari per diverse ragioni.

Intanto aveva preso a rifornirsi di droga da altri, poi si stava allargando su piazze che facevano gola a molti, infine c’era il rischio che si pentisse. Tutti fatti che hanno fatto saltare il tappo ad una situazione di tensione generale sul territorio e di lotta per il controllo delle attività criminale. Secondo i Pm della Procura di Catanzaro i clan dominanti “ad un certo punto hanno deciso di fare pulizia”, assoldando due macellai.

E chi meglio di Donato e Campilongo che con Iannicelli lavoravano da tempo? I due lo avrebbero attirato in un tranello con la scusa di “pagargli” una fornitura di droga e poi lo avrebbero ucciso senza pietà neppure per la sua compagna e per il ragazzino che, spiega il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti “si portava dietro usandolo come scudo umano”.

L’efferato omicidio del piccolo “Cocò'” aveva suscitato anche l’attenzione di Papa Francesco, che gli aveva rivolto un pensiero e una preghiera in occasione dell’Angelus in piazza San Pietro, il 26 gennaio 2014 (Papa: “Chi ha bruciato Cocò si converta e si penta”)

Ieri mattina l’inchiesta ha chiuso il cerchio sugli esecutori materiali del delitto, ma l’indagine non è ancora chiusa se è vero come è vero che la Dda punta ora ai mandanti dell’omicidio. In una situazione di carenza strutturale di uomini e mezzi, la magistratura Catanzarese (che deve fare i conti con la carta delle fotocopie) e le forze dell’ordine (anch’esse in debito d’ossigeno) sono impegnate a chiarire le ulteriori zone d’ombra della vicenda. Per ora incassano il plauso del Governo e del Parlamento. Ed è ovvio che faccia piacere il messaggio del Presidente del Consiglio Matteo Renzi che scrive: “Niente potrà sanare il dolore per l’accaduto, ma sono e siamo orgogliosi delle italiane e degli italiani che ogni giorno combattono contro la criminalità e per la giustizia: grazie”. Come anche fanno ad esempio le “sincere congratulazioni” di Ernesto Carbone. Resta il fatto, dicono a Catanzaro, “che per sconfiggere davvero la ‘ndrangheta servono maggiori risorse”.

 

 

 

Articolo del 22 Ottobre 2016 da  quicosenza.it
Omicidio piccolo Cocò: alla sbarra i presunti assassini, intercettazioni in arbëreshe
di Maria Teresa Improta

I genitori del bimbo di soli tre anni usato come ‘scudo umano’ si sono costituiti parte civile nel processo.

COSENZA – Prima udienza per il triplice omicidio di Cassano. Stamattina presso la Corte d”Assise di Cosenza è stato dato il via al processo contro Cosimo Donato e Faustino Campilongo. I due sono accusati di aver sparato e dato alle fiamme nel gennaio 2014 Cocò Campolongo, di soli tre anni, insieme al nonno cinquantaduenne Giuseppe Iannicelli e alla sua compagna Ibtissam Touss, ventisettenne di nazionalità marocchina. Tra i soggetti costituitisi come parti civili appaiono entrambi i genitori del bimbo: Nicola Campolongo e Antonia Maria Iannicelli. I due al momento della morte del piccolo si trovavano ristretti in carcere ed era stata proprio la madre, ancora oggi detenuta nella casa circondariale di Castrovillari (per detenzione e spaccio di eroina), che aveva scelto di non tenere il figlio con sé, ma affidarlo al nonno. Giuseppe Iannicelli però avrebbe utilizzato sia il nipotino che la giovane fidanzata come ‘protezione’.

Certo che la cosca Abbruzzese volesse tendergli un agguato per motivi legati al commercio di stupefacenti si era recato ad un appuntamento ‘sospetto’ tra le campagne di Cassano insieme alla ragazza e al bambino. In quell’occasione avrebbero dovuto pagargli una partita di droga già consegnata e distribuita tra i pusher. In realtà si trattava di una trappola. Il clan degli Zingari non ha avuto alcuna pietà per Iannicelli e la sua famiglia. Era un nemico da eliminare, in ogni caso, anche rischiando di versare sangue innocente. Troppo pericoloso per i ‘pettegolezzi’ che lo spacciavano come un futuro ‘pentito’, per i debiti di droga e l’autonomia che intendeva ritagliarsi nel blindato mercato degli stupefacenti della rotta cassanese. Ad agire materialmente furono, secondo gli inquirenti, Cosimo Donato 38enne di Castrovillari e Faustino Campilongo 39enne cassanese, meglio noti come Topo e Panzetta i quali ‘terminato il lavoro’ avrebbero lanciato sull’auto con all’interno i corpi carbonizzati una moneta da cinquanta centesimi come gesto di sprezzo.

