23 Febbraio 1985 Palermo. Ucciso l’imprenditore Roberto Parisi e Giuseppe Mangano, suo autista.

ROBERTO PARISI – GIUSEPPE MANGANO                              Foto di Roberto Parisi da: pianetarosanero.com –  Foto di Giuseppe Mangano gentilmente concessa dalla figlia Francy

A Palermo, il 23 febbraio del 1985, furono uccisi, in un agguato mafioso, Roberto Parisi, 54 anni, amministratore dell’Icem, appaltatrice dell’illuminazione stradale del comune, e presidente della Palermo Calcio, ed il suo autista Giuseppe Mangano, 39 anni, dipendente dell’Icem, sposato con tre figli.

Dieci anni dopo, nel 1995, Emanuele Di Filippo si autoaccusò dell’omicidio, reo confesso, ed in seguito al contributo offerto come collaboratore di giustizia, verrà condannato a soli 15 anni di carcere. La Corte d’Assise di Palermo ha confermato altri ergastoli a Francesco Tagliavia, Lorenzo Tinnirello e Giuseppe Lucchese. (it.wikipedia.org )

 

 

Biografia da it.wikipedia.org

Roberto Parisi era un ingegnere divenuto un noto imprenditore come titolare dell’Icem, società che sin dal 1970 aveva in appalto la manutenzione degli impianti di illuminazione pubblica della città di Palermo, costruendo la sua fortuna. Parisi aveva perso la prima moglie Elvira De Lisi e la figlia Alessandra nella strage di Ustica del 27 giugno 1980.

Parisi fu anche vicepresidente dell’Associazione degli industriali palermitani, e dal giugno 1982 era diventato anche presidente del Palermo calcio, carica che gli aveva attribuito notevole popolarità.

Parisi fu trucidato nel febbraio 1985 da un gruppo di almeno cinque uomini in un agguato di stampo mafioso nella zona di Partanna Mondello. Assieme a lui morì il suo autista Giuseppe Mangano, 39 anni. Secondo la ricostruzione due vetture affiancarono l’auto di Parisi e Mangano crivellandoli di colpi. Alcuni esecutori si allontanarono dal luogo del delitto addirittura in autobus, abbandonando le vetture, che furono ritrovate poco dopo.

Dopo la sua scomparsa, venne reso noto che l’Icem era stata oggetto di indagini del Pool antimafia da almeno un anno. Dieci anni dopo, nel 1995, Emanuele Di Filippo si autoaccusò dell’omicidio, reo confesso, ed in seguito al contributo offerto come collaboratore di giustizia, verrà condannato a soli 15 anni di carcere. La Corte d’Assise di Palermo ha confermato altri ergastoli a Francesco Tagliavia, Lorenzo Tinnirello e Giuseppe Lucchese.

L’omicidio Parisi tornerà alla ribalta alcuni anni dopo allorquando la vedova, Gilda Ziino, depose nel processo contro Bruno Contrada. La signora testimoniò che il giorno del delitto era rientrata da poco nella sua abitazione proveniente dall’ospedale, dove non aveva ancora avuto modo di vedere la salma del marito, e che Contrada si era presentato alla sua porta chiedendole un colloquio riservato. Allorché Contrada, che conosceva Parisi, le avrebbe detto testualmente, con fermezza, che “qualunque cosa io potessi sapere che riguardava la morte di Roberto dovevo stare zitta, non parlarne con nessuno e ricordarmi che avevo una figlia piccola”.

Solo successivamente, anni dopo, la signora Ziino, benché ancora “sorpresa e intimorita” riferì l’accaduto al suo avvocato, Alfredo Galasso, il quale a sua volta ebbe modo di riferirlo al giudice Giovanni Falcone col quale avrebbe avuto un incontro, tenutosi un sabato pomeriggio, all’interno del Palazzo di Giustizia.

La Ziino dichiarò che la domenica immediatamente dopo “il dott. Contrada ha suonato al campanello di casa mia, io ho aperto, l’ho fatto accomodare, naturalmente la mia emozione fu tale, mi sono seduta e mi ha chiesto subito, immediatamente, «signora lei ha avuto un incontro con il dottor Falcone?»…Io negai”.

Ancora una volta la signora informò subito l’avvocato Galasso che, non trovando Falcone, pregò Giuseppe Ayala di farlo in sua vece. La Ziino viene interrogata da Falcone nel 1988. Nel 1990 venne riconvocata in Procura dal sostituto Carmelo Carrara, e ritrova Contrada nella stanza del magistrato. Il “senso di angoscia e paura” sarebbe stato tale che la donna, posta a confronto con l’ex funzionario del Sisde, finì con l’avallare la tesi secondo cui quelle parole potevano esser interpretate come «raccomandazioni amichevoli».