I due, che oggi hanno assistito all’udienza in videoconferenza, al momento dell’arresto si trovavano già detenuti in carcere a Castrovillari mentre nei mesi scorsi sono stati trasferiti rispettivamente nei penitenziari di Parma e Cuneo. Gravissime le accuse a loro carico (omicidio premeditato e distruzione dei corpi) che dovranno essere valutate dalla Corte presieduta dal giudice Giovanni Garofalo con a latere il giudice Francesca De Vuono i quali, coadiuvati dai giudici popolari, decideranno se accogliere o meno le richieste del pm dell’Antimafia di Catanzaro Domenico Guarascio. Quest’ultimo, nel corso dell’udienza odierna, ha depositato l’elenco delle intercettazioni chiedendo la collaborazione di periti di lingua arbëreshe indispensabili per tradurre numerose conversazioni, soprattutto quelle captate in carcere. Espletati gli adempimenti di rito il dibattimento è stato aggiornato al prossimo 17 novembre. Resta ancora il mistero sul mandante del delitto che si sospetta sia uno degli esponenti ai vertici del clan Abbruzzese, noto alle cronache come la cosca degli ‘Zingari’.

 

 

 

Fonte:  corrieredellacalabria.it 
Articolo del 14 gennaio 2019
La Dda chiede due ergastoli per la strage di Cassano
di Michele Presta
(m.presta@corrierecal.it)
Il procuratore aggiunto Luberto, sollecita “il fine pena mai” per Cosimo e Campilongo, considerati responsabili del delitto del piccolo Cocò, di Giuseppe Iannicelli e della compagna Ibtissam. L’agguato sarebbe stato una prova per entrare nella criminalità “che conta”.

Cosenza. Ergastolo con isolamento diurno per due mesi. È questa la richiesta che il procuratore aggiunto della Direzione distrettuale Antimafia, Vincenzo Luberto, chiede come pena da scontare per Cosimo Donato e Faustino Campilongo, accusati di aver ucciso Giuseppe Iannicelli, la sua compagna Ibtissam Touss e il piccolo Cocò Campolongo di soli due anni. Un delitto efferato quello che si consumò il 16 gennaio del 2014. Le vite delle vittime spezzate dai colpi di pistola di una 7.65 parabellum, i corpi inerti ammassati, poi, come in un macabro copione dell’orrore, in una Fiat Punto data alle fiamme per cancellare tutte le tracce e le prove del delitto. Sono servite più di quattro ore al pubblico ministero per ricostruite dinnanzi ai giudici della Corte di Assise del tribunale di Cosenza la lunga e articolata istruttoria del processo che deve stabilire la verità su uno dei casi «più eclatanti, mai verificati in Calabria – dice Luberto -. Un caso sul quale non poteva calare il silenzio e così è stato. Basti ricordare l’arrivo del Papa in elicottero con la scomunica agli appartenenti alle famiglie ‘ndranghetistiche». Una richiesta che secondo il Pm trova fondamento nelle diverse confessioni stragiudiziali del delitto rese dai due imputati. Il delitto sarebbe stato un ingresso nella vera società del crimine per chi fino a quel momento aveva “solamente rubato mezzi agricoli”. Il “battesimo” doveva coincidere con la fine di Giuseppe Iannicelli, i cui contrasti con la famiglia Abbruzzese erano ormai inconciliabili.

La genesi Criminale.
Parte dagli anni Ottanta, l’aggiunto del Dda di Catanzaro Luberto, per spiegare le dinamiche criminali nella Sibaritide. Dall’arrivo del camorrista Giuseppe Cirillo, che creò ‘ndrine e locale di ‘ndrangheta, fino alla lotta contro Santo Carelli che nel tempo, complice il favore degli Zingari, divenne boss incontrastato nella città di Corigliano. Conquiste bagnate con il sangue che sfociano nei processi “Sybaris”, “Omnia” e “Timpone Rosso”. Scattano le manette ai polsi per pezzi grossi della mala sullo Jonio di Cosenza ed è per questo che, dopo gli anni dei boss, si ritrovano di fronte gli uomini al servizio del clan: gli Zingari e i Forastefano. Entrambi vogliono la conquista del territorio, auto rubate ed estorsioni non bastano più. Entrambi i gruppi vogliono il controllo dello spaccio delle sostanze stupefacenti ed in questo clima cresce e si forma la vittima: Giuseppe Iannicelli.

«Sappiamo che trafficava sostanze stupefacenti – dice Luberto -. Sappiamo che ha scontato una pena a sette anni di carcere per narcotraffico e sappiamo anche che ha educato la sua famiglia nucleare e non solo a questo tipo di attività. Buona parte dei suoi parenti è condannata con il processo “Tsunami”. Ma quello che ci interessa capire per dare un senso a questo dibattimento è come Giuseppe Iannicelli sia stato cooptato. A spiegarcelo è stato proprio Pasquale Percacciante». Ai magistrati Pasquale Percacciante, oggi collaboratore di giustizia, ha raccontato il battesimo di Iannicelli. «L’ingresso nel clan degli Zingari è presto fatto grazie al matrimonio con una donna del nucleo criminale, Ma Percacciante ci dice subito che è stato un battesimo “truccato”, fatto giusto per accontentarlo, anche se nonostante tutto entra come “sgarrista” uno che conta e a benedire il suo ingresso è “Dentuzzo” ossia Francesco Abbruzzese». Al capoclan degli Zingari, Iannicelli non piaceva: sospettava che collaborasse con le forze dell’ordine. Nulla di importante, qualche “cantata” per vendersi gli spacciatori e far finire in manette qualcuno per tenere a bada le forze dell’ordine. «I rapporti – aggiunge Luberto – si incrinano quando nella guerra tra gli zingari e i Forastefano, Iannicelli va a rifornirsi degli stupefacenti non dalla sua famiglia ma dai rivali e in più, finito sotto processo, ha dichiarato di aver ricevuto delle armi da Fioravante Abbruzzese, il che confermava i sospetti delle forze dell’ordine sull’arsenale a disposizione della famiglia degli Zingari».

La trappola per l’omicidio.
Gli anni passano e tra gli Zingari e Iannicelli le cose continuano ad andare male. Lo spaccio rende parecchi soldi ed è per questo che i capi chiedono il conto. Giuseppe Iannicelli capisce bene questi meccanismi, ma soprattutto li conosce, motivo per cui il clan, carpita la possibilità che Iannicelli iniziasse seriamente a collaborare con la giustizia, si preoccupa e pensa a soluzioni drastiche. «Tutti sapevano che Iannicelli andava in giro con il nipotino Cocò e la compagna per usarli come scudo – dice il Pm -. Li usava per difendersi, non pensava che sarebbero arrivati a farne carne da macello.

Il fatto che nulla sia stato ritrovato sulla scena del crimine tranne i resti del cellulare i Iannicelli, una chiave e una moneta da 50 centesimi è emblematico di come il messaggio sarebbe dovuto essere forte. Qualcosa tipo “tu vali tanto”». Donato Cosimo, detto “topo”, e Faustino Campilongo, detto “panzetta”, sono in affari con Giuseppe Iannicelli, sono i suoi pusher per le città di Firmo, Lungro e Acquaformosa. «Ma il rapporto non è idilliaco – dice Luberto -. Iannicelli si lamenta spesso di come la droga data in conto vendita non venga mai pagata ed in più Cosimo e Campilongo vogliono comandare». E su questa scia andrebbero interpretate anche le parole del collaboratore di giustizia Nirta che avrebbe riferito ai magistrati che l’omicidio sarebbe stato il battesimo di fuoco per i due, il momento di cooptazione nel clan degli Zingari. In questo contesto è utile dunque ricordare che le aree di spaccio di cui si occupavano “Topo” e “Panzetta” erano quelle controllate da Saverio Magliari. È quest’ultimo che dalle risultanze investigative i due imputati incontrano per continuar lo spaccio di droga. E per gli inquirenti è un cerchio che si chiude e un monopolio che si difende. Fatto fuori Iannicelli, gli Abbruzzese avrebbero rifornito Magliari e quest’ultimo si sarebbe avvalso della collaborazione degli odierni imputati per triplice omicidio.