La tesi degli accadimenti esposti dalla vedova Parisi venne avvalorata da tutti gli attori della vicenda, mentre quella della difesa di Contrada, che sosteneva che quei termini fossero riconducibili a semplici raccomandazioni, e negava inoltre il secondo incontro, è stata rigettata dalla Corte.

 

 

Fonte:  archiviolastampa.it 
Articolo del 24 febbraio 1985
Assassinato dalla mafia presidente del Palermo
di Francesco Santini
Agguato contro l’ingegner Parisi, morto anche l’autista.

Sei killer hanno sparato con pistole e mitragliene – Potente industriale, aveva gli appalti dell’illuminazione pubblica in città – Era sotto inchiesta

PALERMO — È stato assassinato il presidente del Palermo Calcio. Sei killer, con pistole e mitragliette, per Roberto Parisi, 54 anni, Cavaliere del Lavoro e uomo dei grandi appalti, e per il suo autista, Giuseppe Mangano, 38 anni. Cade un protagonista discusso del potere economico, ai margini della politica. Per il primo grande delitto del dopo-Buscetta, gli Inquirenti riesaminano la geografia mafiosa degli ultimi mesi: dall’arresto di Vito Ciancimino alle manette per gli esattori Salvo, dal declino degli uomini di Lima al mandato di cattura per l’ex sindaco Insalaco.

Per Roberto Parisi raccontano un’agonia tremenda, carica di sussulti, a Villa Sofia. Tutto intorno i potenti della città, accorsi per quest’ultimo delitto di mafia. In strada, la folla degli sportivi e dei tifosi, in via Del Fante, dinanzi allo stadio, dove s’affacciano le finestre di Villa Sofia. Una folla sterminata, muta nello stupore dell’agguato al presidente della squadra, all’uomo che nell’assetto di potere palermitano aveva un posto di primissimo plano.

L’agguato avviene alle nove del mattino, alla periferia settentrionale di Palermo, lungo la strada che corre parallela alla via dell’aeroporto, tra la borgata di Partanna e quella di Tommaso Natale. Nella giornata grigia, di pioggia e vento, per nulla palermitana. Parisi è diretto all’Icem: la società che con l’appalto dell’Illuminazione stradale gli dà i profitti maggiori.

Roberto Parisi, inquisito dall’Alto commissario per la lotta alla mafia e dalla procura della Repubblica, viaggia a bordo di una Fiat 131 di colore azzurro. È seduto accanto al posto di guida. Al volante c’è Giuseppe Mangano. La vettura è collegata via radio con l’azienda ed è dotata di radiotelefono.

L’automobile va a media andatura. Duecento metri la dividono dagli uffici dell’Icem. C’è uno spiazzo sterrato sulla destra, prima del centro alimentare «Marinella-. Due auto costringono Mangano a rallentare. Sono una Panda e L’industriale Roberto Parisi una Ritmo. Più avanti, in attesa, c’è una Renault 4 di colore blu. Appaiono le rivoltelle. C’è una prima raffica di mitra. Colpisce l’autista. La 131 di Parisi sbanda, continua nella corsa. Ancora colpi.

La 131 sbanda, rovescia tre cassoni dell’immondizia, si arresta contro il tronco di un olivo dalle fronde poverissime. Dalle due automobili, ecco i killer. Sono a terra, continuano a sparare all’Impazzata. Colpi al capo per 11 Cavaliere del Lavoro, ancora proiettili per l’autista che s’è rovesciato sulla destra. Il delitto è compiuto, la strada libera. Gli uomini si dividono. La Panda e la Ritmo saranno ritrovate poco più tardi.

Molti i testimoni. Nel grande residence che s’alza oltre il piazzale, si spalancano i vetri. Le finestre sono un osservatorio privilegiato per quest’agguato del mattino con le automobili dei carabinieri e della polizia che accorrono a decine. La strada si riempie. Il traffico impazzisce, spezzato dalle sirene. Dalla Icem, ecco gli operai di Parisi: duecento uomini in tuta che tante volte, nei mesi passati, s’erano presentati dinanzi al Palazzo delle Aquile per chiedere che il servizio dell’illuminazione fosse municipalizzato (perché, secondo i comunisti, il costo sarebbe triplo di quello sopportato da Roma, Milano e Torino).

Parisi è ancora in vita. Il suo autista è morto alla prima raffica, lascia tre figli. La fibra resistente di Parisi prolunga l’agonia. È massacrato. Ha colpi dappertutto. Resisterà ancora due ore con la nuca che mostra, nello squarcio, la materia cerebrale. Nulla è possibile ai medici. Niente è tentato. Soltanto dosi massicce di sedativi per fermare il sussulto squassante del corpo nell’agonia. L’ingegnere lascia la moglie Gilda Ziino e una figlia di un anno (la prima moglie e la figlia Alessandra di 5 anni morirono nella sciagura aerea del 27 giugno 1980 tra Ponza e Ustica).

Villa Sofia è nel caos. Camici bianchi e alti ufficiali dell’Arma. Infermieri, inquirenti. Il sostituto procuratore Giorgio Signorino guida l’inchiesta. Interroga l’addetto stampa del Palermo Calcio, Giancarlo Felice. Raccoglie racconti di paura e di allarme. Minacce, avvertimenti, tangenti. Giancarlo Felice era stato a cena con il presidente la settimana passata. Si era presentato armato all’appuntamento. Parisi, subito, l’aveva dissuaso: «Ma a che cosa ti serve questa rivoltella?», aveva domandato perplesso.

E ieri Parisi e il suo autista viaggiavano disarmati. L’auto non era blindata.

Il sostituto procuratore Giuseppe Ajala, uno dei magistrati in prima linea contro la mafia, è tra i primi ad accorrere alla periferia di Palermo. «In questa città — ripete il sostituto Ajala — accade di tutto, ma questo di Parisi è il peggior delitto degli ultimi mesi».

 

 

Articolo da L’Unità del 24 Febbraio 1985
Mitra e pistole per uccidere il «presidente»
Sei killer per l’esecuzione  – C’è una pista: l’appalto-luce

di Saverio Lodato
Morto anche l’autista, Giuseppe Mangano, nell’agguato a Roberto Parisi – Il commando ha seguito e affìancato l’auto nella borgata di Partanna – L’ingegnere era vicepresidente degli industriali dell’isola.

PALERMO – Il terrore non è finito, e ciò che è accaduto è molto più che un ritorno di fiamma. Con l’agguato di ieri la mafia fa sapere che è viva e vegeta, che il suo tribunale è in seduta permanente. A Palermo è lo Stato ad essere latitante. È stato assassinato Roberto Parisi, 54 anni un uomo in vista del potere economico, un protagonista dei grandi appalti, a filo diretto con gli affari di certa politica. Il presidente della «Palermo Calcio». L’amministratore unico dell’Icem, l’azienda che gestisce l’illuminazione stradale, li vicepresidente degli industriali siciliani.
Un democristiano influente, e con ottime coperture: Salvo Lima, Andreotti. Infine, uomo ricchissimo, in cima alla classifica dei contribuenti dell’isola. Perfino filantropo: aveva donato un asilo nido e un padiglione di emodialisi al Comune e all’Università, in ricordo della prima moglie e della figlia Alessandra morta nella sciagura del DC-9 Itavia che si disintegrò — nell’80 — sui cieli di Ustica.

Ore 8,30 di ieri mattina. Circonvallazione di Palermo poco dopo viale Lazio, dove abita l’ingegner Parisi. Il quale esce da casa, sale su una «131» , con alla guida l’autista, Giuseppe Mangano, 39 anni, dipendente dell’azienda. Entrambi — inconsapevolmente — stanno aprendo la strada al commando. Cinque chilometri, il tragitto da compiere sino agli uffici dell’impresa. All’altezza della borgata di Tommaso Natale, c’è una vecchia strada che svolta a gomito verso la zona di Partanna, poco frequentata, l’ideale per i sicari. I quali ne percorrono ancora un buon tratto prima di passare all’azione vera e propria. Quando ormai mancano meno di cinquecento metri ai grandi capannoni dell’Icem, le prime sventagliate di mitra, in corsa. Muore sul colpo l’autista (lascia moglie e tre figli). La macchina va ad insaccarsi in una stretta piazzuola, travolge cassonetti di immondizia, si schianta contro un albero d’ulivo. L’ingegner Parisi è ancora vivo. Per lui, dopo avere aperto lo sportello, i killer riservano l’ultima gragnuola di colpi. Arsenale: almeno due «457 Magnum», una mitraglietta. Parco macchine: una Panda, una Renault, una Fiat Ritmo (le troverà qualche ora dopo, nei pressi, un elicottero dei carabinieri). Gli assassini: a conti fatti, almeno sei. Volatilizzati. E dire che questa volta si è trattato quasi di una esecuzione in diretta.

Le vetture dell’Icem sono collegate via radio alla centrale dell’azienda, e, automaticamente, alla sala operativa della questura. Si registrano due versioni contrastanti: è stato l’autista, vistosi circondato, a dare il primo allarme; no, è stato un altro dipendente Icem, uditi gli spari, a far funzionare la ricetrasmittente dagli uffici dell’impresa. Comunque sia andata, il tempo per la fuga si è ridotto al minimo indispensabile.