Le testimonianze e le indagini:
Michele Bloise, Sonia di Monte e Giuseppe Iannicelli Jr per il procuratore delle Dda di Catanzaro sono tre persone chiave della vicenda. «Michele Bloise è un grosso pregiudicato – dice Luberto -. Oggi collabora con la giustizia ma, per come ha raccontato, sia lui che il fratello Vincenzo (assassinato ndr) trafficavano la droga in spregio alle regole degli Abbruzzese quindi conoscono molto bene l’ambiente». È lui che dopo aver colloquiato con Sonia di Monte) sua ex moglie ma che aveva avuto anche una relazione con Donato Cosimo) riferisce spontaneamente ai magistrati ci come “Topo” e “Panzetta” avessero dei problemi con Iannicelli e di come gli avessero teso una trappola perché gli Zingari volevano farlo fuori. Circostanze che, davanti ai carabinieri, sono state confermate anche da Sonia di Monte anche se poi durante l’istruttoria processuale la donna, secondo l’accusa subendo delle pressioni da parte dei familiari degli imputati, non fu chiara come quando fu ascoltata la prima volta. «Ci siamo accorti più volte come Sonia di Monte ci ha risposto dicendo “devi dire che” – spiega il Pm -, ma anche le intercettazioni in cui si faceva esplicito riferimento a Donato Cosimo in cui si diceva “I topi già prima che aprono le gabbie fanno i ricatti”. Ma anche le minacce a non parlare ricevute attraverso chat di Facebook dal compagno di Soni di Monte in cui, usando il profilo di Donato Cosimo, si invitava la testimone a fare le valigie ed andare via».

In aula Vincenzo Luberto ha poi ricordato come Giuseppe Iannicelli Jr (figlio della vittima) abbia incontrato i due imputati che puzzavano di benzina il giorno prima del ritrovamento del cadavere i di come il figlio, non riuscendo a trovare il padre salendo sulla collinetta dove viveva con la sua compagna, abbia visto la coltre di fumo e sentito l’odore acre di carne bruciata. «Non immaginava mai e poi mai che si sarebbe trattato del padre e del nipotino». Particolarmente articolata la fase della requisitoria relativa agli agganci delle celle dei telefoni cellulari, utili grazie alle indagini dei Ros a sostenere l’accusa. In particolare grazie alla connessione internet del cellulare di Ibtissam Touss è stato possibile individuare la strada che hanno fatto le tre vittime prima di essere uccise, così come è stato possibile individuare gli spostamenti dei due imputati. Un lavoro articolato che si è concluso con l’audizione del Maresciallo dell’Anticrimine Luigi Ponti proprio qualche minuto prima che iniziasse la requisitoria. Il militare dell’arma ha sottolineato come le celle degli imputati siano state agganciate nei pressi della Masseria Turco proprio dove sono stati ritrovati i corpi dei tre uccisi, ma anche come il cellulare di Ibtissam Touss sia stato fuori uso dalle 18,00 alle 18,09, ora in cui presumibilmente è avvenuto il delitto. Il telefono, fino a oggi, non è stato ritrovato.

 

 

 

Fonte: quicosenza.it
Articolo del 21 gennaio 2019
Omicidio Cocò: ergastolo per Donato e Campilongo
Arriva la sentenza dopo due ore di camera di Consiglio e sei ore di requisitoria da parte del collegio difensivo. La Corte ha accolto la richiesta della Distrettuale per “Topo” e “Panzetta”

CASSANO IONIO (CS) – Ergastolo e sei mesi di isolamento diurno per Topo e Panzetta. Questa la decisione della Corte dopo due ore di Camera di consiglio. La richiesta della Distreattuale si era fermata ad un mese di isolamento diurno, ma la condanna è più severa aumentando di ben 5 mesi l’isolamento diurno per Cosimo e Faustino. Interdizione perpetua dai pubblici uffici e legale della potestà genitoriale. Condannati anche al risarcimento della parte civile