Prime considerazioni a caldo degli investigatori. Parisi non portava armi, l’autista era disarmato, la macchina non era blindata. E Parisi — presidente della squadra di calcio — era popolare quanto un sindaco. Hanno adoperato armi modernissime quando potevano servirsi di un fucile a pallini. Perchè? Semplice: per far sapere che tutt’ora ne sono ben forniti. Gli squadroni della morte non risentono di alcuna crisi vocazionale; tutto è come prima.

Dove sono stati assassinati Parisi e Mangano c’è un palazzone a dieci piani, centinaia di finestre si affacciano, osservatorio privilegiato. Ma i testimoni non parlano: ecco l’altra sicurezza ostentata dai killer. Infine, il luogo: Partanna, Tommaso Natale. Borgate che per la mafia rivestono lo stesso interesse strategico di Ciaculli. E il «manuale Buscetta» insegna: per uccidere sulla circonvallazione, proprio all’altezza di Tommaso Natale, il boss Alfio Ferlito, i catanesi in trasferta dovettero chiedere il visto di soggiorno al «rappresentante» di zona, Rosario Riccobono. Riccobono non c’è più, scomparso, vittima della lupara bianca. Chi ne ha preso il posto? Quali sono i nuovi organigrammi decisi all’indomani delle maxi-retate degli ultimi mesi? Nessuno lo sa.

A Villa Sofia, al pronto soccorso, si consuma l’ultima agonia di Parisi, già clinicamente morto. C’è Salvatore Matta, il vice-presidente della Palermo Calcio, ma anche fratello del defunto Giovanni, onorevole democristiano. Gli chiediamo una impressione, se la vittima è caduta sul fronte degli appalti.
«Vuol scherzare? Questa non è una partita di calcio, non rilascio dichiarazioni. Sono letteralmente annichilito». Dice una signora, presidente del ventinove club, anima della tifoseria rosanero: «Non ci sono parole». Tifosi e lavoratori dell’Icem  si mescolano fra loro accomunati da un tremendo colpo che si abbatte sul lavoro e sullo sport palermitani.

Il sostituto procuratore Giuseppe Ayala, uomo di primo piano nel «team» antimafia, capisce che è anche il tenace sforzo investigativo in Sicilia ad essere colpito. Ripete: «È uno del delitti ‘peggiori’ di questi ultimi anni».
L’addetto stampa di Parisi ricorda: «Qualche giorno fa siamo andati a cena e mi ero portato dietro la pistola. Lui mi ha preso in giro per l’intera serata: che te la porti a fare, se è destino le armi non servono». Anche con lui azzardiamo: gli appalti? «E perché? Proprio la settimana scorsa con il prefetto  Gianfranco Vitocolonna (commissario al Comune di Palermo, ndr) era stata decisa l’ultima proroga di sei mesi all’Icem. La vicenda aveva imboccato la dirittura finale». Pianti e scene strazianti del familiari, i chirurghi che tentano l’impossibile, malati che imprecano perché nessuno si occupa di loro, sirene che ululano all’esterno della cittadella ospedaliera.

Qualcuno ricorda: a Natale, due telefonate anonime (a un giornale locale e all’Icem) annunciarono che Parisi era stato assassinato. Lui si limitò a prendere precauzioni di pochissimo conto. Alle 11, l’annuncio, questa volta drammaticamente vero: Parisi è morto.

Perché è stato assassinato? Anche le fantasie meno fervide non avranno che l’imbarazzo della scelta. Viene ucciso per spianare la strada a qualche ditta concorrente che magari sostituirà l’Icem nell’illuminazione stradale; no, l’hanno ucciso perché l’Icem aveva imboccato il viale del tramonto; oppure esattamente il contrario: perché Parisi si preparava a mutar pelle per ottenere una rivincita. O magari l’hanno ucciso per dare un segnale molto più in alto, assolutamente politico.
Non manca — sin da ora — chi «scava» nei dissidi della Palermo Calcio, magari sospettando un gruppo di ultras irriducibili.

Le notizie certe sono due. Primo: è stato assassinato un alto esponente del sistema di potere affaristico democristiano a Palermo. E non certo perché gli si era rivoltato contro. Secondo: venerdì sera, un documento sindacale dei dipendenti della Squadra Mobile ha chiaramente denunciato che è già stata abbassata la guardia. Il ministro che non rispetta l’impegno di adeguare organici e mezzi, ha, in compenso, proibito gli straordinari.

 

 

Fonte:  ricerca.repubblica.it
Articolo del 26 febbraio 1985
GLI APPALTI DIETRO IL DELITTO
di Giuseppe Cerasa

PALERMO – “Siamo stanchi di vedere i siciliani onesti uccisi con crudeltà. La Sicilia non vuole più piangere i suoi figli migliori assassinati dalla mafia. Occorre battere la violenza, sconfiggere la cultura mafiosa con il lavoro e l’onestà”. È il momento dell’omelia. Salvatore Cassisa vescovo di Monreale, ha davanti le bare allineate dell’ingegnere Roberto Parisi (vicepresidente della Sicindustria, presidente della Società Palermo Calcio) e del suo autista Giuseppe Mangano, uccisi sabato mattina in un agguato alla periferia nord-ovest della città.

La chiesa di Santa Luisa di Matrillac, in Via Principe di Palagonia, è stracolma. In prima fila accanto ai parenti delle vittime ci sono politici e imprenditori. Poi i calciatori del Palermo, l’ allenatore della squadra che proprio domenica ha perso il primato nel girone meridionale della serie C. E poi ancora gli operai delle società che facevano capo a Parisi: l’ Icem (da quindici anni gestisce l’ appalto per la manutenzione dell’ illuminazione pubblica di Palermo), l’ Icem Quadri Elettrici, la Compagnia Tecnica Siciliana, e le due aziende specializzate nell’ allevamento di pesci, la Isola Longa e la Società Itticoltura Meridionale. In tutto quasi cinquecento dipendenti, per un imprenditore tuttofare balzato nel 1981 in testa alla classifica dei contribuenti palermitani con più di 800 milioni di reddito dichiarati.

Monsignor Cassisa non ha ancora terminato l’omelia e a palazzo di giustizia di Palermo inizia un vertice presieduto dal procuratore della Repubblica Vincenzo Pajno. Obiettivo: riguardare in controluce le attività imprenditoriali di un uomo in passato al centro di polemiche infuocate; riuscire a delineare un quadro di riferimento attendibile; stabilire un contesto che partendo dalle rivelazioni di Buscetta, dagli arresti di Vito Ciancimino e dei cugini Salvo, dall’ordine di cattura firmato contro l’ex sindaco Giuseppe Insalaco, ancora latitante, possa servire a spiegare i termini della lotta per il potere attualmente in corso a Palermo, della rivoluzione di alleanze e schieramenti, dopo la controffensiva antimafia lanciata dalle forze di polizia e dalla magistratura. Sul tavolo dei magistrati c’è anche la voluminosa documentazione inviata a palazzo di giustizia alla fine della primavera scorsa riguardante gli appalti per l’illuminazione pubblica e per la manutenzione di strade e fognature (due affari per quasi 100 miliardi all’anno).

Parisi, grazie anche a solidissimi agganci nel mondo democristiano (era vicino all’ex deputato dc Giovanni Matta e all’onorevole Salvo Lima) dal 1970 gestiva indisturbato il servizio di illuminazione a costi crescenti. Il primo anno il Comune pagò all’Icem 337 milioni, nel 1983 si era arrivati a 10 miliardi e 606 milioni per la manutenzione di 29 mila punti luce. Una cifra giudicata “scandalosa” dai comunisti che nell’aprile scorso presentarono un dettagliatissimo esposto in procura, facendo il raffronto con quanto accadeva in altre città. A Torino per 72 mila punti luce dalle casse municipali uscivano annualmente meno di 4 miliardi. A Bologna il Comune grazie alla gestione diretta riusciva a cavarsela con un miliardo e mezzo per 30 mila punti luce.

A palazzo di giustizia adesso si chiedono se questa vicenda possa rappresentare un’utile traccia per scoprire assassini e mandanti del duplice delitto e ricordano che sugli “appalti d’oro” si sono giocate le ultime fasi della vita amministrativa della città (tre giunte sono state costrette alle dimissioni) fino allo scioglimento anticipato del Consiglio. Ma si continua anche a riflettere su quella frase sibillina pronunciata ieri l’altro dall’avvocato Salvatore Matta, vicepresidente del Palermo, fratello dell’ex deputato democristiano: “Si saranno toccati certi interessi, recentemente. Comunque è meglio non fare apprezzamenti”. A cosa si riferiva Matta? Parlava degli interessi palermitani della finanziaria che faceva capo a Parisi oppure della recente dimensione internazionale assunta dall’azienda (pochi mesi fa il presidente della Palermo Calcio era riuscito ad aggiudicarsi un appalto per la ristrutturazione di tutta la rete telefonica tunisina)? Quali regole del gioco sono state infrante? A giudicare dalla ferocia e dalla determinazione usata dagli assassini si deduce che i mandanti hanno deciso di lasciare un segno inequivocabile.