Il collegio difensivo (rappresentato dagli avvocati Ettore Zagarese, Vittorio Franco e Mauro Cordasco) non si è risparmiato in un’arringa che non ha lasciato spazio a nessun “punto di non ritorno”. Una ricostruzione dell’intera vicenda, del processo, delle carte, di ogni teste e collaboratore di giustizia che è “transitato” dall’aula uno del Tribunale di Cosenza. Il processo prende il via nel 2016; unici imputati del triplice omicidio, Cosimo Donato detto Topo e Faustino Campilongo detto Panzetta, all’epoca dei fatti rispettivamente di 38 e 39 anni. Entrambi accusati di triplice omicidio. Secondo le accuse mosse dalla Distrettuale i due che spacciavano per Iannicelli, lo avrebbero attirato in una trappola per ucciderlo. Iannicelli era divenuto un personaggio scomodo per la cosca Abbruzzese. Iannicelli sarebbe, dunque, andato in giro con il nipote utilizzandolo come “scudo umano” così da dissuadere la mano criminale pronta a fare fuoco per eliminarlo. Eppure non riuscì neanche il piccolo Cocò a fermare gli assassini: dopo il triplice omicidio bruciarono i corpi all’interno della macchina di Iannicelli

Ma l’omicidio di un bambino e di chi lo accompagnava, non ha lasciato indifferenti la giuria popolare, la Corte tutta, che ha vagliato ogni singola parola, riscontro, dichiarazione. Un processo lungo che oggi termina in primo grado con una condanna pesante ma forse già scritta sin dall’inizio.

Nel triplice omicidio di Cassano allo Jonio morirono Giuseppe Iannicelli, il nipote di appena due anni, Cocò e la compagna di Iannicelli, la marocchina 26enne Ibtissam Touss. I tre cadaveri furono ritrovati carbonizzati nei pressi di un casolare abbandonato in agro di Cassano il 19 gennaio del 2014 . Lo scorso 14 gennaio il Procuratore aggiunto della Dda di Catanzaro Vincenzo Luberto (che all’epoca coordinò tutta l’attività investigativa), ha terminato la requisitoria con la richiesta di ergastolo e un mese di isolamento diurno. A fine udienza Campilongo ha replicato in videoconferenza “Sono innocente. Prego padre Pio tutti i giorni perchè sia fatta verità”. Si rivolge alla Corte presieduta dal giudice Garofalo, a latere De Vuono, dichiarando che avrebbe querelato gli avvocati e il pubblico ministero perchè lui non avrebbe ucciso nessuno, non avrebbe mai dichiarato di avere ucciso qualcuno. Termina la dichiarazione spontanea dal carcere in cui è detenuto affermando di pregare perchè la verità venga fuori.

Dirà Luberto durante la requisitoria “L’omicidio di Iannicelli è determinato dalla violazione delle norme dello spaccio. Oggi chiederemo degli ergastoli non sulla scorta di requisizioni traballanti. Iannicelli è un trafficante di sostanze stupefacenti che ha educato la sua famiglia allo spaccio; ha monopolizzato il termine di offerta ai pusher sul territorio di Cassano. Dal 4 maggio 2005 al 31 maggio 2012 fu detenuto in carcere per 7 anni per questioni di droga. La famiglia è in gabbia perché condannata in merito al procedimento Tzunami perché partecipi in associazione di narcotrafficanti: sono la figlia Antonia e la moglie Simona, il papà del piccolo Cocò, tutti condannati. Così com’è stato condannato il nonno, altro parente e la figura centrale di Antonio Iannicelli ritenuto organico alla cosca Perciaccante Pasquale 10 settembre 2007 condanna all’ergastolo nel processo Lauro.

LA FIGURA DI GIUSEPPE IANNICELLI

Cerchiamo di determinare la figura di Giuseppe Iannicelli e l’astio che regnava attorno a se da una serie di dichiarazioni (Perciaccante Pasquale collaboratore di giustizia dal 2017) condannato all’ergastolo nell’ambito del processo Lauto. Non è uno zingaro, ma è stato portato negli zingari perché ha sposato la sorella di Giuseppe Iannicelli. Ci dice cose importanti di Giuseppe Iannicelli: “era stato battezzato “a trucco” da Dentuzzo ossia Francesco Abbruzzese (classe ’70 in carcere per due ergastoli riconosciuto capo consorteria degli Zingari, in carcere per due ergastoli). Iannicelli pretendeva, agognava, desiderava, incalzava Dentuzzo perchè fosse battezzato. E Dentuzzo lo ha battezzato come dice Perciaccante “a trucco” come una messinscena per accontentarlo in una cerimonia officiata esclusivamente da Dentuzzo nell’ambito della quale gli veniva combinato il grado di sgarrista che è terzo ed è un ruolo importante perchè può essere a capo di una ‘ndrina e compone il consiglio di amministrazione “locale”. Perciaccante dichiara che Dentuzzo ha una grande disistima nei confronti di Iannicelli che accusava di avere una sorta di contigiità con le forze dell’ordine, probabilmente informava di qualcosa in quanto si crea spesso un abbraccio diabolico tra ‘ndranghetisti piccoli spacciatori e forze dell’ordine. In molti degli arresti posti in essere in Cassano, in danno a piccoli spacciatori si pensava che fosse per l’azione di Iannicelli.