Sembra che il commando complessivamente sia stato composto da quattordici uomini. Due auto hanno affiancato la 131 di Roberto Parisi esplodendo decine di colpi a distanza ravvicinata. Altre due vetture invece hanno bloccato per circa cinque minuti il traffico isolando accuratamente nel raggio di seicento metri la zona dell’ agguato e agevolando la fuga dei killer. Per il momento gli inquirenti dispongono solo di due utilitarie usate per compiere l’ operazione, dei bossoli e di una vaga descrizione degli assassini. Troppo poco.

 

 

Fonte: ricerca.repubblica.it
Articolo del 23 febbraio 2005
Venti anni dopo lo stesso silenzio che causò la morte di Patti e di Parisi
di Luca Tescaroli

Bastarono cinque giorni a cosa nostra per spazzare via due imprenditori non graditi. Era il mattino del 23 febbraio 1985 quando un nutrito commando di uomini d’onore assassinò il titolare dell’ Icem s.p.a., la società che, sin dal 1970, aveva in appalto la manutenzione degli impianti di illuminazione pubblica della città di Palermo. L’ingegner Roberto Parisi morì con il suo autista Giuseppe Mangano, mentre si trovava a bordo di un’autovettura Fiat 131, di colore blu, in via Partanna Mondello. I killers li investirono con una vera e propria gragnola di colpi. Dopo il delitto, alcuni esecutori si allontanarono tranquillamente in autobus. Parisi era divenuto noto per la sua carica di presidente della società Palermo Calcio e pensava di affrancarsi impunemente dall’egida dei mafiosi, rifiutando di sottomettersi alle richieste estorsive di Pino Greco.

Il 28 febbraio, ancora una volta, il sangue tornò a sgorgare a Palermo. Nel quartiere di Brancaccio, un padre di famiglia, imprenditore dell’industria manifatturiera palermitana, Pietro Patti, venne freddato davanti alla scuola delle Ancelle di via Marchese Ugo, perché si era rifiutato di pagare mezzo miliardo di lire per avere la “protezione” dei corleonesi. Nell’ agguato rimaneva ferita la figlia Gaia, che stava accompagnando a scuola. Aveva solo nove anni. Un dettaglio per gli uomini delle cosche impegnati a dare una lezione forte a tutti coloro che avevano osato (o intendevano) sfidare il racket od opporsi ai disegni di cosa nostra. Bisognava cancellare ogni forma di ribellione alla legge del pizzo. Erano gli anni in cui qualche esperto di cose siciliane ricollegava la matrice dell’esecuzione di Pietro Patti al terrorismo internazionale.

Erano anni in cui le indignazioni per le ferite inferte si sbiadivano con la stessa velocità delle immagini che accompagnano i funerali di Stato e raramente approdavano ad iniziative concrete e durature. Le uccisioni degli imprenditori che non volevano subire e cercavano di resistere (si pensi ai nomi dimenticati dei costruttori Piero Pisa, Francesco La Parola e Francesco Paolo Semilia, del direttore del cantiere palermitano della Ferrocemento Donato Boscia, di Paolo Bottone) scivolavano tra le notizie di cronaca. Chi rappresentava un ostacolo veniva annientato come insetto fastidioso in una torrida estate. Una lunga sfilza di croci, un macabro stillicidio di esecuzioni necessario ai signori dell’onorata società per riaffermare il proprio potere.

Quel passato non tanto lontano non va dimenticato, così come si deve serbare memoria degli assassini di quel febbraio di sangue di venti anni fa. Un doveroso omaggio alle vittime e ai loro cari, quanto mai necessario perché oggi cosa nostra è ritornata ad essere così forte da non avere nemmeno bisogno di uccidere. Controlla il territorio senza difficoltà, mentre autorevoli esponenti delle istituzioni si avventurano in analisi proiettate a minimizzare ad ogni costo la pericolosità della situazione ed attribuiscono l’apparente calma ad un, asserito, continuativo efficace contrasto. I segnali di vitalità dell’apparato repressivo non sgretolano il muro dell’omertà, che viene rimosso solo dalla fantasia di coloro che negano l’evidenza.

Intanto, appartenenti alle classi dirigenti mostrano turbamento per la denigrazione dell’immagine del Paese e dell’Isola di fronte a un racconto televisivo (il reportage di Rai tre mandato in onda lo scorso mese) che si è limitato, con obiettività, a dare atto della penosa realtà che costruttori, gestori di piccoli locali e commercianti sono stati e sono costretti a vivere quotidianamente perché oppressi dalla tassa mafiosa del pizzo.

Sebbene le confische dei patrimoni mafiosi siano diminuite vertiginosamente, passando da oltre 900 del 2000 ad appena 48 nel 2003, il Governo introduce un disegno di legge delega (il n. 5362) sulla gestione dei beni sequestrati o confiscati alle organizzazioni criminali che offre la possibilità di chiedere, in ogni tempo, la revisione della confisca definitiva nel procedimento di prevenzione dei beni a chiunque vi abbia interesse (chi più del mafioso vi ha interesse?), anziché pensare a rafforzare il riutilizzo a fini sociali dei beni confiscati, per creare opportunità di lavoro per i giovani e non solo, e per farne uno strumento ordinario di sviluppo economico del territorio.