Questo è un primo sospetto che Dentuzzo aveva nei confronti di Iannicelli e che spiega perchè fosse stato battezzato così, con una messinscena. Per quanto racconta Perciaccante i Forastefano quando avevano iniziato ad ammazzare gli zingari hanno iniziato a rifornire di stupefacente lo stesso Iannicelli. Quest’ultimo aveva tradito la linea zingara rifornendosi di stupefacenti, che spacciava ovviamente, per il tramite di Antonio Forastefano. E questa è una cosa che gli Abbruzzese non gli avrebbero mai perdonato.

Nel 2004 allorchè molti degli zingari erano in carcere a Catanzaro, in quanto soffrivano la custodia cautelare, si era saputo che nel corso del processo in cui Iannicelli era stato condannato, quest’ultimo aveva detto che talune armi che gli erano state sequestrate le aveva ricevute da Fioravante Abbruzzese (morto il 3 ottobre 2002). Iannicelli lo dichiara ” a cuor leggero” avendo accusato una persona deceduta. Ma gli zingari si arrabbiano comunque in quanto l’accusa mossa nei confronti del loro consanguineo deceduto era un’accusa mossa nei confronti dell’intero gruppo che evidentemente significava che gli zingari detenevano armi. Perciaccante racconta che vi era stata la decisione fin dall’epoca di ammazzare Giuseppe Iannicelli addirittura il nipote Antonio Iannicelli detto “il cacciatore”, colui il quale viene condannato con tutta la famiglia, si sarebbe preso la responsabilità, una volta scarcerato, di uccidere, probabilmente, Giuseppe Iannicelli.

Perciaccante è un uomo libero sebbene collaboratore di giustizia. E’ legato con la famiglia Iannicelli tra cui Battista, fratello di Giuseppe. Perciaccante con Battista ha una telefonata epistolare in cui il fratello di Giuseppe gli racconta che nell’ultimo periodo i contrasti che intercorrevano con gli zingari si erano di nuovo acuiti. Giuseppe in continuazione veniva convocato a Timpone Rosso, a cospetto di Luigi Abbruzzese, Solimanno Filippo, capi della consorteria e liberi in quel periodo e siamo tra il 2010 e il 2014 che gli contestano una serie di mancanze.

Uno dei primi motivi di recriminazione degli zingari nei confronti di Iannicelli era che, una volta divenuto capo della sibaritide Antonio Forastefano, rivolto a quest’ultimo per rifornirsi di stupefacente. Una volta uccisi Fioravante Abbruzzese e Pepe Eduardo nel 2002, Iannicelli capisce che il vento è cambiato e si rivolge ai Forastefano tradendo i suoi vecchi compagni di stupefacente, gli Abbruzzese

Il racconto di di Forastefano Antonio è confermato da Falbo Domenico che ha avuto un periodo di comune detenzione con un collaboratore che racconta fatti di ‘ndrangheta alla Procura di Torino che dichiara in una precedente detenzione avrebbe avuto la confessione stragiudiziale di Panzetta di avere ammazzato il bambino e quindi Giuseppe Iannicelli, per essere ammesso alla ‘ndrangheta. L’ha dovuto fare per essere affiliato al clan Abbruzzese. Ma quest’ultimo convocato dice di non avere parlato mai con “Panzetta” ma solo con Falbo e siccome nelle carceri sentiva urlare dagli agenti di polizia penitenziaria di Campilongo Faustino, ha detto semplicemente a Falbo che è stato nello stesso carcere con Campilongo. Ma dice anche “io sono un uomo dei Nirta omonimo “locale” reggino che sovrintende tutti i locali e sulla scorta dei vecchi rapporti criminali Nirta racconta che aveva saputo in ambito criminale che Panzetta era l’autore dell’omicidio del bambino e che aveva dovuto farlo per essere cooptato dalla famiglia degli Abbruzzese.

 

 

 

 

 

 

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