Lo Stato sembra essere ritornato debole ed avere perso credibilità nei confronti delle vittime dell’estorsione, che preferiscono pagare in silenzio piuttosto che denunciare per tutelare l’attività economica delle loro imprese, rischiare la vita od accettare di essere deportati in regioni del centro-nord. Non riesce a stimolare efficacemente la collaborazione. Gli imprenditori disertano gli incontri pubblici sul tema dell’antiracket (si pensi a quanto avvenuto il mese scorso al teatro Biondo di Palermo, in occasione del simposio organizzato dall’ Associazione Nazionale Magistrati e da Sicindustria, risoltosi in una chiacchierata per pochi intimi); altri invocano il ricorso all’ anonimato per denunciare il pizzo; altri ancora ricorrono alla denuncia anonima.

Si pensi all’ iniziativa dell’affissione di alcuni adesivi listati a lutto, sui quali è stata riportata la frase: “Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”, che i palermitani, qualche mese fa, si sono trovati a leggere sui muri della città. Un’iniziativa che cela il desiderio di riscatto dei siciliani onesti. Troppo pochi sono, però, coloro che hanno il coraggio della denuncia. è purtroppo l’inevitabile conseguenza del disimpegno sul fronte antimafia in Sicilia e della caduta di legalità che caratterizza il Paese e dell’incapacità di incidere efficacemente sui rapporti tra cosa nostra e gli appartenenti al mondo politico-finanziario e sulla rete vasta delle collusioni istituzionali.

Oggi come nel 1985 i venti dell’indifferenza sembrano essere ritornati ad accarezzare l’Isola, che appare stretta in una morsa di omertà, prigioniera della sua paura. La popolazione rassegnata e sfiduciata constata come le frequentazioni e i contatti tra uomini politici e uomini d’ onore in terra di Sicilia non vengono caricati di disvalore e di riprovazione sociale. Si rende conto che molti mafiosi, anche condannati in modo definitivo, ritornano in libertà e passeggiano in quelle stesse vie dove avevano esercitato il loro potere. Ma non solo: coloro che hanno cercato di contrastare le relazioni esterne sul piano giudiziario sono stati emarginati e fatti oggetto di insulti.

L’operatore economico è schiacciato e comprende che il consorzio mafioso genera e distribuisce ricchezza annientando le regole dell’economia legale, così divenendo inevitabilmente punto di riferimento per ogni iniziativa imprenditoriale. L’idea che tutto possa finire nel vortice di un eterno gattopardismo, in cui si finge di cambiare e poi tutto resta uguale, appare più che mai attuale. La pratica delle estorsioni e del conseguente drenaggio forzato delle risorse finanziarie nelle aree del Sud ed in Sicilia in particolare costituisce, nell’ immaginario collettivo nazionale e, soprattutto, nelle aree del centro-nord, un qualcosa di scontato come se tali tipi di crimini, avendo raggiunto un notevole tasso di espansione, si fossero trasformati in meri fatti sociali di degrado di aree di sottosviluppo con i quali si deve convivere.

Commemorare gli assassinii di Roberto Parisi e di Piero Patti, come tutte le vittime di mafia, può aiutare a riflettere, a far regredire il fenomeno del crimine organizzato e, forse, contribuire a rinsaldare i propositi di riscatto e di ribellione collettiva ed associata degli operatori economici per dare vita ad uno, cento, mille “Capo d’ Orlando”.

 

 

 

Fonte: antimafiaduemila.com
Articolo del 23 febbraio 2018
Roberto Parisi e Giuseppe Mangano, 23 febbraio 1985
di Roberto Greco
Tratto da: mediterraneocronaca.it

Roberto Parisi ed il suo autista, Giuseppe Mangano, furono uccisi in un agguato mafioso il 23 febbraio 1985. Colpire Parisi rappresentò un segnale forte diretto a chiunque avesse osato sfidare il racket, per eliminare in maniera preventiva qualsiasi forma di ribellione al “pizzo” e assoggettare l’economia territoriale.

È la mattina del 23 febbraio 1985. Sono circa le 8:30. Roberto Parisi, noto imprenditore palermitano, è a bordo di una Fiat 131 guidata da Giuseppe Mangano, il suo autista di fiducia. L’auto sta percorrendo la strada che corre parallela alla via per l’Aeroporto palermitano, nella zona tra i quartieri Partanna-Mondello e Tommaso Natale. Sono oramai giunti a poche centinaia di metri dalla Icem, la società di cui Parisi è titolare. La Fiat 131 è affiancata da una Fiat Panda e da una Fiat Ritmo mentre, poco più avanti, ferma, in attesa, c’è una Renault 4. All’improvviso, dai finestrini delle auto, spuntano diverse pistole e una mitraglietta. Giuseppe Mangano è colpito immediatamente, l’auto sbanda, sbatte contro alcuni cassonetti dell’immondizia. I killers, a piedi, raggiungono Parisi e Mangano, agonizzante. Sparano senza pietà su entrambi. Inutile il trasporto in ospedale. Mangano muore sull’asfalto, mentre Parisi dopo due ore di agonia.

Torinese di nascita, Roberto Parisi, classe 1931, sposa in prime nozze Elvira De Lisi dalla quale ha una figlia, Alessandra. Imprenditore attivo a Palermo sin dai primi anni ’70, Parisi è il titolare della Icem – che gestisce l’appalto per la manutenzione dell’illuminazione pubblica di Palermo – e della Icem Quadri Elettrici, della Compagnia Tecnica Siciliana, e di due aziende specializzate nell’allevamento di pesci, la Isola Longa e la Società Itticoltura Meridionale. In totale, le aziende di Parisi, occupano quasi cinquecento dipendenti. Roberto Parisi, nel 1981, risultò essere in testa alla classifica dei contribuenti palermitani con oltre 800 milioni di reddito dichiarati. La sua Icem, è l’unica concorrente agguerrita in un mercato che è predominio del gruppo Cassina, famiglia d’imprenditori palermitani, i cui legami con la criminalità organizzata verranno poi alla luce negli anni. Parisi è un imprenditore moderno e spregiudicato. Riesce a far crescere la propria azienda sino a metterla in condizione di ottenere appalti per la rete elettrica, anche in Tunisia. È nominato Cavaliere del Lavoro, diventa vicepresidente dell’Associazione Industriali. Nel 1980 una grave disgrazia colpisce la sua famiglia. La moglie Elvira e la figlia Alessandra, sono su quel maledetto DC-9 che da Bologna era diretto a Palermo, il volo Itavia che terminò nel Tirreno meridionale. Nel 1982 diventa presidente del Palermo Calcio. La squadra, in serie B dal campionato 1970-71, agonizza ormai da diversi anni e, proprio al termine del campionato 1983-84, è retrocessa nella serie C1. Suo malgrado, Parisi sarà ricordato come uno dei presidenti del Palermo Calcio più contestati. Si risposa con Gilda Ziino, dalla quale avrà una figlia, Enrica. In quegli anni, la mafia era in evidente difficoltà e aveva deciso di reagire. Le dichiarazioni di Tommaso Buscetta, il boss mafioso collaboratore di giustizia, le indagini del pool antimafia che portarono all’istruzione del maxi-processo, rischiavano di minare la sua solidità, basata, innanzitutto, sul controllo del territorio.

Colpire Parisi rappresentò un segnale forte, diretto a chiunque avesse osato sfidare il racket, per eliminare in maniera preventiva qualsiasi forma di ribellione al “pizzo” e assoggettare l’economia territoriale. Dopo la sua morte, fu reso noto che la Icem era stata oggetto di indagini da parte del pool antimafia. Per il suo omicidio si autoaccusò, dieci anni dopo, Emanuele Di Filippo – uomo d’onore della famiglia di Ciaculli e portaordini di Totò Riina – che è stato poi condannato a quindici anni di carcere. La Corte d’Assise di Palermo ha confermato gli ergastoli per Giuseppe Lucchese, Francesco Tagliavia e Lorenzo Tinnirello. Dopo Gennaro Musella, ucciso dalla mano armata della ‘ndrangheta il 3 maggio 1982, Roberto Parisi fu uno tra i primi imprenditori uccisi dalla mafia per aver rifiutato le sue richieste di estorsione. Qualche giorno dopo, il 27 febbraio, per lo stesso motivo, la mafia ucciderà Piero Patti, imprenditore palermitano. Da quel 1985 a oggi, molti imprenditori, non solo siciliani, sono morti sotto il fuoco mafioso per aver deciso di non abbassare la testa, e, molti altri, sono stati fatti soccombere dalle collusioni che hanno impedito l’apertura di un vero mercato libero e non controllato dagli interessi mafiosi.

Roberto Parisi era nato a Torino nel 1931. Fu ucciso dalla mafia il 23 febbraio 1985. Lasciò la moglie Gilda, e una figlia, Enrica. Con lui fu ucciso il suo autista, Giuseppe Mangano, di 39 anni, che morì sul colpo lasciando la moglie e i tre figli.

 

 

 

 

 

 

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